GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Ottobre 2014 II - Lezioni, associazioni, migrazioni

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29 ottobre, 2014 - 21:27
di Luca Ribolini

«L’ORA DI LEZIONE» NELLA SCUOLA DI TELEMACO 
di Emiliano Sbaraglia, scuoladivita.corriere.it, 9 ottobre 2014

Invita a un cauto ottimismo il fatto che il nuovo libro di Massimo Recalcati, psicoanalista italiano tra i più noti, si trovi da settimane saldamente ai primi posti della saggistica più venduta. Il titolo, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento (Einaudi), rimanda all’importanza del confronto docente-studente ancora oggi, come lo è stato ieri, come lo sarà domani.
“L’ora di lezione è infatti il momento dell’incontro, il tempo sospeso durante il quale si cerca di nutrire l’esigenza di conoscere”.
Ma nei giorni che viviamo, per un professore di qualunque ordine e grado non si tratta più soltanto di lavorare con l’obiettivo di trasferire conoscenza al discente, tenuto volutamente sotto scacco e in atteggiamento passivo dall’auctoritas determinata dalla figura del “maestro” dietro la cattedra. Quelli erano i giorni della «Scuola-Edipo», caratterizzata dal padre-padrone, in casa come a scuola, a cui obbedire senza troppi fronzoli. Messa in discussione nel corso del decennio rivoluzionario ’68-’77, a quella di Edipo è stata però sostituita la «Scuola-Narciso», che concentra tutte le sue attenzioni sulla figura dello studente, curato e protetto fino all’asfissia, provocando tra l’altro la rottura del rapporto docente-genitore, che garantiva una certa continuità educativa, oramai (quasi) del tutto smarrita. Ora ci troviamo di fronte a un bivio, e per scegliere la strada giusta l’autore ci propone un’altra scuola, la «Scuola-Telemaco», dove il ritorno del padre è atteso, praticamente invocato, ma per costruire un rapporto diverso, legato anche a un nuovo «patto generazionale», se vogliamo definirlo così. Ammaliante eppure concretissima la proposta di Massimo Recalcati, che sono riuscito a contattare per cercare di approfondire alcuni suoi pensieri attraverso qualche domanda.
 Professor Recalcati, che cosa è la «Scuola Telemaco»?
La domanda che sta dietro la Scuola di Telemaco è la seguente: come è possibile per un insegnante di oggi che non può più appoggiare la sua parola sulla potenza della tradizione ottenere rispetto dai propri allievi? Telemaco non si limita ad aspettare il ritorno del padre dal mare, ma si mette in viaggio, rischia in proprio, si espone al rischio. Lo stesso accade per gli insegnanti della Scuola di Telemaco: devono impegnarsi in un viaggio rischioso, non garantito dal grande Altro della tradizione, devono riguadagnare il rispetto dei loro allievi attraverso la testimonianza della propria parola.
Cosa significa «educare» nella scuola di oggi?
Dobbiamo evitare due rischi: il primo è quello che riduce l’educazione al riempimento delle teste degli allievi; come se queste fossero dei computer da rimpinzare di files. Si tratta del rischio di una tecnologizzazione sterile e arida del processo educativo. Il secondo è quello di trasformare la scuola in un parco giochi. Se gli allievi non studiano più, non ascoltano più, non partecipano più… bisogna farli divertire, bisogna non annoiarli…
Nel libro lei racconta il suo incontro con un’insegnante fondamentale per la sua formazione. Quanto influiscono le esperienze di un alunno, nel momento in cui si trova a interpretare il ruolo di professore?
Noi siamo gli incontri che facciamo, e nella vita ci sono buoni o cattivi incontri. Gli incontri cattivi sono quelli che chiudono il mondo: questa è stata la scuola stupidamente autoritaria della mia infanzia. Ma ci sono anche buoni incontri, e i buoni incontri sono quelli che aprono i mondi, altri mondi. Giulia per me è stato un buon incontro. La scuola dovrebbe essere per tutti gli studenti un luogo che apre mondi inattesi.
“E per aprire mondi inattesi, continua ad essere utile anche la lettura di un bel libro”.
http://scuoladivita.corriere.it/2014/10/09/lora-di-lezione-nella-scuola-di-telemaco/

ALTRO CHE NOBEL. AMICO “AD HONOREM” DI FREUD 
di Sandro Magister, magister.blogautore.espresso.repubblica.it, 9 ottobre 2014

Alla vigilia dell’assegnazione del Nobel per la pace, si infittiscono i rumori sul possibile conferimento del premio a papa Francesco.
Nel 2001, il Nobel fu negato a papa Giovanni Paolo II per un impedimento messo in pubblico dal vescovo luterano di Oslo, Gunnar Staalseth, membro del comitato. Niente premio a un papa – disse – fino a che la Chiesa cattolica non avrà aggiornato il suo magistero sulla sessualità.
Si vedrà se con questo papa il veto sarà venuto meno. Intanto, però, non si contano i riconoscimenti dati a Jorge Mario Bergoglio dalle giurie più diverse e per i meriti più disparati.
Pochi sanno, ad esempio, che dall’inizio della scorsa primavera papa Francesco è socio “honoris causa” della “Società Amici del Pensiero – Sigmund Freud”.
Il fondatore e presidente di questa società è Giacomo B. Contri, 73 anni. milanese, psicoanalista di scuola lacaniana, traduttore e curatore dell’edizione italiana delle opere di Jacques Lacan presso Einaudi, oltre che traduttore di scritti di Freud presso Boringhieri.
Contri è cattolico ed è stato più volte intervistato dal mensile “30 Giorni”, animato da quel circolo romano di Comunione e liberazione che era in più stretta amicizia con l’allora cardinale Bergoglio ed è oggi il più acceso sostenitore di lui diventato papa.
“Torna il pericolo gnostico di ridurre e trasformare la persona storica e reale di Cristo in un principio universale, mediante un’operazione banalizzante”, disse ad esempio Contri in un’intervista del 1992 a Stefania Falasca, cioè all’amica che Francesco chiamò per telefono la sera stessa della sua elezione a papa.
E in un’altra intervista del 2001 a “30 Giorni” così diagnosticò lo stato di salute della Chiesa: “È tutta una questione di pensiero ossia di competenza. Se c’è una cosa che manca alla Chiesa di Cristo è il pensiero di Cristo”.
Ecco qui di seguito la trascrizione integrale dell’atto e della “laudatio” con cui Contri ha assegnato a papa Francesco il titolo di amico di Freud “ad honorem”.
Naturalmente consentendo al papa di accettare o no tale onorificenza. Al quesito, papa Francesco non ha risposto. Con un silenzio interpretato come assenso.
*
Sabato-Domenica 22-23 marzo 2014
“in anno 157 post Freud amicum natum”
PAPA FRANCESCO SOCIO ONORARIO
DELLA “SOCIETÀ AMICI DEL PENSIERO – SIGMUND FREUD”

