L'EGIZIANO

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7 gennaio, 2013 - 19:38




Massimo Mannucci

Giudice

Mi ero fatto crescere i baffi per invecchiare quel viso da adolescente ribelle: il giorno della discussione della tesi di laurea volevo ostentare l’autorevolezza di un uomo.

L’Università islamica di al-Azhar, uno dei più prestigiosi atenei di tutto il mondo sunnita, sorgeva austera nel centro storico del Cairo, dietro la moschea e vicino alla zona archeologica.

La fontana, troneggiante come sempre nel bel mezzo del cortile, zampillava l’acqua un po’ più in alto del solito, almeno così mi sembrava.

Nell’aula l’eloquio era brillante, l’esposizione chiara, la mimica non ridondante, perciò riuscì a destare l’interesse dei componenti della commissione che erano assorti nel loro solito torpore accademico.

Ero il primo membro della mia grande famiglia a laurearsi, pertanto i complimenti di amici e parenti furono sinceri e graditi.

- Dovrai organizzare una festa di laurea indimenticabile - disse mia madre orgogliosa per il risultato raggiunto dal suo "bambino" diventato grande quasi a sua insaputa.

Iniziarono i progetti per il futuro: mio padre funzionario di banca mi propose uno studio legale di cui l’istituto di credito era cliente. Ma io ero affascinato dall’Europa, in particolare dall’Italia dove la prima volta ero approdato con una borsa di studio per l’apprendimento della lingua e dove successivamente avevo trascorso, in particolare a Perugia, alcuni periodi di vacanza-studio per approfondire aspetti di diritto comparato.

I modelli giuridici occidentali mi affascinavano e cominciavo ad apprezzarne la validità in rapporto a quelli islamici dove la sfera religiosa e quella politica sono praticamente sovrapposte, non v’è separazione tra religione, società e Stato e la fede non è facilmente coniugabile con autentici principi di libertà e di democrazia.

Questa mia passione veniva, con mio grande cruccio, giudicata insana dai miei familiari e anche dai miei amici che non riuscivano proprio a condividerla, ma neppure a comprenderla.

Tuttavia, nonostante l’isolamento in cui rischiava di farmi precipitare, l’Occidente con la sua apertura alla modernità tramite un confronto permeabile con la storia e con le altre realtà socio culturali, continuava ad esercitare su di me un’attrattiva formidabile: fu così che mi procurai giornali italiani con offerte di lavoro. Su uno di questi lessi un annuncio: "Studio legale internazionale cerca per la sede di Milano praticante procuratore legale con buona conoscenza lingua inglese e diritto dei paesi arabi".

Senza neppure chiudere il giornale, corsi a stampare il curriculum.

"Cittadino egiziano, desideroso di lavorare in Italia trasmetto il mio curriculum. Con le migliori speranze. Il Cairo, lì 22 settembre 1983" in un italiano un po’ stentato vergai le due righe di accompagnamento, presi una busta, mi precipitai all’ufficio postale e imbucai il tutto nella cassetta della posta aerea.

Dopo due settimane, mentre ero intento a leggere i sacri versetti del Corano, squillò il campanello. Era il solito postino, ma stavolta aveva in mano un telegramma proveniente dall’Italia. Mi balzò subito agli occhi, abbagliante come una luce riflessa sullo specchio, la carta stampata dello studio legale Galli & partners con sedi a Milano, Roma e Bruxelles.

Cercai il tagliacarte d’argento regalo del nonno, lo trovai, mi sedetti e cominciai ad aprire il plico con esasperante lentezza: come se il rituale potesse costituire un auspicio favorevole. Non serviva alcun gesto scaramantico, lo studio Galli & partners mi invitava per un colloquio il ventiquattro ottobre alle ore dieci in punto.

Non svenni, ma l’emozione mi annichiliva: la voce era bloccata, uscii da casa di corsa e mi diressi alla banca dove lavorava mio padre. Mi presentai davanti a lui ansimante e riuscii a balbettare la buona notizia. Egli era più contento per suo figlio che per sé, ma riuscì a mascherare il rammarico di vederlo partire per un’avventura che lo avrebbe portato lontano dalla famiglia e dalla terra natìa.

Il mattino dopo ero già nell’agenzia di viaggi a prenotare il volo per Milano Linate. Trascorsi tutti i giorni precedenti alla partenza a vagheggiare l’incontro con il capo dello studio legale: mi immaginavo il saluto, la forza della stretta di mano, il modulare delle prime parole…

Avevo la consapevolezza che sarei riuscito a vincere la selezione ed a farmi assumere. Ne ero talmente convinto che avevo trasmesso quella stessa consapevolezza ai miei familiari i quali si erano già tutti rassegnati ad avere un figlio avvocato a Milano.

Arrivato a Milano, il giorno prima dell’appuntamento mi misi a passeggiare per la città, dapprima senza meta mentre dopo pensai di recarmi davanti alla sede dello studio legale in via della Spiga. Almeno tre volte, coprii il tragitto tra l’albergo dove ero alloggiato e gli uffici dove ero sicuro che avrei trascorso i successivi anni della mia vita. La targa era di dimensioni più contenute di quelle che avevo immaginato, sobria, senza fronzoli, e con la sola indicazione del piano dove era allocato lo studio: il quarto.

Il giorno successivo ero inappuntabile, almeno così mi sembrava, perfetto il taglio dei capelli, adeguato l’abito, alle stelle l’entusiasmo.

Durante l’attesa mi dedicai al solito sfoglio dei giornali nell’anticamera. La coincidenza volle che mi capitasse tra le mani un resoconto di una crociera sul Nilo: indimenticabile la definiva l’articolista. Non avevo ancora finito di condividere l’aggettivo usato che…

- Entri pure dott. Yasef - suonò stridula la voce di una segretaria alta e magra con i capelli stretti in un laccio di colore rosso fuoco.

La porta si dischiuse e si stagliò la figura dell’avv. Anton Giulio Galli del foro di Milano in piedi dietro la sua scrivania che mi porgeva la mano destra ingaggiando una stretta più vigorosa di quella prevista. Era un uomo di alta statura, distinto, sulla sessantina, occhi cerulei e capelli brizzolati, era vestito con ricercata eleganza, ma senza eccedere. Al polso ostentava il solito Rolex.

- Allora! Lei vuole fare l’avvocato a Milano, se ne pentirà… - approcciò in modo inaspettato.

Abbozzai un sorrisetto di circostanza, l’esordio era imbarazzante, tuttavia ben presto riuscii a rilassarmi e a fargli capire quali fossero le motivazioni che mi spingevano ed il grado della mia preparazione.

Mi spiegò che alcuni loro importanti clienti intrattenevano rapporti di affari sempre più intensi con i paesi arabi ed il contenzioso si stava, fortunatamente per lui, incrementando.

Il colloquio si concluse con soddisfazione reciproca, almeno così ritenevo.

Fui congedato con un arrivederci che suonava più come un auspicio che come un semplice saluto, anche se la comunicazione ufficiale l’avrei ricevuta dopo qualche giorno, essendo la selezione ormai praticamente conclusa.

Passarono giorni pieni di speranza e di impazienza finché, non resistendo ormai oltre, mi permisi di passare dallo studio per avere notizie.

La segretaria senza preamboli mi annunciò:

- Mi dispiace, è stato preferito un altro candidato. -

Una lacrima solcò incontrollabile il mio volto e trovò un argine malfermo nell’angolo della bocca che balbettò:

- Ma come è possibile! -

- Purtroppo a volte incidono altri fattori oltre alla preparazione… - si lasciò sfuggire la segretaria in modo forse poco professionale, ma sincero.

Non ricordo adesso se scambiammo altre parole, ricordo solo il rumore della porta di legno massiccio che si chiuse dietro di me come la pietra su una tomba.

Ero disperato, affranto, deluso, ma anche adirato per quella raccomandazione che a me era mancata.

Vagai per ore sotto la pioggerella milanese per le vie della città, senza meta: non sapevo proprio che pesci prendere. Non potevo tornare in Egitto e mostrare la mia sconfitta dopo che ero partito con la spocchiosa alterigia di chi si accinge a conquistare il mondo.

