A cuore aperto: intervista a Claudio Onofri

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18 settembre, 2012 - 18:10

 

Claudio Onofri è uno sportvo molto noto a Genova. Ha prima militato per molti anni quale calciatore nel Genoa e l'anno scorso ha assunto la guida tecnica della squadra salvandola dalla retrocessione. Quest'anno dopo poche giornate di campionato si è dimesso dall'incarico dichiarando pubblicamente il suo grave disagio a sopportare oltre il peso che psicologicamente gli derivava dal ruolo. POL.it lo ha incontrato e intervistato.

Incontro Claudio Onofri nella sede del Genoa tra cumuli di documenti contabili: pare che da un po’ di tempo a questa parte lo sport preferito da quelle parti siano le visite di manipoli di commercialisti di varia estrazione ed origine, mandati in avanscoperta da potenziali acquirenti per lo studio delle derelitte e per questo, forse, un po’ complicate finanze del vecchio Grifone.

Ci conosciamo da una vita Claudio ed io e quella che segue è la testimonianza fedele di un lungo colloquio sincero….

COMINCIANDO DALLA FINE…….

"Lo stress inteso nell’accezione comune che si dà al termine non è stata la causa per la quale ho smesso: il mestiere dell’allenatore, a livello di una squadra come il Genoa in tutta onestà, non comporta un affaticamento fisico o mentale tale da giustificare l’insorgere di uno stress insostenibile ci sono lavori ben peggiori. Il problema è solo mio, personale e sta tutto nel mio rapporto con le responsabilità, nel tipo di risposta che io ho, da sempre, nei confronti appunto delle responsabilità che da un lavoro di tal fatta necessariamente discendono, in una situazione per l’altro, qui a Genova, particolarmente favorevole per me.

Diventa un modo di vivere… di non vivere…. perché tutto ma proprio tutto, le mie attenzioni consce ed inconsce sono concentrate sull’evento che deve arrivare, sull’obiettivo che debbo raggiungere. Questo comporta dentro di me un peso insostenibile che io colloco qui dentro la pancia… lo avverto fisicamente, tutto il giorno, tutti i giorni. Le conseguenze: relazioni sociali ridotte ai minimi termini, con la testa sempre da un’altra parte, sempre là… niente più vita privata. Eppure questo è stato il mestiere che ho scelto, se mi immagino in questo momento su un campo di calcio a ad allenare senza il pensiero del risultato della domenica provo una gioia incredibile: mi piace insegnare, mi piace trasmettere, mi piace parlare con i giocatori purtroppo non riesco a reggere l’impatto con la responsabilità che debbo assolvere in quel ruolo che tanto mi piace….. E questo non è mai dipeso da altro che non fossi io, in questi giorni mi volevano far dire che dipendeva dalla situazione societaria o dalla morte di Fabrizio Gorin… addirittura nella situazione di angoscia in cui mi trovavo, con tutto il dolore profondo che posso aver provato per Fabrizio, la tendenza era di usare quell’evento come alibi e nemmeno tanto inconsciamente, pur sapendo che non era vero, ecco perché ho voluto dire la verità senza cadere nella "trappola" che io stesso avevo architettato… prima del Derby la tentazione è stata forte. Quando arrivi a questi punti è necessario fare una scelta…..io l’ho fatta. Ora mi sento più sereno, mi sono liberato almeno in parte di quel peso, mi sembra di essere tornato a vivere, anche se sarei bugiardo se non dicessi che in fondo certe cose non mi mancano.

 

CON SCOGLIO IN PANCHINA

"Molte persone che fanno questo lavoro avrebbero vissuto molto più serenamente questo periodo. Era Scoglio l’allenatore ed il primo responsabile, ma ero io che in panchina trasmettevo le sue idee, Franco riconosceva ed apprezzava la mia partecipazione totale alla causa, stavo male ma onestamente meno che nella situazione di prima responsabilità, lo spicchio della vita personale era un po’ più ampio…. la cosa più sopportabile."