Conferisco a Papa Francesco il titolo di Socio “honoris causa” della “Società Amici del Pensiero – Sigmund Freud (S.A.P.)”.
Lo faccio in qualità di Presidente della suddetta S.A.P.
Trovo motivo per farlo in una Sua risposta a una recente intervista:
“Non mi piacciono le interpretazioni ideologiche, una certa mitologia di Papa Francesco. Quando si dice per esempio che esce di notte dal Vaticano per andare a dar da mangiare ai barboni in via Ottaviano. Non mi è mai venuto in mente. Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione. Dipingere il Papa come una sorta di superman, una specie di star, mi pare offensivo. Il Papa è un uomo che ride, piange, dorme tranquillo e ha amici come tutti. Una persona normale”.
Numerosi anni fa ho progettato uno dei libri che non ho mai scritto (anche se poi li ho scritti in ordine sparso). Era intitolato: “Freud e Lacan nella Roma dei Papi”.
Ci torno oggi a partire dal fatto inedito e sorprendente che il Papa oggi regnante, Francesco, ha citato Freud e nessun altro, senza riserve e correttamente. Occasione per me di rinnovare una mia precedente battuta: “Se Gesù siede alla destra del Padre, Freud siede alla sua sinistra”.
La mia battuta è corretta. Infatti essi sono gli unici nella storia ad avere parlato favorevolmente del Padre: il secondo ne ha anche presentato la versione maledetta, poi chiamata da J. Lacan “père-version”.
Ne sono stato favorito nel rimanere cattolico, senza lo storico ingombro religioso e teologico, peraltro assente in Gesù.
Il Papa ha agito da Socio della S.A.P. per avere detto il suo pensiero, trovandone ragione in Freud.
P. S. – Anche Gesù è “una persona normale”.

L’intervista di papa Francesco citata da Contri nella “laudatio” è quella del 5 marzo 2014 al direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli.
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/10/09/altro-che-nobel-amico-ad-honorem-di-freud/

Per leggere l'intervista di De Bortoli:
http://www.corriere.it/cronache/14_marzo_04/vi-racconto-mio-primo-anno-papa-90f8a1c4-a3eb-11e3-b352-9ec6f8a34ecc.shtml

ADOZIONI GAY, CHI È UN GENITORE?*  
di Elisabetta Zamparini, viterbonews24.it, 10 ottobre 2014

Questa rubrica vuole essere uno spunto di riflessione per chi ha voglia di conoscere e dedicare qualche minuto al pensiero. I più attenti avranno notato che in questi giorni sono state organizzate delle manifestazioni in tutta Italia, in difesa della libertà di espressione messa in discussione dal ddl Scalfarotto, dicono.
Non entrando in merito sul perché queste persone si riuniscano con l’intento di negare dei diritti ad altre, che potrebbero essere i propri familiari, sorge una domanda: cosa succederà quando si parlerà di adozioni per coppie omosessuali?
Nel nostro paese la storia dei diritti omosessuali è molto arretrata, nonostante molte donne e molti uomini omosessuali siano genitori. Alcuni hanno figli da precedenti relazioni, altri scelgono di averne con le relazioni attuali e tanti vorrebbero adottare, ma la legge non lo permette.
Chi è il genitore?
Non sempre chi mette a disposizione il proprio bagaglio genetico è altrettanto generoso di amore, cure e affetto. Ci sono coppie di genitori omosessuali, ma anche coppie eterosessuali, non capaci di fornire sicurezza e cure adeguate, altre invece si: l’orientamento sessuale non può dunque spiegare queste differenze.
Come espone Vittorio Lingiardi, importante psicoanalista contemporaneo, la maturità della coppia – quindi la capacità di prendersi cura dell’altro, di amarlo e di essere amati – dipende da caratteristiche di personalità del partner, non dal loro orientamento sessuale. Questo è quello che conta in una famiglia, ai fini di uno sviluppo sano.E’ questa una delle ragioni che ha spinto l’American Academy of Pediatrics ad affermare che, purché ”coscienziosi e capaci di fornire cure”, gli omosessuali possono essere ”ottimi genitori”.
Concepire un bambino è prima di tutto desiderarlo e accoglierlo nel mondo, ma è anche salvarlo da situazioni sfavorevoli o traumi.
Per questo e per le diverse costruzioni familiari – monoparentali, adottive, allargate, omogenitoriali, ricomposte – nasce la consapevolezza che la famiglia non è un prodotto naturale, ma una costruzione sociale e culturale.
L’accettazione psicosociale di ciò può essere compresa se pensiamo alla famiglia come intreccio di storie, affetti, legami, corpi e progetti.
Vorrei concludere con le parole dell’Associazione Italiana di psicologia, che ricorda come l’affermazione per cui i bambiniavrebbero bisogno di una madre e di un padre per crescere bene, non trovi riscontro nella ricerca internazionale sul rapporto fra relazioni familiari e sviluppo psicosociale degli individui.
Né il numero né l’identità di genere dei genitori garantisce di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano.
La ricerca psicologica pone in evidenza che ciò che è importante per il benessere dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare.
http://www.viterbonews24.it/news/adozioni-gay,–chi-%C3%A8-un-genitore_44486.htm 

Parte oggi ”Spunti di vista”, una nuova rubrica su ViterboNews24 tutta dedicata alla psicologia che diventerà l’appuntamento fisso del venerdì. Elisabetta Zamparini, 28 anni, psicologa, specializzanda in psicoterapia psiocoanalitica, approfondirà di settimana in settimana argomenti diversi, tematiche attuali e anche eventuali argomenti proposti dai lettori. 

