LE MANI IN PASTA
Psicologie, Psichiatrie e dintorni. Informazione, divulgazione, orientamento e anche disinformazione, errori, dabbenaggini.
di Rolando Ciofi

Il CNOP non ne ha bisogno, ma ugualmente voglio spezzare una lancia a suo favore

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14 aprile, 2015 - 19:42
di Rolando Ciofi

Sulla pagina facebook del Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi è in corso un acceso dibattito su un editoriale uscito sul giornale La Croce di Mario Adinolfi.



Sul tema voglio esprimere qualche pensiero. 

Come psicologo trovo che il mio compito consista nel tentare di comprendere le dinamiche complesse che mi vengono sottoposte, e, su richiesta dei miei clienti, a tali dinamiche tentare di dare risposte di dimensione adattiva. Il termine "adattivo" è estremamente ampio ed implica una valutazione del principio di realtà che non può sfuggire a implicazioni ideologiche. Ne sono consapevole. Dentro l'"adattabilità" vi è l'idea che si ha della salute, l'idea che si ha delle relazioni sociali, l'idea che si ha dell'organizzazione della comunità, l'idea che si ha della filosofia di vita, della religione, del mondo. Come essere umano, consapevole dei propri limiti e della propria ignoranza, rifuggo, non sempre ma spesso, dal dare giudizi. Non avrei scelto questa professione se mi fosse stata data disinvoltura e facilità nel giudicare. Si può esprimere giudizio su ciò che a fondo si conosce... e conoscere a fondo è percorso (per me) difficile e faticoso.  E veniamo al tema delle terapie riparative che nell'articolo di cui si dibatte non sono citate ma che i colleghi hanno introdotto nei loro commenti in considerazione del fatto (più che noto) che il giornale che ospita l'articolo stesso non fa mistero di essere favorevole a tale pratica..
 
 
Condivido la posizione dell'APA, del Presidente degli Stati Uniti, della comunità internazionale degli psicologi, dell'Ordine Nazionale e dei vari Ordini regionali che si sono espressi. Sono contrario alle terapie riparative così come lo sarei di fronte ad una recrudescenza dell'eugenetica, così come lo sono di fronte a vaneggiamenti razzisti e così come in generale sono contrario a qualunque intervento o ideologia che pretenda di violentare la soggettività. La nostra (da poco più o poco meno di cento anni) è l'era del paradigma della soggettività.



Ma c'è una differenza non banale tra l'avere una posizione chiara e farla valere attraverso atti e comportamenti ed il fare di questa posizione una ideologia in quanto tale necessitante di proselitismo di fidelizzazione, di casi esemplari.



E francamente molti dei commenti che ho letto, provenienti da colleghi autorevoli, mi sono parsi appartenere a questa seconda dimensione.



Attenzione perché si rischia così di perdere di vista che il dibattito è di natura culturale... ed il metabolismo dei dibattiti culturali è lento, e sempre ulteriormente rallentato dagli integralismi intervenienti. 



E' stato autorevolmente teorizzato, sia in America che nel nostro paese, sul finire degli anni sessanta (mezzo secolo fa), il concetto di "psicologia militante". L'idea era che funzione primaria dello psicologo fosse quella di lavorare attivamente per cambiare il sistema e dunque attraverso tale attività migliorare la condizione dei singoli soggetti.



Difficile dire se sia un bene od un male ma la comunità scientifica internazionale ha scelto una strada diversa. Dal mio punto di vista meno onnipotente e dunque più "sana". Noi psicologi, con la nostra scienza e le nostre tecniche portiamo certo il nostro contributo al cambiamento e all'evoluzione del mondo ma riconosciamo alla politica ed alla sua dialettica democratica e pluralista il compito di dirigere ed orientare tale cambiamento.
 
Il nostro ruolo non è dunque quello di stigmatizzare od esaltare ciò che dal mondo della politica arriva bensì quello di analizzarlo ed effettuare ponderate restituzioni.



Trovo dunque corretto che l'Ordine Nazionale abbia proposto e continui a proporre dibattiti difficili dando conto anche di posizioni molto distanti dal comune sentire della comunità professionale e francamente piuttosto che leggere il coro degli indignati nei confronti dell'Ordine stesso mi sarebbe piaciuto di più leggere il parere di quei colleghi facenti parte dell'associazione "non si tocca la famiglia" (ammesso che in tale associazione ci sia qualche collega e che l'affermazione fatta nell'articolo non sia una mera invenzione giornalistica). Mi sarebbe anche piaciuto, per poterlo contestualizzare meglio, conoscere il progetto di cui si tratta visto dalla parte dei proponenti.



Infine, per quanto faticoso vorrei essere, io per primo, ma con me la comunità alla quale appartengo, un poco meno ipocrita. Ognuno di noi sta rendendosi conto dell'imbarbarimento del mondo nel quale viviamo, imbarbarimento che avviene, come correttamente denuncia nel silenzio di ogni possibile interlocutore Papa Francesco, "nella totale indifferenza dei più". La conta dei morti nel nostro canale di sicilia, la condanna per essere uno stato che pratica la tortura, la soglia di povertà estesa ormai ad un quinto della popolazione del nostro paese sembrano temi tiepidi per la nostra comunità professionale che si accalora molto di più attorno ai sacrosanti temi dei diritti civili. 



Tutto comprensibile naturalmente, ma se proprio volessimo resuscitare lo psicologo militante ed ideologicizzato teniamo in mente che il mondo è terribilmente complesso e sottopone alla nostra attenzione una infinità di temi sensibil
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