Intervista alla prof.ssa I. Caro, Università di Valencia, Spagna

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30 novembre, 2012 - 16:05

Quali sono le conseguenze della globalizzazione sulla psicoterapia?
Le conseguenze più banali sono quelle di fare una traduzione “semplice” e letterale della psicoterapia. Pensare che una terapia cognitiva sviluppata, per esempio, da un newyorkese (quale la terapia Razionale-Emotiva-Comportamentale di Ellis) possa essere importata in un'altra cultura come per esempio quella europea. Tuttavia, come ho detto nella mia relazione, dubito che si possa fare una “traduzione semplice e letterale” senza determinare una glocalizzazione. Le terapie sono fatte da individui che appartengono ad una determinata cultura e che, ritengo, siano in sintonia con i bisogni, i valori, etc. dei loro clienti. Una buona “alleanza terapeutica” potrebbe essere il concetto che sintetizza meglio questa idea.
Posso spiegare questo, per esempio, con la self-disclosure, un'attitudine terapeutica che viene apprezzata da alcuni miei amici americani, ma che, secondo me, potrebbe essere considerata strana da un paziente spagnolo, che entra in terapia con in mente un suo “tipo di relazione medico-paziente”.
Anche per quanto concerne la terapia cognitiva, viviamo in un mondo cognitivo McDonaldizzato. Il modo di pensare, la vita, ecc. anglosassone è sotto sotto più tradizionale delle terapie cognitive tradizionali che impieghiamo. Autori come Guidano, ma anche Gonçalves, Scrimali ed hanno pubblicato in lingua inglese (per poter avere un minimo livello di influenza nel mondo della terapia cognitiva, dobbiamo pubblicare dei lavori in riviste e libri inglesi), sono esempi diversi sia nel tipo che nella rilevanza, ma che testimoniano come la situazione stia cambiando (temo lentamente). Forse stiamo creando le basi per una convergenza futura e per il rispetto completo dei terapeuti cognitivi di ogni parte del mondo.

Come possiamo adoperare una terapia globalizzata e le terapie attuali?
Ritengo, come professore universitario interessato all'insegnamento e alla formazione dei futuri terapeuti, che dovremmo aiutarli a comprendere che dietro ogni terapia cognitiva c'è uno specifico razionale e background culturale, normativo e valutativo. Ritengo che nel mondo postmoderno , l'ETICA dovrebbe essere una parte importante della formazione dei curricula dei terapeuti.
Inoltre, questo è particolarmente importante per la società Occidentale in cui viviamo che non è più una società unica, ma è composta di diverse culture, come ci ha mostrato Loretta Sala nella sua relazione su Parigi, e la prospettiva, che i terapeuti dovrebbero avere, deve essere abbastanza sensibile da comprendere le differenze e abbastanza intelligente da non impiegare né metodi, né tecniche, ma una ricostruzione di qualunque modello di terapia cognitiva e allo stesso tempo essere capace di coinvolgere nella terapia tutte le caratteristiche culturali della famiglia, religione, filosofia di vita, ecc. del paziente.
La globalizzazione come fatto culturale potrebbe essere di un aiuto per alcuni di noi ed un pericolo o una grave conseguenza negativa per la gente appartenente a determinate classi sociali, come Liria Grimaldi ha sottolineato nella sua presentazione alla tavola rotonda.
Oggi la cultura non influenza solamente i sintomi, ma potrebbe essere essa stessa un sintomo. Se così fosse, avremmo bisogno di psicologi e psichiatri critici e più riflessivi.

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