LA VOCE DELL'INDICIBILE
I suggerimenti della rêverie degli Artisti
di Sabino Nanni

I Giganti (Viaggio nell’oltretomba come modello di un percorso terapeutico. I Inferno, 5 Pozzo dei giganti)

Share this
2 giugno, 2024 - 17:41
di Sabino Nanni
       La quinta parte del mio lavoro “Viaggio nell’oltretomba come modello di un percorso terapeutico” ha come unico contenuto il Canto XXXI, in cui si parla del Pozzo dei giganti. Si tratta di un luogo dell’Inferno del tutto particolare perché, terra di confine, non appartiene più al cerchio VIII che lo sovrasta, ma non ancora del tutto al sottostante cerchio IX, o Cocito, di cui rappresenta, per così dire, l’anticamera. Inoltre, le anime che qui scontano la loro pena hanno la condizione del tutto particolare di dannati e, nello stesso tempo, di custodi. Per l’uso violento della loro forza bruta sono considerati peccatori, e come tali vengono puniti; tuttavia, il loro ufficio è di mettere la stessa forza bruta e la stessa violenza al servizio dell’Autorità suprema.
        Nei giganti possiamo riconoscere il ruolo e la natura di tanti sicari o “sbirri” poco intelligenti. Dotati di forza bruta, finiranno per essere puniti se ne abusano. D’altra parte, quali braccia armate del potere, hanno la facoltà di usare violenza nei confronti di delinquenti, rivoltosi, dissidenti o, in generale, dei nemici dei loro “padroni”; e purtroppo non tutti posseggono l’equilibrio e l’autocontrollo necessari per esercitare tale facoltà con ragionevolezza e solo quando non se ne può fare a meno.
        Di fronte a noi psichiatri possiamo trovarci, come pazienti, persone di questo genere che, per la loro natura, si sono del tutto identificate col loro ruolo. Tuttavia, si tratta di persone che, come tutti coloro che riconoscono la loro malattia e chiedono aiuto, sono entrate in crisi. Se non abbiamo un pieno controllo delle peggiori pulsioni, tutti noi possiamo finire per assomigliare ai giganti danteschi: se ci troviamo a svolgere la funzione di agenti dell’ordine, o di pubblici ufficiali, o di capo-reparto in una fabbrica, o di carcerieri, ecc. In quanto puri esecutori delle disposizioni che ci sono state date, possiamo sempre trovare l’alibi per aver commesso le peggiori azioni, dicendo che ci siamo limitati ad “eseguire gli ordini”.

  
 

Canto XXXI
        Alla fine del canto precedente, la lingua di Virgilio aveva profondamente ferito l’orgoglio di Dante, facendolo arrossire per la vergogna (“mi tinse l’una e l’altra guancia”); però subito lo aveva affettuosamente riconfortato (“la medicina mi riporse”). Il Poeta paragona quella lingua alla lancia, lasciata da Peleo al figlio Achille, capace di procurare una ferita al primo colpo e poi, con quello successivo, magicamente in grado di risanarla (di offrire “buona mancia”, ossia un buon dono).

 
pag. 451, vv. 1 – 6
Una medesma lingua pria mi morse,
sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,
e poi la medicina mi riporse:
 
così od’io che soleva la lancia
d’Achille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di buona mancia.
 

        Sono qui descritti – qui distinti in due momenti – i due aspetti della “frustrazione ottimale” (Kohut) con cui una figura genitoriale favorisce la maturazione del soggetto: la ferita narcisistica che contrasta forme primitive di soddisfacimento pulsionale che si oppongono alla dignità e all’evoluzione dell’individuo; però anche la comprensione empatica e l’affetto con cui tale ferita viene lenita e resa sopportabile.
         Il mezzo con cui Virgilio attua tutto questo è il linguaggio; e non è casuale che Dante lo sottolinei poco prima dell’incontro con Nembrot, il personaggio che si rese responsabile della distruzione di tale modo di comunicazione sopprimendo, di conseguenza, la possibilità di un pieno contatto coi propri simili da cui trarre uno stimolo ad evolversi.

 

         I due Poeti, voltano le spalle (“il dosso”) all’ultima delle Malebolge (il “misero vallone”) e risalgono la scarpata dell’argine (la “ripa”) che la cinge. Procedono in silenzio (“sanza alcun sermone”).

 
pag. 451, vv. 7 – 9
Noi demmo il dosso al misero vallone
su per la ripa che ‘l cinge dintorno,
attraversando sanza dir sermone.
 

