GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Dicembre 2014 III - Madri e giovani, distrazioni e paure

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28 dicembre, 2014 - 19:25
di Luca Ribolini

ZOJA: “ISLAM E OCCIDENTE. I GIOVANI PRECIPITANO IN UN NUOVO BUIO” 
di Luigi Zoja, Il Corriere della Sera – La lettura, 14 dicembre 2014

Iniziando La ginestra, Leopardi cita il Vangelo di Giovanni (3, 19): «E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce». Poi si scioglie in sarcasmi sulle aspettative di progresso, sulla ingenuità e frivolezza del suo secolo. Dall’Illuminismo – secolo della luce – e dalla delusione del poeta ne sono passati altri due. Dopo due guerre mondiali e la guerra fredda, gli entusiasmi guerrieri avrebbero dovuto scomparire. Eppure, nuove masse scelgono un nuovo buio.
I martiri della nuova guerra santa sono pronti. Mentre le nazioni che si combattono cercano la vittoria, ma possono tornare ai compromessi politici, nelle guerre sante l’unica alternativa è morire: la religione è un assoluto, non prevede patteggiamenti. Sarà quindi una guerra a morte, concepita ben prima delle convenzioni di Ginevra: guerra ai civili, alle bambine, agli ostaggi. Che non «metterà fine a tutte le guerre» (come si diceva della Grande guerra), ma al contrario metterà inizio a infiniti altri conflitti. Il loro vero martire è la ragionevolezza: la coerenza logica dell’Io — che, nella generosa illusione di Freud, doveva gradualmente svuotare l’inconscio — mentre di nuovo le tenebre lo stanno sopraffacendo. Come nella medievale Crociata dei Fanciulli, questi ingenui della vita hanno ricevuto una visione o hanno udito una chiamata e non si voltano indietro. Partono: persino dalle classi borghesi dei Paesi musulmani laici (Turchia, Tunisia). Persino da famiglie islamiche integrate nel sazio e secolarizzato Occidente. A volte, persino da famiglie cristiane colte, dell’Europa e del Nord America, cui voltano le spalle per convertirsi a un islam fondamentalista e gettarsi in un «eroismo» senza ritorno: i maschi, con armi modernissime; le ragazze, con strumenti antichi come i fornelli e gli uteri, per dare conforto a giovani eroi e sangue nuovo a una impresa che lo versa quotidianamente. È insensato, ma partono.
Non possiamo rispondere che non ci riguardano. Non sono nati dall’islam: sono una risposta al vuoto del nostro Occidente, senza il quale non avrebbero motivo di esistere. Sono giovanissimi e appassionati. Anche se qualcuno è disadattato o trasgressivo, non sono i bulli del quartiere, né vanno alle partite con il coltello in tasca (comportamenti che restano «occidentali»). In gran parte, sono adolescenti che non hanno mai commesso una infrazione: molti sono addirittura studenti modello. Né sono dei disobbedienti Pinocchi che beffano un debole Geppetto: vengono spesso da famiglie solide, dove il padre è tutt’altro che assente. Tutti, obbedienti o trasgressivi, erano alla ricerca di un senso e non lo sapevano: ora hanno trovato un’autorità assoluta in grado di somministrarlo.
Dicono di andare «verso» qualcosa: ma il loro obiettivo appare fumoso tanto all’europeo laico, quanto ai teologi musulmani. Quello che è chiaro, invece, è che vanno «via da». Rifiutano il nostro mondo che, morta per disidratazione la cultura romantica, è diventato troppo pratico: senza passioni, senza assoluti, senza sacrifici e senza trascendenza. Possiamo capirli, anche se cominciamo a non capire quando per loro la morte si trasforma da strumento in scopo ultimo.
La morte e il sacrificio di chi? Questo forse non l’avevano pensato a fondo. Se qualcuno glielo chiedesse su due piedi, borbotterebbero formule quali «gli infedeli», che nella genericità rivelano come l’avversario sia per loro astratto e non umano. Il giovane caduto nel nuovo buio è, proprio come il corrispondente occidentale che disprezza, innamorato dei propri entusiasmi, ubriaco di narcisismo. È convinto di opporsi al nostro materialismo, ma si affida a ricchi finanziatori che gli somministrano armi corrompendo la sua anima, proprio come ai giovani occidentali somministrano la droga; e a raffinati informatici, che mettono in rete filmati delle eroiche gesta jihadiste con l’abilità delle multinazionali pubblicitarie. Soffocano nel nostro materialismo, eppure non hanno appreso nuove vie: non sono stati mai veramente iniziati alla teologia dell’islam. Sono risucchiati verso quello che considerano un mondo di valori, ma è la controfaccia di un potere materialista rivestita da guerra santa disneyana.
Gli opposti che si combattono mortalmente, ma senza consapevolezza, diventano simili, ha detto Jung. Lo ha confermato lo storico Alan Bullock nel saggio Hitler e Stalin. Vite parallele (Garzanti). Per vivere veramente nei valori, ha detto Isaiah Berlin (in un testo del 1994 riproposto dalla «New York Review of Books» del 23 ottobre), bisogna ricomporli ogni giorno col bilancino del farmacista. Libertà e uguaglianza sono fondamenti. Ma la libertà totale porta verso la dittatura del mercato, l’uguaglianza totale verso Stalin. Gli unici miglioramenti nella vita degli uomini si raggiungono realizzando compromessi fra le due. Il problema è che milioni di giovani sono pronti a morire per idee assolute, nessuno a «morire per un compromesso»: che è, aggiungerebbe uno psicoanalista, insipido per il nostro narcisismo.
Inconsciamente o meno, gli estremisti si rinforzano a vicenda. I due palestinesi che hanno fatto strage in sinagoga parlavano di giustizia per i loro fratelli: ma la rivincita che si sono presi è quella individualista dell’adolescente che vuol diventare famoso, scaricando sul loro popolo una ennesima umiliazione.
Prevedibilmente — ma non inevitabilmente — il ritorno a forme di pensiero del passato riappare dall’altra parte: nella reazione dello Stato israeliano, che dopo aver naturalmente reagito con le armi, meno naturalmente estende la rappresaglia ai familiari e demolisce le loro case. In questo modo applica una forma antimoderna di diritto (l’allargamento della responsabilità personale ai familiari corrisponde alla Sippenhaft o kin liability medievale, riattualizzata nella modernità da Stati totalitari). Nella loro inconsapevolezza, i terroristi sono riusciti a «infettare» con la loro regressione il loro avversario: uno Stato che, lo voglia o meno, ha fra le responsabilità quella di rappresentare in Medio Oriente la luce della democrazia e della modernità, non i secoli bui. Come ho ricordato nel testo Paranoia, questa è l’unica malattia mentale altamente infettiva. A differenza dalle altre espressioni di follia, non è solo individuale ma riguarda i gruppi interi, gli amici e i nemici. Contagia la psiche collettiva e può comunicarsi ininterrotta attraverso le generazioni.

