I Peter Pan della globalizzazione
Dall'adolescenza all'età adulta oggi, nell'epoca del precariato e della globalizzazione
di Leonardo (Dino) Angelini

Il discorso della psicoterapia e quello del counselling

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24 novembre, 2015 - 21:23
di Leonardo (Dino) Angelini
Foucault nella sua famosa lezione inaugurale del ’71 al College de France poneva in evidenza come qualsiasi “discorso”, e ancora più qualsiasi discorso scientifico, poggi su una serie di restrizioni, verso l’esterno, così come verso l’interno, istituendo per questa strada un “ordine del discorso”.
L’ordine del discorso in ambito scientifico si concreziona all’interno di partizioni disciplinari che definiscono ragioni e modalità includenti ed escludenti, che poi si declinano in precisi protocolli.
In Italia prima della legge Ossicini l’ordine del discorso psicoterapeutico in ogni comunità scientifica si definiva in ambiti ristretti, e secondo modalità intrinseche, cioè autonome rispetto ad ogni ingerenza statuale. Per cui ad esempio  gli psicoanalisti erano liberi di normare l’accesso all’esercizio della psicoanalisi secondo modalità proprie; idem facevano le altre comunità scientifiche che operavano in ambito psicoterapeutico.
La stessa cosa avveniva per quello che potremmo definire “il discorso del counselling”, che era ordinato, sempre in base a ragioni intrinseche sia in ambito sociale che pedagogico. Tutte le scuole per assistenti sociali prevedevano il suo apprendimento; ed in ambito pedagogico molto presente era in Italia, soprattutto in ambito accademico, l’approccio rogersiano al counselling.
A un certo punto però la Legge Ossicini impone esplicitamente una doppia svolta al discorso della psicoterapia; ed implicitamente pone le premesse per una svolta anche al discorso del counselling, i cui esiti vediamo oggi in una recente sentenza della magistratura.
La svolta più sostanziale e – direi - più evidente, sulla psicoterapia è nel fatto che i criteri di restrizione e di esclusione su cui si basa l’attuale ordine del discorso della psicoterapia non sono più intrinseci, ma affidati allo Stato che attraverso il MIUR circoscrive, in vece delle singole associazioni, i criteri di ammissione ed esclusione.
Questo elemento ha portato di fatto o alla marginalizzazione dei vecchi ordinamenti, o alla loro sussunzione a questa nuova logica, oppure ancora alla duplicazione dei percorsi attraverso la loro scomposizione fra uno percorso che formalmente include il neofita e un altro che sostanzialmente e intrinsecamente lo abilita agli occhi dell’associazione.
Il secondo elemento di svolta è nella sanitarizzazione del discorso (e non solo di quello della psicoterapia) e nella sua circoscrizione ad una platea più ristretta di interpreti, composta solo di psichiatri e psicologi.
Ora è noto che in ambito psicoanalitico c’è stata sempre una tensione fra coloro che tendevano a circoscrivere l’esercizio della psicoanalisi ai soli medici (ne sa qualcosa Fromm!) e chi, come Sigmund Freud[1], era per l’apertura anche ai “laici”. Ma per ‘laici’ s’intendeva – come ci diceva Armando Bauleo – coloro che, pur non medici, fossero “colti” ed avessero fatto l’analisi.

E ciò perché altro è lo sguardo medico, che come dice Le Breton è uno sguardo “anatomico” (Le Breton) basato sul presupposto della oggettivazione dell’altro da me e della sua frammentazione (letteralmente: uno sguardo che guarda dall’alto singole porzioni di corpo); altro è lo sguardo psicoanalitico che implica il rapporto (transfert contro transfert, avrebbe poi detto il mio maestro Diego Napolitani[2])  con l’altro inteso come soggetto.
Fatto sta che in Italia, alla circospezione della psicoterapia solo ai medici ed agli psicologi così sanitarizzati, è seguita anche la sanitarizzazione di tutto il comparto psicologico: compresi – e la cosa è nello stesso tempo indicativa e sconcertante –gli ordini del discorso psicologico sul lavoro, sulle organizzazioni, etc. –
Questa sanitarizzazione del discorso della psicoterapia ha canalizzato una domanda imponente di inclusione, ed una parallela offerta costosissima e drogata (cfr: I rapporti intergenerazionali fra colleghi ), innescando un processo di corporativizzazione centrata sugli Ordini professionali, che in apparenza tutelano i giovani apprendisti, ma che in effetti – almeno in ambito psy – li vampirizzano e li “spolpano” in vari modi.
 