        Una volta che tramite il linguaggio si è comunicato qualcosa di emotivamente rilevante, occorre che la parola sia seguita dal silenzio. In tale pausa di pensoso raccoglimento, quel che è stato trasmesso viene elaborato mentalmente ed assimilato. Un flusso ininterrotto di parole ostacolerebbe la comunicazione, anziché favorirla

 

          Il luogo in cui Dante e Virgilio ora si trovano è piuttosto oscuro, meno della notte, ma anche non luminoso come il giorno, cosicché la vista (“’l viso”) non può percepire le cose oltre una breve distanza. Si sente improvvisamente il suono di un corno; un suono così forte che avrebbe superato il fragore di qualsiasi tuono. Esso ricorda al Poeta il terribile richiamo del corno con cui Orlando chiedeva disperatamente aiuto al suo re dopo la rotta di Roncisvalle. Dante rivolge il suo sguardo verso il luogo da cui il suono proviene.

 
pag. 451 – 452, vv. 10 – 18
Qui v’era men che notte e men che giorno,
sì che ‘l viso m’andava innanzi poco;
ma io senti’ sonare un alto corno,
 
tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,
che, contra sé la sua via seguitando,
dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.
 
Dopo la dolorosa rotta quando
Carlo Magno perdé la santa gesta,
non sonò sì terribilmente Orlando.
 

        Dante dirige lo sguardo verso il luogo da cui proviene il suono e intravvede masse enormi e alte che gli sembrano torri; perciò “memore della città di Dite” (cit.), chiede a Virgilio che paese (“terra”) sia quella che sta dinanzi a loro. Virgilio fa presente al suo allievo che siccome sta spingendo lo sguardo più lontano di quanto l’oscurità consenta (“trascorri per le tenebre troppo dalla lungi”), l’immaginazione (il “maginare”) lo fa confondere (“abborri”). Se si spingerà (“congiungi”) là dove ora i sensi lo ingannano, vedrà più chiaramente; perciò lo invita ad affrettarsi (“pungi”). Prendendo Dante affettuosamente per mano, gli spiega che ciò che vede non sono torri, ma giganti conficcati dall’ombelico in giù nel pozzo.

 
pag. 452, vv. 19 – 33
Poco portai in là volta la testa,
che me parve veder molte alte torri;
ond’io: “Maestro, di’, che terra è questa?”
 
Ed elli a me: “Però che tu trascorri
per le tenebre troppo dalla lungi,
avvien che poi nel maginare abborri.
 
Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
quanto ‘l senso s’inganna di lontano;
però alquanto più te stesso pungi.”
 
Poi caramente mi prese per mano,
e disse: “Pria che noi siam più avanti,
acciò che ‘l fatto men ti paia strano,
 
sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno dalla ripa
dall’umbilico in giuso tutti quanti.”
 

        Anche quelle percezioni distorte che in psichiatria chiamiamo “illusioni” possono contenere elementi di verità. In esse l’immaginazione conferisce allo stimolo sensoriale un significato oggettivamente erroneo, ma talora anche qualcosa di più vero di quanto gli occhi possano percepire. Dante non vede nei Giganti figure umane, ma enormi masse di pietra. A questo proposito, Isidoro del Lungo cita il “raffronto proposto dal Frascino fra i giganti danteschi e le omologhe figurazioni artistiche di Michelangelo: “…‘Nelle creazioni di Michelangelo è la vita che domina la massa, qui è la massa che opprime e quasi annulla la vita’…”. Come si vedrà chiaramente più avanti, i Giganti attaccano tutto ciò che caratterizza la vita umana come si configura dopo la nascita; e il risultato è un parziale ritorno alla materia inanimata.