http://materialismostorico.blogspot.it/2014/12/il-kamikaze-narcisista-ovvero-della.html?showComment=1418650198622

BEATLES, INTERPRETI IMMORTALI DI UNA ESTASI ELITARIA DESTINATA ALLE MASSE. Da Rizzoli un volume con tutte le canzoni, “Da Love me a Let it be”. Una analisi di tutte le hit dimostra come, giocando con i codici e forzando i generi, i Beatles abbiano costruito un paradigma per la musica 
di Massimo Recalcati, ilmanifesto.info, 14 dicembre 2014

Il 13 luglio 1985, dal palco di Live Aid, Elvis Costello annun­ciò il suo pezzo come una «english folk song». Poi attaccò All you need is love. Negli stadi euro­pei, Yel­low sub­ma­rine e il coro finale di Hey Jude diven­ta­rono forza popo­lare. I Bea­tles hanno rap­pre­sen­tato la più potente tec­nica dell’estasi sonora di massa del XX secolo. La loro uni­cità sta però nel fatto che l’hanno rea­liz­zata mostran­dosi mae­stri insu­pe­rati nel proi­bi­tivo ma oggi­giorno deci­sivo com­pito di coniu­gare al mas­simo livello pos­si­bile intrat­te­ni­mento e crea­ti­vità, com­ples­sità e leg­ge­rezza, raf­fi­na­tezza e popo­la­rità. Viene a mente il Bau­haus, la scuola di pro­get­ta­zione dove inse­gna­rono tra gli altri Klee e Kan­din­sky, con il suo sforzo di unire nell’oggetto di design qua­lità este­tica e quan­tità indu­striale. Il Moderno è que­sto o non è.
D’altra parte, Roland Bar­thes par­lava della pos­si­bi­lità (che vedeva rea­liz­zata in Cha­plin) di un’arte che riu­scisse ad attra­ver­sare gusti e lin­guaggi diversi resti­tuendo «l’immagine d’una cul­tura insieme dif­fe­ren­ziata e col­let­tiva: plu­rale». I Bea­tles hanno rea­liz­zato un’arte di que­sto tipo senza mai per­dere il pia­cere dell’ascolto, e la loro opera non può venire ade­gua­ta­mente com­presa se non la si col­loca nello spa­zio con­trad­dit­to­rio e fer­tile, rischioso ed esal­tante tra l’élite e il popolo, in quell’intermezzo che li uni­sce sepa­ran­doli e li divide con­net­ten­doli. L’unico all’altezza dei nostri tempi.
Sono stati un ossi­moro vivente per­ché la loro è un’arte eli­ta­ria di massa: un modello di come abi­tare il secu­lum. Dall’inesauribile sar­ba­toio promozionale-mediatico che li riguarda (di cui finora il pro­dotto migliore è stata l’Anthology uscita in cd e in dvd a metà degli anni Novanta) arriva ora I Bea­tles Tutte le can­zoni da Love me do a Let it be (il titolo ori­gi­nale fran­cese è un ambi­zioso Les Bea­tles. La totale) un pon­de­roso libro di Jean-Michel Gue­sdon e Phi­lippe Mar­go­tin (Riz­zoli, pp. 676, <SC82,101> 49,90): genesi, rea­liz­za­zione e det­ta­gli tec­nici di tutto ciò che il gruppo ha regi­strato e pub­bli­cato dal 1963 al 1970. La con­fe­zione è son­tuosa, le illu­stra­zioni nume­ro­sis­sime (final­mente alcune foto poco note) e in calce al volume si trova un utile glos­sa­rio. L’impostazione è la stessa di due clas­sici della filo­lo­gia bea­tle­siana, quello di Ian McDo­nald e quello di Mark Lewi­sohn (il primo tra­dotto da Mon­da­dori, il secondo da Arcana). La miniera di infor­ma­zioni e curio­sità (la mag­gior parte già note ai bea­tle­ma­niaci) è ster­mi­nata, e come per ogni mito­gra­fia che si rispetti arriva fino al det­ta­glio para­fe­ti­ci­stico. Che John non abbia par­te­ci­pato alla regi­stra­zione di Love you to di George; o che Paul al posto di Ringo sia alla bat­te­ria in quello che rimane il rock più tra­vol­gente degli anni Ses­santa, Back in U.s.s.r. (incisa il 22 e 23 ago­sto del 1968, i giorni in cui i carri armati sovie­tici inva­de­vano Praga); oppure che al sax di You know my name c’è Brian Jones degli Sto­nes, non sono noti­zie per un fan degno di que­sto nome. Ma che l’11 ago­sto 1969 − quando nello stu­dio 2 di Abbey Road par­te­cipa alle armo­niz­za­zioni vocali di Oh! Dar­ling − sarebbe stato l’ultimo giorno in cui John inci­deva con il gruppo; o che allo 0’9’’ di Honey Pie chi ci rie­sce può sen­tire l’eco di un assolo di chi­tarra can­cel­lato male; oppure che la Ric­ken­bac­ker 360/12 di cui George si inna­morò gli fu «pre­sen­tata» da John il 9 feb­braio del 1964 in una camera d’albergo alla vigi­lia dell’esibizione nell’Ed Sul­li­van Show, pie­tra miliare della bea­tle­ma­nia negli Stati Uniti, sono minu­zie storico-filologiche niente male.
