GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Agosto 2014 IV - Figli e padri, amori e sogni

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3 settembre, 2014 - 19:18
di Luca Ribolini

LO PSICHIATRA: “RAPTUS AGGRESSIVO E LUCIDI”. Non è un raptus a guidare l’assassino ma la dissociazione 
di Redazione, ansa.it, 22 agosto 2014

Ogni caso è una storia a sé, ma non sembrano essere veri e propri raptus di follia quelli che portano i genitori a colpire e uccidere i loro piccoli, bensì situazioni di dissociazione della mente che fanno prevalere l’aggressività soprattutto quando si viene toccati in una parte fragile di sé. Questo il pensiero di Paolo Boccara, psicanalista della Spi (Società psicoanalitica italiana) e psichiatra, che commenta così due recenti casi di cronaca che hanno visto due papà uccidere le loro figlie, una piccola di 18 mesi ad Ancona e una di 12 anni a Catania.
Per continuare:
http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2014/08/22/lo-psichiatra-raptus-aggressivo-e-lucidi_f9e7309b-dc24-4aed-ab32-6b2dccc713c3.html
 

“L’AMORE MODERNO INSTABILE E NARCISO”. Oggi il legame con l’altro è sciolto da tutto. Perfino dal vincolo che lega due persone che si sono innamorate. Perché l’egoismo è sempre in agguato 
di Ambra Baldoni, Umberto Galimberti, D-Repubblica, 23 agosto 2014

Che cos’è l’amore? È un sentimento che ha le sue radici nell’attrazione per qualcuno, e nel piacere che si trae dalla sua vicinanza più o meno intima. Da tale emozione deriva il desiderio di compiacere l’altro, di farlo felice e contemporaneamente il bisogno del possesso e cioè l’esclusività del rapporto. Negli esseri umani l’amore è questo. Ma in questi anni questa idea romantica dell’amore ha incominciato a sgretolarsi, e le generazioni si sono autoeducate all’idea che è molto più importante perseguire un sogno artistico, un obiettivo professionale, una solida situazione economica, avere cioè prestigio e successo. Se amore e successo entrano in competizione, il protagonista della vicenda sceglie il secondo, perché la realizzazione dell’io ha ormai soppiantato progressivamente ma inesorabilmente la fondazione del “noi”. L’amore sta scomparendo? Come emozione no, come sentimento sì, fino a doversi rassegnare a pensare l’amore come intermezzo, parentesi, opportunità, e basta. Ambra Baldoni ambra.baldoni@gmail.com