UNA PATRIA SENZA PADRI 
di Redazione, leggilanotizia.it, 11 ottobre 2014 

Una “Patria senza padri” è il tema di un incontro con Massimo Recalcati, uno dei più noti psicanalisti italiani, che propone una lettura della nostra vita politica e più in generale collettiva attraverso le categorie da sempre alla base dei suoi studi e della sua pratica clinica: il desiderio e la legge, il rapporto con l’Altro, il narcisismo, la dinamica del conflitto, la relazione fra padre e figli. Appuntamento martedì 14 ottobre, ore 20.30, nella sala San Francesco della biblioteca comunale (via Emilia 80).

Recalcati è membro analista dell’Associazione Lacaniana di psicanalisi, direttore dell’Irpa, docente presso l’università di Pavia, collaboratore di diverse riviste specialistiche italiane e internazionali e della pagina culturale de “La Repubblica”, è autore di numerosi libri di argomento psicanalitico con particolare attenzione al rapporto padre-figli fra cui,  “Il complesso di Telemaco”, “Cosa resta del padre?” e, nel 2014, “Non è più come prima”e “L’ora di lezione”.  Dal 2006 è supervisore clinico presso il reparto di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna; il suo lavoro teorico sull’insegnamento di Jacques Lacan, le sue ricerche cliniche sulla Psicopatologia contemporanea, in particolare sull’ anoressia e bulimia, sono diventati punti di riferimento e di formazione stabili e riconosciuti.
“Patria senza padri” è quasi una logica continuazione de “Il complesso di Telemaco” perché come Telemaco attende il ritorno del padre, prega perché nella sua casa sia ristabilita la Legge della parola, così la società civile, la cultura e la politica in particolare, attendono che qualcuno sia in grado di aprire nuovi orizzonti, di accendere negli animi ideali in cui credere. Viene spontaneo domandarsi se, in questo caso, l’attesa si identifichi con il bisogno  o se questa società orfana,  dominata dalle passioni tristi, dal volere tutto e subito, dal potere come strumento di affermazione personale, sia tutto sommato adattata al vuoto di ideali veri avendo sostituito  gli stessi con numerosi feticci di tipo consumistico.
Con la capacità di analizzare la struttura psico-sociale dei fenomeni che caratterizzano la politica italiana degli ultimi decenni, con naturalezza, con linguaggio accessibile anche ai non addetti,  Recalcati dipana i fenomeni consci e inconsci sottesi all’agire politico e a chi segue tale agire.  Perché la scena politica si è ridotta a un teatrino di infima qualità in un paese che ha vissuto  sia tragedie quali le morti di Falcone e Borsellino e le bombe da Piazza Fontana alla stazione di Bologna, che l’ansia di rinnovamento prima con la caduta del muro di Berlino e poi con tangentopoli?
Recalcati definisce questa come l’epoca del neototalitarismo dell’oggetto con al centro il godimento cinico-pulsionale dell’individuale antitetico all’istituzionale, della libertà che rifiuta l’esperienza del limite. E’ importante” preservare l’alleanza costitutiva tra la Legge e il desiderio di cui il padre è il simbolo”. Il desiderio non è un capriccio, è rinuncia al godimento immediato, è una vocazione che mette in gioco tutta la nostra esistenza. Nella famiglia oggi manca Il padre come simbolo della Legge, il padre contemporaneo è spesso un padre adolescente che si comporta e si veste come i suoi figli rivelando un’alterazione profonda della differenza generazionale.  Manca il passaggio del testimone, nessuno introduce le giovani generazioni alla pratica della libertà in rapporto alla responsabilità, mancano padri politici che svolgano una funzione insostituibile nella trasmissione dell’eredità ideale ai figli ai quali è affidato il compito di ricevere l’eredità e di svilupparla in una forma nuova.
http://www.leggilanotizia.it/moduli/notizia.aspx?ID=7866

INTERVISTA A PUPI AVATI A “CUORE APERTO” 
di Sam Stoner, dazebaonews.it, 12 ottobre 2014

