IL SOGGETTO COLLETTIVO
Il collettivo non è altro che il soggetto dell’individuale
di Antonello Sciacchitano

Il soggetto collettivo e la guerra

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9 maggio, 2023 - 07:48
di Antonello Sciacchitano

È difficile farsi un’idea di soggetto collettivo: come e dove esiste? Il modo più semplice per pensarlo è alla Freud, ridotto a soggetto individuale. Allora si immagina il collettivo come individuo grazie al Führer, un soggetto ibrido tra collettivo e individuale: è l’individuo che in concreto incarna il collettivo. La soluzione identificatoria è n\ella psicologia delle masse, abbozzata da Freud ormai un secolo fa (1921), estendendo la psicologia individuale al collettivo. Freud, però, non usa mai la parola “collettivo” come sostantivo ma sempre da aggettivo; così estende alle masse i fenomeni psichici individuali, governati da pulsioni, intese come forze costanti, finalizzate al piacere (prima versione).

Già la nozione di “massa” è un modo riduttivo di intendere il collettivo; la massa è un collettivo senza struttura interna, senza scheletro, direi come un insetto. Esiste solo l’esoscheletro identificatorio, la corazza esterna, proprio come negli insetti. La filosofia di Freud è semplice, addirittura semplicistica. Grazie all’identificazione all’uno, tanti si pensano come uno, tutti identificati a lui, il Führer. Non è una soluzione brillante, ma è molto gettonata. Forse perché edipica, è facile da adottare nel nome del padre, anche perché non richiede ai singoli di cooperare a un progetto comune. Basta il tacito conformismo al duce a cui ogni singolo si inchina. Dietro l’angolo a parole psicanalitico sta in agguato il nazifascismo. Dieci anni dopo il saggio di Freud, Hitler prese il potere. I tempi erano maturi per passare dalla teoria alla pratica. Freud protofascista? Non mi sento di affermarlo; certo è che non fu molto democratico nella gestione del movimento psicanalitico, nel quale funzionò da “uno” con cui bisognava identificarsi. Nella metafora degli insetti Freud funzionò da ape regina.

La difficoltà sta nel pensare e porre in essere un’interazione tra i molti armonica e governabile, cioè finalistica. Pur considerata da Platone fino a Churchill come la peggiore delle forme di governo, la democrazia ci prova a risolvere il quiz esistenziale del collettivo come governo assoluto pro tempore. Vale la simmetria: all’uno dittatoriale la democrazia sostituisce la maggioranza popolare, finché dura; da una parte c’è l’uno singolare, dall’altra l’uno plurale; la loro funzione, in quanto uni, è analoga.
Il punto problematico è tipico: una forma di governo può fallire interagendo con altri regimi politici. Lo scontro tipico è tra regimi autocratici e democratici, là dove vige l’uno singolare, da una parte, e l’uno plurale, dall’altra. Le due guerre mondiali sono nate così. Al posto della democrazia viene la guerra, dispotica madre di tutto, diceva Eraclito. (Veramente diceva che la guerra è padre di tutte le cose, perché in greco polemos è maschile, come in tedesco der Krieg, essendo la guerra un prodotto maschile).

Pensiamoci onestamente: era evitabile la guerra in Ucraina? L’ultima (?) guerra planetaria porge la verità della guerra: tutte le guerre sono di religione o, detto in modo più crudo, la religione serve a far la guerra all’altro che si è avvicinato troppo a noi; pur essendo diverso da noi, pretende competere con noi. Ogni guerra è una potenziale crociata contro il vicino di casa alla conquista dello “spazio vitale” per il proprio popolo: le guerre cominciano idealmente nelle assemblee condominiali, dove si dimostra l’impossibilità del dominio comune; la scintilla scocca quando i due poli si avvicinano troppo, per esempio nello spazio ristretto del condominio. La topologia regola il gioco della guerra.
Il dato incontrovertibile è che la civiltà nasce dalla cooperazione tra singoli, a prescindere da ogni predeterminazione biologica, del tipo di quella vigente tra insetti: formiche, termiti e api, animali senza ossatura interna, predisposti alla soggezione completa alla legge di gruppo. Homo sapiens ha sopraffatto le altre specie umane (si contano sulle dita di una mano) perché i singoli sapiens hanno saputo cooperare, almeno fino a 12.000 anni fa, stando ai reperti archeologici, caratterizzati dall’assenza di reperti bellici. Per contro manufatti litici, pietre scheggiate come strumenti di lavoro, si riscontrano già prima di Homo sapiens.

