Intervista a A.J. BAULEO, DIRETTORE ISTITUTO INTERNAZIONALE DI PSICOLOGIA SOCIALE ANALITICA. MEMBRO DELLA SEZIONE MASS MEDIA E SALUTE MENTALE DELLA WPA, VENEZIA

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30 novembre, 2012 - 16:45

 

Domanda: ci può dare una sua opinione su quello che è emerso da questi due giorni?

 

Risposta: mi sono sembrati due giorni veramente intensivi, gli argomenti avrebbero potuto essere affrontati in un seminario di una settimana perché i temi che si sono trattati sono molto interessanti: dal problema di quello che si fa nell'attenzione e assistenza del paziente si passa direttamente a come sono organizzati i servizi. Si è fatto tutto un percorso tra il soggetto sofferente e l'istituzione che lo accoglie, organizzata per confrontarsi con quel tipo di sofferenza. La cosa interessante di cui si è parlato questa mattina è che non soltanto si parlava della sofferenza in se stessa ma si è introdotto l'interessante discorso della prevenzione. La prevenzione in psichiatria è sempre stata difficile perché in psichiatria la prevenzione osserva la qualità della vita, come è la comunicazione, quali sono i contesti, come è il livello economico della gente. Per tutto questo insieme di elementi e per la quantità di determinati e di causalità esterne è difficile fare prevenzione, non è che non ci sia. Oggi De Plata ha fatto una sintesi del problema della prevenzione, richiamando l'attenzione sui punti che bisogna sviluppare, perché non è sufficiente chiedere alla comunità quali siano le sue necessità di salute. Chi fa la proposta e l'offerta deve tenere conto della domanda che fa la gente. Per questo motivo io ho parlato anche di formazione, perché molte volte noi parliamo di terapia ma la gente non ha la formazione adatta per questi tipi di cose, le cattedre continuano a sostenere idee del secolo scorso. Noi abbiamo un problema concreto, per esempio capire che cosa determina la malattia, come è la fase acuta e che cosa si chiama fase acuta, come è il processo dell'ammalarsi e come il processo di guarigione. Esiste il problema di definire la cronicità della malattia: non è chiara la definizione di cronicità perché quando si parla di cronicità si pensa anche all'evoluzione di una malattia che appartiene soltanto al soggetto e non come gioca il contesto. Per esempio se uno che si è ammalato continua ad avere crisi non possiamo pensare soltanto che il problema della malattia sia lui, ma piuttosto i medici che lo hanno visto nelle diverse crisi che cosa hanno fatto per cambiare il percorso della malattia? Se più medici lo hanno visto e il malato continua ad avere crisi la presenza dei medici non è servita a niente, neanche a modificare un po' il percorso della malattia. La cronicità e la crisi successiva devono essere pensate in un'altra maniera, perché noi parliamo tanto di collettività, di insieme ma quando avviene un processo del genere tendiamo ad attribuire la malattia al paziente, senza tenere conto che allora la nostra presenza non è servita a niente. Sarebbe il caso di iniziare a domandarsi che cosa stiamo facendo se una persona continua ad ammalarsi e nessuno degli interventi fino a quel momento fatti sono serviti a qualcosa. Parliamo di vincoli, del rapporto tra terapeuta e paziente come se la malattia fosse un'entità che funziona da sola.

Per questi motivi questo convegno è interessante perché sono cose che dobbiamo continuare a ripetere non soltanto nei Servizi ma anche all'università dove i professori devono fare un riciclaggio di loro stessi, devono continuare ad aggiornarsi perché non è detto che sappiano per sempre queste cose.

 

Domanda: Secondo lei ci sono le risorse e le possibilità di combattere questa cronicità, sulla base di quello che abbiamo sentito in questi giorni?

 

Risposta: Qua in Italia più che in qualsiasi altro posto. Gli strumenti ci sono, ma la gente non li sa utilizzare. Io ho lavorato al SSM con persone molto formate, in psicoanalisi, teoria sistemica, una serie di tecniche e teorie, ma non le utilizzavano dentro al Servizio. C'è la teoria ma non c'è l'utilizzazione pratica di queste conoscenze. Il grosso problema è di come circola questa informazione e questo apprendimento. Veramente in questo momento entro in conflitto con la realtà che vedo perché questo paese è ricco di risorse ma chi vuole tornare all'elettro shock e al manicomio non ha capito niente. Questo paese ha gente molto capace ma non la sa utilizzare come dovrebbe. Tenete conto che io lavoro in Italia dagli anni '70 e conosco la realtà. Il problema principale penso sia che si continua sempre con la stesso tipo di idea, non si può utilizzare sempre le stesse conoscenze senza attualizzarle. Certe definizioni di Kraepelin sono brillanti, ma adesso dobbiamo inserirle in un altro livello.

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