COSA AVREBBE DETTO KARL JASPERS DI INTERNET?

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17 maggio, 2013 - 10:35

 

Proverò, nonostante il titolo, non tanto a immaginare cosa avrebbe detto Jaspers di Internet e della sua presenza nel reale quotidiano della fisiologia del funzionamento della mente e conseguentemente nella psicopatologia quanto, come avrebbe fatto Jaspers,  ad introdurre delle variabili ineludibili nella osservazione del “mondo” e come tali con significative ricadute sul piano psicopatologico.
Dice Jaspers nell’introduzione: “La vita psichica normale è oggetto della psicologia. Uno studio della psicologia è per principio necessario allo psicopatologo, quanto quello della fisiologia a colui che si occupa di patologia somatica
Intendiamoci, come dice Jaspers citando acutamente Kant il “mondo” è un’idea non un oggetto e come tale è inafferrabile come “tutto” e solo parzialmente e frammentariamente conoscibile.
Il mio sarà pertanto un percorso di rilettura di alcuni aspetti e alcuni vissuti del nostro rapporto con una “natura” drammaticamente cambiata nel momento in cui essa è formata anche dalle memorie di massa dei computer in un subitaneo ma radicale cambiamento che si è attuato con l’affermazione definitiva del paradigma dell’Information Society (come scrissi nel mio saggio “ASCESA E CADUTA DEL TERZO STATO DIGITALE”: “reti informatiche formate da unità pensanti sempre più piccole, sempre più potenti, sempre più user-friendly, sempre più multimediali tra loro interconnesse mediante un protocollo di comunicazione cross-platform e mediante sistemi di comunicazione sempre più efficienti e rapidi nella distribuzione dei dati, la cui fruizione e la cui costruzione è controllabile, in buona parte dall’utilizzatore finale”), senza velleità di costruire nuove Weltanschauung ma di andare alla ricerca della verità nella complessità postmoderna del vivere, ricerca propria di ogni forma di intervento psicoterapico ricordo in questo senso le parole di Sigmund Freud in una lettera a Putman del 1914: “Il grande elemento etico del lavoro psicoanalitico è la verità, e ancora la verità”.
Un’altra premessa mi è d’obbligo prima di entrare nel merito del mio contributo: non ritengo che i cambiamenti sociali determino specifici cambiamenti psicopatologici ma semmai  cambiamenti nella declinazione della fenomenologia e nella frequenza statistica  di eventi psichici per altro immutati nel tempo, per altro l’interno è influenzato dall’esterno e viceversa e i sintomi possono nel tempo cambiare anche se hanno una identica origine profonda.
Resta il fatto che lo psichiatra, lo psicopatologo non può prescindere da una analisi del contesto in cui la patologia si manifesta e se si individuano cambiamenti significativi non può non tenerne conto; il mio contributo di oggi proverà ad evidenziare quelli che, a parer mio, sono gli elementi, che la nostra realtà odierna, in cui tende ad assottigliarsi il confine tra REALE E VIRTUALE, in cui non vi è soluzione di continuità tra life off e life on line, ci  mostra come modificati e come tali, come vedremo, variabili psicopatologicamente significative.
Per ovvie ragioni di brevità parlando di oggetto, soggetto e tempo mi soffermerò sulle mutazioni specificando che il mio è un ragionamento ad “aggiungere” non a “sostituire” concetti che mantengono intatta la loro validità nella lezione jasperiana.
 
