Editoriale
il punto di vista di Psychiatry on line Italia
di Francesco Bollorino

FOTOGRAFIE...

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4 novembre, 2014 - 10:44
di Francesco Bollorino

Wikipedia: “La fisiognomica o fisiognomonica o fisiognomia o fisiognomonia è una disciplina pseudoscientifica che pretende di dedurre i caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico, soprattutto dai lineamenti e dalle espressioni del volto. Il termine deriva dalle parole greche physis (natura) e gnosis (conoscenza). Fin dal XVI secolo questa disciplina godette di una certa considerazione tanto da essere insegnata nelle università. La parola fisionomia è collegata a questi concetti ma in seguito venne usata fra gli studiosi la parola fisiognomica per distinguerla dall'idea di fisionomia.”
Fare lo psichiatra vuol dire essenzialmente entrare in contatto scoprire, interagire in prima istanza con volti a cui seguono con lassi di tempo a volte significativi le parole ed il reciproco vale per chi entra in contatto con noi in un luogo in un’area diversa dal “normale” incontro tra le persone, per altro nel quale, pure lì, pesa il linguaggio volontario o involontario dei volti che si incrociano.
Mi hanno sempre colpito i volti: quelli dei bambini che a volte disegnano con incredibile precisione la loro “evoluzione” nel tempo giovanissimi vecchi, quelli degli anziani a volte intatti nello splendore di antichi tratti che arrivano da un passato scritto nel lampo di uno sguardo senza tempo, a volte segnati come i cerchi temporali degli alberi dove ogni ruga sembra il marchio di ricordi, passioni, vittorie e sconfitte, la vita insomma…
Immaginare storie osservando le persone…. Ascoltare storie leggendo nei visi le emozioni concomitanti trascendenti sintoniche o asincrone.
Reggere uno sguardo: capire nell’altro specchiandoci in lui cosa trasmettiamo negli spazi bianchi tra le parole col nostro viso… sperare desiderare di essere capiti senza la necessità di usare fiumi di parole, mai superflue ma spesso tautologiche.
I visi dei pazienti: il primo incontro specchiarsi nel loro sguardo per scoprire da subito la potenziale alleanza… non la richiesta di aiuto o di comprensione o di connivenza sempre possibile… l’ultimo incontro cercare nei tratti il cambiamento solido la speranza la paura il sollievo il dolore
Il mio viso… cosa dirà di me veramente?
Recupero antichi album di fotografie mi specchio in immagini di me che ambivalentemente mi appartengono e mi appaiono al tempo stesso lontane… in una scatola ci sono le fotografie del Liceo cartoncino grigio di supporto a un’epoca senza selfies eternamente ilari e senza social networks che scandiscano la quotidianità saturandola: il passato ha tempi insaturi, frantumati, da riempire di ricordi di raccordo tra le immagini.

Vi ricordate di me?
Sono quello in basso a destra nella foto rit­uale di fine anno, fatta, come sem­pre, at­torno al pozzo di marmo sul piaz­zale del Liceo da­vanti al Mu­seo Na­vale, alle spalle dei giar­dini, un tempo re­gno di Per­tica, il vigile ne­mico del cal­cio su suolo pub­blico non at­trezzato, con uno scatto da cen­tome­tri­sta nel cat­tu­rare il pal­lone e se­que­strar­celo per poi re­sti­tuir­celo dopo lunghe tratta­tive e so­lenni pro­messe da ma­ri­nai.
Forse avremmo dovuto essere capaci di par­larci di più al­lora, di par­lare in ma­niera di­versa, so­prat­tutto, ma il tempo è strano, il tempo non è galan­tuomo, ti fa ca­pire le cose, sem­pre e solo, troppo tardi.
Vi ricordate di me?
Sono quello con gli occhiali sul viso paf­futo e gla­bro, la pi­doc­chiera blu un po’ troppo stretta e i je­ans di vel­luto chiaro a costine , da­vanti a Rudy, il com­pa­gno di banco alto, alto che por­tava sem­pre Play­boy in classe, ac­canto a En­rico, con gli oc­chi stralu­nati di sem­pre, vi­cino a Mauro ingi­noc­chiato, col ciuffo sot­tile impo­ma­tato sulla fronte, la giacca a qua­dri d’ordinanza e la la­va­gnetta con l’anno sco­la­stico e il nome della classe.
Does every picture tell a story?
Vi ricordate di me?
Sono quello col posto fisso al penultimo banco, un mi­sto di finta spa­valde­ria e vera timi­dezza, forse come tutti al­lora, pensando di esse­re invece l’unico a sof­frirne; sono quello che parlò per un’ora e mezza di fi­lato all’ul­tima assem­blea del­l’ul­timo anno dopo tre anni di mute parte­cipa­zioni; sono quello si­lenziosa­mente innamorato per anni della stessa com­pa­gna di classe, forse come tutti al­lora, pen­sando di es­sere in­vece l’unico a non es­sere ri­cambiato; sono quello che non riu­sciva mai a fare la per­tica e restava rosso di ver­go­gna, appeso a venti cen­ti­metri da terra, ad at­ten­dere l’or­dine di torna­re al proprio po­sto; sono quello che metteva in piazza la sua sen­sa­zione di di­ver­sità, con­vinto di riuscire a na­sconderla a tutti, com­preso sé stesso.
Vi ricordate di me? Ho voglia di ricordarmi di voi? Sono passati più di quarant’anni da al­lora. Una vita.
Se mi vedeste, forse, non mi ricono­scere­ste più: sono cam­biato tanto fuori, son cam­bi­ato così poco den­tro.
Chissà quali strade ha preso la vostra vita? Siete fe­lici? Tenete ancora ac­ceso l’interrut­tore del cuore? Avete dissot­terrato l’ascia per realiz­zare i vo­stri sogni segreti? Siete dei re­duci o delle eterne re­clute?
Abbiamo attraversato insieme l’ado­lescenza, pieni di menzogne troppo brevi per es­sere belle, ap­pren­disti stre­goni costan­temente alle prese con troppe scope, in una coabita­zione forzosa o vo­luta, amici o com­pagni, cog­nomi spesso senza un nome di batte­s­imo accanto, sco­nosciuti e inco­no­scibili gli uni agli altri, gene­ra­zione ba­s­tarda troppo gio­vane per fare il sessan­totto, troppo vec­chia o troppo di­s­tratta per par­tecipare al Movi­mento, nata con Rin-Tin-Tin, cre­sciuta con“ Fra­gole e Sangue ”, nar­co­tiz­zata, se mai ce ne fosse stato biso­gno, da“ Twin Peaks ” e dal co­lore chiaro e dal gusto pulito di Glen Grant.
 
E’ così difficile crescere.
 
Enrico, che non è mai stato negli alpini ma ha nel san­gue il gusto per le adunate, tiene in ufficio un’agen­d­ina con se­gnate le date dei com­pleanni e puntual­mente tele­fona, anche a me che rego­lar­mente con­fondo il giorno del suo gene­tliaco, sem­pre in­certo tra il 3 e 11 di marzo.
Questo lu­glio ha or­ganizzato una cena com­me­mora­tiva della ma­turità della glo­riosa terza D.
E’ un tipo meticoloso, si è dato un sacco da fare per rin­tracciare stu­denti invecchiati e pro­fes­sori rimasti, per tro­vare la data giu­sta per tutti e il posto, pos­si­bil­mente evo­ca­tivo; mi ha, ov­via­mente, chie­sto di parteci­pare: avrei po­tuto facil­mente li­be­rarmi, gli ho detto di no.
 
 

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