UN CARCERE AGUZZINO?

Share this
18 dicembre, 2012 - 16:36

 

Nascondersi di fronte ai problemi, rifiutare di parlarne: non è questo il compito dello psichiatra. Parlarne a vanvera, a braccio, a ruota libera sembra lo sport preferito di molti psichiatri. Trasformare in pettegolezzo un evento è il rischio che si corre sempre.

Prendiamo la parola, sulla scia dei gravi fatti che si stanno verificando in Sardegna nelle ultime ore, per segnalare qualcosa che ci preme, da una posizione di conoscenza del mondo penitenziario.

Quando, i primi di aprile, il telegiornale fece giungere nelle case degli italiani le immagini della processione dolorosa di familiari di detenuti intorno alle mura del carcere di Sassari, mi sentii testimone della nascita di un modo nuovo di aggregarsi a partire dai luoghi di pena. Assistevamo a una manifestazione comunitaria estremamente civile. Le difficoltà cessavano di appartenere al singolo, per diventare quelle di un gruppo; non era una protesta gridata, ma una denuncia sommessa e disperata. Tale accorato e mesto appello ispirava un immediato rispetto. Questa la novità.

Tutto il resto mi sembra uno dei luoghi comuni del penitenziario, dove è pur vero che, al di là delle botte da orbi, che non ritengo essere la regola, si fronteggiano due mondi -quello della trasgressione e quello del controllo- che nutrono un reciproco pregiudizio, mentre dal benessere dell'uno dipende indissolubilmente quello dell'altro, essendo il loro un rapporto che dura nel tempo, destinato a trasformarsi in una convivenza coatta, per quanti cancelli ci siano a dividere i due fronti. Nella lingua del carcere il recluso diventa il camoscio e l'agente lo stambecco o ilsuperiore: un modo come un altro, l'affibbiarsi simili innocui nomignoli, che altrove assumerebbero una connotazione affettuosa o rispettosa, per testimoniare disprezzo. All'ombra di tale, più o meno dichiarata, ostilità difficilmente potrebbe accadere che maturino efficaci programmi di reinserimento e che sia mantenuta una quiete tendenziale. Specie se si considerano la consistenza e la complessità dei problemi, di salute ad esempio, cui i reclusori danno asilo, anche loro malgrado.

D'altra parte, il discorso ampiamente tentato di depenalizzare i reati che non destino allarme, si scontra con la pericolosità, avvertita dal cittadino comune, di una microcriminalità bagattellare, quand'anche legata a un disagio dell'attore, che non lascia respiro e minaccia diffusamente la qualità della vita di troppi.

Il problema non si risolverà rincorrendo un forzato svuotamento delle carceri, né tanto meno moltiplicandone il numero e con questo quello degli agenti di Polizia -l'aumento a dismisura delle strutture penitenziarie negli USA, fino a un rapporto percentuale di dieci a uno della popolazione reclusa sulla media europea, non sembra avere reso più sicure le strade d'America; inoltre, lo Stato di New York, dove tale incremento risulta molto inferiore che nello Stato della California, pare avere raggiunto paradossalmente livelli di sicurezza sociale senza dubbio superiori rispetto alla costa del Pacifico, attraverso un capillare controllo del territorio. Ciò che serve è quindi, piuttosto, una risposta adeguata, dentro e fuori, ai problemi che l'apparato penitenziario segnala, in genere in largo anticipo sulla visibilità dei medesimi nella comunità libera. Ne elenco almeno due.

  1. I morbi emergenti: sofferenza mentale, tossicodipendenza, malattie infettive. Non si può pensare che un sistema repressivo possa controllare simili situazioni, essendo spesso minima la competenza sociale e contrattuale dei soggetti sofferenti. E' necessario adeguare la risposta sanitaria del carcere alle emergenze segnalate e stabilire una omogeneità e quindi dei collegamenti agili tra servizi territoriali e penitenziari. Non resta che dare rapida applicazione, quindi, al D.L. 230/99, che comporterà un incremento della dialettica intramuraria e tra interno ed esterno.
  2. La crescita esponenziale degli stranieri reclusi, con la creazione di una faglia sempre più ampia tra assetto antropologico del carcere e del territorio. Non c'è peraltro la preparazione per affrontare, nei reclusori, le necessità di rapido adeguamento culturologico che le percentuali impongono, stando al dato che fissa in oltre il 50% della popolazione detenuta quella straniera. Se è titanico e non perseguibile il progetto di porre argine agli sbarchi di disperati sulle coste italiane, si potrebbe pensare a una diversa gestione internazionale del destino penitenziario di chi si macchia di crimini (rimpatrio?) e a una prevenzione mirata di ciò che può essere prevenuto (volontà criminale o crimine per bisogno di sopravvivenza?). Si tratta comunque di un problema che coinvolge e sempre più coinvolgerà la società libera, la quale dovrebbe attrezzarsi aiutando il carcere a farlo.

Alla luce di questi brevi accenni, pretendere che dei giovani agenti possano, dopo un breve corso di formazione, fronteggiare simili evenienze, è da balordi. La cosa, pertanto, non si risolve aumentando il contingente di Polizia Penitenziaria, che andrebbe semmai ulteriormente qualificato e sostenuto nel suo arduo compito. Sappiamo di avere, peraltro, un rapporto agenti/detenuti che non ha uguali al mondo e che difficilmente potrebbe giustificarsi con i compiti di piantonamento esterno assunti dal corpo in questione da qualche anno a questa parte. Il nostro sistema di sorveglianza, poi, è a dir poco vetusto; prevede una presenza degli agenti all'interno delle sezioni, con apertura manuale delle porte e con scarsissimi controlli elettronici e indiretti. L'unico vantaggio che tale gestione comporterebbe -quello di consentire che si stabiliscano delle relazioni di un qualche valore tra personale e detenuti- non viene che eccezionalmente colto, perché non sembra fare parte delle competenze fondamentali dell'agente, che anzi, quando matura dei legami significativi, corre il rischio di essere visto come unaccamosciato.

Né l'aumento acritico degli operatori del trattamento appianerebbe gli ostacoli, senza che prima sia operata una rivisitazione seria della funzione che la cosiddetta osservazione scientifica della personalità ha nel garantire che vengano forniti pareri affidabili all'Autorità Giudiziaria, cui è demandato il compito di decidere, ma alla luce di tali opinioni, il destino del recluso.

L'auspicio è dunque che si parli dei problemi veri e delle soluzioni possibili, e che a parlarne siano quanti, al di qua e al di là delle sbarre, sperimentano sulla loro pelle le difficoltà di un ambiente ricco e composito, in continuo cambiamento e insieme aderente ad antiche e desuete pratiche. Ma soprattutto che di ciò si parli fuori da ogni clamore rivendicativo, nei toni civili e misurati della manifestazione promossa, i primi di aprile, dai familiari di quei detenuti.

> Lascia un commento


Totale visualizzazioni: 699