Non potevo tornare a casa a farmi curare le ferite dalla mamma dopo averle ricordato che ero ormai diventato grande e non avevo più bisogno di lei.

- Che pazzo incosciente sono stato! - Pensai tra me e me.

Allora decisi che sarei rimasto a Milano perché sicuramente un altro studio legale, magari meno blasonato, non si sarebbe certamente lasciato sfuggire un valido collaboratore come me!

Invece tutti gli altri studi legali che riuscii a contattare durante quella spasmodica ricerca, furono così sprovveduti da rifiutare i miei qualificati servigi.

- Terremo in considerazione il suo curriculum, la contatteremo quando avremo necessità. - Fu questa la risposta più incoraggiante…

 

Ormai mi aggiravo per le strade della metropoli lombarda con aria spettrale, in attesa di consumare tutto il poco denaro con il quale ero partito: nel frattempo, però, avevo avuto il buon senso di acquistare il biglietto di ritorno.

Mi sentivo terribilmente solo, tutto mi sembrava ostile. I nemici si nascondevano ovunque e sentivo il mio cuore ferito, attaccato da fendenti tanto invisibili quanto dolorosi.

Stanco di bagnarmi sotto la pioggia insistente decisi di farmi un giro in metropolitana.

Fu in quel momento che mi accorsi che esistevano i milanesi. Sotto terra, nei cunicoli della metro, i milanesi acquistano consistenza, diventano ingombranti, mentre in superficie, all’aria aperta, sciamano tranquilli in silenzio senza recare fastidio, quasi non se ne avverte la presenza.

Non c’era posto a sedere, assurdamente la stanchezza mi indusse a camminare per spostarmi in altre carrozze dove cercare un posto libero della cui inesistenza ero tuttavia certo.

Il mio incedere incontrava solo volti inespressivi e indifferenti al mio dramma, schiene ricurve e sguardi abbassati sulle scarpe o su un giornale piegato in quattro e via via sempre più inclinato per leggere le parole scritte proprio laddove la carta si piega.

D’un tratto, una ragazza, forse colpita dalla mia spossatezza, spostò la sua borsa e mi offrì, insieme con un sorriso, una porzione di sedile. Aveva sì e no vent’anni. Era bella di una bellezza non ancora esplosa. La carnagione scura, i denti bianchi, i capelli corvini la rendevano più simile ad un’araba che ad una ragazza occidentale. Ero imbarazzato, ma non abbastanza da non poter restituire il sorriso con gli interessi di una domanda talmente banale che adesso non ricordo più quale fosse.

Iniziammo un colloquio affabile anche se stentato, per colpa del mio cattivo italiano.

- Come ti chiami? Il mio nome è Maria - disse quasi subito.

Mi dette il suo numero telefonico al volo mentre scendeva, aggiungendo che avrei potuto chiamarla se mi fossi trovato in difficoltà.

Rimasi allibito e piacevolmente sorpreso da tanta disponibilità: l’Occidente non finiva mai di stupirmi.

Le telefonai il giorno successivo forse senza aspettare di trovarmi veramente in difficoltà….

- Mi aiuti a scrivere in un italiano corretto le risposte alle offerte di lavoro?

Ricordo che le chiesi.

- Ma… se vuoi?! - Fu la risposta. Devo dire che per fortuna quando si presentò all’appuntamento si mostrò più disponibile, tant’è che provai quella piacevole emozione di uscire con una ragazza europea che avevo tante volte immaginato con la fantasia.

La simpatia iniziale, dopo le lunghe passeggiate sui navigli teneramente abbracciati, i pomeriggi trascorsi al cinema ed i frugali pasti consumati al Mc Donalds di Piazza San Babila, diventò amore e passione.

 

Il baricentro delle mie attenzioni si stava spostando dal lavoro e dalla carriera pian piano sempre più su di lei, fanciulla calabrese, figlia di un pizzaiolo emigrato al nord in cerca di fortuna proprio come me. Quando stavo accanto a lei ero contento come un piccolo faraone.

Dato che i miei tentativi di inserimento nell’ambiente forense milanese tardavano a concretizzarsi e le mie sostanze nel frattempo si stavano per esaurire, Maria un giorno mi disse:

- Ho parlato con mio padre, ha detto che se vuoi… per il momento…, anche per risolvere il problema del permesso di soggiorno… potresti lavorare con noi in pizzeria. A lui farebbe piacere, sai… è un po’ all’antica! -

Fu una doccia fredda, anzi gelida, che raffreddò tutti i miei ardori di giovane laureato, ma dopo essermi asciugato con il caldo abbraccio di Maria, pensai di privilegiare la concretezza occorrendo far fronte al problema immediato della permanenza in Italia. In ogni caso accettare non significava necessariamente dare l’addio ai miei sogni di gloria.

Dopo poche settimane di lavoro mi venne il sospetto che quella del pizzaiolo fosse la mia vera vocazione: mi appassionavo al contatto con i clienti, alla scoperta degli ingredienti ed alla invenzione di nuove ricette. Insomma, percepivo che la mia fantasia galoppava più sulle pizze che sui libri di diritto.

Dovevo ammettere con me stesso che in quel nuovo ambiente mi trovavo veramente bene: come un topo nel formaggio.

Dopo qualche tempo con l’aiuto di mio suocero io e Maria riuscimmo ad aprire un locale tutto nostro. I tempi erano ormai maturi anche per il matrimonio: fu celebrato con rito misto all’interno di una deliziosa pieve della Brianza in un piovoso mattino di settembre. Dall’Egitto non arrivò nessuno: troppe delusioni e troppi dolori.

Neanche questa mia scelta venne capita, anche se è previsto dal Corano che l’uomo musulmano, a differenza della donna, possa sposare una persona di altra fede, purché cristiana o ebrea: come avviene in tutte le religioni patriarcali orientali, i figli adottano infatti la religione del padre, per cui le nozze miste accrescono numericamente la comunità musulmana e riducono quella ebrea o cristiana.

In ogni caso sentivo le mie radici gelarsi pian piano: la cosa mi stupì nonostante fossi consapevole che non erano abbastanza profonde. Un altro ed importante segnale di distacco dalle mie origini, ancor di più della assunzione della cittadinanza italiana, fu quando divenni due volte padre a distanza di sedici mesi. Fu la mamma a scegliere i nomi di Irene e Matteo.

 

I primi tempi in pizzeria furono tremendi. Quante pizze fredde invendute ci siamo mangiati Maria ed io: margherita, capricciosa, alle patate e ai quattro formaggi, questa poi non la voleva proprio nessuno.

La vita era grama, le rinunce erano più delle soddisfazioni: niente vacanze, niente svaghi, niente di niente, solo lavoro e sudore, disagio e sacrificio. Un affanno continuo per costruire una realtà che non riuscivamo mai a modellare fino in fondo. Sul più bello c’era sempre un intoppo imprevisto e imprevedibile che scombinava i nostri piani e ci faceva comprendere che la realtà comunque non siamo noi a farla fino in fondo.

Il fatto di avere accanto una donna dolce e innamorata con la quale condividere tutto mi dava la forza di continuare: la coppia, quando funziona, è davvero una grande risorsa per affrontare la vita.

Fu così che mi resi definitivamente conto dell’importanza sia della emancipazione della donna sia del matrimonio inteso nel senso cristiano di sacramento, anziché inteso come mero contratto tra un uomo ed una o più donne.

Il locale era frequentato anche, e direi soprattutto, da balordi di periferia, tossici, extra comunitari, tutta gente che voleva ed otteneva lo sconto e talvolta si dimenticava di pagare o pagava una volta ogni tanto.

Accettavo anche il baratto con dipinti, biciclette, marsupi, animali da cortile ed una volta anche con un revolver, ovviamente con matricola abrasa. Pensai che poteva essermi utile. Qualche tempo prima avevo ricevuto la visita di un losco ed odioso signore che voleva partecipare agli utili dell’esercizio: gli consigliai di ripassare quando ce ne fossero stati, non fu difficile convincerlo dopo aver visto meglio il locale ed i clienti.