Nel virtuale la “quota parte” soggettivata e soggettivabile può essere molto superiore all’oggettività, propria della vita quotidiana nel mondo degli atomi. Nella mia lettura per altro osservo differenze quantitative e non qualitative tra le due situazioni. Comunque tutte le scienze dello psichico mettono al centro la rappresentazione interna di se’ e del suo mondo sia esso reale o virtuale, ossia la realtà psichica e i vissuti che per altro SOLI interessano i nostri pazienti al di là delle declinazioni sintomatologiche utili a comprendere non a curare.
Soggettivo però non significa indeterminato e la psicopatologia può e deve dare un “campo” al virtuale partendo dalla domanda: COSA E’ IL VIRTUALE?
A cui si può rispondere con un’altra domanda che non necessita di scomodare il postmoderno e il 2.0: DOVE SI SVOLGE UNA TELEFONATA?
La tecnologia ha semplicemente espanso in maniera logaritmica le potenzialità del mezzo (diceva un mio amico americano tanti anni fa: Internet è come il telefono dipende da come lo usi.) ma nella sua essenza il virtuale non abita un luogo diverso ed esiste da più di un secolo è solo cambiata la sua pervasività sociale e mentale.
Basta uscire qui in Piazza del Popolo per capirlo tornando con la mente semplicemente a un lustro non a un secolo fa per comprendere quanto il cambio di paradigma ormai abbia definitivamente cambiato la vita delle persone e come l’affermazione del mobile ne rappresenti la definitiva consacrazione.
Per procedere scientificamente in un esame psicopatologico della virtualità credo dobbiamo fare nostre le parole di Jaspers a pagina 59 del suo libro: “ Come bambini noi disegniamo le cose, non come le vediamo, ma come le pensiamo in modo analogo come psicopatologi passiamo da un gradino nel quale ci figuriamo lo psichico in un qualche modo, per poi giungere a una diretta comprensione di esso, scevra da pregiudizi. E questa impostazione fenomenologica è uno sforzo continuo, è una proprietà che si deve acquisire superando sempre nuovi pregiudizi”.
 
Per Jaspers è reale ciò che percepiamo con carattere di corporeità, ma nel momento in cui Jaspers dice che la realtà sta nella coscienza dell’essere come tale non possiamo oggi non includervi la virtualità che introduce nel concetto jasperiano di oggetto e di “reale” la variabile dell’incorporeità e della mancanza di resistenza in una logica di coscienzialita’ della virtualizzazione sempre più spinta di azioni, rapporti, relazioni, vissuti fino a 20 anni fa possibili soltanto nel mondo degli atomi.
In particolare il virtuale induce, oso dire OBBLIGA lo psicopatologo a ripensare il concetto di rappresentazione. Siamo certi cioè che, in relazione ai vissuti connessi alle esperienze relazionali virtuali si debba far rientrare totalmente nel campo delle rappresentazioni e conseguenti sviluppi psicopatologici?
Qual è la vera natura delle percezioni virtuali? Esistono?
Va in qualche misura ripensata la suddivisione, jasperiana tra percezione e rappresentazione? Nel virtuale è possibile in altre parole allucinare, pseudo allucinare e percepire?
Il concetto va approfondito: noi nell’accesso alla virtualità percepiamo la device ma la superiamo entrando in una dimensione relazionale con oggetti virtuali la cui collocazione intrapsichica andrebbe attentamente studiata sia in relazione alle caratteristiche percepite sia in relazione ai vissuti.
Come per la rappresentazione così per la pseudo allucinazione occorre ripensare in una declinazione virtuale la lezione jasperiana, dice Jaspers a pagina 76 del trattato: “le pseudo allucinazioni non hanno affatto il carattere di corporeità e appaiono nello spazio subiettivo interno ma stanno  dinanzi all’occhio della mente con un disegno definito in tutti i suoi dettagli e con piena adeguatezza percettiva degli elementi della sensazione.”
Riguardo alle rappresentazioni Jasper dice che “ hanno carattere immaginario, appaiono nello spazio interiore soggettivo, hanno un disegno indefinito e incompleto, dipendono dalla volontà”.
Ecco credo che, essendo il virtuale relazionale scevro da componenti percettive dirette e sempre mediate dal mezzo tecnologico siano essi messaggi testuali vocali o video, occorra capire il ruolo della rappresentazione e della eventuale pseudo allucinazione della costruzione di questi rapporti.
In altre parole “lo spazio subiettivo interno” è un luogo che la virtualizzazione dei rapporti ha cambiato per sempre o almeno è necessario fare delle distinzioni per meglio comprendere la natura dei vissuti?
Vi è una distinzione da operare in relazione agli organi di senso coinvolti? Vi è differenza tra una chat testuale e una videochiamata di Skype?
Quanta parte ha nel vissuto delle esperienze virtuali la coscienzialita’ (l’aver presente in modo non visibile un contenuto)? Quanto differenziano le relazioni oggettuali SOLO VIRTUALI da quelle che si sviluppano ANCHE virtualmente?
Sono tutte domande che occorre porci nel momento in cui analizziamo le declinazioni psicopatologiche connesse alla coscienza dell’oggetto.
La mia idea è che gli oggetti virtuali investiti affettivamente abbiano una consistenza emotivamente significativa per il soggetto, dal punto di vista clinico ciò che va compreso è il significato della relazione, nella mia visione tanto più si colloca solo nel virtuale tanto più ha a che fare con la patologia.
Il virtuale modifica la nostra coscienza del tempo e dello spazio, cambia direbbe Jaspers citando Kant la nostra FORMA DI INTUIZIONE. I limiti fisici dello spazio scompaiono, il contatto prescinde dalle distanze che magari tornano come direbbe Kant nel momento in cui dobbiamo percorrerle un po’ come i talleri (“Da un punto di vista concettuale – dice Kant citato da Jaspers - , cento talleri pensati non sono differenti da cento talleri reali. Ci si accorge della differenza soltanto nella pratica”) anche l’esperienza temporale cambia in un “qui ora” marcatamente e soggettivamente atemporale (dell’essere come eterna presenza, in cui la direzionalità del divenire, le stesse figure temporali di Minkovsky vanno rilette in questa ottica. Che tempo virtuale si apre davanti a noi per esempio con la figura temporale della speranza?
Domande quali: come viaggiano i sentimenti nel virtuale? Verso quali oggetti viaggiano?
Quanto dobbiamo parlare di oggetti-se’, si intende per oggetto-se l’oggetto percepito come parte del se, cioè narcisistico, che non ha soggettività sua propria ma che serve al soggetto per sentirsi integro. Il primo a definirlo cosi fu Khout, ma in termini analoghi lo si potrebbe definire oggetto narcisistico, piuttosto che di oggetti?
 Che forme assume la declinazione affettiva dei rapporti interpersonali nel virtuale? Sono quesiti che lo psicopatologo lo psichiatra lo psicoterapeuta deve porsi nella misura in cui il virtuale pervade anche da questo punto di vista la vita dei nostri pazienti e pure la nostra in maniera sempre più significativa. Per fare un esempio di natura professionale forse è caso di dire che l’IPA sta valutando, attraverso il lavoro ancora puntiforme di alcuni analisti analisi o sedute fatte via Skype fatte in tale forma per ragioni di distanza o altro….ancora non si hanno dati e riflessioni ma la ricerca è aperta.
 