 

RIPERCORRENDO UNA CARRIERA IMPERFETTA

" Ho cominciato con i ragazzi del Genoa, poi sono andato ad allenare l’Ospitaletto in C2, abbiamo cominciato bene la Coppa Italia con una vittoria poi siamo andati a Bergamo a giocare con la Virescit e abbiamo perso 2 a 1. Al ritorno, in macchina, con il mio secondo di allora, sono dovuto stare disteso sul sedile fino a casa senza spiccicare una parola, come se la mia carriera fosse stata compromessa da quel risultato negativo, vedevo tutto nero, allora come ora, ingigantendo le cose… razionalmente capisco che è assurdo, pur nella naturale precarietà del ruolo dell’allenatore, ma ragionare non mi è mai servito a nulla…. È un lavoro pubblico che ti espone naturalmente al giudizio della gente, ho sempre combattuto con questi stati d’animo, ho cercato sempre di non tirarmi indietro anche se a volte la tensione mi ha impedito di dare, anche in allenamento, forse tutto quello che avrei potuto. Quando allenavo il Ravenna, in serie B, il martedì mattina quando dovevo partire per riprendere il lavoro, facevo come i bambini: mi inventavo di avere la febbre, dicevo a mia moglie di non sentirmi bene, capivo perfettamente che era la voglia di non andarci… poi è chiaro partivo, ma era tremendo…

 

ZELIG

Ho un profondo desiderio di essere accettato da tutti e vivo nella paura che ciò possa non accadere sia nel pubblico che nel privato, è una spada di Damocle che hai sulla testa tutti i giorni… Io amo molto il cinema di Woody Allen e c’è un suo film che credo mi rappresenti bene, "ZELIG", sinceramente io credo di avere dentro di me la tendenza a cercare di compiacere l’altro addirittura cercando di adattarmi al suo modo di parlare, cercando di capire cosa "vuole" il mio interlocutore… mi salvano le amicizie vere, le persone con cui riesco ad essere totalmente me stesso.

Mi sono domandato il perché di tale comportamento: io credo che tutto risalga alla famiglia che ho avuto, un padre molto assente per motivi di lavoro e di personalità, una madre "molto presente" e con una personalità più forte, questa madre aveva su di me delle grandi aspettative, anche all’interno della famiglia tra me e mia sorella: io ero quello bello, quello intelligente, quello che avrebbe dovuto riuscire nella vita… mi sentivo in continua competizione con tutti e con me stesso tra ciò che ero e ciò che dovevo essere, perennemente insoddisfatto dei risultati ottenuti.

 

FARE IL LIBERO CON IL GROPPO IN GOLA

I miei compagni, quando giocavo sentivano la tensione solo all’ultimo, poche ore prima della gara… io cominciavo dal mercoledì, i primi giorni non ci pensavo ed è questa la differenza tra giocare ed allenare, come allenatore non stacchi mai…. Io sentivo l’impegno in maniera spropositata… arrivavo alla gara tesissimo e concentratissimo, se riguardo alla mia carriera, specie da quando ho incominciato a giocare come libero, io credo di avere sbagliato pochissime partite, mi ricordo uno e due errori clamorosi perché era talmente forte la concentrazione e la paura di sbagliare e di far brutta figura che riuscivo sempre dare il massimo… ogni palla era quella della vita. Ho detto spesso a Malagò che ha grandi mezzi, ma è un ragazzino…. che in tutta la mia carriera non ho fatto gli errori che lui ha fatto in questi due anni, ma è il prezzo che devi pagare che mi interessa ed era ed è insostenibile.

 

LA PROFESSIONE PIU’ BELLA DEL MONDO

E’ così che ho perso la gioia di vivere la professione più bella del mondo almeno per me, prima come calciatore ed oggi ancor di più come allenatore, ho perso la possibilità di confrontarmi con le mie capacità, di emergere e fare carriera. Io avrei fatto il calciatore con la stessa voglia la stessa passione anche se non fossi stato pagato, è sempre stata la mia passione fin da piccolo, sentivo le partite alla radio, i collegamenti.. mi ricordo tutti i nomi dei calciatori di allora… stare nel mondo del calcio mi sembra un regalo, lo stipendio di allenatore delle giovanili del Genoa mi basta e avanza… a volte mi sembra una cosa fuori dal mondo che mi vengano dati dei soldi per fare una cosa che mi appaga così tanto.. in un posto come Genova dove vivo .. per una squadra a cui mi sento tanto legato… in questo mondo del calcio di oggi in cui i soldi sono al centro di tutto non riesco a riconoscermi… ciò che vorrei dopo tanti anni di lavoro…. ciò di cui sarei orgoglioso… è "essere ricordato".

 

Claudio Onori è un "omone" intelligente ma fragile che credo meriti prima di tutto il nostro rispetto ed il nostro affetto, ciò che egli nevroticamente teme di non poter avere, non "sapendo" che invece lo ha già……

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Commenti

Lo ricorderemo sicuramente tutti noi col cuore rossoblù, e con molto, molto affetto. Se hai occasione, diglielo, Francesco :-)


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