In una società come la nostra che, lungi dall’essere “liquida”, come ripete fino alla noia Zygmunt Bauman, è in ogni suo aspetto rigorosamente recintata e cementata dalla razionalità tipica dell’età della tecnica, che a noi chiede solo efficienza, produttività, realizzazione degli obiettivi di cui ogni anno si alza l’asticella, l’amore è l’unico spazio in cui ciascuno può esprimere e stesso e la sua libertà al di fuori di ogni regola. Non è sempre stato così. Nell’età pre-tecnologica, per i poveri l’amore era funzionale alla sopravvivenza, alla sicurezza economica, all’avere figli per garantire forza lavoro e assistenza per la vecchiaia in assenza di uno stato sociale, mentre per i privilegiati era suggello di alleanza tra famiglie di rango, quando non strumento per ampliare il patrimonio e il prestigio. Oggi, che l’amore è diventato una libera scelta, su cui né la famiglia d’origine, né il Diritto, né lo Stato, né la Chiesa sono in grado di esercitare un vero potere, l’amore è diventato un assoluto, nell’accezione latina di solutus ab, sciolto da tutto, persino dal vincolo che in amore lega due persone che si sono innamorate. E questo per diverse ragioni che qui voglio elencare. La prima è che abbiamo confinato il sentimento nella passione che, come dice la parola stessa, ci vede “passivi” di fronte alla fascinazione dell’altro. Ma siccome la passione è instabile, o come dice Freud «è un delirio che ha l’unico pregio di essere breve», la costruzione dell’amore è sempre minacciata dalla sua distruzione, l’esaltazione cede spesso e volentieri alla desolazione, la realizzazione di sé e la perdita di sé camminano affiancati.
La seconda ragione è che vivendo noi ogni giorno, nella vita sociale e lavorativa, come una risposta agli altri, che ci compensano a partire dalle prestazioni che siamo in grado di offrire, ciascuno cerca nell’amore la propria autorealizzazione, la possibilità di entrare in contatto col proprio sé profondo, al di là del proprio ruolo sociale e lavorativo, dove l’identità profonda di ciascuno deve essere messa tra parentesi a favore dalla sua idoneità e funzionalità all’apparato di appartenenza. Va da sé che in un contesto di questo genere ciascuno cerca nell’altro di cui si innamora, il proprio io, quindi non tanto il piacere della relazione, quanto la gratificazione della propria autorealizzazione. Dove è evidente che individualismo, egoismo e narcisismo sono in agguato anche se ben nascosti e tacitati.
La terza ragione è che, sempre per ragioni di autorealizzazione, in questa società, cementata e non liquida, abbiamo trovato nell’amore l’unico spazio per celebrare la nostra libertà, che però non è più intesa come libera scelta nella costruzione della propria esistenza, ma come revocabilità di tutte le scelte, per cui si cambiano i partner con la stessa facilità con cui si cambiano gli abiti, in omaggio all’amore inteso come passione, le cui caratteristiche, come abbiamo visto. sono l’instabilità e la mutevolezza. E qui l’amore entra in un’insanabile contraddizione con se stesso. Non più “relazione all’altro” com’è nella sua natura, ma “strumentalizzazione dell’altro” funzionale alla realizzazione di sé, alla celebrazione del proprio io che, per quanto narcisisticamente compiaciuto nell’esercizio della sua liberta, non esce dalla sua solitudine, perché si è reso impermeabile alla trasformazione di sé, che solo l’altro può compiere, trafiggendo la nostra autosufficienza, e aprendo una breccia nella nostra identità protetta e difesa. Perché questo è l’amore: violazione della nostra integrità. E chi non capisce queste cose, non solo non conosce se stesso, ma nulla vuol sapere dell’altra parte di sé che solo l’altro è in grado di rivelarci.
http://periodici.repubblica.it/d/
 

PAPÀ S’È PERDUTO. Per il figlio non ha più alcuna autorità. Peter Pan e Harry Potter, gli orfani che incarnano la crisi del maschio d’oggi 
di Francesco M. Cataluccio, ilfoglio.it, 25 agosto 2014