Il libro riper­corre dun­que l’opera com­pleta dei Fab Four, e ciò per­mette di seguire ancora una volta (e chissà quante ancora ce ne saranno) la «geo­me­trica potenza» della loro pro­gres­sione inven­tiva rac­chiusa nel breve arco di quattro-cinque anni. Nella prima parte del loro per­corso arti­stico, diciamo dal 1963 al 1965, i Bea­tles hanno mostrato in tutta evi­denza nelle can­zoni una crea­tu­ra­lità comu­ni­ca­tiva senza pre­ce­denti, ma tutto som­mato −pur con apici inno­va­tivi straor­di­nari − ricon­du­ci­bile ai moduli stan­dar­diz­zati della musica di con­sumo (blues e rock ‘n’roll). Però, quan­to­meno a par­tire dal feed-back che apre I feel fine e cer­ta­mente da Rub­ber Soul in poi, con Sgt. Pepper’s sulla vetta, la loro matu­ra­zione arti­stica e più ampia­mente cul­tu­rale li ha con­dotti a lavo­rare costan­te­mente su quella soglia tra esta­blish­ment e spe­ri­men­ta­li­smo (ad esem­pio con l’utilizzo del caso, tratto tipico delle avan­guar­die sto­ri­che), tra con­ti­nuo rin­no­va­mento for­male e dif­fu­sione com­mer­ciale pla­ne­ta­ria, tra impa­reg­gia­bile imme­dia­tezza e raf­fi­nata ela­bo­ra­zione, con­ser­vando sem­pre quella sofi­sti­cata e insieme ful­mi­nante fusione di disar­mante sem­pli­cità e iri­de­scente com­ples­sità che ne ha con­trad­di­stinto il percorso.
Dimo­strando che l’intrattenimento non signi­fica neces­sa­ria­mente disim­pe­gno, i Bea­tles dei cosid­detti stu­dio years hanno gio­cato con i codici e con i generi, li hanno for­zati, mani­po­lati e rico­sti­tuiti a un più alto livello, che è diven­tato para­dig­ma­tico per la musica non solo pop e rock venuta dopo di loro. «I com­po­si­tori che non hanno pro­fon­da­mente sen­tito e com­preso l’ineluttabile neces­sità di Webern sono del tutto inu­tili»: senza enfasi, con pacata cer­tezza, le parole di Pierre Bou­lez si pos­sono ripe­tere a pro­po­sito dei Bea­tles. Che hanno lavo­rato con sano eclet­ti­smo su una grande quan­tità di regi­stri espres­sivi (folk, jazz, vau­de­ville, clas­sica, avan­guar­dia: sabo­ta­vano il rock men­tre con­tri­bui­vano a crearne i codici), ma mai in modo sem­pli­ce­mente imi­ta­tivo o paras­si­ta­rio: il sog­getto rimane supe­riore al genere, si impone deco­struen­dolo e sca­van­done le gram­ma­ti­che interne. L’intelligente, sedut­tivo e talora fine­mente paro­di­stico riuso dei mate­riali banali va di pari passo all’impegno nel miglio­rare pro­gres­si­va­mente l’accuratezza dei det­ta­gli ese­cu­tivi, uti­liz­zando (per primi in misura così deter­mi­nante) le risorse tec­no­lo­gi­che della sala d’incisione dopo aver inter­rotto per sem­pre, nel 1966, le esi­bi­zioni dal vivo. Una deci­sione fino ad allora inim­ma­gi­na­bile nello show busi­ness glo­ba­liz­zato, con la quale riven­di­ca­rono l’uso del tempo crea­tivo all’interno della catena pro­dut­tiva. Com­pre­sero che le con­di­zioni mate­riali della crea­zione sono deter­mi­nanti nell’epoca della ripro­du­ci­bi­lità tec­no­lo­gica di massa. Con­qui­sta­rono la libertà di inci­dere senza sca­denze e limiti tem­po­rali, con ritmi arti­gia­nali nell’era della pro­du­zione di serie, pro­vando e ripro­vando (Sgt. Pepper’s richiese sei mesi di lavoro e set­te­mila ore di regi­stra­zione) fino a che non fos­sero stati sod­di­sfatti del risultato.
Nes­suno prima era mai riu­scito a imporre e sal­va­guar­dare un mar­gine così ampio alla pro­pria auto­no­mia arti­stica. Si può pen­sare uni­ca­mente al con­tratto strap­pato alla Rko da Orson Wel­les nel 1941 per Quarto potere. Il punto sta qui: tutti que­sti fronti crea­tivi sono stati aperti e que­ste soglie tra­di­zio­nali abbat­tute nell’ambito della dif­fu­sione media­tica a livello pla­ne­ta­rio, gover­nata dalle infles­si­bili ed espro­prianti leggi del mer­cato. Ha dichia­rato Paul McCart­ney: «A quel tempo ave­vamo tra le mani un potere spa­ven­toso. Se i Bea­tles fos­sero stati dav­vero cat­tivi avremmo potuto gio­care al gioco di Hitler, avremmo potuto pren­dere i gio­vani e far fare loro qual­siasi cosa. Tale era il nostro potere».
Tre imma­gini rac­chiu­dono e sin­te­tiz­zano, come solo le imma­gini sanno fare, que­sta maie­stas. La prima: John e Paul, gio­vani, sca­te­nati e felici che can­tano insieme allo stesso micro­fono nello sto­rico con­certo dello Shea Sta­dium di New York il 15 ago­sto del 1965. La seconda: la coper­tina di Rub­ber Soul, su cui non com­pare il nome del gruppo; non era mai acca­duto nella sto­ria della disco­gra­fia. La terza: quat­tro anni dopo lo Shea, sul tetto della Apple, al vento che sof­fiava gelido quel 30 gen­naio del 1969, nono­stante stes­sero vivendo quel momento di crisi pro­fonda e lace­rante che li avrebbe por­tati un anno dopo allo scio­gli­mento, spri­gio­na­vano una incoer­ci­bile potenza carismatica.