Tra gli avventori abitudinari si distinsero per simpatia due nordafricani di estrazione magrebina e di religione ovviamente musulmana: entrambi sotto i trent’anni, entrambi con i baffi e la carnagione scura, i capelli mori, il volto affilato, gli occhi vivaci, ma tristi di chi aveva conosciuto la sofferenza e tuttavia si ostinava a credere ancora nel futuro. L’unica differenza evidente era l’altezza. Abdul era circa venti centimetri più basso di Adel.

Venivano quasi ogni giorno a pranzo o a cena, lavoravano come manovali precari nell’edilizia al nero perché senza permesso di soggiorno. Si lamentavano spesso di non riuscire a regolarizzare la loro posizione in Italia.

Nacque così in me un sentimento di solidarietà verso di loro: essi vivevano una storia che era stata la mia, come me protesi dal mondo arabo verso un’Europa piena di fascino e da scoprire.

- Conosco un piccolo imprenditore nel ramo delle calzature, cercava del personale ve lo posso presentare. Se gli andate a genio può assumervi, così vi mettete in regola. -

In questo modo riuscii a procurare loro un posto fisso e soprattutto regolare, anche se non molto redditizio.

Mi erano riconoscenti per questo e spesso si presentavano in pizzeria non solo per mangiare, ma anche per salutare, scambiare quattro chiacchiere e magari fumare insieme.

Fu con quella frequentazione sempre più assidua che ricominciai a sentire il profumo dell’islamismo, a riscoprire che le mie profonde radici non erano completamente congelate dal freddo del lungo inverno milanese.

Accettai l’invito ad iscrivermi all’associazione islamica della Lombardia, così insieme con gli altri Fratelli musulmani emigrati in Italia, iniziai a partecipare alle riunioni per organizzare centri islamici, scuole coraniche ed eventi per la diffusione dell’islam, convinto che tale messaggio e progetto universalistico fosse un bene per tutti gli uomini e che tutto il mondo fosse fatto per accoglierne la proposta.

Tutto ciò sottraeva alla famiglia parte del mio già esiguo tempo libero, tuttavia la nostalgia del mondo arabo ed in particolare della spiritualità musulmana, andava in qualche modo placata.

Mia moglie mugugnava ed il mugugno divenne ira quando scoprì che i nostri sudatissimi risparmi erano serviti per finanziare un’iniziativa per la valorizzazione e diffusione della cultura araba in Europa.

- Sei un incosciente, non pensi al futuro dei nostri figli, alla nostra attività… a noi che siamo la tua famiglia. -

Fu questa la frase più carina che pronunciò.

 

- Un telegramma dall’Egitto! -

Era la voce del postino. Non era la prima volta che mio padre usava il telegrafo per ricordarmi il compleanno della nonna, l’anniversario della morte di Sadat oppure il matrimonio in zona cesarini della zia zitella.

Aprii il plico con svogliatezza, ma appena lessi il contenuto rimasi di ghiaccio:

RIENTRA STOP OMAR STA MALE STOP

Omar era mio fratello maggiore, alto funzionario del corpo di polizia egiziana. Figlio, fratello, marito e padre esemplare. Zelante, intransigente e capace nel lavoro.

Mi misi subito in contatto telefonico con mia madre e riuscii a capire tra i singhiozzi che era morto in un attentato.

Sconvolto, abbracciai Maria e presi il primo volo per Il Cairo.

Davanti a quel corpo orrendamente dilaniato mi interrogai a lungo sui misteri profondissimi della vita e della morte anche alla luce dell’esperienza cattolica che aveva cercato di trasmettermi mia moglie. Progettai di riflettere in seguito più attentamente su questi argomenti perché volevo cercare di capire fino in fondo il significato di una vita che si perde e di una morte che si acquista a quarant’anni.

Riabbracciai tutti i miei parenti più lontani con l’amara, ma purtroppo realistica sensazione che li avrei rivisti solo in occasioni come quella.

Rimasi in Egitto quasi una settimana per confortare da genitore i miei genitori ai quali era capitata la più grande tragedia che si possa immaginare: sopravvivere ad un figlio.

Al ritorno trovai Linate avvolta nella nebbia di una sera autunnale.

- Perché non hai portato i bambini? - chiesi a Maria ancor prima di salutarla.

- Erano distrutti. Domattina devono andare a scuola -

Lessi la loro stanchezza nei suoi occhi di cerbiatta spaventata.




Dopo pochi giorni mi accorsi che qualcosa tra me e lei era cambiato.

All’inizio pensai che la causa fosse il tremendo lutto familiare a rendermi distaccato; elaborare un lutto significa passare attraverso vari fasi, per lo più sgradevoli e dolorose: il silenzio delle emozioni è una di queste.

Inoltre qualche senso di colpa riaffiorava nei confronti dei miei genitori, lasciati ormai soli ad affrontare la vecchiaia.

Ma i sensi di colpa non dovrebbero esistere, dovrebbero essere banditi dal novero dei sentimenti: se un uomo è veramente uomo, gioca la sua preferenza attraverso un giudizio che tenga conto di tutti i fattori, sceglie la strada giusta e non rimpiange le altre. Non si sente colpevole se così facendo arreca un torto al prossimo, consapevole com’è che quella era la migliore delle decisioni possibili.

Nell’intimità ebbi conferma che si era rotto qualcosa tra di noi: si era smarrita la solita, ma sempre diversa, partecipazione appassionata e voluttuosa. Era un’altra, ero un altro, non eravamo più noi.

Le chiesi se era successo qualcosa; rispose con uno di quei no che più che negare affermano, che insomma significano sì.

Finsi di crederle e attesi qualche giorno prima di riproporre la domanda che più che una domanda era anch’essa un’affermazione:

- Tu mi nascondi qualcosa!

- No! No!

- Su, dimmelo! Sono tuo marito, il padre dei tuoi figli, non avere segreti con me. - Insistetti.

- Ho paura!

- Macché paura, non devi avere paura di niente e di nessuno. -

Iniziò a singhiozzare.

L’avvolsi in un abbraccio che non era mai stato così affettuoso.

- I tuoi due amici… mi hanno offeso.

- Cosa significa: Mi hanno offeso? - Incalzai

- Sì, mi hanno umiliata - aggiunse, mostrandomi alcune tracce di ematomi sul lato interno della coscia.

- Mi hanno minacciato… se lo dici a tuo marito sei morta! -

Pensavo di svenire, mi sentivo la testa vuota e non avevo più forza nelle gambe.

Appena ripresi vigore pensai: adesso pagheranno. La sete di vendetta purtroppo era più forte della mia capacità di consolare chi aveva subito l’offesa peggiore per un essere umano. Il desidero di ritorsione tuttavia lasciò uno spiraglio al tarlo del dubbio.

Egoisticamente pensai che non potevano aver fatto una cosa simile a me, dimenticando che la cosa più grave l’avevano fatta a lei.

E se si fosse inventata tutto per allontanarmi da loro, che non vedeva di buon occhio, e per spezzare definitivamente tutti i residui legami con il mondo arabo ed il mio passato? Era questo il pensiero che più mi tormentava.

Quelle radici che credevo ormai prive di linfa continuavano invece a segnalarmi la loro ossessionante presenza.

 

Trascorsi i giorni successivi a studiare Abdul e Adel: scrutavo tutte le espressioni del loro viso, tutte le sfumature delle loro voci, alla ricerca di un segnale, di un indizio, di un frammento di verità. Ogni smorfia, ogni sguardo potevano rivelarmi un’increspatura nella loro anima. Anch’ essi, se avevano veramente commesso un’azione così grave e sconsiderata, dovevano pur portare con loro almeno una traccia del male arrecato.

Tuttavia ogni gesto andava interpretato. Un’incrinatura nella voce mi faceva sussultare: Maria ha detto la verità! Uno sguardo complice mi tranquillizzava: Maria ha mentito! Una stretta di mano sincera mi rassicurava ancora. Un sorriso forzato mi metteva nuovamente in allarme; non ce la facevo più! Più ero estenuato e più cercavo occasioni per vederli e per parlarci, ma le impressioni continuavano ad essere contrastanti. Avevo invece un urgente bisogno di certezze. Decisi di affrontarli, di accusarli della nefandezza di aver stuprato la moglie di un amico, decisi di sputare loro in faccia la bestialità di cui, forse, erano stati capaci.