 

        Il chiarimento di Virgilio e la maggiore vicinanza all’orlo del pozzo (“sponda”) permettono a Dante di correggere il suo errore percettivo: come quando la nebbia si dissolve (“dissipa”) ed a poco a poco si mette a fuoco ciò che il vapore che condensa (“stipa”) l’aria aveva celato, così penetrando con lo sguardo (“forando”) attraverso l’oscurità, ora il Poeta percepisce più chiaramente quel che gli sta davanti. Tuttavia, man mano che il suo errore si corregge (“fuggìemi”), cresce in Dante la paura.

 
pag. 453, vv. 34 – 39
Come quando la nebbia si dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciò che cela il vapor che l’aere stipa,
 
così forando l’aura grossa e scura,
più e più appressando ver la sponda,
fuggìemi errore e crescìemi paura;
 

        Dante paragona quel che vede al castello di Monteggioni in cui, sulla cinta di mura, si ergevano numerose torri imponenti. Dopo aver chiarito che si tratta di esseri animati, e non masse di pietra, il Poeta comincia a distinguere la faccia e le membra di uno (“d’alcun”) dei giganti. Esprime, a questo punto, una considerazione d’ordine morale: la Natura quando diede forma (“lasciò l’arte”) ad esseri animati giganteschi, fece assai bene a non conferire (“tòrre”) tali dimensioni agli uomini in guerra (“essecutori” sottratti a “Marte”). Essa, se continua a produrre (“non si pente”) bestie gigantesche, come elefanti e balene, è da ritenersi più giusta e ben discernitiva (“discreta”). Infatti, qualora la ragione umana (“l’argomento della mente”) dovesse associarsi al malvolere ed alla forza bruta (la “possa”), nessuno potrebbe difendersi (“nessun riparo vi può far la gente”).

 
pag. 453 - 458, vv. 46 – 57
E io scorgeva già d’alcun la faccia,
le spalle e ‘l petto e del ventre gran parte,
e per le coste giù ambo le braccia.
 
Natura certo, quando lasciò l’arte
di sì fatti animali, assai fe’ bene
per tòrre tali essecutori a Marte.
 
E s’ella d’elefanti e di balene
non si pente, chi guarda sottilmente,
più giusta e più discreta la ne tiene;
 
ché dove l’argomento della mente
s’aggiugne al mal volere ed alla possa,
nessun riparo vi può far la gente.
 

         Dante fu sempre molto attivo in politica. Sapeva bene che la lotta per il potere è una sorta di guerra, benché in essa s’impieghi prevalentemente una violenza simbolica anziché vere e proprie armi. Tuttavia la potenza dello “argomento della mente” al servizio del malvolere verso gli avversari permette d’escogitare inganni, tranelli, manipolazioni; può, così, rivelarsi ancor più efficace della forza bruta. L’esercizio del potere politico ai danni dei rivali, quindi, può essere molto più pericoloso di quello dell’energia muscolare. D’altronde, il potente può sempre utilizzare la forza bruta dei sicari, o “sbirri”, che eseguono i suoi ordini (“essecutori”). – Modello di questi ultimi sono i giganti infernali: dannati e, nello stesso tempo, guardiani. Puniti per l’uso violento della loro forza bruta, tuttavia pongono questa stessa forza e questa stessa violenza al servizio dell’autorità suprema. – Le parole del Poeta, a giudizio di chi scrive, vanno perciò intese in senso ironico e allusivo. Con la sua sconfitta politica e l’espulsione da Firenze, egli aveva sperimentato in prima persona l’impossibilità di difendersi da avversari che sposano il potere dell’intelletto ad un’aggressività ferina ed alla forza bruta militare.

 

        Il gigante che ha attirato l’attenzione del Poeta ha dimensioni davvero enormi: la sua faccia è lunga e grossa come la pigna di bronzo del Vaticano, come pure mastodontiche sono le sue membra. Come si vedrà poco più avanti, si tratta di Nembrot, il promotore della costruzione della torre di Babele. Egli, per il suo peccato di superbia, ossia la presunzione d’innalzarsi fino al Cielo, fu punito da Dio con la demenza e la confusione del linguaggio. Ed in effetti incomprensibili sono le parole con cui si rivolge a Dante e Virgilio:

 
pag. 458, vv. 67 – 69
“Raphèl may’ amech zabì almì”
cominciò a gridar la fiera bocca,
cui non si convenìa più dolci salmi.
 