Ma la cooperazione trova un limite nella diversità biologica, che pure è un fattore determinante dello sviluppo darwiniano. Quando si arriva al limite della diversificazione biologica, ancora funzionale al progresso civile, giunti alla frontiera dell’alterità, ancora sopportabile, al limite dell’estraneazione tra gruppi umani, allora scocca inevitabile il conflitto tra forme diverse di società civile, per esempio tra società democratiche e autocratiche, che presuppongono l’“uno” in modo diverso, come ho tentato di spiegare. Oggi la miccia della deflagrazione bellica mondiale sta bruciando nell’isola di Taiwan tra Cina e America, due “uni” tra loro molto diversi dal punto di vista collettivo.

Come ho già detto, storicamente le guerre iniziano 12.000 anni fa con l’invenzione dell’agricoltura, la costruzione delle città e la correlata istituzione della proprietà privata (per pochi!), che codifica la portata ontologica delle differenze biologiche (che in genere sono piccole ma amplificate dal narcisismo collettivo). La guerra si profila all’orizzonte della civiltà, come modo per appropriarsi del “grano” dell’altro; sembra un clinanem inevitabile parallelo al progresso civile, di cui sfrutta le acquisizioni tecnologiche; è il portato del Grande Altro, luogo della legge e della verità, che abita in noi. Il punto di analisi sfuggì a Freud, a Lacan e a tutti gli affini logocentrismi, fissati a una civiltà, unica, trascurando le interazioni tra civiltà. La parola “interazione” non ricorre nelle 7.000 pagine delle Sigmund Freud gesammelte Werke. Il plurale “interazioni” tra soggetti politici diversi fu per Freud ancora più difficile da concepire prima che da coniugare, perché per lui esisteva solo la soluzione edipica dell’identificazione al Führer; era l’unica soluzione politica che lo psicanalista riusciva a concepire all’ombra del complesso d’Edipo, un complesso tipicamente maschile, come se la politica fosse prerogativa esclusiva dei maschietti.

Qui si aprirebbe un discorso critico sul freudismo di Freud. Benché polemico con i medici, che si dimostravano ambivalenti nei confronti della psicanalisi, Freud rimase sempre medico. Non rinunciò mai, con tutte le precisazioni del caso, al carattere terapeutico della psicanalisi, pur avendo ben presente la possibilità che la terapia uccidesse (erschlagen) la scienza, intesa erroneamente come scienza medica. Ma non estese la premura terapeutica all’aspetto politico. Secondo Freud la società non aveva bisogno della cura psicanalitica, rivolta esclusivamente al singolo. Il punto è imbarazzante per un freudiano, che si vede confinato nell’angolo buio e stretto dell’individualismo. La cura analitica, nel senso di Sorge, non può essere orientata alla società come tale? Sul punto Freud tace; da quell’orecchio – l’orecchio veramente musicale – Freud non ci volle sentire. L’inconscio è politico, lo dirà Lacan, con un notevole e apprezzabile salto logico. Il suo ritorno a Freud fu un vero e proprio superamento di Freud, innanzitutto del suo assetto medico. Se mi interesso del soggetto collettivo è perché sono andato a scuola da Lacan. Si capisce come il complesso di Edipo e di castrazione siano ritagliati sul soggetto individuale, precisamente maschile. Il sociale e il femminile sembrano trascurati da Freud. E anche noi non insistiamo più di tanto.

Concludendo, sembra che non possa esistere soggetto collettivo senza guerra. La guerra è la possibile verità universale del collettivo. Eraclito sarebbe d’accordo. Il sogno kantiano di una pace perpetua è, appunto, un sogno che il collettivo infrange in modo sistematico tanto più quanto più diventa civile o meglio quanto più le civiltà progredendo si differenziano tra loro e la loro interazione diventa problematica. Insomma, ci dobbiamo rassegnare al dato di fatto, apparentemente finora incontrovertibile: sembra che non ci siano civiltà (plurale!) senza guerra. La guerra è l’altra faccia della cooperazione collettiva, finalizzata (qui fa capolino la mia opzione filosofica!) al mantenimento e al progresso delle conquiste della civiltà, magari dopo la provvisoria distruzione bellica.

So bene che, scientificamente parlando, l’evoluzionismo darwiniano non presuppone alcun automatismo finalistico, ma da intellettuale credo (spero) che la specie umana scelga come proprio fine il progresso nell’interesse dei suoi figli. Sopravvalutando la portata del discorso scientifico, una volta si parlava di ottimismo della ragione. So che è sbagliato, ma crederci è la mia opzione morale a fronte dell’inevitabilità civile della guerra, che ora merita proprio l’appellativo di “guerra civile”, perché è frutto ma anche causa di civiltà. Si diventa più civili dopo ogni guerra. Freud parlava di disagio nella civiltà; lo spiegava in modo antropomorfo autoriferendo l’aggressività verso sé stessi come condizione per la convivenza stabile. Spero di aver evitato la tautologia freudiana con il connesso pessimismo.
Bisogna proprio dire in spe contra spem; nella lettera ai Romani, fondatori di un impero, basato sui propri legionari, lo scriveva un santo di nome Paolo. I santi sì che si intendono di guerra.

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