http://ilmanifesto.info/beatles-interpreti-immortali-di-una-estasi-elitaria-destinata-alle-masse/

IL MISTERO INSONDABILE DELLE MADRI ASSASSINE 
di Michela Marzano, repubblica.it, 16 dicembre 2014

Partendo dalla drammatica vicenda di Loris, Umberto Galimberti, sulle pagine di Repubblica, utilizza la psicanalisi per spiegare l’atteggiamento di Veronica Panarello. Certo, non è suo scopo quello di sostituirsi alla giustizia. Umberto Galimberti sa bene che non si può trasformare la psicanalisi in un “tribunale della verità”, come lui stesso scrive. Ma può anche solo cercare di capire il gesto di una madre che uccide i propri figli? Il professor Galimberti ha perfettamente ragione quando ricorda che l’amore materno è sempre ambivalente, che non c’è amore senza odio, e che i sensi di colpa interiorizzati possono trasformare ognuno di noi in “delinquente”. Ha ragione quando ricorda la differenza fondamentale che esiste tra rimozione dei fatti e negazione della realtà.
 
Per continuare:
http://www.repubblica.it/rubriche/parla-con-lei/2014/12/16/news/il_mistero_insondabile_delle_madri_assassine-103065035/

L’ISTINTO PRIMORDIALE CHE VA CONTROLLATO 
di Dacia Maraini, corriere.it, 16 dicembre 2014

Una donna strangola il figlio e subito dopo se ne dimentica, anzi rimuove come direbbe Freud, l’atto compiuto dalle sue stesse mani. Sprofonda in una specie di oblio di sopravvivenza, cancellando la memoria di un delitto che sorprende prima di tutto chi l’ha compiuto. Si è parlato di malvagità. Ma cos’è la malvagità? Un dato del carattere che si eredita coi geni? O non piuttosto il prodotto di una storia di vita vissuta male e senza regole interiori? E cosa sono le regole interiori se non lo sviluppo guidato dell’immaginazione, la sola capace di farci capire il dolore altrui? Potremmo perfino dire che stiamo assistendo al rigurgito della antichissima cultura del possesso, che ha radici profonde nella storia del mondo. Per una donna non civilizzata, la prima e inalienabile proprietà sono i figli e per questo li considera cosa propria, di cui disporre.
 