        Virgilio risponde a Nembrot in modo ironico e sprezzante: lo invita a desistere dal parlare e d’accontentarsi (“tienti”) del corno, e con esso sfogare la sua rabbia o altre passioni. Confuso e smemorato come è, il gigante è probabile che non sappia più dove si trova tale strumento; perciò Virgilio gli suggerisce di cercarlo sotto al collo, dove pende legato ad una cinghia (“soga”) che gli fascia (“doga”) il petto. Rivolgendosi a Dante, commenta che, con le sue parole oscure, è il gigante stesso a rivelarsi (“s’accusa”) come Nembrot, per colpa del cui cattivo pensiero (“mal coto”) nel mondo non si usa più un’unica lingua a tutti comprensibile. Inutile, perciò, cercare di parlargli: qualsiasi linguaggio gli risulterebbe sconosciuto, come il suo agli altri (“a nullo è noto”)

 
pag. 458 – 459, vv. 70 – 81
E ‘l duca mio ver lui: “Anima sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga
quand’ira o altra passion ti tocca!
 
Cercati al collo, e troverai la soga
che ‘l tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che ‘l gran petto ti doga.”
 
Poi disse a me: “Elli stesso s’accusa;
questi è Nembròt per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non s’usa.
 
Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
ché così è a lui ciascun linguaggio
come ‘l suo ad altrui, ch’a nullo è noto.”
 

        I giganti presentano allo sguardo solo una parte delle loro fattezze umane; dalla vita in giù sono immersi nel pozzo. Quest’immagine pare suggerire, in termini simbolici, che furono nati, come esseri umani, soltanto “a metà”. Il loro investimento narcisistico si rivolse soltanto alle loro caratteristiche corporee ed alla forza muscolare, anziché alle qualità umane – soprattutto le facoltà mentali – che emergono grazie alle cure materne. La madre arcaica (e con lei chiunque si trovasse in una posizione gerarchicamente superiore) fu attaccata. Per la loro “superbia” (la loro cieca “rabbia narcisistica”) si privarono perciò di tutto quanto la genitrice avrebbe potuto offrire, e che avrebbe consentito loro di “nascere” compiutamente come esseri umani. Nel caso di Nembrot, si tratta dell’acquisizione del linguaggio.
        Nembrot sa manifestare la sua ira e le altre passioni unicamente col suono assordante del corno. A Dante, come aveva detto poco prima, ciò fa venire in mente il richiamo disperato con cui Orlando chiedeva aiuto al suo re dopo la rotta di Roncisvalle. Tuttavia ora è chiaro che, per Nembrot, non esiste alcun “re” cui chiedere soccorso, né alcun altro cui rivolgersi. Avendo soppresso, grazie ai suoi attacchi, la possibilità d’esprimersi in modo comprensibile e di capire i messaggi altrui, è rimasto isolato dai suoi simili. La manifestazione del suo disagio è aspecifica, non sa precisare quale tipo di passione potrebbe comunicare; non è più una vera e propria comunicazione, ma solo l’espressione fine a sé stessa di una sofferenza interiore confusamente percepita; come il vagito, rivolto a tutti e a nessuno, di un neonato abbandonato.
        Nembrot ha soppresso quel linguaggio universale (radice di ogni altra lingua), che è comprensibile a tutto il mondo: la comunicazione primordiale non verbale che rende possibile, a madre e neonato, intendersi più di quanto possano fare altri esseri umani fra loro. La sua “superbia” l’ha spinto a credere che abbia valore solo il linguaggio inventato da lui stesso, sganciato da ogni apporto esterno. Non è più un vero linguaggio, ma solo una serie di suoni comprensibili solo a lui, e forse neppure a lui; e senza autentiche parole comunicabili, non è possibile neppure un autentico pensiero. Da qui la sua demenza.

 

        Riguardo ai rapporti tra “superbia” (espressione di un narcisismo primitivo e malato) e confusione del linguaggio, recentemente ho scritto:
        “Nell'odierna psicologia ci s'imbatte regolarmente in una parola che, in ciascuna delle 100 scuole che la usano, ha 100 significati diversi. Per contro, le 100 scuole coniano, ciascuna, una nuova parola “specifica” che significa, più o meno, la stessa cosa dell’ordinaria parola vecchia, e che la sostituisce. Infine, compaiono nuove parole che non significano un bel nulla, e che servono solo a segnalare l'appartenenza ad una scuola piuttosto che alle altre.
        Ciascuna delle 100 scuole pretende d'essere rivoluzionaria al massimo grado: d'aver scoperto ex novo tutto quel che riguarda l'essere umano, cambiando completamente tutto, anche il vocabolario che lo descrive e definisce. Così succede quando 100 soggetti si convincono d'aver scalato le più alte vette del sapere, e ciascuno pretende d'essere l'unico ad averlo fatto. Qualcosa del genere dovette succedere ai tempi della torre di Babele.
        Considerazione di un vecchio psichiatra-analista: quanto sopra è quel che accade quando il linguaggio viene posto al servizio del narcisismo più primitivo, e non di un reale interesse per la materia, oltre che della volontà di comunicare quanto appreso. Però mi chiedo: esprimendo questo concetto in un linguaggio così “vecchio”, quanti dei giovani mi capiranno?”