Guardo l’orologio. L’appuntamento è per le sedici. Affretto il passo. Il cielo è carico di pioggia ma io, osservandolo, vedo grondare parole: quelle che mi aspettano al secondo piano di un’elegante palazzina del Centro Storico. Suono. Pupi Avati mi aspetta sulla porta. Entrando una valanga di libri m’inonda, sono ovunque. Mi fa accomodare in un salotto bianco ornato di opere d’arte. In quel momento, sento una leggera musica: è jazz. Si accomoda di fronte a me in poltrona, forse la sua preferita. Riesco a immaginare cosa prova un artista la cui opera non è compresa, come accaduto alla sua Il ragazzo d’oro; tuttavia non come possa sentirsi Avati che ha alle spalle quarantacinque film, decine di premi e riconoscimenti. Sulle sue labbra, l’urgenza di parlare. Io sono stato sedotto dal suo ultimo lavoro perché tratta temi inusuali e affascinanti: il rapporto padre-figlio, il riscatto morale e artistico del più giovane, il recupero dell’ affetto che sembrava non esserci più, il binomio arte-follia.
D. Riguardo a “Il ragazzo d’oro”, alcuni giornalisti sembra abbiano visto un film diverso da quello che ho visto io…
P. A. Questo mi ha fatto intuire che alcuni accusano un disagio, una paura che entra in un territorio molto problematico. Non tutti siamo padri, però tutti siamo stati figli. Quando il rapporto figlio-padre entra nell’ambito sacrale della creatività, quando entrambi hanno l’urgenza di dire chi sono attraverso quello che fanno (in questo caso l’essere artisti, parola “indecente”), allora lì emerge la conflittualità, il vedere nel proprio padre i propri limiti.  Questo è il territorio sul quale ci misuriamo. Ecco che si produce una sofferenza in questo tipo di spettatore. Ostilità nei riguardi del film c’è stata anche da parte di alcuni critici che mi sono molto amici.
D. Le tematiche trattate sono molto profonde…
P.A. Profonde, complesse e sincere. In libreria trovi Peluche di Emilio Fede vicino a La ballata del vecchio marinaio di Coleridge, nel cinema è così, nello scaffale, il mio film è accanto ad altri ben diversi, ma il mio film, per quanto possa essere il brutto del mondo, non può essere paragonato ad altri che si consumano nelle due ore di proiezione.
D. Che riflessione pone questa esperienza?
P.A. Questo mi porta a una riflessione sul livello del cinema italiano, cinema che somiglia terribilmente alla critica cinematografica italiana. Del resto non potrebbe essere altrimenti, non potremmo avere una compagine di critici, di esegeti, di saggisti straordinari e un cinema modesto. Non è mai stato così. Quando io ho cominciato i miei colleghi erano Blasetti, Rossellini, Fellini, Antonioni e come critici c’era, per dirne uno, Pietro Bianchi. C’erano delle contiguità, delle assonanze. A parte che numericamente erano inferiori. Al Festival di Venezia, quest’anno, c’erano 2.813 giornalisti (anche togliendo i giornalisti stranieri si tratta comunque di un numero spropositato) su settanta film che si fanno oggi in Italia, all’epoca c’erano 355 film e ci saranno stati trenta, quaranta critici.
D.  A volte la critica plaude al capolavoro…
P.A. Nel film io sono un po’ irridente, sfottente nei riguardi di quelli che considerano capolavori film che non valgono nulla. Faccio storpiare anche il nome del regista americano Quentin Tarantino che nel mio film diventa “Tarandino”, regista che ha sdoganato tutti i film più brutti commettendo un gesto da irresponsabile, sia chiaro io lo considero un genio. Ero in giuria al Festival di Cannes con Clint Eastwood e Catherine Deneuve quando arrivò Pulp Fiction. Tarantino non si discute, ma so anche che è una persona particolare, a cui piace giustamente giocare con gli eccessi, se lo può permettere, lo sa fare e si diverte. Così dice che alcuni film pessimi italiani sono migliori di quelli di Laurence Olivier. E va benissimo perché è un gioco, mentre c’è chi di mestiere dice che il brutto è bello.
D. E la critica sui blog?
P. A. Oggi ci sono un’infinità di blog, che sono delle armi improprie in mano alle suggestioni di questi guru della domenica che sparano a zero su chiunque: “Ho distrutto Woody Allen, ho stroncato questo, ho massacrato quell’altro”. Ci vuole molto coraggio per uscire dalla rassicurante omologazione culturale.
D. La critica che tipo di conseguenze produce su un film?.
P.A. Sia d’immagine che economiche perché Il ragazzo d’oro è un film anche costoso. Dietro un film c’è ovviamente il lavoro di una casa di produzione, di investimenti.
D. Che rapporto c’è oggi tra cinema e famiglia?
P.A.  Negli ultimi tempi ho realizzato film per la televisione che riguardavano la famiglia, accompagnati da interviste e dichiarazioni nelle quali io ribadisco il concetto che una responsabilità del degrado generale è nella famiglia. Non c’è stato alcun tipo di supporto da parte dei media. Non si vuole assolutamente che io dica che c’è una parte sana del Paese che conduce e interpreta i propri ruoli, sia genitoriali che filiali, in modo corretto e responsabile, producendo degli italiani migliori degli altri, mentre ci sono famiglie, dove il disfacimento è all’ordine del giorno, dalle quali nascono ragazzi allo sbando.
D. Che importanza hanno per te i valori?
P. A. La lezione che ho impartito ai miei figli è una lezione dolorosa che li ha penalizzati:  li ho convinti che giocare alla regola paghi. Avrai tutti i debiti del mondo, avranno scritto male di te, sarai stato emarginato, ma sei a posto con la tua coscienza, non ti sei venduto a nessuno. Anche se questo gioco è difficile in un mondo che ti indurrebbe a prendere sempre scorciatoie, a cercare l’amico dell’amico, ad andare appresso all’aria che tira. Essere sempre alternativo ha un prezzo, ma anche un suo fulgore: è un’avventura medievale,  una ricerca del Santo Graal, qualcosa di spirituale che dà senso alla vita.
D. Ne Il ragazzo d’oro il protagonista soffre un disagio mentale…
P.A. Certe persone sono molto creative, non si sono rassegnate alla ragione e sono portatrici di un’innocenza bellissima della quale abbiamo un grandissimo bisogno. Quando ho raccontato del disagio mentale del protagonista de Il ragazzo d’oro, sapevo bene di cosa parlavo, non ero uno sprovveduto. Non a caso uno psicanalista, Umberto Silva, ha visto il mio film e l’ha analizzato in un modo meraviglioso, vi ha visto il percorso di un uomo che regala la propria salute mentale a un’altra persona. Questo per dire quale sia il mio rapporto con persone che vivono un disagio mentale.
D. Perché le tue opere suggeriscono di perseguire i propri sogni?
P.A. E’ il mio compito. Questa è una società che fa di tutto perché la gente non sogni. La gente risolve i suoi sogni nell’andare la mattina alle sei in fila a comprare l’ultimo iPhone, non hanno un’indipendenza dal sogno collettivo. Il mio sogno non me lo producono a Silicon Valley, me lo devo produrre io. Io cerco sempre di dirlo nelle mie opere, incentrandole sul talento individuale.
D.Il talento ha conseguenze per chi ci accompagna nella realizzazione del sogno?
P.A. Le persone che mi sono accanto hanno pagato un prezzo altissimo. Sono così prevalente nei riguardi dei miei familiari, per cui la mia vicenda professionale si è andata a collocare in una posizione tale per cui nulla si prescinde.
D. “Il ragazzo d’oro” è stato premiato con la migliore sceneggiatura al World Film Festival di Montreal. 
P.A. In questo film, mio figlio ha sviluppato da solo il personaggio principale, ha avuto coraggio. Abbiamo sostenuto questi due ruoli (lui il figlio e io il padre) sostenendoci. Tommaso non aveva mai dichiarato questa cosa, farlo durante la conferenza stampa è stato un outing. Inconsciamente avevo percepito che avevamo proiettato i nostri ruoli, di figlio e di padre, nella sceneggiatura, ma non ce l’eravamo mai detti.
D. Nell’autobiografia, il mosaico di storie ci fa seguire un percorso, il tuo, che sembra dire che i sogni si avverano, basta perseverare… 
P.A. L’ho scritta per questo. Quando sono venuti quelli della Rizzoli a chiedermi di raccontare la mia vita, ho chiesto il perché. Mi hanno risposto che ai ragazzi avrebbe fatto piacere sapere come uno è riuscito a fare una determinata cosa essendo così lontano dalla stessa. Mi hanno convinto subito. Io raccontai di come sono diventato cineasta molti anni fa in televisione in un film intitolato Cinema!!!. Fu un racconto molto goliardico, la puntualità nei riguardi della verità delle cose è sempre relativa. Io realizzai il mio primo film perché incontrai un nano che mi presentò un albino. Eravamo nell’Altrove più assoluto. Ancora oggi io continuo ad accreditare certi matti. Heidegger diceva “Solo un Dio ci può salvare”, io dico “solo un matto mi può salvare”.
D. Ho trovato un’assonanza tra un episodio narrato nell’autobiografia e quanto accade adesso con Il ragazzo d’oro. 
P. A. Nella mia vicenda umana, che coincide con quella professionale, ho la certezza di non appartenere in nessun modo a quello che sono stato. L’essere umano evolve o involve. Gli anni, l’esperienza, la voglia di allargare l’orizzonte, la responsabilità nei confronti dei soldi che spendi, è un percorso di correttezza e onestà intellettuale. È evidente che c’è un momento in cui tu sei coincidente con il mondo, è un istante, un bagliore. Dopo è un cercare di arrabattarsi, un faticoso tentativo di tornare a ciò che sei stato o che sarai. Fellini avvertiva questo rammarico. Fermare Fellini e dirgli com’era bello un suo film di 30 anni prima, era parlare di un altro regista con il quale lui era in competizione. Chiunque di noi è in competizione con ciò che ha fatto. Nel capitolo finale della mia autobiografia dico ciò che continuo ad essere, ossia un ragazzino di quattordici anni, se non lo fossi non continuerei a fare queste cose.
D. Nell’ autobiografia c’è una descrizione di Roma bellissima.
P.A. Era la fine degli anni Sessanta, ero stremato e in fuga, scappato da Bologna nella quale non potevo più vivere. Non avevo riparo e risorse economiche, mi imbattei nella bellezza di Roma e dei classici. Andare ai Fori Romani e confrontarmi con la grande dimensione della storia e compararla con la piccolezza dei miei problemi era terapeutico. Avevo alle spalle un fallimento musicale, avevo abbandonato un lavoro d’oro, aveva fatto due film che nessuno voleva vedere, nessuno voleva leggere i miei copioni, avevo una moglie e due figli e la luce staccata. Però poi confidi e succede. C’è chi ha fatto lo stesso percorso e un giorno prima ha mollato. Si è alzato dal tavolo della vita un minuto prima. Quello non vincerà mai una partita. Bisogna confidare nel giocare alla Regola, io lo faccio e quindi devo vincere. In ogni essere umano c’è l’esigenza dell’impossibile. A un certo punto della propria vita c’è un momento in cui la ragione non sa dare risposta. In quel momento bisogna confidare nell’impossibile. Quello che ho fatto io.
http://www.dazebaonews.it/cultura/item/29639-intervista-a-pupi-avati-a-cuore-aperto
 