Per continuare:
http://archiviostorico.corriere.it/2014/dicembre/16/istinto_primordiale_che_controllato_co_0_20141216_4f097a3e-84f2-11e4-8762-3a09c7267d10.shtml

MA L’UOMO NON È SOLO NARCISO. Oggi va per la maggiore una visione della psicoanalisi che mette al centro l’istinto egoista dell’amore di sé. Ma noi siamo un animale pensante che non può vivere senza gli altri. Li amiamo o li odiamo, ma certamente non ci sono indifferenti 
di Eugenio Scalfari, espresso.repubblica.it, 16 dicembre 2014

Dopo un lungo periodo di decadenza della psicoanalisi, sia come terapia sia come scienza che esamina le figure psichiche e ne trae conclusioni terapeutiche e para-filosofiche, la materia è di nuovo oggetto di interesse. Se ne parla su riviste specializzate e anche sulle pagine culturali dei giornali con molta frequenza.
Un rinnovato interesse dovuto, credo, alle contraddizioni sempre più profonde che hanno sconvolto la società in questi ultimi anni generando fenomeni di depressione, di frustrazione, di incomprensione.
Quest’incertezza, tipica della fine di un’epoca, ha ridato attualità all’analisi della psiche e allo studio degli istinti che essa esprime e che a loro volta la dominano e Freud riappare come antico maestro, come mago, come terapeuta, come filosofo oppure come ciarlatano che ha venduto stagno gabellandolo per argento e ottone gabellandolo per oro.

Per continuare:
http://espresso.repubblica.it/opinioni/vetro-soffiato/2014/12/16/news/ma-l-uomo-non-e-solo-narciso-1.191985

IL 23 DICEMBRE DOPPIO APPUNTAMENTO CON IL COMITATO D’AMORE PER CASA BOSSI 
di Redazione, oknovara.it, 17 dicembre 2014

Un’occasione di riflessione “in libertà” sugli spazi di rappresentazione artistica dell’inconscio e sull’Altrove di Casa Bossi e, contemporaneamente, un’occasione importante per scambiarsi gli auguri. Proseguono gli incontri “a corredo” della mostra “Attualità del passato a Casa Bossi” inserita nell’ambito del progetto “Cultura e aree urbane – sistema culturale e Casa Bossi” finanziato da Fondazione Cariplo, con un doppio appuntamento “sotto l’albero”.
Martedì 23 dicembre, nei locali di Casa della Porta in via Canobio 6 a Novara, il Comitato d’Amore per Casa Bossi propone due momenti culturali, simbolo di altrettanti incontri “speciali” per la villa antonelliana e per i suoi frequentatori.
Alle 17.30 il filosofo Fabrizio Palombi, novarese di nascita ma ormai romano d’adozione, lo scorso settembre ospite della rassegna “I mattoni e le parole”, presenterà la sua ultima fatica letteraria, intitolata “Lacan” (edita da Corriere della Sera, 2014). L’opera, che si troverà in edicola proprio a partire dal 23 e fino al 29 dicembre, presenta il pensiero del più grande psicoanalista francese facendo ricorso alla storia dell’arte.
Jacques Lacan (1901-1981), è stato uno dei più importanti pensatori francesi della seconda metà del XX secolo. La sua vita è stata una grande avventura intellettuale, contrassegnata dalla frequentazione dei più grandi filosofi (Althusser, Derrida, Foucault, Heidegger, Sartre), intellettuali (Bataille, Jakobson, Lévi-Strauss) e artisti (Dalì, Masson, Picasso) del tempo. La teoria psicoanalitica di Lacan ha affrontato e rinnovato l’antico problema della relazione tra mente e corpo, ancora oggi al centro del dibattito filosofico e scientifico. Nel XXI secolo l’attualità del suo pensiero si è imposta in misura crescente riflettendosi sulla clinica, la filosofia, l’estetica, la cinematografia e la politica.
Il testo di Palombi introduce il lettore all’affascinante mondo dello psicoanalista francese attraverso l’esame di alcune famose opere d’arte possedute o studiate da Lacan nei suoi scritti e nei suoi seminari. Così l’edipo freudiano, la fase dello specchio e la struttura del soggetto vengono spiegate attraverso le opere di Courbet e di Holbein. La contestualizzazione storica della vita di Lacan, la fortuna e gli influssi del suo pensiero, l’attualità delle sue teorie organizzano questo riuscito volume di una collana che ha riscosso successo di vendite e di critica.
Alle 18.45, poi, il secondo momento con la presentazione del catalogo della mostra “Tetralogia della polvere” (edizioni Interlinea), originale installazione ambientale realizzata del giovane artista Gian Maria Tosatti nel 2012, con l’obiettivo di restituire Casa Bossi alla città di Novara in maniera insolita. La mostra si può considerare il primo grande esperimento di occupazione complessiva dello spazio immaginifico della Casa; l’artista, nel proseguire con la sua originale ricerca, è stato insignito durante l’anno appena trascorso con importanti premi e riconoscimenti tra cui “Un’opera per il Castello” (Mibact e Soprintendenza di Napoli), il Talent Prize e la menzione d’onore della giuria del Premio Furla.
“Il vuoto primordiale dell’edificio (5000 metri quadri disposti su sette livelli) è al centro dell’indagine artistica di Gian Maria Tosatti – spiegava la nota di presentazione dell’evento espositivo – Come i libri lasciati accanto alle finestre Casa Bossi si è consumata nei suoi interni continuamente trafitti dalla luce fino a rimanere vuota, scarnificata. Sono spariti dapprima i corpi, poi gli arredi in legno a seguire quelli in metallo, restano solo pochissime tracce, nascoste negli angoli più bui, come i vecchi termosifoni in ghisa, staccati dai muri e quasi rifugiatisi al buio per non svanire, o come i mobili scheletrificati. L’intervento dunque si concentra nell’esaltare queste dinamiche della sparizione. Tetralogia della polvere è un grande disegno sul pavimento, realizzato da Tosatti rimuovendo dai fasci di luce che attraversano la casa gli strati di polvere accumulatisi negli anni di abbandono. La trama che emerge è un gioco di chiaroscuri fatti con la polvere che si dirada nei punti più illuminati e s’infittisce in molteplici gradazioni nelle zone d’ombra. Da questo ordito di base si sviluppano le quattro parti dell’intervento, ognuna delle quali segue il percorso di una delle quattro differenti scale dell’edificio. La scala nobiliare, quella della servitù, quella degli inquilini e poi quella di servizio sono accessi a mondi differenti fra loro, tutti però raccolti nell’unico involucro di pietra”. Intorno alle 19.15, poi sarà presentata Campagna Iscrizioni 2015, con successivo Buffet.
v.s.