Messi di fronte alle proprie responsabilità, ovvero ad una accusa calunniosa, avrebbero sicuramente reagito in modo tale da sciogliere i miei atroci dubbi.

Non sapevo né quando, né come; sapevo solo che dovevo farlo.

Non riuscivo a sciogliere il dilemma se fosse stato più forte dentro di me il desiderio di conoscenza della verità ovvero la sete della vendetta. Nella mia comunità originaria non vendicare l’offesa significava esporsi alla vergogna, comportarsi in modo incoerente con il sistema ed essere infedeli rispetto alla tradizione che lo governa.

 

Una sera a casa mia dove erano venuti per parlare dell’organizzazione del centro islamico, come talvolta capitava, mi decisi ad affrontare l’argomento complici i freni inibitori allentati dal nervosismo scaturito da una divergenza di vedute.

- Cosa avete combinato quando ero in Egitto la scorsa settimana? -

- Niente, ma cosa intendi Ayed? -

Già le loro facce avevano cambiato i lineamenti, li sentii deglutire, percepii il sudore che sgorgava dai pori della loro pelle…

- A mia moglie, cosa avete fatto? -

Il loro silenzio mi esasperò.

- Bastardi, figli di puttana, parlate! -.

Ero furioso, sconvolto, ricordai all’improvviso di possedere un’arma, frugai nel cassetto del comò ed estrassi la pistola … bastarono due colpi mentre mi si avventavano addosso.

Caddero, come fantocci, raggomitolati su se stessi, giustiziati senza processo.

Fu tutto fin troppo facile, tutto troppo rapido.

Sentii mia moglie urlare, ed il rumore sordo di due mandate della serratura della camera dei bambini. Era disperata, agitatissima, anche se non del tutto sorpresa.

- Cosa hai fatto, sei pazzo, bastava che li allontanassi dalla nostra vita! Perché lo hai fatto? Non serviva, non serviva… - riuscì a dire tra le lacrime.

Anch’io mi ero accorto, già nel momento in cui avevo premuto la seconda volta il grilletto, di aver fatto un’inutile e tragica sciocchezza, di aver cercato un’anacronistica vendetta tribale che aveva il sapore acre della sconfitta. La tragedia si trasferiva da coloro che avevano subito la vendetta a chi l’aveva attuata, a chi l’aveva ottenuta e si estendeva anche a vittime innocenti: i nostri figli.

Tutto ciò in nome di che cosa?

La follia aveva vinto: la vendetta non è un diritto, né un dovere, è manifestazione della pazzia, è obnubilamento della ragione. Il disastro era compiuto. Che fare?

Caricai i cadaveri sulla macchina per abbandonarli in una discarica di periferia senza preoccuparmi troppo di non farli trovare.

Tornai a casa e dissi a mia moglie che era meglio che mi allontanassi per qualche giorno, con la scusa di andare a far visita ad alcuni suoi parenti in Calabria che avevamo ospitato l’anno precedente.

Lei non fiatò: aveva nel cuore una tristezza infinita.

Ci sono ore in cui alle donne non resta altro che piangere e agli uomini non resta altro che uccidere, pensai, e mentre pensavo mi accorsi che il percorso verso il pentimento non era ancora iniziato.

Partii all’alba, ma la sera dopo, quando non ero ancora arrivato a destinazione, ascoltando un notiziario appresi che era stato scoperto il duplice omicidio e che stavano cercando un pizzaiolo di origine araba il quale era irreperibile e, come aveva riferito un amico comune, doveva aver visto le vittime la sera della tragedia.

Decisi di costituirmi e di confessare, pensando che sarebbe stato inutile sottrarmi alle ricerche e che avrei potuto inguaiare anche i parenti di mia moglie se mi avessero ospitato.

Mi fermai alla prima stazione dei Carabinieri. Il Maresciallo Pinna, così si chiamava il comandante, incredulo, fece un paio di telefonate e poi mi comunicò solennemente che ero in stato di fermo di polizia giudiziaria. Mi nominò un avvocato di ufficio ed aggiunse che appena redatto il verbale mi avrebbe associato alla casa circondariale in attesa della convalida da parte del magistrato.

 

Fin dal primo interrogatorio, il primo di una lunga serie, resi ampia confessione come si suol dire. L’unico particolare che ritenni di dover tacere fu la presenza dei miei familiari sul luogo del delitto. La mentalità araba di cui ero sempre impregnato mi induceva ad escludere la moglie dal contesto maschile. Ella doveva rimanere del tutto estranea, non poteva in alcun modo essere coinvolta, neanche indirettamente.

In occasione del colloquio la resi edotta di questa mia menzogna ed ella, moglie fedele e rispettosa delle mie volontà, non poté far altro che confermare la mendace circostanza della sua lontananza da casa. Dichiarò alla polizia giudiziaria che quella sera era rimasta con i bambini a dormire a casa dei suoi genitori che si trovavano in vacanza fuori città.

Appena possibile mio suocero nominò un penalista milanese che era uno stimato principe del foro: l’avv. Edoardo Donadio del foro di Monza. Per pagare le fitte e pesanti parcelle ci indebitammo fino all’inverosimile.

- Non si preoccupi facciamo l’"abbreviato". - Era la tiritera di quel pasciuto legale.

Di fatto l’ergastolo è stato abolito. Se rinunciamo all’udienza dibattimentale davanti alla Corte d’Assise e chiediamo il giudizio abbreviato al giudice dell’udienza preliminare, avremo diritto ad una pena scontata che, con le attenuanti generiche, nella peggiore delle ipotesi non potrà essere superiore a vent’anni di reclusione.

Non capivo bene il motivo dello sconto di pena e comprendevo ancor meno l’uso della prima persona plurale, come se l’avvocato dovesse subire insieme con me il processo e alla fine, dovesse anch’egli espiare la pena inflitta.

Solo più tardi, con l’esperienza, capii che certi legali usano le coniugazioni per mostrarsi maggiormente coinvolti e solidali con i loro assistiti, i quali più volentieri frugano nelle proprie tasche.

Facemmo, come troppo spesso capita di fare, i conti senza l’oste.

Il Pubblico Ministero nel redigere le imputazioni contestò la detenzione e ricettazione dell’arma clandestina, l’occultamento di cadavere ed anche la circostanza aggravante di aver commesso il duplice omicidio con premeditazione.

Il fatto che avessi invitato a casa le mie vittime, approfittando dell’assenza dei miei familiari e le avessi ricevute avendo a portata di mano una rivoltella, oltretutto clandestina, sarebbe stato indice di premeditazione e sintomo di una persistenza tenace ed ininterrotta in un disegno criminoso già delineato da tempo.

La premeditazione, mi fu spiegato, consisteva in un’intensità particolare del dolo che veniva così caratterizzato da un proposito maturato in un apprezzabile lasso di tempo e mantenuto costante, senza soluzione di continuità, fino alla sua attuazione.

La menzogna mi si era dunque rivoltata contro.

La contestazione di detta circostanza aggravante, rendendo il delitto punibile anche con l’ergastolo, precludeva la facoltà di chiedere il giudizio abbreviato e di ottenere lo sconto di un terzo della pena.

- L’ergastolo è una pena ontologicamente diversa dalla reclusione, non è divisibile per tre, non è un’entità numerica definita, è una pena senza fine - mi informò con glaciale retorica il mio bravissimo difensore.

 

Intanto iniziavo a sperimentare la detenzione sotto forma di custodia cautelare, in attesa del processo.

La reclusione era soffocante, assordante, accecante, non dava tregua. La sentivo appiccicata addosso come un tatuaggio mostruoso che corrode la pelle e si stampa sulla carne viva.

Tuttavia paradossalmente fu proprio in carcere che mi accorsi di vivere. Fino ad allora la mia vita, come tante altre credo, era stata una rincorsa infinita, un affastellarsi di avvenimenti, un districarsi tra gioie e dolori. Era stata una gara senza avversari dove era impossibile smettere di combattere e fermarsi a riflettere.

Di solito infatti tutto congiura per impedirci di pensare, o meglio, facciamo di tutto per non pensare, per distrarre il nostro sguardo interiore dall’osservare la nostra esistenza e per impedire che affiorino quelle impegnative e spesso eluse domande sulle ragioni e gli scopi della vita.

