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di Redazione POL.it

STORIE DALL'SPDC: di un pomeriggio d'agosto di Antonio Luchetti

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5 settembre, 2016 - 14:35
di Redazione POL.it
Blu, giallo limone ...
Verde cobalto ...
 
Te ne stai nella stanza,
Con la finestra socchiusa,
La porta spalancata,
Porta folate di vento
Che fanno volare la
Tenda.
 
Fuori dalla finestra, la
Luce gioca con la stoffa
Che vola da una parte
All'altra, proiettando
Ombre sul pavimento e il
Muro
 
In continuo e frenetico
Movimento, allunghi la
Mano verso il bicchiere
Dell'acqua, posato sul
Tavolo.
 
La bottiglia è come
Attraversata da una luce
Catturata dall'ambiente
Che si rifrange come
Una panca di molecole
Luminose.
 
Più in là, a destra
Stanno le briciole del
Tuo pasto, sparse in
Un piccolo spazio sulla
Superficie turchese.
 
Vola la cornacchia, entra
Dalla finestra...
Rapidamente chiude le
Ali per passare attraverso
Il varco...
 
Si posa pesantemente
Sul tavolo, ti porge
Un foglietto che tiene
Nel becco, poi ti sfiora
La mano che tu hai allungato
Per accarezzarla.
 
Poi come se n'è venuta
Vola di nuovo libera
E di un balzo è sopra il tetto, nel cielo
Di un pomeriggio
D'agosto.

 
 