Peter Pan e Harry Potter sono due orfani maschi e incarnano bene la crisi del maschio moderno: il primo, è un goffo monello ammaliante, dalla sessualità incerta, capace di intenerire e allo stesso tempo irritare una come la “femminile” Wendy; il secondo, fatica molto a emanciparsi dalle proprie emozioni e smettere di lasciarsi turbare da loro, mentre la grintosa e battagliera Hermione Granger è, sin dall’inizio, molto saggia e capace di barcamenarsi bene in un mondo, come quello della scuola dei maghi, i cui valori e il cui immaginario continuano a essere spiccatamente maschili. Harry alla fine accetterà l’amicizia di Hermione, riconoscendone le doti, recupererà il ricordo della madre e scalzerà il padre dal piedistallo su cui lo aveva messo.
Come ho mostrato nel libro Immaturità. La malattia del nostro tempo (recentemente ripubblicato da Einaudi in versione ampliata e aggiornata), il Ventesimo secolo è il secolo dell’immaturità e della crisi dei padri: si aprì con Peter Pan (1904) e si è concluso con la saga del maghetto Harry Potter (1997-2007). Harry Potter costituisce la risposta alla questione dell’immaturità rappresentata da Peter Pan. Ne è, anzi, l’antidoto, come sostiene Isabelle Cani (Harry Potter o l’anti Peter Pan, Bruno Mondadori 2008). Peter Pan non vuole crescere, fugge spaventato dal brutto e difficile mondo degli adulti; Harry Potter invece, frequentando la scuola dei maghi di Hogwarts, compie un percorso di crescita e di maturazione che lo porterà a lottare e sconfiggere il male. Attraverso una serie di “passaggi iniziatici” Harry Potter diventa adulto e rinuncia alla spensieratezza, che è ebbrezza del presente, oblio del passato e disinteresse nei confronti del futuro: smette di credersi innocente e si assume la propria parte di responsabilità nella vita. Il padre di Harry Potter è un “padre che non c’è”: è morto all’età di vent’anni, ucciso, assieme alla madre, da Voldemort; ha avuto, in effetti, appena il tempo di calarsi nei panni del giovane sposo e padre. Per quel poco che si può capire, James Potter è un tipico “padre moderno”: immaturo, monello, amico, vittima a sua volta della “sindrome di Peter Pan”.
La cultura che ha saputo dar meglio voce all’incrinamento della figura paterna, ai traumi conseguenti e alle lacerazioni, è stata quella ebraica. Nell’autunno del 1919, Franz Kafka scrisse una Lettera al padre che non venne mai consegnata al destinatario. Si tratta di un testo bellissimo e prezioso per capire come fossero i “padri patriarcali” e che rapporti intercorressero con i loro figli: “Tu eri un vero Kafka in quanto a forza, salute, appetito, potenza di voce, capacità oratoria, autosufficienza, senso di superiorità, tenacia, presenza di spirito, conoscenza degli uomini e per una certa generosità”. Il figlio descrive il padre come una specie di dio, che lo sovrasta anche dal punto di vista fisico, e gliene dà ripetutamente atto: “Tu eri per me la misura di tutte le cose”; “era già sufficiente a schiacciarmi la tua sola immagine fisica”; e ancora: “Come padre sei troppo forte per me”; “mi bloccano la paura di te e le sue conseguenze”. La diversità tra di loro è la fonte del dolore (“eravamo così pericolosi l’uno per l’altro”) e di una situazione insostenibile (“la sensazione di nullità che spesso mi domina ha origine in gran parte dalla tua influenza”). Quell’autorità non regge più al confronto con il mondo moderno, dove un figlio, avendo la possibilità economica di studiare, si emancipa e non ce la fa più (nonostante gli voglia bene) a sottostare ad un’autorità eccessiva e indiscutibile (“ai miei occhi hai l’aspetto enigmatico dei tiranni”). Caduta la maschera di un’autorità arcaica e insostenibile, agli occhi del figlio appare una figura meschina (come lo sono sempre i dittatori detronizzati): “Cominciai ben presto a osservare e a rilevare in te alcuni lati ridicoli, li elencavo e li esasperavo”.
Nel mondo contemporaneo il maschio non riesce a conciliare la proclamata parità delle donne e il suo istinto, spesso inconfessato, di associare l’idea di potere a quella di virilità. In questa competizione avrebbe bisogno di rivelarsi sempre e comunque il migliore; ma siccome i successi delle donne sono sempre più evidenti, egli risulta inferiore e la sua immaturità lo spinge a mascherare la sua debolezza con l’aggressività. La figura del padre, anche quando è violenta, risulta sempre più indebolita. Ma c’è una ragione di fondo, che ha spiegato l’analista junghiano Luigi Zoja, autore del fondamentale Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre (2000), che ha trattato questo fenomeno in Centauri. Mito e violenza maschile (2013): “Diversamente dalla madre, è la storia che ci ha dato il padre, e la storia può riprenderselo. Gli eccessi del patriarcato sono abusi