Con le manette ai polsi è più difficile esimersi dal riflettere, è più arduo lasciarsi fuorviare dai falsi obiettivi della vita, dalle vane illusioni e dalle assurde frustrazioni.

Troppo spesso la nostra vita tende ad assomigliare ad una passione inutile al termine della quale non faremo altro che restituire i nostri atomi alla natura e l’anima svanirà come l’invenzione di una mente umana troppo evoluta per rassegnarsi al niente….

L’isolamento, l’ozio forzato e l’inerzia della detenzione, che stramaledivo puntualmente ogni giorno, mi servirono invece per ricercare le ragioni del vivere e mi resi conto che avrei dovuto orientare le mie azioni, le mie scelte, i miei aneliti verso di loro. Desideravo ardentemente ritrovare la mia consistenza di uomo attraverso scelte e preferenze che scaturissero da un vero e proprio giudizio sulle cose e sulle vicende della vita .

Capii che fino ad allora non ero arrivato ad individuare una strategia del vivere che andasse al di là di un bieco utilitarismo del contingente.

Esplose poi dentro di me anche la dinamite del pentimento: determinò una devastazione totale, che mi rodeva le viscere e mi attanagliava la mente. Non riuscivo a trovare alcun barlume di giustificazione al fatto di essermi permesso di togliere la vita a due uomini.

Decisi allora che era impossibile rinvenire anche una spiegazione; era inevitabile ed anche giusto continuare a convivere con quel senso di angoscia, coltivarlo, nutrirlo e magari rafforzarlo: solo così avrei potuto raggiungere l’espiazione.

Queste meditazioni e questi atteggiamenti psicologici mi aiutarono ad affrontare il dopo, la vita di ogni giorno, ed anche a rassegnarmi alle prepotenze oligofreniche dei compagni di detenzione e pure di alcune delle persone deputate alla mia custodia e rieducazione.

Pensai infine che davanti ai giudici, nel dibattimento, sarebbe stato meglio dire la verità a proposito della presenza in casa di mia moglie e dei miei figli. Convinsi Maria a fare altrettanto e devo dire che fu un’impresa tutt’altro che difficile.

 

Il processo celebrato davanti alla Corte d’Assise fu anche troppo lungo considerato che l’imputato aveva già confessato e doveva essere decisa solo la pena, non residuando dubbi sull’individuazione della responsabilità.

Si susseguirono, come in un inutile carosello, perizie balistiche e psicologiche, deposizioni di testimoni, eccezioni, contestazioni, opposizioni, ordinanze, camere di consiglio e poi finalmente la requisitoria del Pubblico Ministero seguita dall’arringa del difensore.

Già la requisitoria: il Pubblico Ministero chiese di bilanciare nel senso della subvalenza, usò proprio questa espressione, la circostanza aggravante della premeditazione con le attenuanti generiche e chiese la condanna a venticinque anni di reclusione.

L’avvocato, nella sua arringa strappalacrime, invocò la clemenza della Corte ed una pena che fosse di gran lunga meno severa, più umana e meno afflittiva, che concedesse al condannato una speranza di riabilitazione.

Durante le interminabili ore della camera di consiglio che precedette la lettura del dispositivo della sentenza, mi disse che probabilmente "restavamo sotto i vent’anni"; pena che si sarebbe ridotta ancora grazie alla cosiddetta liberazione anticipata ed agli altri benefici previsti nella fase di esecuzione.

La Corte d’Assise fu invece impietosa. Quando il Presidente pronunciò la parola ergastolo io sentii un pugno nello stomaco, rimasi stordito e neppure mi accorsi che aveva disposto la trasmissione degli atti al Pubblico Ministero per il reato di falsa testimonianza commesso da mia moglie.

- Avvocato perché? - Sussurrai implorante.

- Perché la corte non ha creduto al fatto che tua moglie fosse in casa, ha ritenuto sussistente la premeditazione e non ti ha concesso le generiche sul presupposto che tu abbia detto il vero nel corso delle indagini ed il falso nel dibattimento e che tua moglie abbia confermato il falso. Comunque non ti preoccupare impugneremo la sentenza e rimedieremo in appello. - Rispose serafico.

Mi preoccupai ugualmente anche se aggiunse che nel secondo grado del giudizio avremmo potuto convincere i giudici che il delitto fu commesso in un eccesso d’ira, quando tutta la famiglia era in casa, quindi senza alcuna premeditazione, ma con il cosiddetto dolo d’impeto.

Qualche mese più tardi, davanti alla Corte d’Assise di Appello, il processo fu molto più rapido. Cercai di spiegare i motivi della menzogna iniziale, ma invano. Non fui creduto. Il Pubblico Ministero chiese la conferma della sentenza e la ottenne.

- Non ti preoccupare, in Cassazione la musica sarà diversa; la Cassazione giudica secondo un altro metro, usa altri parametri. - Commentò imperturbabile l’avvocato.

Continuai invece a preoccuparmi moltissimo. La mia preoccupazione si rivelò giustificata in quanto la Corte di Cassazione dichiarò inammissibile il ricorso presentato dal mio ineffabile legale, perché lo ritenne fondato su motivi non specifici che riproponevano in sostanza le stesse ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice del secondo grado di giudizio.

La Suprema Corte si espresse, in modo per me quasi incomprensibile, esattamente così: "la mancanza di specificità del motivo dev’essere apprezzata non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di specificità conducente, a mente dell’art. 591 comma I lett. c), all’inammissibilità"

L’ergastolo era così divenuto tragicamente definitivo, come lo avevo già immaginato (forse con troppa, ma lungimirante rassegnazione) già fin dalla prima volta in cui avevo sentito pronunciare quel nome così sinistro.

Ci sono molti modi di vivere la detenzione: c’è l’irriducibile che non si rassegna e confligge continuamente contro tutti e contro tutto, inanellando rapporti, denunce, provvedimenti disciplinari, condanne e ritorsioni di altro genere; c’è l’abulico che attende con rassegnata ignavia il trascorrere del tempo; c’è l’ottimista che cerca di adattarsi alle circostanze più funeste e si impegna nell’intraprendere il percorso che dovrebbe condurre alla rieducazione e, di conseguenza, al reinserimento sociale del condannato.

Decisi di imboccare questa terza via ed allora mi misi in lista per i colloqui con educatori, psicologi, il direttore del carcere, il magistrato di sorveglianza, per partecipare ad iniziative ricreative e culturali, nonché ad attività lavorative.

Sempre educato e rispettoso, mi guadagnai il rispetto degli agenti di custodia anche al prezzo di alienarmi quella di alcuni miei compagni di sventura.

Il tempo in qualche modo trascorreva anche grazie alla puntualità con cui mia moglie si presentava ai colloqui durante i quali mi trasmetteva tanta serenità e la forza necessaria per costruire ancora progetti di vita. Qualche volta portava anche i bambini e vederli crescere, nonostante tutto, mi confortava il cuore.

Mi trovavo in un carcere di massima sicurezza dove erano reclusi fior di delinquenti tra cui anche capi mafia e terroristi.

Fui proposto per svolgere le mansioni di "scopino". Gli "scopini" sono detenuti affidabili che curano le pulizie nelle celle, nei corridoi e nelle aree comuni del penitenziario. Essi sono "liberi" di circolare in ore prestabilite del giorno e hanno sporadici contatti con tutti i detenuti. E’ per questo motivo che devono essere non solo svincolati da qualsiasi consorteria criminosa, ma anche allergici ad entrarvi in contatto.

Nel carcere i delinquenti più pericolosi erano temuti ed ossequiati dagli altri nei rari momenti in cui entravano in contatto con loro. Vi era insomma un’assurda gerarchia basata su regole non scritte, ma tramandate scrupolosamente da generazioni di galeotti e guai a chi sgarrava. La dura legge del carcere prevedeva come ritorsione pestaggi furiosi ed anche la pena di morte.

 

Da qualche tempo si respirava un’aria strana nel braccio di massima sicurezza dove mi recavo, solo saltuariamente, per le pulizie. Un silenzio spettrale lo pervadeva.

