Secretary di Steven Shainberg

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3 ottobre, 2012 - 17:29

Il film racconta di come una sperduta, goffa, dimessa e casta ragazza, appena uscita da una Clinica per curare i propri sintomi psichici (Disturbo di Personalità NAS?, Dipendente?...), possa divenire, a discapito di ogni cura, una seducente parafilica.

Figlia di una madre con struttura isterica, di un padre alcool dipendente, forse la figura piu’ vicina alla protagonista, e sorella di una novella bambola Barbie, sfugge dal dolore psichico costringendosi a sentire quello, controllabile e, volendo, rassicurante, fisico.

In tale contesto, in cui la famiglia e’ assente emozionalmente e non tiene nel senso che non "tocca" ne’ fisicamente ne’ mentalmente, la dignità di persona che desidera e che e’ desiderata e’ raggiunta, sebbene in modo perversamente funzionale, impiegandosi come segretaria di un avvocato incapace di gestire i rapporti con la sua ex moglie.

I due personaggi principali, favoriti da un’onirica atmosfera arabeggiante, quella dello studio legale, si riconoscono e si "uniscono" in una relazione sado-masochistica in cui, apparentemente, la protagonista svolge il ruolo della masochista e lui quello del sadico.

La presa di coscienza di tale necessità interna e’ accolta dalla protagonista come un’epifania tanto da incitare e stimolare lui, francamente spaventato, e costrigerlo nel ruolo assegnatoli.

Il film inizia con l’uscita da una Clinica di lei che viene "scaraventata" nel bel mezzo della festa nuziale della sorella; estranea ed inadeguata anche nell’abbigliamento, l’unico contatto confortante e rassicurante e’ dapprima con il suo beauty-case, che cela vari e bizzarri oggetti acuminati, come se tali fossero i suoi prodotti di maquillage atti a mascherare ferite più profonde di quelle inflitte da se stessa, ed in seguito con il suo datore di lavoro che, nonostante tutto, rimane l’unico ad entrare in empatia ed in risonanza con lei.

L’avvocato e’ uno spaurito James Spader che, inabile ad affrontare la sua glaciale ex moglie, esercita il suo potere sulle segretarie: munito di pennarelli-arma sottolinea e punisce per gli errori di battitura commessi.

Dopo un periodo in cui i due protagonisti sperimentano una nuova forma di esistenza, il cui fulcro e’ la perversione stessa (godibile la sequenza in cui lei svolge il proprio lavoro munita di una sorta di giogo), il protagonista, di struttura di personalità ossessiva, terrificato dalla scoperta di un mondo pulsionale, in cui vi e’ il rischio di perdere le rassicuranti abitudini per mettere se stessi in gioco, abbandona.

Ne’ la ricerca di altre relazioni sado-masochistiche ne’il delicato- nevrotico futuro sposo della protagonista riescono a fare fronte alle necessità di quest’ultima che, sentendosi costretta in un universo non suo, fugge, per raggiungere lo studio legale, indossando l’abito da sposa.

Il lieto fine "sui generis" non manca: la caparbietà, la tenacia, la volontà e, forse, l’ estrema e viscerale dichiarazione d’amore di lei (rimane per giorni seduta immobile, per attenersi ad un ordine del protagonista, indifferente anche a qualsiasi necessità fisica), fanno recedere dai propositi di abbandono lui.

I due si sposano (lei indossa un abito nero-lutto), si riconoscono come oggetti totali ed, alla fine, non può non scappare un sorriso quando lei depone sul bianco letto matrimoniale, meticolosamente rifatto dietro ordine di lui, un panciuto scarafaggio.

Nell’insieme sarebbe riduttivo considerare tale film come la semplice storia di una parafilia; troppi sono gli spunti che richiamano ad una mancanza, ad una solitudine ed ad una desolazione alla quale i personaggi cercano di sopravvivere e reagire con gli strumenti in loro possesso.

Forse un film di crescita dove la perversione e’ un attimo, un momento, un’ancora, un bisogno per percepire e richiamare elementi vitali e che si situa ben al di là del piacere del soffrire o del fare soffrire.

Echeggia, verso la fine, il lamento disperato della protagonista: " Io ho sempre sofferto nella mia vita e questo non mi fa paura".

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