di ogni tipo; guerre vere e proprie ma anche conflitti economici, che il femminismo in gran parte a ragione gli attribuisce. Fino ai ‘padri terribili’ dell’intera società: i dittatori del Ventesimo secolo. Tutto contribuisce al discredito della figura paterna: nelle statistiche dei matrimoni falliti e nei grandi simboli; nella vita familiare e anche in quella pubblica. Ma l’espulsione dalla psiche collettiva di qualcosa che l’ha abitata per millenni non crea un vuoto che si possa riempire a piacere: il suo posto tende a essere preso da un ritorno alle forme che lo avevano preceduto. Una delle colonne del mondo soffre di una fessura così grave da non poter reggere più pesi. Quando crolla il padre, quello che la soppianta non è necessariamente una psicologia più femminile. Riemergono piuttosto dall’inconscio collettivo identità maschili più primitive […] Nei casi estremi, ricompaiono – come nelle antiche razzie – gli stupri di gruppo, i cui componenti praticamente non avvertono di essere criminali. Dai valori del padre non si passa tanto a quelli della madre, quanto a quelli del maschio competitivo: l’animale, che combatte per l’accoppiamento, mentre non è cosciente della responsabilità verso i figli”.
Secondo lo psicoanalista Massimo Recalcati, che al tema ha dedicato il volume Cosa resta del padre? (2011) e poi ha indagato il rapporto padri-figli ricorrendo al mito del figlio di Ulisse, siamo sì nell’epoca del tramonto irreversibile del padre, ma ci troviamo anche nell’“epoca di Telemaco”: le nuove generazioni guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni. Il complesso di Telemaco è un rovesciamento del complesso di Edipo. Edipo vive il proprio padre come un rivale, come un ostacolo sulla propria strada. I suoi crimini sono i peggiori dell’umanità: uccidere il padre e possedere sessualmente la madre. Telemaco invece si emancipa dalla violenza parricida di Edipo: cerca il padre Ulisse non come un rivale con il quale battersi a morte, ma come un augurio, una speranza, come la possibilità di riportare la Legge della parola sulla propria terra: “Telemaco è il giusto erede non perché eredita un regno, ma perché ci rivela che è solo nella trasmissione della Legge del desiderio che la vita può emanciparsi dalla seduzione mortifera della ‘notte dei Proci’, cioè dal miraggio di una libertà ridotta a pura volontà di godimento”.
Il disagio della giovinezza è il prodotto di fattori individuali e naturali (il problema del corpo, la pubertà, i sintomi e le ferite psichiche) molto complessi e, in parte, ancora da comprendere. Molti ragazzi (spesso proprio i più sensibili, i più introversi) “non ce la fanno” ad adeguarsi all’orda aggressiva e competitiva del mondo degli adulti, rappresentato dai loro padri. Ma esistono cause del disagio molto materiali: nelle attuali condizioni, la maggior parte dei giovani ha difficoltà a trovare lavoro. Non lo cercano nemmeno più: si chiudono in casa, comunicano prevalentemente attraverso internet. Sono i milioni di giovani neet (“Not engaged in Employment, Education or Training”: non impegnati in lavoro, studio o tirocinio).
Gli adolescenti, maschi che hanno “sdoganato il narcisismo”, paiono all’apparenza molto pacifici e lo scontro generazionale sembra assai poco drammatico, rispetto anche soltanto a quello che vissero quelli della mia generazione, una quarantina di anni fa. Lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet ha descritto così lo stato nel quale oggi ci troviamo: “Negli ultimi anni il conflitto fra le generazioni si è molto placato e si è stabilito un armistizio disarmato. Il padre ha deposto le armi, il controllo sociale sui giovani li lascia piuttosto liberi di esprimersi, le pari opportunità hanno dato i loro frutti, le madri sono intente a lavorare e i figli non debbono perdere tempo a liberarsi dalla loro ansia, la scuola è alle prese con le riforme che non riesce mai a portare a buon fine, aspetta che qualcosa di nuovo succeda e nel frattempo lascia vivere i propri studenti”. Ma è proprio questa situazione di anormale normalità che dovrebbe far riflettere e inquietare. L’aggravarsi della crisi economica, e la diminuzione crescente di posti di lavoro, potrebbero far saltare le fragili palafitte della convivenza sociale, rendendo patologici i conflitti intergenerazionali.
Sempre più spesso, però, si è passati dalla crisi dell’autorità del padre alla tirannia del gruppo dei pari età. Naturalmente questa trasformazione non si presenta come processo lineare e ordinato. Il giovane non ha più il modello di riferimento nel maschio della generazione precedente, ma nei coetanei. Spesso impara dal compagno frivolo e godereccio: è quello che Zoja ha chiamato il “complesso di Lucignolo”, il quale seduceva Pinocchio ben più del noioso padre Geppetto.