http://www.oknovara.it/news/?p=111108
 

OLIMPIADI 2024: UNA CANDIDATURA INSENSATA COME ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA 
di Elisabetta Ambrosi, ilfattoquotidiano.com, 17 dicembre 2014

C’è un altro aspetto per cui la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024 è, oltre che inopportuna, profondamente sbagliata, specie nei modi in cui è stata annunciata da Matteo Renzi. Si è dibattuto moltissimo in questi giorni, anche nei vari talk show serali, sul fatto che presentare Roma come candidata proprio nel momento in cui la città è piegata sotto il peso delle inchieste giudiziarie fosse una scelta con una tempistica davvero grottesca.
Ma la mossa di Renzi svela anche un’altra caratteristica del suo modo di fare politica che è, soprattutto, angosciante. Perché il rilancio continuo, l’annuncio perenne di leggi, eventi, gli slogan all’insegna dell’ottimismo e del guardare in avanti producono in chi ascolta una dissonanza emotiva e l’impossibilità, che sarebbe invece necessaria, di stare fermi per qualche tempo su ciò che è successo. Per elaborarlo, anche psichicamente, e quindi anche per capirne le vere conseguenze in modo che si possano radicare degli anticorpi contro ciò che è accaduto. Quello che le inchieste su Roma, e non solo, hanno mostrato, è un quadro veramente devastante: a livello etico, politico, pubblico ma anche, appunto emotivo e psicologico profondo. Tornano nei nostri sogni immagini di gente senza scrupoli, violenta, che si appropria e distrugge aspetti che riguardano la vita nostra e dei nostri bambini. Aumenta il nostro malessere, il disagio, la percezione di insicurezza, l’ansia
D’altronde i segni della corruzione e della violenza erano presenti da tempo e noi romani in parte avevamo già intuito ciò che poi, in parte, è accaduto. Bastava vedere i cassonetti rovesciati ovunque, anche in pieno centro storico, e la mancata raccolta differenziata, bastava vedere i giochi divelti nei parchi, sporchi, pericolosi, bastava vedere la sofferenza di chi era senza casa e non riusciva ad ottenerla. Tutto ciò, unito a quello che è emerso nelle inchieste, racconta di un’Italia disperante, dove la corruzione è endemica, dove quei pochi soldi pubblici che andrebbero distribuiti con oculatezza vengono sperperati quando la crisi sta distruggendo le esistenze di tante persone.
Di nuovo: ciò che è accaduto è così grave che si è radicato nelle nostre emozioni profonde, producendo incubi e paure. Questi terrori profondi, e profondamente giustificati, avrebbero bisogno di istituzioni e politici che se ne facessero carico, chiamandoli per nome e dando delle risposte concrete, soprattutto restando, almeno per un po’, sull’aspetto tragico dei fatti emersi. Invece cosa fa il premier? Afferma, genericamente, che si tratta di uno schifo, salvo pochi istanti dopo, correre a rilanciare. Un nuovo evento futuro che rimuove ciò che non può essere rimosso, ciò che non si può far finta di vedere, ciò che meriterebbe una lunga e dolorosa riflessione su quello che stiamo diventando e su dove stiamo andando.
Invece non c’è nulla di tutto questo. Renzi il tragico non lo maneggia. Forse ne è persino spaventato lui, troppo fragile per farsi carico di emozioni che pure dalle istituzioni dovrebbero essere riflesse ed elaborate. Meglio lanciare nuovi slogan, meglio muovere forsennatamente le acque. Ma Roma, e l’Italia, in questo momento avrebbero bisogno di qualcuno che dicesse: ciò che è accaduto è veramente gravissimo. Il nostro Paese è in guerra. Non ci aspettano mesi facili. Ma noi faremo tutto ciò che è possibile per vincere questa guerra che sta spargendo dolore e morte, che sta distruggendo le vite dei cittadini romani e non solo. Qualcuno, insomma, che non si mostrasse ottusamente speranzoso per il futuro, col suo carico di retori dell’ottimismo a seguito, ma si facesse carico di un lavoro del lutto che non può essere evitato.
Quel lutto che nasce dall’aver scoperto che la politica è fragilissima e facilmente corrompibile, che la corruzione e la nuova mafia sono in grado di infiltrarsi ovunque e manipolare chi incontra sulla propria strada, che non abbiamo vere difese contro questa nuova violenza che si aggiunge ai tanti eventi tragici di questi tempi: la crisi economica, l’incertezza globale, i nuovi fondamentalismi. Ma il rimosso, come insegnano gli psicoanalisti, aumenta fantasmi e paure, li rende ancora più angoscianti. E può tradursi nel voto verso nuovi populismi, nell’astensione altissima, ma anche in malesseri e disagi psichici diffusi che solo chi ha gli strumenti culturali riesce a leggere come una conseguenza di ciò che è accaduto nelle nostre vite, e soprattutto delle mancate risposte a fatti di angosciante gravità.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/17/olimpiadi-2024-una-candidatura-insensata-come-arma-di-distrazione-di-massa/1281387