 

        I due Poeti, procedendo verso sinistra, trovano ad un tiro di balestra un altro gigante ancor più feroce (“fero”) e colossale (“maggio”) di Nembrot. Dante non saprebbe dire chi sia stato l’artefice (“‘l maestro”) dell’impedimento dei suoi movimenti: egli teneva il braccio sinistro attorniato (“soccinto”) da una catena e fissato al petto, e l’altro alla schiena. Il vincolo lo teneva immobilizzato dal collo in giù, e si rigirava intorno al tronco in cinque riprese (“al giro quinto”). Virgilio rende noto a Dante che si tratta di un superbo che volle sperimentare (“essere sperto”) la sua potenza contro il sommo Giove, ed ora sta subendo la meritata punizione (“cotal merto”). Il suo nome è Fialte [o Efialte]. Egli tentò di compiere le grandi gesta (“le gran prove”) che spaventarono gli dei; ed ora le stesse sue braccia che mosse (“menò”), facendone un così cattivo uso, resteranno immobilizzate per sempre.

 
pag. 459 – 461, vv. 82 – 96
Facemmo adunque più lungo viaggio,
volti a sinistra; ed al trar d’un balestro
trovammo l’altro assai più fero e maggio.
 
A cinger lui qual fosse ‘l maestro,
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi l’altro e dietro il braccio destro
 
d’una catena che ‘l tenea avvinto
dal collo in giù, sì che ‘n su lo scoperto
si ravvolgea infino al giro quinto.
 
“Questo superbo volle essere sperto
di sua potenza contro il sommo Giove,”
disse ‘l mio duca “ond’elli ha cotal merto.
 
Fialte ha nome, e fece le gran prove
Quando i giganti fer paura a’ dei:
le braccia ch’el menò, già mai non move.”
 

        Dante, probabilmente, dà per scontata la conoscenza del mito di Efialte da parte del lettore colto dei suoi tempi. Questo personaggio mitico tentò, insieme al fratello Oto, di raggiungere il cielo e gli dei sovrapponendo il monte Ossa al Pelio, suscitando così l’ira di Giove e lo spavento delle altre divinità.
        Se Nembrot, fra le facoltà acquisite grazie alla cura ed all’attenzione materna, attaccò il linguaggio, Fialte soppresse la capacità di compiere liberamente i più svariati tipi di movimento, ponendosi un unico scopo: cercare di raggiungere l’Oggetto arcaico per prenderne il posto. La libertà di movimento degli arti, protetta ed incoraggiata dalla madre arcaica, è il primo modo in cui il bambino può manifestare la sua volontà autonoma. È un dono che ci offrì chi ci aveva fatto nascere come esseri potenzialmente distinti ed indipendenti; un dono che, per essere acquisito compiutamente, richiederebbe all’inizio la protezione ed il sostegno materni. Fialte, utilizzandolo compulsivamente per aggredire chi avrebbe potuto aiutarlo, finì per non concepire altro scopo dei suoi atti se non dar sfogo alla sua ostilità. Lui stesso s’inflisse la punizione dell’immobilità e della rinuncia alla libertà.
        La spinta all’emancipazione (Loewald) in condizioni sane pone al suo servizio sia l’ostilità verso l’oggetto di dipendenza, sia l’investimento narcisistico rivolto alla propria persona distinta ed indipendente. Nei giganti, nati solo “a metà”, questo secondo investimento affettivo mancò fin dall’inizio. Ne emerse una forma di ribellione anomala, puramente distruttiva, priva dello scopo d’acquisire autonomia e libertà: non vollero mai divenire individui separati dall’oggetto arcaico, ma solo prenderne il posto; ossia, in ultima analisi, ritornare ad uno stato fusionale.

