Sergio Moravia (Firenze)

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3 dicembre, 2012 - 19:30

 

Il problema principale discusso nel Congresso, richiede una sequenza graduata di differenti risposte.

a)Innanzitutto, la rete puo' rappresentare l'occasione per alcuni sofferenti di una condizione di isolamento per emergere da un orizzonte autoreclusivo grazie alla produzione di scenari (anche se solo virtuali) capaci di coinvolgerli in situazioni stimolanti.

b)In secondo luogo, si puo' supporre che la rete permette a psicologi e psichiatri di praticare una iniziale forma di intervento su uno specifico tipo di persona in difficolta' e cio' grazie all'apparente copresenza on-line di persone in difficolta' e di terapisti.

c) In terzo luogo, dobbiamo comunque evidenziare che:
i)La rete produce solo una realta' virtuale, inevitabilmente piu' artificiosa e fittizia della realta' dell'esperienza: la sola in grado di generare un processo di effettiva maturazione e (auto)trasformazione.
ii)La artificialita'/simulativita' della realta' virtuale non solo impedisce alla persona in difficolta' di stabilire dinamiche affettive appropriate, ma rischia di aumentare la confusione tra realta' e fantasia causando danni ai suoi gia' precari rapporti con il mondo esterno.

d) Quest'ultimo rilievo mi conduce ad aggiungere un altro punto che riguarda il rapporto tra un soggetto "normale" e la rete. Secondo molti ricercatori, l'uso acritico ed eccessivo della rete puo' portare un certo tipo di individuo:
i) a subire una sorta di fascinazione da parte della rete stessa, con un severo sbilanciamento del giusto equilibrio tra il tempo dedicato all'esperienza reale ed il tempo dell'esperienza virtuale.
ii) ad una iniziale situazione di euforia di fronte alle piu' o meno effettive possibilita' offerte dalla rete.
iii) ad una successiva situazione di frustrazione di fronte alla natura esclusivamente simulativa, illusionale dell'esperienza on- line.

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