Ma il virtuale si presta anche forse più del reale a divenire il luogo dove agire le parti scisse dell’Io e come tale pabulum nel quale poter psicopatologicamente meglio comprendere la scissione. Possiamo nel virtuale parlare di vera esperienza di sdoppiamento? Secondo Jaspers: essa ha luogo “ quando le due serie di processi psichici sono sviluppate contemporaneamente l’una accanto all’altra, cosicché’ si può parlare di due personalità, entrambe le quali vivono in modo singolare, in modo che esistano da entrambe le parti rapporti di sentimenti che non si fondono con quelli dell’altro lato ma rimangono estranei”.
O forse dobbiamo parlare di del falso se’?
Non trova esso nel virtuale un luogo molto favorevole al suo esprimersi anche in maniera non patologica con la possibilità di maneggiare le proprie multiple identità (si pensi all’adolescenza in maniera più marcata) entro certi limiti è fisiologico giocare con aspetti scissi dell’Io che vengono a seconda delle circostanze messi in campo. La scissione nel virtuale può assumere tratti più marcati e patologici: vivere un’altra vita attraverso un nickname.
 
Dice Jaspers a pagina 359: “ il sapere fondamentale umano si struttura mediante le categorie, possiede la totalità mediante le idee ma nel sapere fondamentale la realtà veramente afferrabile ha la forma del simbolo
Il virtuale ha sviluppato nuove categorie simboliche su cui occorre ragionare per i nuovi modelli di conoscenza che comportano nuove visioni del mondo sovvertendo categorie ed idee, attraverso diverse grammatiche che vanno studiate e comprese per capire profondamente i nostri pazienti che ce li portano.
Occorre approcciarsi al virtuale senza ideologie preconcette accettandone la complessità e accettandone, come la realtà di cui fa parte, la sua difficile comprensione completa ma appunto facendo attenzione a non confondere l’idea del virtuale con la sua conoscenza oggettiva davvero impossibile da cogliere nella sua interezza. Infine vanno considerate le nuove forme di socialità che il virtuale crea di continuo.
Jaspers sottolinea l’importanza delle comunità nella vita dell’individuo io credo che le relazioni gruppali possano rappresentare nuove forme di socialità da studiare e approfondire con tutte gli annessi e connessi relazionali che comportano anzi arrivo a dire che rivestono ormai una tale importanza che nella raccolta anamnestica delle informazioni dei nostri pazienti andrebbe aggiunta la voce “RAPPORTI VIRTUALI”.
 
