PSICHIATRIA E RAZZISMI
Storie e documenti
di Luigi Benevelli

Quella brutta parola di “razza” in Italia e negli Stati Uniti

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1 marzo, 2024 - 11:04
di Luigi Benevelli

 

Ann Morning sociologa della New York University e Marcello Maneri associato di sociologia all’Università Bicocca di Milano hanno pubblicato in An ugly word: rethinking race in Italy and the United States1, il resoconto dei risultati di più di 150 interviste a studenti universitari italiani e statunitensi su a cosa si riferissero parlando delle differenze fra gruppi umani basate sulla discendenza. Con questo evitando di usare termini quali “razza”, “differenze di razza”, che possono essere riduttivi e risultare anche offensivi per qualcuno.

Dall’indagine è emerso che, mentre i modi di parlare delle differenze fra gruppi umani sono considerevolmente diversi in Italia e negli USA, le credenze nel merito che stanno sotto lo sono molto meno.

Le somiglianze di opinioni fra Italiani e Statunitensi sono risultate particolarmente evidenti parlando di sport: ambedue i gruppi condividono gli stereotipi tradizionali sulla fisicità dei Neri per spiegare della grande presenza di atleti di colore in sport come il football americano e la assai scarsa presenza degli stessi ad esempio nella disciplina del nuoto.

Anche i concetti di differenze di razza si sovrappongono, ma non del tutto: gli intervistati italiani sono più propensi a credere nell’esistenza di gruppi umani con temperamenti innati, non modificabili, mentre alle differenze nei corpi è attribuita meno importanza, a differenza di quelle culturali. Invece, gli intervistati USA hanno considerato le differenze nelle culture come estremamente manipolabili.

Morning e Maneri hanno proposto un nuovo approccio alla comprensione delle credenze circa le differenze basate sulla discendenza attraverso l’identificazione dei tratti che la gente ritiene distinguano i gruppi fra di loro, la rilevazione del come la gente ritiene che i tratti siano acquisiti e del se si pensa che tali tratti possano cambiare.

Fra le questioni aperte in Italia, come ha annotato Gaia Giuliani, vi sono quelle relative al “silenzio sulla razza” e la conseguente necessità di ricostruire come le idee sulla bianchezza siano state elaborate e rielaborate nella storia e nel presente.

Nell’Europa dopo il 1945 è come se fosse stato posto un tabù all’uso della parola “razza”, nella conversazione. Questo a differenza di quanto è accaduto negli USA, anche se, va notato, che “razza” costituisce un argomento sensibile.

Inoltre, gli Europei tendono a privilegiare piuttosto l’appartenenza a una classe sociale come fonte di disuguaglianze sociali per la maggiore presenza di tradizioni marxiste e socialiste.

Gli studenti italiani intervistati hanno concordato nel giudicare “razza” una “brutta parola”, ma non hanno avuto difficoltà a parlare delle differenze fra culture come qualcosa di rigido ed ereditario. Così anche termini come “temperamento” o “carattere nazionale” possono finire coll’assumere lo stesso significato di “razza” per indicare ciò che può essere o meno integrato. Ed è così che le differenze possono essere “naturalizzate”, con esiti simili in termini di discriminazione nei riguardi di chi non rientra nella norma culturale, somatica, cromatica di una società.

É importante inquadrare i dati di questo tipo di ricerche con i modi con cui i temi del razzismo sono trattati e discussi. A tale riguardo, è necessario sviluppare la ricerca sul come la politica gestisce la questione perché può aiutare a dare forma al come il tema è inquadrato e trattato nelle società umane.

 

Luigi Benevelli

 

Mantova, 1 marzo 2024

1New York, Russell Sage Foundation, 2022.

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