Lo scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger ha visto il conflitto generazionale all’origine delle Prospettive sulla guerra civile (un suo saggio del 1993) e ha sostenuto che non bisogna farsi ingannare dalle apparenze: l’inizio non è sanguinoso, dagli inizi non traspare mai fino in fondo il pericolo. La guerra civile molecolare comincia in modo impercettibile, senza mobilitazione generale, ma i giovani ne sono l’avanguardia: “Tutto quel che gli odierni adolescenti amorfi e frustrati potranno fare di violento, esiste già in forma latente nei loro genitori: una furia distruttrice solo a malapena canalizzata in forme socialmente tollerate quali guida spericolata, ingordigia, fanatismo nel lavoro, alcolismo, avidità, mania di citare in giudizio, razzismo e violenza in famiglia”.
Oggi, l’aspetto più dolente del dilagare dell’immaturità sta proprio nel conflitto tra vecchi e giovani. E la vecchiaia (e soprattutto il modo in cui è trattata) è diventata la cartina di tornasole del combiamento dei costumi e della mentalità. Che cos’è oggi la vecchiaia? “How Terribly Strange To Be Seventy” (com’è terribilmente strano avere settant’anni), cantavano Simon e Garfunkel in Old Friends (il loro concept album sul ciclo della vita). Proprio nell’anno della rivolta giovanile, pubblicarono il disco Bookends (1968), che, oltre alla canzone citata, conteneva Voices of Old People, che era costituita interamente da conversazioni di persone anziane registrate personalmente, e con grande rispetto, da Art Garfunkel in varie case di cura e ospizi degli Stati Uniti. Un’altra canzone del disco, Mrs Robinson, era stata la colonna sonora del film Il laureato (1967) di Mike Nichols, che narra dell’amore tra una matura signora e un giovanotto impacciato e immaturo (Benjamin “Ben” Braddock, interpretato da un perfetto Dustin Hoffman), a disagio con il mondo degli adulti. Il libro e il film avevano un lieto fine ma lo spettacolo dei giovani non era incoraggiante.
La vecchiaia è in sé una guerra. Lo ha scritto molto bene Mauro Portello, in un saggio intitolato Che vecchio potrei essere?: “Di fronte alle prove estreme che la vecchiaia chiede a un individuo, fatte di resistenza fisica e psichica, di capacità di sopravvivenza in terreno ostile, la vita sembra essere (stata) solo un lungo addestramento per affrontare questa ultima guerra. C’è chi si arrende, chi lotta eroicamente, chi passa al nemico, chi muore in battaglia, chi nelle retrovie mentre netta cessi. Ma è una guerra, ed è una guerra pura, per così dire, svincolata dalla possibilità di un esito felice, il finale è imposto. Ci si batte non per ‘vincere’, ma, semplicemente, in quanto esseri appartenenti alla vita”. Portella offre una campionatura ironica dei vari “tipi di vecchiaia” e conclude: “Il fatto è che la vecchiaia è un pensare se stessi come esseri da salvare, una sorta di meta-pensiero, ci si vede come gli esiti di un certo investimento, e non si pensa più all’investimento, ma ai suoi frutti, solo a quelli. Per questo, credo, è terribilmente strano. Dopo un’esistenza di prudenze, accaparramenti, risparmi, accantonamenti, gruzzoli e riserve, con la vecchiaia arriva l’ora di spendere e consumare, centellinando; e si spende e consuma solo ciò che si è riusciti a mettere da parte. Non intendo qui riferirmi allo status economico delle persone, quello ha un’evidenza tutta sua (drammaticamente attuale). Io penso piuttosto al capitale interiore, quello, per altro, con cui ci si ritroverà a combattere anche il nostro status economico. Al netto delle ‘impurità’ del mondo e delle ‘imperfezioni’ dell’individuo, la mia ‘azione’ da vecchio godrà o patirà dei limiti che avrò stabilito per me, e probabilmente solo io sarò il responsabile della mia appartenenza a questa o quella tipologia di vecchiaia”.
La storia del Novecento ci ha mostrato chiaramente che una cultura giovanilistica e immatura, e la pratica su di essa basata, sono in realtà assai reazionarie e foriere di disastri: la più grande esaltazione del mito della gioventù è stata fatta dai regimi totalitari. Invece, la forza sta proprio nell’unire il meglio della gioventù con il meglio dell’anzianità. Le poche rivoluzioni, tutto sommato positive, della storia dell’umanità sono quelle che hanno visto alleati vecchi e giovani, esperienza ed energia, maturità e immaturità. Negli ultimi cento anni: le guerre di liberazione nazionale (dalle guerre partigiane alle lotte guidate da personaggi, non certo giovinetti, come Gandhi e Mandela) e i movimenti democratici nell’est europeo. La maturità spinge alla ricerca delle alleanze e media i conflitti, l’immaturità invece cristallizza, esaltando un’indefinita gioventù, le età e le stupidità.
http://www.ilfoglio.it/articoli/v/120260/rubriche/pap-s-perduto.htm