PSICOANALISI, GLI “ALTRI SCRITTI” DI LACAN: INCONTRO ALLA FELTRINELLI 
di Redazione, palermotoday.it, 12 ottobre 2014

Sabato 18 ottobre, a partire dalle ore 18, alla libreria Feltrinelli arriva l’incontro “Perché abbiamo ancora bisogno della psicoanalisi? Gli Altri scritti di Jacques Lacan.
“Finalmente è arrivato il momento per leggere, Jacques Lacan, ora che non è più di moda, ora che lo strutturalismo è finito da un pezzo, e che anche la psicoanalisi sembra aver fatto il suo tempo. Ecco, ora che il polverone finalmente s’è posato, ecco ora si può cominciare a leggere Jacques Lacan. Uno dei pochi, davvero grandi e importanti pensatori del ‘900. Cominciando da un Lacan che non ti aspetti, quello degli ‘Altri scritti’, appena tradotti in italiano da un suo allievo diretto, e uno dei suoi maggiori interpreti, Antonio Di Ciaccia”.
Interventi in programma di Riccardo Carrabino (psicoanalista membro Scuola Lacaniana di Psicoanalisi e docente Istituto freudiano), Antonio Di Ciaccia (psicoanalista membro Slp, presidente If, curatore dell’Opera di Jacques Lacan in Italia) e Franco Lo Piparo(professore di Filosofia del linguaggio Università degli Studi di Palermo). Coordina Leonarda Razzanelli (psicoanalista membro Slp, coordinatrice dell’Antenna del Campo freudiano di Palermo). Ingresso libero.
http://www.palermotoday.it/eventi/cultura/bisogno-psicoanalisi-altri-scritti-jacque-lacan-feltrinelli-18-ottobre-2014.html

“#MIGRANTIDIGITALI” 
di Giuliano Castigliego, giulianocastigliego.nova100.ilsole24ore.com, 12 ottobre 2014