Uno di quei giorni, passando accanto ad un carrello porta biancheria, spinto da tale Salvatore Scimemi, noto killer della mafia condannato - si diceva - come esecutore materiale di trentotto omicidi, sentii un rumore metallico come se il carrello avesse perso un’asse delle ruote. D’istinto mi chinai a raccogliere l’oggetto che nel frattempo era rotolato tra i miei piedi.

Era uno strano aggeggio con due calamite legate alle estremità.

- Tu non hai visto niente! - Disse Scimemi, scandendo bene le sillabe dell’ultima parola.

- Su, da bravo, rimettilo sotto il carrello senza farti notare. - Aggiunse con tono apparentemente suadente.

Non sapevo che cosa mi frullò in quel momento nel cervello, ma vidi in un attimo davanti a me tutto il bene del mondo da una parte e tutto il male dall’altra. Avevo già dato il mio contributo al male e percepii netto un impulso irresistibile verso l’altra sponda.

- Guardiaaaa!!! - Urlai quasi a squarciagola.

Il secondino di turno fece un sobbalzo e si girò di scatto.

Accorsero altri suoi colleghi altrettanto allarmati.

- Tenga, era qua sotto. - Dissi balbettando e porgendogli l’intruso.

Non so che cosa potesse essere, ma sicuramente era qualcosa che non poteva stare in un carcere e soprattutto in quel braccio.

Il secondino attonito ci intimò di seguirlo dal comandante.

L’ispettore comandante degli agenti di custodia guardò esterrefatto quello strano oggetto e ci condusse subito davanti alla stanza del direttore del carcere.

Dopo un conciliabolo interminabile tra di loro, il direttore mi fece entrare lasciando fuori lo Scimemi che intanto mi fulminava con lo sguardo di quegli occhi torvi da assassino.

Redasse un verbale annotando tutto quanto gli riferii sull’accaduto e mi congedò dicendo al comandante di mettermi in isolamento con divieto di incontro con chiunque.

L’unico contatto di quei giorni fu con il pubblico ministero che venne in carcere con un assistente ed un poliziotto.

Era un tipo austero, indossava un abito grigio fuori moda, aveva un paio di baffi molto curati ed un paio di occhiali di bella foggia, ma con lenti che spegnevano lo sguardo.

Mi fece ripetere tutto quello che avevo già dichiarato al direttore, descrivere esattamente le reazioni dello Scimemi e delle guardie. Voleva capire inoltre le motivazioni che mi avevano indotto a comportarmi in quel modo.

Gli dissi che avevo già sbagliato abbastanza nella mia vita, che stavo pagando il mio gravissimo errore e non volevo commetterne altri. Cercavo una riabilitazione, desideravo interpretare al meglio il ruolo di detenuto modello dal quale avrei potuto ricavare anche dei vantaggi per migliorare la mia condizione.

Chiesi ripetutamente cosa fosse quell’attrezzo che avevo trovato. Non ottenni risposta tranne un sorriso ammiccante, ma incomprensibile, del poliziotto che accompagnava il magistrato.

Trascorsi circa una settimana in isolamento. Quando uscii mi resi conto che tutto era cambiato: i detenuti più pericolosi, compreso Scimemi, erano stati trasferiti altrove e gli altri rimasti mostrarono una genuina avversione nei miei confronti perché avevo fatto un imperdonabile (per loro) gesto di infame delazione.

 

Dopo qualche giorno la notizia evidentemente era uscita dal carcere perché il giornale locale, recapitatomi di nascosto dallo "spesino" (il detenuto incaricato di fare la spesa all’esterno), titolò: "detenuto sventa evasione con strage".

Mi resi subito conto che parlavano di me e divorai l’articolo. Si riportava che nel carcere era stato introdotto un detonatore con esplosivo al plastico e che gli agenti di custodia, comandati dall’ispettore Vento, l’avevano trovato grazie alla collaborazione di un ergastolano. L’esplosivo era tanto potente da far saltare almeno un’ala del penitenziario. Concludeva aggiungendo che fino ad allora vi era stato un arresto, ma le indagini della magistratura proseguivano a ritmo serrato.

I miei sospetti sulla natura dell’oggetto trovarono così conferma. Tuttavia la consapevolezza di quanto era accaduto mi sconvolse nell’intimo e mi chiesi cosa sarebbe successo.

La risposta alla mia domanda non tardò a venire.

Alla avversione dei miei colleghi detenuti si sommò quella degli agenti di custodia e del direttore il quale, nel comunicarmi che il Ministero di Grazia e Giustizia stava istruendo una pratica per un encomio, inspiegabilmente mi spogliò della mansione di "scopino" e mi tolse a poco a poco tutti quei piccoli privilegi che mi ero faticosamente guadagnato in tanto tempo di più che buona condotta.

Qualcosa stava per maturare, ma non sapevo cosa.

Di lì a poco iniziarono a circolare in carcere alcune voci sempre più insistenti. Si diceva che un sovrintendente ed un vice ispettore della polizia penitenziaria erano stati arrestati per corruzione ed altri, tra cui il comandante ed il direttore, sarebbero stati sottoposti a procedimento disciplinare.

Quell’ordigno era dunque penetrato in carcere attraverso la complicità di alcuni e la distrazione di altri.

Fu mia moglie a confermarmi la circostanza durante un colloquio giacché il quotidiano locale il giorno della notizia non fu fatto entrare nel penitenziario.

Maria era affranta: - Stai attento, te la faranno pagare! - Diceva preoccupata.

- Ma che cosa devo pagare? Se ho fatto solo del bene! - Rispondevo, condividendo tuttavia la sua ansia. Anch’io temevo per la mia famiglia, ma ritenni opportuno non esternare la mia paura.

 

La vita in carcere, a parte l’accentuarsi della diffidenza dell’ambiente nei miei confronti, scorreva abbastanza normalmente nei limiti in cui può essere definita normale una vita priva di libertà.

Un giorno ebbi uno screzio con il mio compagno di cella, un calabrese di trent’anni, che doveva scontare sei anni per spaccio di droga. Persona abulica, priva di alzate di ingegno, ma sostanzialmente corretta ed inoffensiva.

- Perché hai preso le mie sigarette? - Mi chiese a bruciapelo.

- Quali sigarette? - Domandai a mia volta contrariato.

- Quelle che ho lasciato sul tavolo e che adesso hai nel taschino! Smettila di fare il furbo! Se volevi fumare potevi dirmelo! -

- Ma queste sono le mie! -

- No, bastardo! -

Venimmo alle mani selvaggiamente. Era uno di quei casi, non rari, in cui l’ira è inversamente proporzionale alla gravità del motivo che la determina.

Intervenne una guardia che redasse un rapporto sulla vicenda.

Fu convocato un consiglio di disciplina che dette inspiegabilmente ragione a quel visionario del mio compagno di cella e che partorì due provvedimenti: il cambio di cella e la sospensione per un mese delle telefonate premiali alle quali avevo ormai diritto.

Ingiustizia era fatta: quelle sigarette erano mie !

Il mio nuovo compagno era un eroinomane alcolizzato il quale, dopo qualche giorno di indifferente convivenza, aveva incominciato a fissarsi che gli sottraevo parte della sua razione quotidiana di Tavernello.

- Smetti di bere il mio vino, me ne accorgo! Se continui non la passerai liscia, ti taglio la gola! -

- Vaffanculo! Mi fa schifo il tuo vino, sono musulmano! - Lo apostrofai.

Anche qui un alterco violento al quale non volli reagire solo per timore di conseguenze disciplinari. Tuttavia l’agente della polizia penitenziaria che sopraggiunse sostenne che aveva visto tutto e riferì che ero stato io ad attaccar briga.

Il direttore mi disse che con il mio comportamento attuale stavo rischiando di compromettere tutto quello che di buono avevo fatto fino a quel momento in lunghi anni di detenzione.

Questi episodi mi sconvolsero e cercavo disperatamente occasioni per riabilitarmi da errori che tuttavia non avevo commesso.

Perciò dopo qualche tempo, durante il passeggio all’aria, notai due detenuti scambiarsi qualcosa di soppiatto. Conoscendo i due tipi pensai che si trattasse di droga.

Tenni d’occhio colui che aveva ricevuto l’involucro e mi accorsi che poco dopo, appartandosi, si praticò un’iniezione.

Mi recai dal comandante e gli riferii l’episodio.