DA INDIVIDUALISMO, CONCORRENZA, MERITOCRAZIA, SENSO DEL DOVERE A NARCISISMO, WELFARE, DIRITTI SENZA DOVERI, PERMISSIVISMO MORALE 
di Gianfranco Morra, italiaoggi.it, 17 dicembre 2014

Italiani? (quasi) tutti ladri: così ci vedono i giornali internazionali. Le Monde raffigura Roma sotto una enorme piovra nera (vedi Italia Oggi di sabato scorso); gli fa eco il New York Times: «Non c’è angolo d’Italia senza crimine». Giudizi inevitabili, anche se volutamente enfatizzati. Da Milano a Venezia, da Perugia a Roma il malaffare ha raggiunto livelli impensabili. Le statistiche ci dicono che l’Italia è fra le nazioni più corrotte del mondo occidentale: «più», ma, forse un po’ «meno», lo sono anche tutte le altre. Un’altra prova che la crisi attuale dell’Occidente, prima ancora che economica, è morale. Come mostra dovunque la crescita inarrestabile di crimini, individuali e sociali, a tutti i livelli, categorie, ambienti.
La civiltà europea ha visto succedersi tre diverse morali. Era necessario, dato che non c’è civiltà senza morale, come non c’è morale senza una classe che la propone e la difende. Nel crogiolo di Atene, Roma e Gerusalemme nacque la prima morale europea: l’individualismo universalistico cristiano. Per fortuna il messaggio di Gesù aveva trovato nella cultura greco-romana un fondamento razionale, di modo che la fede non è degenerata nel fideismo, ma ha prodotto una compiuta antropologia morale. Insegnata dalla classe dei sacerdoti e incarnata da quella dei guerrieri.
Nasceva dall’incontro paradossale di due tensioni dell’individuo, unico e insostituibile: guardare fuori del mondo e realizzare l’unione degli individui nella società.
 
Per continuare:
http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1947605&codiciTestate=1

TI “SEGUO” IL PAZIENTE SU TWITTER. PSICANALISTI ALLA PROVA DEI SOCIAL. Dalle sedute su Skype alle app per registrare i sogni. Una professione che accetta le sfide del web e si interroga sul rapporto che avrebbe Freud con Facebook. Foto del passato e confessioni sui social possono aiutare le terapie ma c’è il confine della privacy. E quando a twittare è il dottore? Violazione dell’etica professionale o opportunità per una diagnosi migliore?