ELOGIO DELL’ARTE DI ARRANGIARSI, PER AIUTARE I FIGLI 

di Luigi Ballerini, avvenire.it, 25 agosto 2014

Avessimo avuto bisogno di una conferma, ora questa ci arriva dai ricercatori dell’Università del Colorado: più i bambini, fuori dalla scuola, sono coinvolti in attività “strutturate” e meno sanno cavarsela quando viene l’ora che si diano degli obiettivi propri. Lo studio condotto su bambini di sei anni dall’équipe del professor Yuko Munakata a Denver, da poco pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Psychology e ripreso dalla stampa internazionale, ha segnalato come i bambini che sono tenuti più occupati in attività molto supervisionate e dirette dagli adulti (quindi con basso grado di libertà e schemi rigidi da ripetere) risultano meno portati a prendere iniziativa su obiettivi fissati autonomamente. Buono l’esempio indicato nell’introduzione all’articolo scientifico: per quale motivo un bambino potrebbe non vestirsi adeguatamente quando esce fuori di casa in un giorno di neve? Questo atto, così ovvio agli occhi di un adulto, in realtà è frutto di una serie di valutazioni che devono essere fatte dal bambino stesso.
Per continuare:
http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/Elogio-della-arte-di-arrangiarsi.aspx?utm_content=buffer39448&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer 

DA PETER PAN A HARRY POTTER: CENT'ANNI DI IMMATURITÀ. Gli adulti scomparsi, l’educazione distrutta. I bambini perdono l’infanzia, ma i grandi si pensano giovani. L'analisi di Francesco Cataluccio, tra l'Isola che non c'è e Hogwarts, dove il maghetto volta le spalle alla spensieratezza e accetta le proprie responsabilità

di Roselina Salemi, espresso.repubblica.it, 25 agosto 2014

Ci avete fatto caso? Il Novecento si apre con “Peter Pan” - l’opera che avrebbe reso famoso James M. Barrie, crudele, problematica, adulta, lontanissima dalla sua forma disneyana è del 1904 - e si conclude con “Harry Potter”. La saga del maghetto comincia nel 1997 e finisce nel 2007.Cent’anni di immaturità». 
Non è un caso che a Francesco Matteo Cataluccio siano venuti in mente due estremi così evidentemente simbolici: ha curato il testo teatrale di Barrie, si è messo in coda con la figlia per comprare l’ultima avventura di Harry allo scoccare della mezzanotte, e nel 2004 ha scritto un saggio di grande successo, “Immaturità.” (Einaudi), appena ripubblicato in versione aggiornata. Per inciso, i librai raccontano di averlo venduto a molte donne che lo regalavano ai loro uomini, disperatamente acerbi. Da questo insieme di stimoli e riflessioni che hanno preso forma mentre le rose inglesi fiorivano sul suo terrazzo di Milano, è nato l’intervento che Cataluccio presenterà il 29 agosto all’XI Festival della Mente di Sarzana: “L’epidemia di immaturità: da Peter Pan a Harry Potter”. Lui spiega: «Non amo il genere fantasy, ma bisognerebbe fare un monumento a Joanne K. Rowling: i suoi romanzi sono la risposta a Peter Pan».
In che senso?
«Nel senso della lotta all’immaturità. Peter fugge, non vuole diventare come i suoi genitori e rifiuta di crescere. Harry invece va a scuola, ha esempi di adulti positivi, il preside Albus Silente, gli insegnanti, accetta le sfide, combatte contro il Male e alla fine lo sconfigge, ma lottando si accorge che il Male è prima di tutto dentro se stessi. Il Novecento è anche il secolo della psicanalisi. Maturità significa vedere in noi gran parte delle cause del malessere. Non è sempre colpa degli altri. Harry capisce che il nemico Voldemort è un po’ anche lui. Dobbiamo ringraziare la Rowling perché ha introdotto in una saga tanto popolare una verità dalla quale possiamo emanciparci».