Stavo per parcheggiare la macchina al limite della pineta sul mare quando è suonato il telefono.
Mi informavano che tu, Massimo-il-matto,  avevi smontato le porte della tua stanza e che volevi andar via dal SPDC.
Tu, proprio tu, che non potevi.
Io invece potevo entrare, sfiorarti e poi uscire libero. Tornare alla pineta e continuare la festa.
E di nuovo la vita privata è stata interrotta. Interrotto l'incontro con gli amici. Interrotta la festa non ancora iniziata.
< È meglio che vieni >, mi avevano detto.
Ed io in tutta risposta avevo aggiunto < Ok arrivo, ma intanto voi chiamate la polizia>
Il solito viaggio verso il SPDC pensando a scenari apocalittici, a interventi forti. La solita adrenalina che sale nel silenzio.
Accendo la radio per smorzare l'attesa e mantenere la calma. Quel breve momento di distrazione prima dell'incontro mio e tuo, obbligato.
La macchina procede automatica verso l'ospedale. Parcheggio all'interno. Attraverso i sotterranei.
Timbro il cartellino e salgo le scale.
Si apre la porta del SPDC e ti trovo accovacciato in terra. Lì per lì ti scambio per un operatore messo a sostegno dell'equipe per gestire il matto e fargli passare meglio il TSO.
Cerco di captare i rumori venire dalla tua stanza.
Poi mi rendo conto che sei tu, quello calmo, a terra. Al tuo fianco in piedi un'infermiera che ti contiene con la sola presenza, con le parole, coi i silenzi. Niente polizia, niente aggressività.
Mi accovaccio a terra, davanti a te. Ti guardo negli occhi. Siamo nella stessa posizione. Stessa vulnerabilità.
Mi dici che ti hanno rubato le chiavi di casa e quelle dell'auto. Ma quali chiavi di casa che sei qui dentro da circa una settimana. E sopratutto quale auto. E dove ci devi andare con questa benedetta auto.
Il tuo scenario è il SPDC. Ti puoi muovere liberamente solo in questo spazio. Chiuso da una porta aperta. Nel senso che si può aprire, ma non devi essere tu a farlo. Non puoi essere tu a farlo. Per legge.
Fino a che non lo decidiamo noi. Fino a che lo dispone il sindaco. Fino a che. Non dipende del tutto da te ma dal nostro sguardo, dai nostri giudizi, dalle nostre teorie, da noi che siamo qui con te.
Il matto aveva smontato le porte, le aveva fatte  "uscire dal cardine", mi hai corretto più tardi, dopo aver tentato con delicatezza di rimetterle al loro posto. Una cosa che si scardina può essere incardinata, nuovamente.
Lo hai fatto per comunicare al mondo quanto sia asfissiante lo spazio del SPDC per uno che è "in continuo e frenetico movimento" e che, ancora, non riesce a rallentare.
Mi hai detto "è come avere una Lamborghini" e farla correre su una pista di macchine a scontro, aggiungo io.
Hai ricordato così facendo che la spazialità è vissuta.
Il tatuaggio sul tuo braccio richiama la titanide Teia. Figlia di Gea e Uranio.
Sorella di Cronos, il tempo. Questo tempo del Trattamento Obbligatorio troppo lento per uno "in continuo e frenetico movimento".
Teia, il sasso che colpendo la terra ha creato la luna, si narra. La luna che non si ferma.
Alla fine ho barattato una sigaretta fumata insieme con la promessa che saresti rimasto in SPDC fino alla fine del ricovero.
Mi hai raccontato che vivi con la mamma anziana. Mi hai raccontato le angherie dei vicini di casa. Mi hai raccontato del sistema persecutorio. Mi hai raccontato che ad un matto non credono. Mi hai comunicato la rabbia per una situazione dalla quale sai benissimo non ne verrai a capo facilmente. Perché tu vuoi solo finire il ricovero. Non le vuoi prendere le medicine. O meglio ora le prendi. Ma non sono quelle la soluzione per te. Per te che il problema sono i vicini di casa. Che vogliono prendersi la tua, di casa.
Mi hai raccontato della malinconia della tua psichiatra. Me lo hai raccontato dolcemente, rispettoso, con affetto.
Seguirti nel tuo discorso è molto difficile. Il filo a volte lo tieni solo tu. Non posso che rispettare in silenzio i tuoi giri logici. I salti. Non riesco del tutto a starti dietro. A volte intervengo. Cerco solo di farti sentire che ci sono-lì-con-te.
E mi stanco a starti dietro. Perché tu continueresti a parlare per tutta la notte senza stancarti.
Il giorno prima hai smontato l'armadio a muro della stanza. I pezzi ancora stazionano nella stanza della caposala. Hai sentito dei rumori venire da là dietro.
< Topi >, hai detto.
Erano solo un'allucinazione, o semplicemente quell'armadio non ti piaceva.
Hai smontato le travi laterali del letto. Nessuno ti ha chiesto perché.
Forse perché sei matto non te l'hanno chiesto.
Mi hai parlato dei svedesi, di come sono passati dall'essere un popolo di guerrieri a montatori di mobili. Ci siamo fatti una risata a nominare  < Ikea >.
Abbiamo parlato del culto della sepoltura. Solo noi occidentali, hai sottolineato, abbiamo questo culto macabro di conservare il corpo. Gli altri popoli accelerano il processo di riassorbimento del corpo nella natura. Ognuno a modo suo. Chi privilegia l'acqua. Chi il fuoco. Chi evapora. Chi si sparge nel vento.
Sono uscito vincitore, sono uscito felice con una poesia in mano, e tu sei rimasto dentro.
Lì dentro ad aspettarmi.
Giorno dopo giorno.
Altri incontri. Altre parole. Tante parole.
E ogni giorno io sono uscito, libero, quando ho voluto, quando non ce l'ho fatta più, a stare lì.
E tu sei rimasto dentro, confinato ad aspettare, fino alla fine.
Poi il tuo tempo è rallentato. Lo spazio si è fatto sopportabile è così sei uscito anche tu.
Tu il matto. Io il sano. Grato delle tue parole. Del tuo tempo. Della tua promessa. Mantenuta.
Le tue parole su carta. Regalate.
E forse eri tu la cornacchia, libera,
E io il frenetico.
In attesa.
Di un Incontro.

 

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