Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

DEVIANZA: Chi può stabilire cosa è corretto e cosa non lo è?

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17 aprile, 2023 - 09:20
di Sarantis Thanopulos

Nel campo della società la parola “devianza” designa la non conformità di un soggetto o di un gruppo di soggetti a un sistema di regole normativo. Più le regole le impone il diritto del più forte (di colui il cui diritto di decidere la vita comune diventa un dovere di obbedienza per gli altri) più la devianza ha il significato di una distorsione pericolosa da correggere, riportando il deviante sulla via giusta, o da eliminare.  La giusta strada, tracciata dal canone e funzionale al mantenimento di un determinato rapporto iniquo di potere, tende  e essere imposta come bisogno irrinunciabile di chi la segue. Non è il prodotto di una definizione astratta, ha il punto di forza nel fatto che riesce sempre a trovare un punto di corrispondenza con dei bisogni materiali, a creare un senso di sicurezza derivante dal fatto di trasformare tutte le questioni del vivere in problemi pratici e in tensioni di cui liberarsi.  

Il canone, rispetto al quale tutti inevitabilmente, in quanto soggetti desideranti, siamo in un modo o un altro devianti non è solo una convenzione morale che si può contrastare sul piano delle idee. Questo è un suo aspetto, ma non dobbiamo dimenticare che esiste un aspetto concreto che è quello del ridurre l’essere umano a condizioni di base, presunte foriere di stabilità e di sicurezza. L’impressione di vivere in un mondo ordinato e regolare, perché fondato sulla liberazione dalle tensioni che il potere del più forte ci garantisce, esonerandosi dalle responsabilità, esercita una grande attrazione in epoche di precarietà. Ciò è molto pericoloso perché ci impedisce di avere un rapporto vero con la realtà.  

Se la nostra vita è centrata nell’esigenza di liberarsi dei pericoli e delle paure, di tutti i rischi che comporta il nostro rapporto con il mondo, allora questo rapporto diventa uno spazio angusto per poter abitarlo  e molto elementare per produrre una vera conoscenza, molto simile alla caverna del mito platonico. Starci dentro ci va vivere in un ambiente fatto di immagini artefatte che ingannano i nostri sensi e addormentano i nostri desideri, sentimenti e pensieri. Ma la caverna in cui l’arbitrio normativo ci costringe a stare non è un rifugio sicuro di ritiro dalla realtà, come può esserlo a volte una prigione. Può essere spacciato via dal vento delle forze autodistruttive che la cecità volontaria produce.           

La definizione di valori a priori (estranei alla normale dialettica sociale, all’incontro tra le differenze che ci costituiscono come persone e cittadini) è un rischio per noi, un rischio non astratto ma concreto. Le società troppo ordinate tendono a ridurre al minimo la nostra conoscenza del mondo.  

È vero che in alcune circostanze la precarietà è tale per cui l’ordine costi quel che costi sembra una soluzione sensata.  

Questo è il motivo per cui in definitiva c’è da sempre  uno scontro sulla devianza. Per chi  difende l’ordine e l’impostazione omeostatica della vita, deviare è inimmaginabile, ma per chi si oppone, amando la trasformazione, deviare è fondamentale. Solo essendo deviante si può sentire, come soggetto desiderante  libero e vivo. Perciò il discorso sul rapporto tra norma e devianza è squisitamente politico. Implica un conflitto che non può essere risolto sul piano di una definizione astratta di cosa è giusto e cosa è sbagliato. Il conflitto non riguarda la contrapposizione tra ordine e disordine, ma tra una vita che è impostata a priori a partire dal canone del più forte e la vita che si definisce dal suo stesso dispiegamento come movimento del desiderio. 

Dietro la definizione della devianza c’è sempre in agguato un politica ispirata non alla trasformazione ma alla correzione. Chi può stabilire cosa è corretto e cosa non lo è, al di fuori delle nostre relazioni conviviali (pubbliche e private) e dei fermenti culturali della “società civile”, in cui attraverso il dialogo tra le nostre differenze creiamo un modo di sentire comune?  

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