INTERVISTA A ANTONIO VITA ..... psichiatria al femminile

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18 settembre, 2012 - 17:21

Un argomento a nostro parere di grande interesse, in questo momento, e' quello della psichiatria al femminile.

Secondo Lei come mai sempre piu' la psichiatria e' declinata alle donne, nel senso che le scuole di specialita' sono sempre piu' piene di specializzande e sempre meno di specializzandi? Come mai - anche alla luce della Sua esperienza di Direttore di DSM - ci sono sempre piu' giovani medici donne che scelgono di abbracciare la psichiatria e sempre meno uomini che intraprendono questa professione,?
Credo che ci siano varie ragioni che possono essere invocate per specificare questa tendenza che effettivamente io stesso osservo e condivido. Da un lato naturalmente questo e' parallelo allo sviluppo della capacita' professionale delle donne in molti campi e quindi ne consegue che anche in un campo specialistico come il nostro ci sia sempre piu' interesse ed impegno da parte delle professioniste al femminile, e questa e' una prima ragione generale. La seconda ragione, che puo' essere piu' specifica, e' che credo che le donne abbiano un interesse ed un'attitudine alla relazione interpersonale e quindi la capacita' d'interloquire con il paziente - con il cliente come si usa definirlo adesso - che e' crescente e che in qualche modo sta superando e forse sostituendo quella classicamente proposta dall'uomo.
C'e' un altro elemento probabilmente da chiamare in causa, ovvero che la nostra specialita' non e' particolarmente "remunerativa" ed a volte " questa e' la tendenza della nostra societa' " gli uomini si indirizzano maggiormente verso professioni piu' gratificanti sul piano economico, che non comprendono molte branche della medicina inclusa la psichiatria. Pertanto si deve forse attribuire il risultato della suddetta situazione all'intrecciarsi di questi tre elementi: uno di sviluppo complessivo della societa' e del ruolo della donna nella societa', l'altro piu' specifico della capacita' d'incontro e di relazione che e' dote femminile, ed infine appunto questo relativo alla capacita' anche produttiva e quindi economica della nostra specialita' che devo dire che non e' da questo punto di vista tra le piu' gratificate.

Il consiglio direttivo della SIP e', invece, rappresentato praticamente solo da uomini, nel senso che nell'elenco dei candidati all'elezione che avverra' domani sono incluse solo due donne. Secondo Lei perche' la presenza cosi' massiccia nei reparti, nei DSM, nelle universita', non solo di specializzande, bensi' oramai anche di specialiste che lavorano anche con compiti direzionali, non ha " come del resto accade in altri ambiti - un corrispettivo in una presenza altrettanto adeguata all'interno del direttivo della Società, che pur le rappresenta?
Credo che ne' nella SIP nazionale e neppure nelle Sezioni Regionali e nelle Sezioni Speciali esistano quote da attribuire agli uomini o alle donne, ritengo piuttosto che ci sia una latenza, come spesso accade, tra la fase d'interesse crescente che dicevamo prima essere molto tipica dell'ingresso in massa della componente femminile nella professione e quella che e' invece poi la rappresentativita' a livello istituzionale; questo penso che valga per i primari psichiatri, piuttosto che per i direttori di cattedra, ma ritengo che sia solo una questione di tempo, di latenza temporale, e che assisteremo nel corso degli anni sempre piu' ad un ribaltamento di queste proporzioni. Fra qualche anno ci ritroveremo a chiederci esattamente l'opposto, come mai ci sia una maggiore rappresentanza femminile rispetto a quella maschile anche negli ambienti istituzionali.

Alla luce, pero', di questa presenza femminile, Lei pensa ad una direzione del DSM che cambiera' in qualche modo la pratica psichiatrica? Vale a dire, questa crescente presenza di donne nell'ambito dei DSM, all'interno degli ambulatori di psichiatria, dentro tutti i vari passaggi che la rete dei servizi offre, secondo Lei portera' ad un mutamento? Altro corollario, dal momento che Lei viaggia molto: la stessa cosa succede anche all'estero?
Credo che sia, davvero, questo un percorso, un processo diffuso, un po' ubiquitario, non solo presente nel nostro paese ma anche in altri, ovviamente con tempi ed anche modalita' che sono poi propri degli sviluppi di ciascuna societa' e di ciascuna cultura. Non penso che questo comportera' un cambiamento sostanziale: oggigiorno la nostra pratica e' guidata sempre di piu' da delle linee guida condivise, da dei protocolli condivisi di azione sia diagnostica che terapeutica; anche sotto il profilo organizzativo esistono sempre di piu' delle linee che sono, come dire, condivise e basate anche su evidenze, evidenze scientifiche, di efficacia, di efficienza, per cui non credo che la composizione del rapporto uomo-donna cambiera', se non nella direzione, che pero' e' condivisa, di una progressiva umanizzazione. Io ritengo che il concetto di umanizzazione e di miglioramento della qualita' anche del rapporto, che non e' un obiettivo genere-specifico, evidentemente, ma e' un obiettivo complessivo della comunita' scientifica e degli operatori della Salute Mentale, interessera' gli uni e gli altri indifferentemente.

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