 

        Dante, la cui curiosità a questo punto ha vinto la paura, chiede al suo Maestro se è possibile conoscere lo smisurato Briareo. Virgilio gli risponde che conviene, piuttosto, avvicinarsi ad Anteo: questi è più a portata di mano, è in grado di parlare e, essendo libero da vincoli (“disciolto”), potrebbe deporli nel fondo dell’Inferno. D’altra parte, Briareo non offrirebbe nulla di nuovo agli occhi del Poeta: è legato come gli altri giganti che ha già visto e simile a loro anche nell’aspetto, se non per una maggior ferocia del volto.

 
pag. 461, vv. 97 – 105
E io a lui: “S’esser puote, io vorrei
che dello smisurato Briareo
esperienza avesser li occhi miei.”
 
Ond’ei rispuose: “Tu vedrai Anteo
presso di qui che parla ed è disciolto,
che ne porrà nel fondo d’ogni reo.
 
Quel che tu vuo’ veder, più in là è molto,
ed è legato e fatto come questo,
salvo che più feroce par nel volto.”
 

        L’accenno di Virgilio alla maggior ferocia di Briareo suscita l’ira di Fialte. Non ci fu mai terremoto così violento (“rubesto”) da scuotere una torre con la stessa veemenza con cui questo dannato prende ad agitarsi. Dante è ripreso dal panico; per farlo morire sarebbe bastata (“non v’era mestier”) la paura (“la dotta”), se non avesse visto le catene avvolte (“le ritorte”) attorno al corpo di Fialte.

 
pag. 461 – 462, vv. 106 – 111
Non fu tremoto già tanto rubesto,
che scotesse una torre così forte,
come Fialte a scuotersi fu presto.
 
Allor temett’io più che mai la morte,
e non v’era mestier più che la dotta,
s’io non avessi visto le ritorte.
 

        Briareo aveva partecipato, insieme a Fialte, all’impresa temeraria della scalata del cielo. Tuttavia, l’orgoglio ferito di quest’ultimo prende il sopravvento sul sentimento di cameratismo. I giganti (con la sola, parziale eccezione di Anteo) sono esseri primitivi e perversi: il loro investimento narcisistico si rivolge solo alla forza muscolare ed alla violenza di cui questa li rende capaci. Sono gelosi della loro supremazia in tale campo, non tollerano che qualcuno la metta in dubbio. La rabbia che ne risulta sopprime ogni altro sentimento.

 

        Allora (“allotta”), presumibilmente allo scopo d’allontanarsi da Fialte, i due Poeti procedono più avanti, e giungono in prossimità di Anteo. Questi emerge dal pozzo (“della grotta”) per notevole altezza (per “ben cinque alle”, essendo queste una misura inglese o fiamminga), anche senza contare la testa. Virgilio si rivolge a lui in termini elogiativi e lusinghieri: egli visse nella “fortunata valle” [quella di Zama] che portò (“fece reda”) gloria a Scipione per aver sconfitto Annibale. Lì mille leoni [della cui carne si nutriva] furono la sua preda. Se – continua Virgilio – Anteo avesse partecipato all’impresa temeraria della scalata del cielo (“alta guerra”) degli altri giganti, suoi fratelli in quanto “figli della terra”, essi avrebbero vinto. Il Maestro di Dante prega questo custode/dannato di deporre lui ed il suo allievo là dove il gelo agghiaccia (“serra”) le acque del Cocito. Non li costringa a ricorrere ad altri giganti, come Tizio o Tifone (“Tifo”). Gli conviene perché Dante, ancora vivente e destinato a sopravvivere ancora a lungo – se la volontà divina (“Grazia”) non lo chiama a sé anzi tempo, – potrebbe offrirgli ciò che nell’Inferno si desidera più intensamente (“si brama”): diffondere nel mondo la sua fama.

 
pag. 462 – 463, vv. 112 – 129
Noi procedemmo più avante allotta,
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
sanza la testa, uscìa fuor della grotta.
 
“O tu che nella fortunata valle
che fece Scipion di gloria reda,
quand’Annibàl co’ suoi diede le spalle,
 
recasti già mille leon per preda,
e che fossi stato all’alta guerra
de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda
 
ch’avrebber vinto i figli della terra;
mettine giù, e non ten venga schifo,
dove Cocito la freddura serra.
 