Settembre, andiamo. è tempo di migrare” scriveva 111 anni e un mese or sono d’annunzio esortando retoricamente i “suoi” pastori alla transumanza. nel frattempo la “migrazione” estiva delle greggi e delle mandrie da e sull’alpe è, con tanti altri aspetti della civiltà contadina, pressoché scomparsa in Italia mentre sopravvive in quel peculiare coacervo di tradizione innovazione che è la Svizzera, ove peraltro accanto al significato di rito identitario contadino, familiare, locale ha assunto anche quello di attrazione turistica. le migrazioni che si affacciano alla mente degli italiani di questi tempi sono – temo – assai meno pittoresche di quelle elvetiche: siano quelle delle nuove generazioni di italiani costretti a/o desiderose di recarsi all’estero per sottrarsi alla mancanza di lavoro, rispettivamente alla mancanza di una dignitosa, non autoritaria, non paternalistica cultura di lavoro. siano quelle tragiche e non raramente letali dei profughi africani in fuga dalle guerre, dai genocidi, dalla fame dei loro paesi e separati da noi da un mare nostrum di paura, illusioni, pregiudizi, angoscia, indifferenza e insofferenza se non violenza.
Ma vi sono, almeno per la mia generazione, altre migrazioni in atto, molto meno tragiche, anzi potenzialmente stimolanti. sono quelle dei #migrantidigitali. Il tema, noto, può essere sinteticamente riassunto con queste parole del ‘manifesto iniziativa migranti digitali” migranti e nativi digitali hanno linguaggi, approcci culturali e competenze specifiche in buona parte diversi”.
su tale diversità vi sono ovviamente pareri diversi. vi sono coloro che invocando più o meno dimostrate o supposte modificazioni neurobiologiche tendono quasi a fare di analogico e digitale due categorie (aristoteliche) metafisicamente disgiunte – e qui non riesco a trattenermi dall’osservare con sospetto la tendenza a fare del “neuro-” una sorta di nuovo ipse dixit aristotelico spesso proprio in coloro che si dicono fedeli seguaci del metodo scientifico.
D’altro canto vi è invece chi constata nella prassi quotidiana piuttosto gli elementi di continuità e difficoltà simili anche nei nativi digitali:
“Just because these students are digital natives, does not mean that they do not need guidance to navigate the digital world–both in terms of learning how to discern important and relevant information from a large swath of data, and also to be able to inquire and solve problems that take time, thought, and energy”.
In effetti l’approfondita indagine sociologica di Danah Boyd, che ha passato 8 anni a esplorare tutti i possibili aspetti del rapporto dei teenagers americani con i social media e tecnologie correlate dimostra che ” it’s complicated” come dice un po’ tautologicamente ma anche efficacemente il titolo stesso del suo lavoro.
Posta sotto la lente di ingrandimento dell’osservazione scientifica la presunta omogeneità dei nativi digitali si sgrana in uno spettro molto ampio di atteggiamenti e comportamenti variegati e molteplici. Che poi è ciò che inevitabilmente accade nell’indagine sociologica, psicologica etc. quando si lascia spazio alla soggettività dell’osservato oltre che alla relativa obiettività dell’osservatore:
“As I began to get a feel for the passions and frustrations of teens and to speak to broader audiences, – scrive ancora la Boyd – I recognized that teens’ voices rarely shaped the public discourse surrounding their networked lives. So many people talk about youth engagement with social media, but very few of them are willing to take the time to listen to teens, to hear them, or to pay attention to what they have to say about their lives,online and off. I wrote this book to address that gap. Throughout this book, I draw on the voices of teens I’ve interviewed as well as those I’ve observed or met more informally”.
Non meno complicata è la stessa suddivisione cronologica delle generazioni. Prova ne sia la diversità di definizione che si riscontra per lo stesso concetto nelle diverse lingue in wikipedia, da cui traggo con grande sforzo, questa successione:
1933–1945 “Matures”
1946–1964 “Boomers”
1965–1976 “Generation X”
1977–1998 “Generation Y”
1999 – …. “Generation Z”
che si riscontra così precisa e rigorosa solo nella versione tedesca…
Le difficoltà aumentano esponenzialmente quando si tratta di individuare i criteri sociologici, culturali, tecnologici, psicologici o altro attraverso i quali caratterizzare e dunque denominare le generazioni. Ne elenco volutamente a casaccio alcune: Millennials, generazione 1000 Euro, generazione Telemaco, generazione Prozac, generazione me me me, generazione perduta, generazione narciso, società liquida, età della svergognatezza, dell’incertezza, dell’indecisione – titolo tra l’altro di un simpatico romanzo diKunkel descritto (o venduto ?) come manifesto di una generazione. E se ne potrebbero aggiungerne molte altre.
Questa apparente e da me volutamente forzata confusione nominativa e metodologica mi sembra sia però anche il punto di forza oltre che di debolezza della ricerca su continuità/discontinuità tra migranti e nativi digitali. Se possiamo disporre di tante svariate denominazioni è anche perché i punti di vista (sociologico, etnologico, culturale, tecnologico, psicologico, psicanalitico, neurobiologico, demografico etc.) da cui osservare il fenomeno non sono mai stati così interconnessi e intercomunicanti. Con il rischio da un lato di indebite contaminazioni metodologiche ma dall’altro il vantaggio di una rappresentazione quantomai variegata e che aspira alla visione d’insieme. In epoca di big data e di interconnessione del sapere è fin troppo banale affermare che una conoscenza più approfondita della generazione dei nativi digitali e indirettamente della nostra di migranti digitali ci può venire solo da un serio e paziente accumulo dei dati più disparati e dalla loro integrazione secondo concetti metodologicamente corretti: in questo senso sia l’indagine su numeri caratteristiche, impiego deiMillennials nelle aziendepotrebbe utilmente sposarsi ad un’analisi su eventuali modificazioni dell’inconscio, rilevate non solo dagli psicanalisti – che se la sbrigano spesso con l’inaridimento – ma riscontrabili ad esempio nella nuova Graphic novel o negli stessi social media, utilizzabili come specchio e possibile mezzo d’accesso all’inconscio stesso. Ricordo al riguardo che lo psicoterapeuta Aaron Balick suggerisce brillantemente di considerare Internet anche come una sorta di universale proiezione di parti di noi stessi. Così come il sogno è per Freud la via regia all’inconscio, Balick si domanda se “le parti di noi stessi che proiettiamo in Internet, le parole dei nostri tweets e dei nostri blogs possano essere una sorta di sogno sociale, “un’associazione libera” socio-culturale, dalla quale possiamo trarre comprensione per il nostro inconscio collettivo”.
In questa inte(g)razione tra vecchi e nuovi saperi, metodi, strumenti, tecnologie, e nei relativi scambi per fortuna anche umani che ne derivano è forse insita anche la possibile via di riduzione del gap tra cultura analogica e digitale. Uno degli impegni dei #migrantidigitali: “vogliamo impegnarci nella conoscenza reciproca e collaborazione tra nativi e migranti”.
Nella consapevolezza peraltro che tale che tale gap non potrà mai essere annullato.È infatti (anche) questo gap che separa la nostra dalla generazione successiva. Rincorrere i nativi digitali sul loro terreno ha il non ininfluente vantaggio di farci sentire un po’ meno analogicamente anziani ed illuderci per un momento di poter traghettare con loro e i loro nipoti sulle sponde del digitale. Sta a loro esplorare (costruire?) nuove interconnesse foreste digitali. Forse non è poco riuscire/esser riusciti a trasmettere loro il desiderio di farlo, magari senza troppo limitare con il nostro fardello analogico il loro futuro, che è “costruito – come ci ricorda De Biase – dalle narrazioni che ne diamo”.
http://giulianocastigliego.nova100.ilsole24ore.com/2014/10/12/migrantidigitali/
 

