Presentazione della Sezione

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7 gennaio, 2013 - 20:50

Gemma Brandi

Psichiatra psicoanalista

Consulente del Ministero della Giustizia

Direttore Responsabile de Il reo e il folle

E-mail: reofolle@fi.newnet.it

 

Da tempo ormai alcuni Consulenti Psichiatri del Ministero della Giustizia, attivi nelle carceri italiane, segnalano il problema di una disattenzione teorica per il lavoro clinico in tale settore, nel tentativo di provocare una ripresa del dialogo intorno ai temi della trasgressione psicopatologica. A questo scopo fondarono, nel 1995, la Società Italiana di Psichiatria Penitenziaria (S.I.P.Pen.), le cui iniziative hanno trovato una indispensabile ospitalità editoriale nel quadrimestrale Il reo e il folle, che esce regolarmente dal 1996.

Perché il dialogo in questione si è arenato, almeno nel nostro Paese?

Esistono due ragioni storiche sufficienti a spiegare la cosa. Una ragione accademica e una ragione pratica.

La Psichiatria è nata in carcere, ben prima del diciannovesimo secolo, da un accordo tra i poteri-saperi ecclesiastico, giuridico, medico circa la necessità di curare alcuni rei sofferenti ospiti delle galere. La Psichiatria Forense è nata in Italia con Cesare Lombroso, a partire da una disputa tra lo scienziato, che era già conosciuto a livello internazionale, e gli apparati psichiatrici dell'epoca circa l'opportunità di dedicare un'attenzione di ordine psicopatologico all'uomo delinquente in quanto tale. Questo contrasto si concluse con una scissione, che oggi rivela i suoi aspetti perversi e il rischio sotteso: Cesare Lombroso e i suoi epigoni avrebbero potuto studiare gli aspetti criminologici solo all'interno dei Dipartimenti di Medicina Legale e senza possibilità di conciliare la clinica con la teoria. Ecco perché non esistono cattedre di Psichiatria Forense o Criminologia nei Dipartimenti Universitari di Psichiatria; ed ecco perché il terreno clinico per eccellenza della Psichiatria Forense, vale a dire i luoghi di pena, è stato depauperato del riguardo che altrove si accorda a questo. I Paesi western, infatti, importarono dall'Italia la nuova scienza - ma non la diatriba che ne aveva sostenuto l'incipit - accogliendola all'interno dei Dipartimenti di Psichiatria. Non si è dunque registrato lì lo scisma tutto italiano che ha avuto qui per conseguenza l'abbandono sia clinico che teorico di un ambito, quello penitenziario, che oggi torna a reclamare un inconfutabile credito.

Accanto al fattore accademico, a scoraggiare l'interesse per la trasgressione psicopatologica c'è una causa pratica, strettamente correlata alla legislazione psichiatrica italiana. Lo spirito di apertura che attraversa la legge 180 mal si concilia con la necessità di coazione che certe forme di sofferenza sembrano ancora oggi comportare. La Psichiatria si è così liberata di alcuni suoi territori di frontiera - quello delle dipendenze in senso lato, ad esempio, delle psicopatie, dei disturbi di personalità — e ha deciso di non entrare nel merito dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario e comunque dell'internamento giudiziario. Ciò ha determinato l'esclusione di un investimento di energie terapeutiche sul territorio-carcere, dove frattanto, per il ridotto ricorso giurisdizionale alle misure di sicurezza e per l'indebolirsi degli argini terapeutici esterni al dilagare di condotte antisociali, si registra un costante e non valutato incremento del disagio psicopatologico.

Sul crocevia della riabilitazione di un'area di interesse troppo a lungo trascurata e magari della riapertura di un dialogo, oggi asfittico, tra Psichiatria e Psichiatria Forense, si colloca il lavoro svolto in questi anni dalla S.I.P.Pen..