Non ci far ire a Tizio né a Tifo:
questi può dar di quel che qui si brama;
però ti china, e non torcer lo grifo.
 
Ancor ti può nel mondo render fama,
ch’el vive, e lunga vita ancora aspetta
se innanzi tempo Grazia a sé nol chiama.”
 
 

        Qui Dante, per voce di Virgilio, dà prova delle sue capacità diplomatiche, acquisite nella lunga esperienza di politico e di ambasciatore. Le sue parole, rivolte ad Anteo, non sono vere e proprie menzogne; sono, piuttosto, esaltazioni ed esagerazioni dei suoi effettivi meriti; sono, quindi, più credibili. C’è, però, qualche sfumatura di falsità: Anteo, essendo nato dopo l’impresa di Fialte e Briareo, non poté parteciparvi (ed è per questo che è punito meno severamente); tuttavia Virgilio presenta questo merito involontario come mancata occasione in cui avrebbe sicuramente dimostrato tutto il suo valore: ha capito che, se solo avesse potuto, Anteo avrebbe volentieri fatto parte della “alta guerra” contro gli dei e che, quindi, non è del tutto innocente.
        La scaltrezza diplomatica di Virgilio si rivela particolarmente efficace grazie all’ingenuità ed alla credulità infantili di Anteo. Egli è un essere primitivo, ma non altrettanto feroce e disincantato quanto gli altri giganti.
        Il mito ci presenta Anteo come gigante invincibile perché, grazie alla protezione della sua terra madre, ogni volta che cadeva e la toccava, riacquistava le forze. Lo vinse solo un personaggio dotato non solo di forza bruta, ma anche di un po’ d’acume: Ercole, che lo strangolò tenendolo sollevato in aria.
        Anteo, a differenza degli altri giganti, mantenne un rapporto affettuoso con la sua madre arcaica (la “terra madre”). Grazie a questo, presenta una minore ferocia, una più modesta pericolosità ed un ingenuo candore infantile che manca agli altri. Il commentatore Parodi (cit.) lo definisce, per questo, uno “sciocco megalomane”.

 

        Le parole di Virgilio convincono Anteo: questi prontamente porge le sue mani (quelle mani che sentirono la stretta di Ercole) ed afferra il Maestro di Dante. Virgilio, sentendosi prendere, dice a Dante di farsi avanti, in modo che possa abbracciarlo e fare di entrambi come un sol fascio. L’aspetto di Anteo è imponente e temibile: mentre si sta chinando per accogliere i Poeti, a Dante dà l’impressione di una massa enorme che sta per crollare. Lo paragona all’effetto illusorio che produce la Garisenda di Bologna (com’è noto, pendente come la torre di Pisa) quando, muovendosi una nuvola al di sopra in direzione opposta alla sua pendenza, sembra sul punto di cadere. Il Poeta ne rimane intimorito; tuttavia Anteo, in contrasto con tale aspetto pauroso, dimostra gentilezza ponendo delicatamente (“lievemente”) Dante e Virgilio al fondo dell’Inferno. Poi, con la stessa prontezza dell’albero di una nave che era stata piegata su di un fianco dai marosi, si raddrizza senza indugio.

 
pag. 463, vv. 130 – 145
Così disse ’l maestro; e quelli in fretta
le man distese e prese il duca mio,
ond’Ercule sentì la grande stretta.
 
Virgilio, quando prender si sentìo,
disse a me: “Fatti qua, sì ch’io ti prenda”;
poi fece sì ch’un fascio era elli e io.
 
Qual pare a riguardar la Garisenda
sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada
sovr’essa sì, che ella incontro penda;
 
tal parve Anteo a me che stava a bada
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.
 
Ma lievemente al fondo che divora
Lucifero con Giuda, ci sposò;
né, sì chinato, lì fece dimora,
 
e come albero di nave si levò.
 

        Forse, più che “megalomane sciocco”, Anteo potrebbe essere meglio definito come “infantile”. Come un bambino, egli si rivela ingenuo, credulone, egocentrico. Però, se la sua vanità puerile viene lusingata, egli è anche capace di dar prova di una forma elementare di “bontà”, unita all’accortezza dei movimenti ed al riguardo per gli altri che sono tipici di una persona adulta.

> Lascia un commento



Totale visualizzazioni: 222