“L’ANGOSCIA DEL PENSARE” 
di Andrea Corona, noci24.it, 12 ottobre 2014

Confrontandosi con molti scrittori moderni, in particolare della cultura francese contemporanea, si può avere l’impressione che l’attività della lettura non dipenda tanto «da una captazione immaginaria», quanto piuttosto dalla capacità di sopportare gli effetti di stati emotivi, più o meno violenti e destrutturanti, che il testo è in grado di esercitare. Antonin Artaud parlerà, a questo proposito, di una «angoscia in cui la mente resta strangolata».
In altre parole, il lettore è soggetto all’esperienza angosciante di non poter resistere a quei reali effetti di transfert che la scrittura esercita su di lui, e spesso addirittura manifestando «una certa attitudine alla dissociazione». A dirlo è Evelyne Grossman, docente di Letteratura francese moderna all’Università di Parigi VII “Denis Diderot”, che ha raccolto i suoi studi nel volume L’angoscia del pensare – Artaud. Beckett. Blanchot. Derrida. Foucault. Levinas. Lacan (trad. it. Moretti & Vitali, Milano 2012, 18 euro).
Dissociare e associare, slegare e riannodare: sono questi i movimenti impliciti nella scrittura e nella lettura dei testi di Maurice Blanchot e di Jacques Derrida, che non a caso parlava di decostruzione. Ma non solo: dire che si è sempre presi nei nodi che si tessono, significa, per Derrida, affermare che «non c’è fuori testo», che l’impossibilità di un meta-linguaggio è assoluta e che non c’è discorso che possa uscire dal linguaggio per parlare di sé. E, se anche per Jacques Lacan «non c’è metalinguaggio» ma ci sono solo continui rimandi ad altri discorsi, ecco che la ripetizione (come pure la coazione a ripetere) assume, in questi autori e pensatori, un ruolo importante quanto quello assunto dal ricordo.
Personalmente, vedrei molto ben inserita in questo discorso anche la poetica di Edmond Jabès, ma va detto che quel che maggiormente interessa all’autrice è analizzare figure come Artaud, Bataille o Beckett in quanto, essi in particolare, dimostrano che, contrariamente a quanto comunemente si crede, è proprio quando ci si irrigidisce nelle forme e si diventa “normopatici” che si cade nell’angoscia e nella depressione. Ecco allora che una scrittura contro-depressiva è rappresentata ad esempio dalla piéce teatrale Cette fois (Quella volta) di Samuel Beckett: si tratta di un’opera sul ricordo giocata però su una lettura dinamica, capace di animare il testo sino a farne «una forma in movimento», e non già più una forma morta (come lo stesso Beckett ebbe a dire una volta a proposito della scrittura).
Difficile mettere a fuoco in poche righe le tesi principali di un’opera così densa e complessa (nel senso di ricca di contenuti). Sicuramente l’angoscia di cui tratta Grossman non corrisponde alla “solita” angoscia, quella psicologico-esistenziale tout court: ciò di cui si sta parlando corrisponde, piuttosto, a una «crudele esperienza di scrittura e di pensiero che non dipende da alcuna terapeutica o farmacopea» ma dall’esercizio di disidentità (disidentité) e alterità che la vera lettura porta sempre con sé (e l’incontro con l’Altro, insegna Levinas, è sempre, appunto, un incontro terrificante ed estatico – nel senso proprio di ek-stasis, di uscita da se stessi).
Riprendendo un pensiero di Roland Barthes, si può così arrivare a sostenere che una vera lettura è sempre una lettura folle: non in quanto portatrice di controsensi, ma in quanto comprensiva di una molteplicità simultanea di sensi, di punti di vista, di strutture, «come uno spazio esteso al di fuori delle leggi che vietano la contraddizione». Non è forse un discorso semplice quello racchiuso in queste pagine, ma è certamente affascinante e, per chi abbia familiarità con questi personaggi, anche coinvolgente. L’esito del discorso sembra, in ultima analisi, racchiuso in una sentenza che a mio giudizio ben ripropone tanto la filosofia del filone degli ebrei di Francia (Blanchot, Levinas, Derrida) quanto un tratto peculiare della teoria psicanalitica (Freud, Lacan): non si può porre fine all’incontrollabile germinazione delle parole sotto le parole, perché le parole si aprono all’infinito.
Evelyne Grossman, L’angoscia del pensare – Artaud. Beckett. Blanchot. Derrida. Foucault. Levinas. Lacan, Moretti & Vitali, Milano 2012, 169 pp.
http://www.noci24.it/politica/370-speciali/categoria-rubriche/categoria-temperamente/9802-l-angoscia-del-pensare
 

L’ORA DI LEZIONE CHE INFIAMMA LA VITA 
di Giuseppe Di Fazio, lasicilia.it, 13 ottobre 2014