Per continuare:
http://espresso.repubblica.it/visioni/societa/2014/08/25/news/siamo-noi-peter-pan-1.177651

FESTIVAL DELLA MENTE 2014. RECALCATI: «L’AMORE ETERNO? È SOVVERSIVO». Lo psicoanalista parla di perdono e tradimento a Sarzana. «La fedeltà è essenziale, ma non sia prigione». L’intervista

di Lorenza Delucchi, laspezia.mentelocale.it, 27 agosto 2014
Diciamoci la verità, parlare d’amore può essere dannatamente noioso, specie se non ci riguarda. Quando ci sono di mezzo le corna poi, viene voglia di replicare quella gag del telefono in galleria, staccare la batteria e tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Da rotture teatrali, dichiarazioni di eterna fedeltà disattese, rapporti solidi come Tiramolla o elastici come una colonna di marmo, siamo circondati. A controbilanciare questoavvitamento sentimentale, ci sono amori che si piegano senza spezzarsi, dimostrando che le tempeste, anche quelle targate “tradimento“, passano e i naufraghi sopravvivono, magari con qualche ammaccatura.
Dalle storie che resistono muove Non è più più come prima.Elogio del perdono nella vita amorosa (Cortina, 2014, pag.159, 13 eur) il saggio di Massimo Recalcati, psicoanalista già autore di Il complesso di Telemaco, vero e proprio caso letterario dedicato al rapporto genitori-figli nella contemporaneità. Sabato 30 agosto Recalcati è ospite del Festival della Mente di Sarzana. Alle 11.30 al Canale Lunense, (si) chiederà se «è davvero possibile che il lavoro del perdono restituisca la vita a ciò che sembrava ormai irrimediabilmente morto?» come scrive nel prologo del saggio. E il morto, si capisce, è l’amore. L’abbiamo intervistato.
Lei fa un parallelo fra consumismo capitalista e amoreDal nuovo modello dell’Iphone all’ultimo amore non c’è molta differenza,scrivePerché?
«Gli amori contemporanei vivono come le merci, sono destinati ad essere consumati dal tempo. Oggi si sputa sull’amore eterno perché si ritiene possa essere sostituito da un altro più efficace, più performante. L’amore che dura, che vuole essere per sempre, è sovversivo per la società consumista e capitalista perché rende l’amato insostituibile. Contrariamente a quanto succede con un oggetto che se molto utilizzato si logora, quanto più si ama, tanto più il sentimento si rinnova».
Non è più più come prima offre una riflessione alternativa sul concetto di fedeltà a cui siamo abituati. Ci spiega meglio?
«La fedeltà è una postura essenziale dell’amore, sia chiaro, ma è un sintomo di libertà, non di sacrificio. È un’ebbrezza, il desiderio dell’altro mai estinto, il dono di sé continuo. Se implica rinunce ed è solo mortificazione, nello stile da catechesi che per molto tempo ha caratterizzato i decenni passati, è una prigione da cui liberarsi».
Come si fa a perdonare chi ci ha tradito, dunque?
«Nell’etimologia della parola c’è il dono. Il perdono si può raggiungere aprendosi, entrando in contatto con la parte più vulnerabile dell’altro e anche con la nostra. Non si può perdonare se si osserva solo la responsabilità dell’altro, anche nel caso di nostra innocenza, né serve giudicare chi ha tradito».
E come la mettiamo con chi sceglie di non perdonare?
«Questa possibilità può esistere anche a causa dell’amore: parlo dei casi in cui il perdono diventa impossibile non per orgoglio, ma per fedeltà all’amore che è stato e non è più».
Fra qualche giorno sarà in libreria L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento (Einaudi) il suo nuovo lavoro editoriale. Ci anticipa alcuni dei suoi temi?
«Parla del lavoro dell’insegnante, del suo spalancare mondi nuovi, sconosciuti, durante l’ora di lezione, sia alle elementari come all’università. Del suo rendere possibile un incontro.L’Erotica dell’insegnamento è la passione, il desiderio che l’insegnante trasmette per i temi che tratta o i libri che presenta, trasformandoli in corpo. Una volta usciti da scuola, quella passione ci permettere di rendere i corpi che incontriamo libri, storie…».
http://laspezia.mentelocale.it/60599-spezia-sarzana-festival-mente-2014-recalcati-amore-eterno-sovversivo/
 