Egli mi ringraziò dicendo che avrebbe verificato e poi, se del caso, preso provvedimenti.

Dopo qualche giorno fui chiamato dal solito direttore che, battendo un pugno sul tavolo, esordì:

- Mi hai stufato! Sei impazzito? Quello che avresti visto drogarsi aveva le orine pulite! Ti rendi conto che le analisi ti hanno smentito: nessuna traccia di oppiacei. Sei un delatore visionario! Un calunniatore, ecco cosa sei! -

Uscii da quel colloquio veramente abbattuto. Ero incredulo.

Tornai in cella e la trovai spoglia, le mie cose erano sparite, non c’era niente.

Mi prese una crisi di pianto, mi portarono in infermeria dove mi somministrarono alcuni sedativi e mi riportarono nella cella dove c’era di nuovo tutto esattamente come prima.

Intanto nuovi rapporti, procedimenti disciplinari, visite mediche. La solita trafila !

Non ce la facevo più, versavo in uno stato di prostrazione davvero profondo, non sapevo proprio come risalire dall’abisso.

Le visite di mia moglie, intanto, si erano inspiegabilmente diradate. I colloqui telefonici mi venivano negati.

Parlando con un agente di custodia, che abitava nel mio quartiere a Milano e con il quale avevo una certa confidenza, seppi che Maria probabilmente viveva con un altro uomo e che mia figlia era rimasta incinta.

Notizie così sono in grado di devastare la psiche di qualsiasi detenuto, figuriamoci quella di uno ormai provato da tanti episodi che gli avevano già profondamente minato gli equilibri.

Ero agitato, non riuscivo a darmi pace. Chiesi di conferire con urgenza con il magistrato di sorveglianza per avere almeno un permesso di quarantotto ore. Passarono due settimane d’inferno prima del colloquio.

- Per adesso è presto. Il periodo di osservazione non è ancora concluso e dobbiamo verificare determinati accadimenti. - Fu questa la laconica ed enigmatica risposta alle mie disperate richieste. Rimasi attonito, di ghiaccio.

In quel periodo, per me di grande difficoltà, ricevetti la inaspettata visita di due medici psichiatri. Mi dissero che erano stati incaricati dall’Autorità Giudiziaria di effettuare una perizia su di me.

Mi rivolsero alcune domande sulla mia vita, mi fecero parlare di me, della mia famiglia e, da ultimo, vollero che raccontassi loro l’episodio del famoso rinvenimento. La cosa mi destò qualche sospetto, ma dopo gli ultimi avvenimenti non sapevo più cosa pensare.

In quei giorni, guardando la televisione, mi sembrò mi sembrò addirittura di riconoscere, in un filmato di un notiziario locale, uno di quei due medici nelle sembianze di un maresciallo dei carabinieri che aveva condotto una brillante operazione contro alcuni spacciatori di droga.

La realtà ormai mi sfuggiva.

 

Dopo molto tempo ebbi finalmente un colloquio con mia moglie la quale mi rassicurò sulla sua fedeltà e sul fatto che nostra figlia non era neppure fidanzata.

- Figurati se può essere incinta! - Sbottò con ingenuo candore.

Ebbi la netta sensazione che fosse sincera. Mi dette anche la buona notizia che il suo processo per la falsa testimonianza era finito con una sentenza di assoluzione pronunciata con la formula "perché il fatto non sussiste". Nel corso dell’istruttoria era finalmente emerso che la versione della presenza in casa anche dei miei familiari era quella corrispondente a verità.

Mi confidò inoltre che spesso, quando si presentava per i colloqui veniva respinta con vari pretesti: suo marito è in infermeria, suo marito è dal magistrato per istruttoria, suo marito ha avuto una sanzione disciplinare ed ha perso il diritto ai colloqui.

Incominciai così a ricostruire le vicende ed a capire che si trattava senz’altro di una serie di messe in scena per farmi diventare pazzo o comunque apparire come tale. Così veniva messa in dubbio la mia attendibilità nel processo contro i mafiosi e i pubblici ufficiali corrotti e si affacciava l’ipotesi che fossi stato io, mosso da mero protagonismo, a mettere in piedi il tutto al solo fine di acquisire un titolo di benemerenza in vista della grazia o comunque di benefici nell’esecuzione della pena.

Ero sull’orlo della disperazione, anzi, ero ormai precipitato nel baratro. Forse avevano raggiunto il loro obiettivo.

Tutto quello che avevo raccontato era vero anche se poco credibile, ma tutti noi una buona volta dovremmo metterci in testa che solo la menzogna ha bisogno di essere verosimile per essere creduta, mentre la realtà non necessita della verosimiglianza per essere tale.

 

Intanto avevo cambiato più volte istituto di pena e mi trovavo nella casa di reclusione di Porto Azzurro all’isola d’Elba, veramente isolato dai miei affetti.

Nella imponente fortezza spagnola denominata "Forte San Giacomo" anche la mia buona condotta, il mio impegno di detenuto modello era ormai scemato.

Mi sentivo schiacciato, oppresso, perseguitato. Provavo un malessere psichico che mi penetrava nelle membra, che si faceva sentire fisicamente. Avevo algìe diffuse, specialmente al petto nella zona sternale. Un giorno il dolore si fece talmente pungente ed acuto che mi bloccò il respiro, crollai a terra. Fui portato in infermeria e da lì ricoverato in ospedale. Iniziarono le varie analisi. Nessuno mi diceva cosa mi stava succedendo. Finalmente uno dei dottori, il più anziano, forse credendo che fossi già informato, si sbilanciò:

- Devi farti coraggio, amico mio, è una forma molto rara di tumore alle ossa, tuttavia ha una diffusione lenta ed è solo all’inizio. Le terapie la rallenteranno ancora. -

Non parlai, non chiesi niente. E’ vero che la vita per un ergastolano è un’entità strana, perderla è come aver scontato la pena, riacquistare la libertà Tuttavia non volevo e non potevo rassegnarmi. Io ero convinto che un giorno sarei uscito, la famiglia mi aspettava. Entrai in un profondo stato di prostrazione, ma in qualche modo dovevo reagire, lottare ancora, contro tutto e contro tutti; adesso anche contro la malattia che mi corrodeva.

 

Ero assalito da una smania incredibile, volevo smuovere qualcosa o qualcuno, desideravo ardentemente conoscere l’esito o comunque l’andamento, sia del procedimento penale iniziato per il rinvenimento dell’esplosivo, sia della pratica ministeriale che era stata aperta a seguito della mia domanda di grazia al Capo dello Stato.

Tuttavia non sapevo come fare, a chi rivolgermi. Alla fine decisi di chiedere di conferire con il Pubblico Ministero che aveva istruito il mio processo in primo grado. Era il magistrato che conoscevo e che mi conosceva meglio dopo i tanti interrogatori nel periodo immediatamente successivo al duplice omicidio durante i quali, oltre ai fatti, ebbi modo di raccontare il mio dramma interiore.

Andai all’ufficio matricola del carcere e compilai il modulo per la domanda, incassando il sorriso ironico dell’incaricato.

Anch’io non credevo molto che questa iniziativa potesse avere un esito, ma tentare non avrebbe di certo nuociuto.

Aspettai almeno un paio di mesi trascorsi nella noia e nella disperazione più assoluta.

Poi una mattina…

- Ayed preparati, c’è un sostituto procuratore che ti aspetta. - Gracidò una guardia.

- Sì, sto arrivando… - Risposi senza entusiasmo.

Pensai ad uno scherzo di cattivo gusto. Certo potevano risparmiarmelo, ma se c’è da soffrire ancora sono pronto… dissi tra me e me.

Mi cambiai ugualmente la camicia e mi lucidai le vecchie scarpe che portavo ormai da troppo tempo.

Arrivai nella saletta riservata agli interrogatori con i magistrati accompagnato da una guardia. Entrai chiedendo permesso. Davanti a me si pararono due persone vestite informalmente.

- Buongiorno, sono il Pubblico Ministero di Livorno.Sono stato delegato dal collega di Milano per raccogliere le Sue dichiarazioni. Questo è il sovrintendente della Polizia che mi assiste. -

Mi sembrò sincero ed ero contento che non si trattasse di un’ennesima burla ai miei danni, ma la delusione si dipinse lo stesso sul mio volto. In cuor mio avevo sperato che il magistrato di Milano fosse venuto a sentirmi personalmente.