Questo lavoro ha dato frutti sperati quanto illusori fino a poco tempo fa. Infatti, per quanto l'Ordinamento Penitenziario sottolinei il rilievo della figura dello psichiatra, indispensabile all'apertura stessa di un carcere, la funzione di tale professionista all'interno dei luoghi di pena è stata svuotata progressivamente, al punto che oggi si continua a sovrapporla con naturalezza a quella dei vari specialisti che operano intra moenia. Ciò malgrado la diversa organizzazione esterna dei servizi di salute mentale rispetto alle altre prestazioni specialistiche e in barba alla consistenza allarmante del disagio psichico dei ristretti se paragonato alle loro malattie fisiche.

La situazione ha subito una radicale svolta nell'ultimo anno. Dapprima grazie alla disposizione del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria di istituire Servizi Psichiatrici, con professionisti a rapporto orario anziché retribuiti a visita e con ampia autonomia di gestione clinica, in tutte le carceri italiane; quindi per il tramite dell'inserimento di un capitolo sulla salute mentale in carcere nel Progetto Obiettivo che attuerà il D.L. 230/99 per il passaggio della Sanità Penitenziaria al S.S.N.. Tale passaggio dovrebbe avvenire, per i Ser.T. e i Servizi di Prevenzione, su tutto il territorio nazionale da Gennaio 2000, per le altre forme di assistenza, solo nelle Regioni di sperimentazione, le quali, in numero non inferiore a tre, dovrebbero essere individuate prossimamente.

E' evidente come si aprano al momento opportunità rinnovate, sia in campo cultural-formativo che operativo, che renderanno quanto mai promettente e utile un dibattito tra coloro che aspirano a costruire qualcosa che ci allinei con gli altri Paesi, senza disperdere le specificità virtuose capitalizzate frattanto e mettendo a frutto, inoltre, il carattere comunitario dei luoghi di pena. La S.I.P.Pen. ha contribuito a gettare le basi di questa impalcatura in fieri e non intende sottrarsi ora ai compiti e al confronto cui si dovesse chiamarla.

In tale fase è possibile individuare delle parole-chiave che servano a tracciare il percorso della S.I.P.Pen. ed i nuclei tematici fondamentali della sezione di POL.it.

_ Conoscenza

Vale a dire passaggio dall'ignoranza che caratterizza il momento attuale alla rilevazione epidemiologica del disagio psichico recluso, superando le vischiosità che rallentano il processo conoscitivo.

_ Trasversalità

Tra mondo giuridico e mondo psichiatrico nelle pratiche che portano, ad esempio, le persone detenute nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura.

Tra Servizi di Salute Mentale Interni ed Esterni al carcere.

_ Composizione delle diastasi

Tra mondo detenuto e mondo internato, al di là della fascinazione di un confine, che di fatto non esiste più, tra Ospedale Psichiatrico Giudiziario e carcere.

Tra teoria e clinica, con una debita rivisitazione dello scisma psichiatrico forense.

Tra pubblico e privato, incoraggiando tutte le forme di attenzione costruttiva e di affidabile intervento del privato sociale nei luoghi di pena.

_ Articolazione, gradualità, praticabilità

Sta per partire un interessante progetto di ricerca e sperimentazione delle Regioni Toscana ed Emilia-Romagna per la realizzazione di uno strumento alternativo all'internamento o alla detenzione per malati di mente autori di reato, senza che ciò significhi un immediato e talora incauto ritorno alla libertà non controllata.

D'altra parte, la proposta di legge delle Regioni per la chiusura dei luoghi di internamento, si basa proprio sulla forza di un'articolazione flessibile tra il carcere, detti luoghi e il territorio, sia in una direzione che nell'altra.

_ Prudenza, cautela, qualità

Maggiore salute mentale in carcere si tradurrà in maggiore sicurezza, se gli operatori comprenderanno l'importanza del fatto che essi per primi evitino di diventare pericolosi

Le pratiche dovranno avere per fondamento ricerca, sperimentazione, formazione, relazione.

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