Gli studenti che vanno a scuola assomigliano spesso ai clienti che frequentano l’Ikea. Stanno a lezione chiedendo pezzi (di sapere) da assemblare in proprio e, in caso di necessità, si servono di un manuale di istruzioni per l’uso. In fondo, è questo che la scuola chiede oggi ai ragazzi: esprimere prestazioni, incamerare dati senza farsi troppe domande, senza perder tempo con inutili ‘perché’ rivolti ai docenti. E’ in questo tipo di scuola, non ancora “la buona scuola” di Renzi e non più quella severa e autoritaria di Gentile, che si trovano a barcamenarsi gli insegnanti: osteggiati dai genitori, che si sono ormai calati nel ruolo di sindacalisti dei figli, umiliati dal governo che anziché riconoscere il loro ruolo di frontiera li umilia ulteriormente tagliando gli stipendi già miseri, frustrati dalla pretesa degli alunni di avere tutto e subito senza essere disponibili a sottoporsi ad alcuna fatica.
Difficile pensare in una situazione come quella appena descritta che “un’ora di lezione possa cambiare la vita”, come sostiene Massimo Recalcati in un suo recente e straordinario pamphlet (“L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento”, Einaudi 2014). Lo psicoanalista-scrittore sostiene addirittura che un’ora di lezione “può imprimere al destino un’altra direzione”, può favorire l’incontro con “l’inatteso, la meraviglia, l’inedito”.
C’è una verifica immediata che ciascuno può fare. Nel percorso scolastico c’è normalmente un insegnante che s’è impresso nella nostra memoria, che non abbiamo mai dimenticato perché ha lasciato un segno nella nostra vita, ha risvegliato un desiderio di sapere, una coscienza nuova di noi stessi. E lo ricordiamo non per quello che ci ha trasmesso, ma per l’accento, per lo stile personalissimo con cui ci ha messo in cammino nel viaggio della vita.
Ricorda lo scrittore francese Daniel Pennac nel suo “Diario di scuola” che «E’ sufficiente un professore – uno solo! – per salvarci da noi stessi e farci dimenticare tutti gli altri». Può sembrare strano, ma Recalcati e Pennac, oggi considerati intellettuali di prim’ordine, erano a scuola alunni somari, da bocciare. Fino a quando non hanno incontrato un insegnante che ha acceso il fuoco nel loro cuore. Come è accaduto a Davide, un giovane studioso che in uno storico liceo catanese per diversi anni collezionò pagelle che assomigliavano a schedine di totocalcio. E a chi gli chiedeva perché non studiasse, rispondeva lapidario: “Questa scuola non mi merita”. Finché un’insegnante non prese sul serio le sue domande. Davide ha frequentato l’università a Milano, s’è laureato col massimo dei voti, ha vinto una borsa di studio a Parigi e, oggi, si trova a studiare con un assegno di ricerca in una università dell’Ucraina. «Gli insegnanti che mi hanno salvato – racconta Pennac – non si sono preoccupati delle origini della mia infermità scolastica. Non hanno perso tempo a cercarne le cause e a farmi la predica. Erano adulti di fronte ad adolescenti in pericolo. Hanno capito che occorreva agire tempestivamente. Si sono buttati. Non ce l’hanno fatta. Si sono buttati di nuovo, giorno dopo giorno, ancora e ancora… Alla fine mi hanno tirato fuori. E molti altri con me».
Storia analoga quella raccontata in prima persona da Massimo Recalcati bocciato agli esami di seconda elementare.
«Per tutti ero quello che restava sempre indietro». Finché non trovò due maestre che – racconta lo psicoanalista – «per prime mi hanno salvato e riportato alla bellezza e all’obbligo della scuola».
Un’ora di lezione, dunque, può cambiare la vita. E’ accaduto anche a me in prima liceo classico, quando per la prima volta m’è capitato di incontrare un insegnante che viveva delle cose che diceva e mi ha offerto non soluzioni per l’uso, ma una strada, un cammino per la vita. Mi colpì quella testimonianza perché vedevo attorno a me prevalentemente gli adulti descritti da Giorgio Gaber nella canzone “Qualcuno voleva essere comunista”: persone divise, «da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno s’è rattrappito. Due miserie in un corpo solo».
Un bravo insegnante, si potrebbe dire allora, è chi sa portare il fuoco nelle menti degli allievi. Ma attenti a non confondere questa figura di cui stiamo parlando con il professor John Keating de “L’attimo fuggente”. Anche quel prof infiammava i ragazzi ma sfidando solo il loro sentimento senza metter in gioco la loro ragione. Il professor Keating (magistralmente interpretato da Robin Williams) invitando i suoi allievi a strappare le pagine del manuale di letteratura incarna “il mito narcisistico dell’autoformazione”. In realtà un maestro può comunicare qualcosa se mantiene vivo in sé “il sapere ricevuto da un Altro” (Recalcati). E soprattutto se riesce a comunicare le ragioni di ciò che propone, altrimenti si limita a trasmettere un sogno che difficilmente reggerà l’urto della realtà (tanto che nel film la lezione del professor Keating porterà al suicidio di uno studente).
Ma come si lega la questione di cui stiamo trattando con la scuola di oggi? Con gli scioperi degli studenti, con i progetti di riforma di Renzi e Giannini e soprattutto con la miriade di mansioni che occupano i docenti distraendoli dall’attività didattica? In altri termini: come può ancora oggi un’ora di lezione diventare, come sostiene Recalcati, «un incontro con l’ossigeno vivo del racconto, della narrazione, del sapere che si offre come un evento»?
Mettere l’educazione al primo posto del programma di governo, come fa Renzi, non significa cercare l’idea perfetta di scuola. La “buona scuola” non è un’idea più giusta di altre. Contro un’idea si scatenano i cortei della protesta studentesca che, paradossalmente, propongono un’altra “idea” (anch’essa astratta, e vecchia). «Noi che andiamo ogni giorno a scuola – scrive il professor Gianni Mereghetti in una lettera aperta – sappiamo che l’educazione è un’opera imperfetta che ogni giorno riparte da un’incompiutezza e sfida la realtà non poggiando su un’idea, ma con la forza di uno sguardo, quello di cui ognuno ha bisogno per percorrere la strada della conoscenza, la conquista di un rapporto tra lo studio e la vita» (ilsussidiario. net).
La vera riforma della scuola deve permettere che possa esserci ancora un’ora di lezione capace di infiammare i ragazzi.
I prof di frontiera non chiedono medaglie, né aumenti di stipendio (che, invece, meriterebbero) ma che si lasci loro la libertà di tenere l’ora di lezione, senza essere sopraffatti da riunioni di consigli vari, da progetti da presentare, da una burocrazia inutile che finisce per ridurre la scuola a un normale ufficio pubblico.
http://www.lasicilia.it/articolo/l-ora-di-lezione-che-infiamma-la-vita
 
Video
TÉLÉVISION DI JACQUES LACAN 

da liberi.tv, Youtube, 9 ottobre 2014
“Télévision” di Jacques Lacan – Note di lettura a cura di Giancarlo Calciolari

(Fonte: http://rassegnaflp.wordpress.com)

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