Se aveva delegato il collega del luogo, forse non era tanto interessato alle mie esigenze: aveva semplicemente inteso sbrigare la pratica in modo burocratico, niente di più.

Ebbi la tentazione di ringraziare, di salutare e di tornare a piangere in cella, ma ormai decisi di giocare anche l’ultima carta che mi rimaneva.

Era una coppia strana: il poliziotto aveva un’espressione sorniona, una smorfia sempre dipinta sul volto da aspirante bullo di periferia. Il magistrato aveva invece la faccia da bravo ragazzo, un fisico asciutto ed un sorriso poco cordiale, portava gli occhiali, ma -ahimè- non recava con sé il carisma del magistrato.

Iniziai a raccontare la mia storia partendo da lontano, ovvero dall’Egitto. Temetti più volte di essere interrotto e di essere invitato a stringere. Il giudice invece mi guardava assorto senza proferire parola. L’espressione era enigmatica tanto che non riuscivo a decifrare se fosse interessato al racconto o se invece pensasse ai fatti suoi.

Non importava! Avevo deciso di continuare a parlare nel mio italiano ancora imperfetto, nessuno mi avrebbe fermato; in qualche modo dovevo sfogarmi.

Quando finalmente il mio ascoltatore mi chiese qualche piccolo chiarimento per rimettere in ordine una narrazione troppo confusa, mi accorsi che seguiva i miei discorsi e provai un enorme conforto.

Alla fine gli dissi che avevo presentato domanda di grazia al Presidente della Repubblica, ma che purtroppo era forse rimasta arenata nelle sabbie ministeriali. Aggiunsi che avevo ormai scontato più di dodici anni di galera, tuttavia non avevo mai avuto un permesso nonostante che altri detenuti ben più pericolosi di me avessero già ottenuto qualche beneficio. Desideravo solo riunirmi alla mia famiglia, ai miei affetti; non potevo più stare lontano da loro che mi erano rimasti incredibilmente attaccati alla parte più intima dell’anima sebbene la vita fosse ancor più difficile fuori che dentro le mura del carcere.

- Cosa devo fare? Non ce la faccio più! Non so quanto mi resterà da vivere. Lei cosa farà adesso? Faccia qualcosa per me! - Implorai.

- L’unica cosa che posso fare è verbalizzare quanto mi ha detto e trasmetterlo al collega di Milano con il quale lei aveva chiesto di conferire. - Fu la risposta.

Iniziò così a dettare in modo sintetico, ma preciso, le mie dichiarazioni. Il suo assistente scriveva diligentemente, tuttavia non senza ricevere qualche rimbrotto.

- Ha nient’altro da aggiungere?

- No, dottore!

- Allora firmi qui.

Firmai e firmarono anche loro con due scarabocchi. Si congedarono con un asciutto "arrivederci" che non prometteva niente di buono e senza neppure una stretta di mano.

Un’altra batosta! Ma non potevo rassegnarmi, la vita fuori mi attendeva.

Aspettavo un segnale dalla Procura della Repubblica di Milano, ma non lo vedevo arrivare.

 

Dopo qualche mese di angosciosa attesa giunse una novità: il trasferimento al carcere di Firenze. Era ben poca cosa, ma mi consentiva di mantenere contatti più frequenti con la famiglia.

- Su preparati, ti attende il direttore. - Mi comunicò la guardia di servizio.

Di malavoglia mi incamminai verso la direzione dove trovai il direttore: mi colpirono i suoi occhi neri e profondi che sembravano - come diciamo noi arabi - due buchi di piscio nella sabbia del deserto. Era corpulento e più sudato del solito.

Era, infatti, una torrida giornata di agosto, talmente calda che il condizionatore dell’aria non riusciva a fare il suo dovere.

- Hanno scritto un libro su di lei, sulla sua vita. Lo vuole leggere? Mi hanno mandato una copia. E’ in corso di pubblicazione. - Esordì senza preamboli.

- Chi l’ha scritto? - fu la prima domanda che mi saltò in mente.

- L’ha scritto un magistrato -

- Perché? -

- Non lo so. Se non lo sa lei? -

Ero allibito, incredulo, ma sotto sotto la notizia mi faceva piacere. Qualcuno si era occupato di me a tal punto da sprecare un po’ del suo tempo.

Quel qualcuno era il Pubblico Ministero che era venuto ad interrogarmi a Porto Azzurro delegato dal suo collega milanese.

Corsi in cella e non mi mossi di lì prima di aver terminato la lettura.

Raccontava la mia storia, parlava di me, della mia vita, anche se l’autore si era inventato tutti i particolari che non gli avevo riferito ed aveva cambiato qualcosa nel mio racconto.

Concludeva mettendo in risalto la sostanziale ingiustizia che mi era toccata. Sottolineava che l’ergastolo, nel frattempo, era stato in pratica abrogato e, se il mio processo si fosse svolto secondo le nuove regole oggi vigenti, avrei potuto senz’altro accedere al giudizio abbreviato, ottenere lo sconto di pena ed evitare il carcere a vita.

Osservava che la circostanza aggravante della premeditazione era stata smentita dalla successiva sentenza emessa nei confronti di Maria nel processo per la falsa testimonianza. Tuttavia il contrasto tra i due giudicati in questo caso, vertendo su una circostanza del reato, anziché sull’esistenza dello stesso o sulla responsabilità, non avrebbe potuto determinare l’avvio di un processo di revisione.

La revisione del processo, precisava, è infatti prevista solo laddove può portare all’assoluzione del condannato.

Il libro contrariamente alle mie previsioni, ma il mio pessimismo era diventato cosmico, ebbe un buon successo editoriale. Nell’ambiente giudiziario se ne parlava, si sottolineava la sostanziale iniquità del trattamento riservatomi e si accese, di nuovo, un riflettore sulla mia vicenda umana e processuale. Quel volumetto in qualche modo riuscì ad entrare tra le carte del fascicolo della richiesta di grazia. Non so se ebbe una qualche influenza, ma dopo qualche mese mi chiamò ancora quello stesso direttore che, stavolta, soffriva il freddo dell’inverno ormai inoltrato. Era avvolto in una sciarpa azzurra che abbassò sotto il mento per poter meglio parlare.

Era l’annuncio che ormai aspettavo da tempo, senza tuttavia nutrire più speranze.

Anche lui era stranamente emozionato. Sventolando un foglio, disse semplicemente:

- E’ la grazia! -

Scoppiai a piangere. Era finita una vita e ne iniziava un’altra, ma temevo non fosse vero. Non mi fidavo più. Ci fu un’alternanza di sensazioni drammatica, estenuante, ma alla fine lessi il decreto di grazia con in calce la firma del Presidente della Repubblica.

Quando la porta del carcere si chiuse alle mie spalle mi sembrò di rinascere e, solo per un attimo, ebbi addirittura la sensazione di non essere mai stato "dentro".

Tutto "fuori" andava avanti come se nulla fosse accaduto, la gente camminava, parlava e aveva fretta, le macchine inquinavano, il sole era alto sull’orizzonte, gli alberi ospitavano i nidi dei passerotti.

Tutto esattamente come sempre.

 

Questa è stata finora la mia vita, figli miei. Ma questa libertà profuma di nuovo. Ormai siete diventati grandi e, forse, adesso riuscirete a capirete perché vi siete sentiti trascurati, dimenticati, negletti, nonostante che la mamma vi abbia sempre dato tutto ed abbia cercato di essere per voi anche un padre.

Chissà quante volte avete avuto bisogno di un papà che, invece, non c’era: per ascoltarvi, per darvi un consiglio o semplicemente per contare sul suo aiuto nel caso ce ne fosse stato bisogno.

Chissà quante volte non sapevate come rispondere quando qualcuno vi chiedeva di vostro padre. Quanti imbarazzanti silenzi, quante inevitabili bugie…

Chissà se adesso sarò in grado di svolgere un ruolo che avevo messo in naftalina.

Vi prego, perdonatemi per quello che ho fatto, per quello che non ho fatto e per quello che non saprò fare.

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