Quarta giornata - Sabato 15 maggio

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28 novembre, 2012 - 19:27

 

M. Longo "Il delirio in eta’ evolutiva"

Partendo dalla considerazione che spesso anche i bambini delirano, M. Longo ha innanzitutto analizzato quelle che sono le caratteristiche conoscitive dell’eta’ infantile: - costruzione dell’Io / costruzione della realta’; - periodo senso-motorio 0-2 anni (magia del pensiero); - pensiero pre-operatorio 2-7 anni (realismo del pensiero); - pensiero operatorio concreto 7-12 anni; pensiero operatorio formale dai 12 anni in poi. Il destino del pensiero magico, durante la crescita, e’ quello di inserirsi nel contesto dei miti personali, del gioco, degli oggetti transizionali, delle situazioni stressanti come aspetto difensivo, del rito, delle favole. Il pensiero magico persiste cosi nel tempo accanto al pensiero logico, con funzione creativa e regressiva. Ma come capire se un bambino delira osta creando? E’ necessaria l’introduzione di categorie diagnostiche, suddivisibili in psichiatriche e neuropediatriche. Tra le prime sono individuabili: MCDD (Multiple Complex Developmental Disorder), MDI (Multi Dimensional Impairment), VEOS ( schizofrenia ad esordio precocissimo), EOS (schizofrenia ad esordio precoce), DID (Disturbi dissociativi dell’identita’), DPTS (Disturbo Post Traumatico da Stress). Le categorie neuropediatriche comprendono una molteplicita’ di sindromi tra cui ricordiamo in particolare: encefalopatie acute, sepsi, dismetabolismi, intossicazioni endo-/esogene, emicrania, epilessia. Sono quindi necessari dei parametri valutativi,che prendono in considerazione diagnosi di tipo dimensionale, psicosociale e strutturale; quest’ultima colloca la diagnosi nel continuum della vita del paziente, dando importanza alla funzione narrativa degli aspetti deliranti della funzione del pensiero nell’eta’ evolutiva. Ad esemplificazione di questo concetto viene proiettato lo spezzone di un film belga del 1991, "Toto’ le Heros", che ben rappresenta l’evoluzione del delirio nel ricordo del paziente.

Conclude sottolineando come, a suo parere, i bambini che hanno troppo bisogno di fantasticare dovrebbero essere seguiti, poiche’ potrebbero diventare degli adulti che hanno bisogno di delirare.

L. Cappellari "Riflessioni psicopatologiche sul concetto di centralita’"

Il confronto con l’esordio della psicosi ci turba e ci affascina al tempo stesso, in quanto siamo spinti a cercare di capirne il mondo interno e di dar loro un senso: i cosiddetti "Alienati" (altri da se’) hanno diritto di essere ascoltati e di condividere con lo psichiatra un percorso terapeutico. Il "rumore di estraneita’, che non riusciamo a cogliere profondamente, viene accolto dalla psicopatologia fenomenologia con l’ascolto: il paziente non ha sintomi, ma vive delle esperienze. Bisogna quindi partire dalla esemplificazione di Konrad, il quale, partendo da una base clinica, descrive il percorso tipico della diagnosi di schizofrenia iniziale. Per quanto concerne la fase prodromica, egli parla di "Trema", ossia dello stato di allarme e della reazione di allarme, con tensione continua vissuta come oppressione. Quindi descrive la "Apofania" come la comparsa dell’atmosfera delirante: il paziente avverte la fine di ogni certezza, nulla gli e’ piu’ indifferente ed egli "e’ come un bambino spaventato che cammina nel bosco" (Gozzetti). Il paziente e’ colpito da cio’ che la gente non fa e non dice. Per "Apostrofe’" intende il vissuto di essere al centro del proprio mondo: il paziente perde la capacita’ di cambiare prospettiva ed e’ "prigioniero – dal punto di vista tolemaico – all’interno del proprio Io e del proprio mondo proiettato", al centro di un mondo nuovo. L’essere al centro e’ un fenomeno che il paziente subisce passivamente; la centralita’ e’ dovuta, infatti, al crollo della soggettivita’ per l’incertezza del rapporto con l’altro, e’ la nascita globale quasi di un nuovo mondo, di un nuovo se’ che si estende a lui e a tutti gli uomini, in maniera universale. Biswanger sviluppa il concetto dell’"essere posti in posizione centrale". Si chiede quindi se la "centralita’" non sia pertanto da considerare la 4° forma di esistenza mancata (Biswanger ne descriveva 3), nella misura in cui essa e’ espressiva dello psicotico e dell’esperienza umana. Non esiste piu’ l’orizzonte comune, lo spazio intero e’ ridotto ad un punto che corrisponde all’infinito. Il paziente non e’ piu’ in grado di incontrare gli altri e le cose, ha l’impressione che tutti siano li’ per lui, la "sensazione del troppo pieno": angosciosa sensazione di un mondo che parla tutto lo stesso linguaggio e di essere "incapace di sottrarsi alla certezza imperiosa di non potersi sottrarre al mondo che lo circonda". Il delirio si pone quindi come conflitto tra Io ed Ideale dell’Io: nella centralita’ l’Io e’ diventato cosi’ saturo di riferimenti da non permettere piu’ di trovare un altro significato.