Riassumendo il pensiero che sta dietro a questa relazione: non esistono patologie INTERNET-correlate ma declinazioni psicopatologiche connesse a internet e alla dimensione anche virtuale della vita di tante persone.
L’obiettivo psicopatologico è quello di esplorare la “natura” mutata della realtà in un mondo in cui i confini tra reale e virtuale si assottigliano sempre di più e in cui la vita on line ha una valenza e una pervasività che lo psicopatologo non può da un lato trascurare ne’ omologare erroneamente alla categorie valide per la realtà fisica come fino ad oggi abbiamo spesso fatto erroneamente.
La psicopatologia del XXI Secolo necessità di uno sforzo di tal fatta per offrire chiavi di lettura nuove utili a una clinica che non può prescindere mai da un reality test pertinente e corretto.
 
A pagina 849 del trattato Karl Jaspers scrive: “ …Il sapere e il comportamento dello psichiatra (lo psicoterapeuta) acquistano un significato speciale nell’insieme dell’arte medica. In virtu’ della sua specialità egli solo è in grado di considerare coscientemente e metodicamente l’uomo come un tutto e non uno dei suoi organi ne’ il corpo senza riguardo al resto. Solo lo psichiatra è abituato a considerare la situazione sociale, l’ambiente, il destino e le esperienze vissute dal malato e a tenerne conto consapevolmente nel suo piano di cura.”
Jaspers ne sono certo se vivesse oggi avrebbe inserito il virtuale nella fisiopatologia delle avvenimenti psichici, era un ragazzo di trent’anni attento e curioso mi auguro che questo mio intervento stimoli in voi la voglia di approfondire i temi che ho proposto che davvero non possono più essere considerati di confine.
Concludendo si può clinicamente affermare che il virtuale accentua, o mette più in luce e forse consente di cogliere meglio, il problema che molti pazienti hanno di distinzione tra esterno e interno, la famosa membrana di protezione di cui parlava Freud è purtroppo labile in molti individui, i confini sono fragili…il virtuale non crea, certo, ma accentua la fragilità, la porosità dei confini interno/esterno che sono alla base di una salda identità e soggettività. Cioè, se tutto mi entra dentro e tutto può uscire non so più chi sono…


 

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Grazie per ciò che farete, grazie dell’attenzione.

Intervento molto interessante.
Vorrei capire meglio. Tu pensi che il rapporto con il virtuale slatentizzi alcune patologie narcisistiche in senso lato, alterando il rapporto con la realtà attraverso meccanismi cognitivi di cui sappiamo poco le conseguenze su tempi lunghi. Questa è un po' la teoria degli informatici, che dicono che su 100 ragazzi ce ne sono 5 disturbati e adesso ce ne sono 5 disturbati a cui la mamma ha regalato l'ADSL.
O forse la tua è una ipotesi più estesa? Spesso mi chiedo se è vero che ci sono milioni di disoccupati tra i giovani, come passano la giornata ? Che peso ha la rete su di loro?
Sarebbe anche interessante una opinione di neuroscienziati su come il virtuale modifiche la funzionalità ( e forse le strutture) cognitive cerebrali.
Alberto Sibilla

vorrei solo aggiungere una distinzione tra il tipo di intelligenza che il virtuale mette in campo e l'intelligenza dell'anima. Dove l'anima non coincide con lo psichico.
Il computer soddisfa la logica binaria, che sarebbe quella del principio di non contraddizione.
Mentre l'intelligenza dell'anima tende a far coincidere gli opposti.
Il primo separa gli opposti e crea un'antagonismo tra di loro, cambiando la natura del fenomeno. Il secondo tende ad unire gli opposti e crea una complementarietà tra di loro nella tensione del loro antagonismo.
Quindi, dal punto di vista dell'esperienza, cambia radicalmente.
L'intelligenza virtuale non penso sia a temporale, essenso sul versante narcistico, valorizza il qui ed ora del'immagine allo specchio e non quello della relazione.
Per quanto riguarda skype invece non ho sufficiente esperienza. E' vero che intervengono i corpi ma il sentire è portato sulla logica bianaria. ben diverso dalla atemporalità dell'intuizione quando c'è nella relazione a due.
Gran bello stimolo
grazie
stefano bianco


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