Tutto ciò per un certo periodo aveva lasciato da parte il counselling, che però non essendo normato in un discorso statuale ed eteronomo, avendo mantenuto dei propri statuti intrinseci, e non essendo tutelato da una corporazione statualmente riconosciuta, si era andato espandendo, molto spesso in difetto sul piano della teoria (cioè nella definizione di un ordine del discorso del counselling), ed in eccesso, nonché confusamente sul piano della definizione dei propri protocolli.
Per cui ad un certo punto intorno al counselling abbiamo assistito da una parte ad una contraddittoria espansione dei protocolli, spesso non più fondati su una disciplina. Dall’altra, e di fronte al pericoloso espandersi di ciò che la corporazione induceva a considerare come concorrenza, ad un tentativo di annessione e di inscrizione del discorso del counselling sotto il mantello, più che all’interno del discorso della psicoterapia. Operazione oltretutto tutt’oggi non suffragata da alcuno specifico percorso formativo.
Da una parte un corpo allenato e temprato ad una azione ormai spesso acefala; dall’altra una mente priva di un corpo. Da una parte dei protocolli a volte non più iscritti in alcun discorso, dall’altra un ordine del discorso con pretese ‘imperialistiche’, ma privo di protocolli.
 
Che fare? Secondo me continuare a farne una contesa è deleterio. Ma intanto va detto che una risposta individuale non ha gran senso. Perché sia esaustiva la risposta non può che provenire da una riconsiderazione critica ad autocritica collettiva di ogni percorso, e non solo di quello del counselling. Una riconsiderazione che sia essa stessa un percorso dialogico. Cioè un qualcosa che richiede tempo, e che poggia su una propensione alla complementarità ed alla presa in considerazione delle ragioni dell’altra parte. Qualcosa cioè che l’acuto, unilaterale e presuntuoso sguardo anatomico esclude. E questa è l’unica cosa di cui individualmente sono sicuro.

 

[1] Freud sostenne strenuamente questa posizione fino alla fine dei suoi giorni, ponendosi in aperto dissenso rispetto alle varie istituzioni psicoanalitiche. In una lettera di Freud a Paul Federn, del 27 marzo 1926 su questo tema leggiamo: “Caro dottore, la ringrazio per la relazione dettagliata della discussione sulla questione dei laici nella società. Per quanto mi riguarda, nulla è cambiato. Non voglio che i membri si adeguino alle mie idee, ma sosterrò la mia posizione in privato, in pubblico e davanti ai tribunali senza limitazioni, anche se dovessi rimanere da solo. Per il momento, tra i miei discepoli ci sono sempre alcuni che stanno dalla mia parte. Non ho intenzione di accentuare la differenza con gli altri, fino a che è possibile evitarlo. Se si presenterà un’occasione più significativa, la utilizzerò, senza turbare i nostri ulteriori rapporti, per rinunciare alla presidenza solo nominale della società. La battaglia per l’analisi dei laici deve essere combattuta fino in fondo una volta o l’altra. Meglio ora che più tardi. Finché vivrò, mi opporrò al fatto che la psicoanalisi venga inghiottita dalla medicina. Naturalmente non c’è alcun motivo di tenere segrete queste mie idee ai membri della società. Saluti cordiali, Suo Freud. (da: http://www.psicolinea.it/lanalisi-laica-freud-e-il-caso-theodor-reik/)
 
 
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Commenti

Ottimo articolo ! due riflessioni: la prima è autocritica e consiste sempre nel riflettere quanto nel nostro approccio psicoterapeutico ci siano sfumature educative e pedagogiche e, quanto...... di viscerale invece riusciamo a vivere radicalmente nel delicato rapporto con le sofferenze del cosi detto paziente che ineluttabilmente ci appartengono scuotendoci dalle fondamenta, permettendoci di essere persone degne della nostra bellissima e temeraria professione.
La seconda è che tale sentenza legale avvenuta nel Lazio permetterà ai direttori dalle scuole di psicoterapia di farsi un rigoroso esame di coscienza sul "senso" del loro proporre offerte formative ammalianti, remunerative ma francamente pericolose e contorte.
Certo sognare non costa nulla è vero ma, restiamo aderenti alla realtà della cura... nella misura in cui il nostro profilo etico-professionale ce lo permette.
Giorgio

Grazie Giorgio!

Dino sei Grande, un abbraccio


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