 

M. Rossi Monti "Macchine e deliri bizzarri"

Per soddisfare il criterio A della diagnosi di Schizofrenia secondo il DSM IV-TR, e’ sufficiente la presenza di deliri bizzarri, definiti come "chiaramente non plausibili e non comprensibili, che non derivano da comuni esperienze di vita", pertanto deliri ad alto peso specifico, in quanto valgono il doppio degli altri. Emerge subito, pero’, il problema della natura composita dei deliri bizzarri, che possono essere considerati mediante il criterio contenutistico del DSM, il criterio formale della scuola di Heidelberg e come sintomi di primo rango. E’ chiaro dunque come il loro costrutto sia eterogeneo. In essi, inoltre, e’ evidente un passaggio indebito dall’esperienza al delirio: i deliri vengono espressi nella forma di giudizi e di credenze, ma non originano necessariamente su quel piano, originano sul piano dell’esperienza. Nelle parole dei pazienti ricorre, infatti, il racconto di un’esperienza (di passivita’), quella di sentire il proprio pensiero interpolato da una forza esterna. Si tratta di un passaggio da Io come soggetto di un’esperienza ad Io come oggetto di una spiegazione.

Sono stati descritti deliri riguardanti influenzamento da parte di macchine: ne e’ esemplare il caso di Natalija di Viktor Tausk (1919). Si possono individuare in questo tipo di delirio 2 tratti fondamentali: il primo va da un’esperienza di lamentazione a livello corporeo fino al delirio; il secondo dal delirio alla costruzione dell’idea di una macchina che influenza. Tema di fondo e’ che tali deliri riguardino una carenza della fondazione di se’ (come persona) e del mondo (come entita’), con qualita’ metafisiche. Da qui il paradosso della macchina: luogo di spossessamento dei propri atti psichici ma anche strumento per entrarne in possesso. In conclusione, ci si chiede se non si debba tener conto delle istanze autoterapiche di riappropriazione dei propri atti psichici che la macchina porta con se’, come tentativo di dilatazione dei confini dell’Io, attraverso un apparato meccanico ausiliario con funzione protesica.

G. Martini "Il racconto del delirio: pazienti, psichiatri, narratori"

Quale rapporto esiste fra delirio e narrazione? E’ in qualche modo inenarrabile oppure l’atto della narrazione e’ costitutivo del delirio? Tali due estremi in un certo senso si toccano: il delirio puo’ essere inteso come una trappola dell’identita’ narrativa.

Viene proposta una tripartizione dei modelli di narrazione: una narrazione forte, molto definita e costruita, come quella degli autori dell’ottocento; una narrazione debole, piu’ votata all’introspezione psicologica, come da letteratura contemporanea, specialmente mitteleuropea; l’antinarrazione, in cui la costruzione si sfalda, come si trova nelle sperimentazioni letterarie. Questo tema viene affrontato da tre differenti prospettive. Il punto di vista dello psichiatra viene ricordato nell’opera di Tobino "Le libere donne di Magliano" del 1953: "Ero giovane e solo. Conducevo la stessa vita dei matti…", e in quella di Raimondi "Odore di sesamo" del 2001: "Per raggiungere quale insondabile orizzonte di senso la follia rodeva…". Numerosi sono i narratori che hanno descritto deliri e psicopatologia; viene qui ricordato Galdos, con "Fortunata y Jacinta" del 1886, in cui il soggetto si racchiude in deliri metafisici: "No encerreran entre murallas mi pensamiento. Resido en las estrellas". Schniltzer in "Fuga dalle tenebre" del 1931 mostra una grande capacita’ di cogliere le fasi prodromiche del delirio, l’atmosfera delirante.

Passiamo ora al paziente come narratore. Racconti autobiografici esemplificativi si trovano in "Delirio" di Fanizzi (1990); "Diario di un malato di nervi" di Schreber (1902), nel quale si assiste al tentativo di una nuova definizione di delirio: "Concezione tutta a rovescio, che naturalmente agli inizi era anche per me del tutto incomprensibile e la cui esistenza sono stato costretto a riconoscere solo dopo anni di esperienze"; "Diario di una schizofrenia" di Sechaye (1955), in cui vengono descritte dapprima le angosce "contiguo-autistiche" e poi il tentativo dell’intuizione.

Conclude con la considerazione che la narrazione terapeutica non puo’ che essere una narrazione debole ed e’ necessario che eviti di venire sedotta e nello stesso tempo imbrigliata nel delirio stesso.

"…E l’esserci ha di nuovo nella lingua un sostegno, un rifugio" (Biswanger).

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