BORGNA: “IL SOGNO DEGLI ITALIANI? ESSERE ASCOLTATI”. Noi e il senso di vuoto secondo lo psichiatra: “La crisi economica riduce gli orizzonti e si rischia di inseguire solo il proprio orticello. Una relazione con gli altri è la ricerca continua di luce quando le disfatte ci spingono verso il buio. Vivere non è sopravvivere. E, come diceva Leopardi, si vive solo per l’infinito”

di Simonetta Fiori, repubblica.it, 28 agosto 2014
Non dimenticare mai di formulare un desiderio. Mai rinunciare ai desideri, dice la madre di Malte Laurids Brigge in una celebre opera di Rilke. Ma siamo ancora capaci di avvistare le stelle filanti, alla ricerca di qualcosa che ancora non c’è? Gli italiani sanno ancora desiderare, che poi significa riconoscere il futuro dentro il proprio corpo sociale? E come sono orientati i nostri desideri? Cominciamo il nostro viaggio da un esploratore di anime quale Eugenio Borgna, protagonista della psichiatria italiana e autore di libri bellissimi sulla condizione umana.
Può darmi una definizione del desiderio?
“È necessaria una premessa. Allo stesso modo della speranza, anche il desiderio è condizionato dalla storia personale di ciascuno di noi. Se il mio vissuto è stato ricco, anche la sfera dei desideri resta estesa e polimorfa”.
Il desiderio è desiderio di desiderare, come diceva Lacan?
“Sì, in qualche modo sì. Un’esperienza condizionata dal passato, ma soprattutto aperta al futuro. Desiderare significa riconoscere dentro di sé questa dimensione del tempo che è il futuro. Se in me muore il futuro, muoiono anche i desideri. Se io vivo prigioniero del mio passato gli spazi aperti del desiderio si comprimono. A volte si annullano”.
Per continuare:
http://www.repubblica.it/cultura/2014/08/28/news/borgna_il_sogno_degli_italiani_essere_ascoltati-94557587/
 

LA CAVALLERIA RUSTICANA SUL LETTINO DA PSICANALISI 
di Tano Gullo, repubblica.it, 28 agosto 2014

SANTUZZA si sdraia sul divano dell’analista. Intorno a lei si muovono gli altri personaggi trasfigurati, proiezione della sua mente malata, devastata dal dolore e dalla rabbia. È una “Cavalleria rusticana” in chiave psicanalitica quella che andrà in scena sabato a Vizzini, un allestimento del regista Walter Manfrè che si è avvalso della consulenza, ma anche della partecipazione alle prove, di una psichiatra. Santuzza è il personaggio che innesca la tragedia restando travolta dagli effetti: è lei che spiffera a Turiddu la tresca di Alfio con Lola provocando “la mala Pasqua”, il duello, la coltellata assassina.
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/08/28/la-cavalleria-rusticana-sul-lettino-da-psicanalisiPalermo01.html

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LE VOSTRE LETTURE ESTIVE: LUIGI ZOJA 

da radio3.rai.it, 22 agosto 2014
L’intervento di Zoja comincia a 13′ dall’inizio della trasmissione.
http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-fe5b8b50-65bd-433c-bd5e-c01d8309c758.html

(Fonte: http://rassegnaflp.wordpress.com)

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