di Cesare Buquicchio, la Repubblica, 19 dicembre 2014
Invidie, nevrosi, amori, rabbie, gioie, gelosie, sospetti, paure. Abbiamo imparato che questo, e molto altro, può suscitare una assidua frequentazione dei social network. È inevitabile, dunque, che anche una disciplina come la psicoanalisi si trovi a misurarsi ogni giorno con il web e con i suoi luoghi di socializzazione.
“Non sa quante volte, aprendo una pagina Facebook, ho avuto la tentazione di accettare i suggerimenti che mi indicavano i miei pazienti come possibili ‘amici’ da seguire”, confessa la dottoressa Jones De Luca, segretario della Società Psicoanalitica Italiana. “Mi sono sempre fermata per una questione etica, ma soprattutto metodologica. Il paziente deve essere sempre libero di decidere cosa racconta e mostra al suo analista. Decide consapevolmente o meno cosa occultare e cosa svelare e questo fa parte del gioco, è essenziale nella terapia ed è irrinunciabile per la sua libertà. Andare a vedere la pagina Facebook di un paziente sarebbe come ‘spiarlo’ per strada quando non pensa di essere visto, ascoltare le telefonate che fa con un amico, oppure farsi raccontare delle cose su di lui da qualcun altro”.
Nonostante le precauzioni etiche, web e social hanno comunque rotto gli argini di una disciplina che indaga così intimamente i comportamenti umani. E così, tra favorevoli e contrari, ecco fiorire i casi di sedute di terapia svolte su Skype, decine di applicazioni per smartphone che aiutano a segnare i sogni appena fatti per raccontarli sul lettino e soluzioni per tablet a disposizione degli analisti per appuntare e archiviare online tutti i dettagli degli incontri. “Ma non solo”, continua De Luca, “le sedute da anni ormai sono piene dei racconti di quello che succede ai pazienti su Facebook e Twitter: la foto condivisa, l’abbattimento per non essere abbastanza ‘popolari’. Tutto un versante di narcisismo e insicurezze, sicuramente preesistente e rintracciabile nel rapporto con i genitori nella prima infanzia, ma che i social hanno la tendenza a far emergere ed enfatizzare”.
Sembra concordare con questo punto di vista anche Jeffrey E. Barnett, psicoanalista e responsabile del comitato etico dell’American Psychological Association: “Anche se le informazioni sono a portata di clic con Google o Facebook non è giusto assecondare la curiosità. Foto e confessioni social dei pazienti possono essere utili nella diagnosi ma solo se vengono condivise durante la seduta”. “Se arriva poi la richiesta di amicizia da parte di un paziente è bene non ignorarla, rischiando di urtare la sua sensibilità, ma bisogna pensarci bene prima di accettarla. Io consiglio di discutere insieme l’argomento in una seduta e valutare se la condivisione sui social può aiutare o complicare la terapia”, continua Barnett.
Secondo gli studiosi nella nostra presenza sui social si tende a creare un sé simbolico che mescola un sé reale e un sé idealizzato. Il web, soprattutto per gli adolescenti, diventa uno spazio transizionale nel quale sperimentare sé stessi ed “esercitarsi a essere”. Ma in realtà non c’è nulla di nuovo. Anche in passato l’approvazione e l’accettazione degli altri e del gruppo era fondamentale. Siamo esseri relazionali che imparano a conoscersi e guardarsi attraverso gli altri. Ora questa approvazione passa dallo streaming di commenti, like e retweet degli altri.
Ma quando è il dottore a lasciarsi sedurre dai social? Un altro articolo della American Psychological Association mette in guardia anche da tweet che sembrerebbero innocenti come “ho avuto un buon pomeriggio” o “che giornata d’inferno al lavoro” ma che in realtà nascondono profonde violazioni della privacy. “Pensate a come potrebbero essere influenzati e a cosa potrebbero pensare i pazienti che sanno di essere stati in terapia in quel giorno”.
Molti psicoanalisti hanno adottato una “social media policy” che condividono con i pazienti già dai primi incontri. Keely Kolmes, terapista di San Francisco e assidua twittatrice da quasi 90mila follower non accetta inviti a seguire i suoi pazienti e li scoraggia dal rispondere ai suoi tweet, ma ammette: “La mia più grande preoccupazione su Twitter è pensare che, senza che io ne sia cosciente, sto comunque interagendo con i miei pazienti”.
Più indulgente su questo aspetto la dottoressa De Luca che è anche responsabile del rinnovato sito della Società Psicoanalitica Italiana ora molto più vivace e aperto anche ai non esperti, con sezioni sul cinema e sulla letteratura: “Utilizzare Twitter o il web come elemento divulgativo non mi sembra molto diverso dalle attività pubbliche e dagli interventi sui mezzi di comunicazione che facevano grandi psicoanalisti del passato come Donald Winnicott o Cesare Musatti. E lo stesso Freud, ne sono convinta, avrebbe indagato con grandissima curiosità le dinamiche di Facebook”.
Anche la possibilità di condurre sedute su Skype divide la dottrina. Alcuni studiosi ritengono essenziale nella terapia analizzare il linguaggio non verbale. Per altri incontrarsi “in remoto” è una preziosa possibilità. Per il nuovo presidente della Società Psicoanalitica Italiana, Antonio Ferro, questa possibilità può anche essere un modo per abbassare i costi dei trattamenti e renderli alla portata di più persone. “Ho fatto sedute Skype con pazienti che erano al supermercato, all’estero per lavoro o a casa malati. Io preferisco il lettino anche perché oggi la comunicazione è così veloce che solo rallentando un po’ il ritmo si riescono a far emergere gli aspetti più importanti”, racconta De Luca. “Ma ci sono casi drammatici, dolorosi, in cui non perdere il contatto con l’analista è fondamentale. E allora ben venga la webcam”.

Segnalato da spiweb.it:
http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=5427&catid=726&Itemid=353

PESTE MEDIATICA. Epidemie mancate e isteria collettiva fanno parte della storia dell’umanità. Dalla bomba atomica all’ebola 
di Marco Barbieri, ilfoglio.it, 19 dicembre 2014

Negli anni della Guerra fredda abbiamo convissuto con il terrore della bomba. La paura nucleare si era insinuata tra le inquietudini più abituali della nostra contemporaneità, il millenarismo invincibile aveva assunto le forme dello spettro della distruzione planetaria per mezzo di una serie di esplosioni definitive. Una paura smaterializzata, anche perché confinata nel “sempre possibile”, quindi mai anticipabile, mai percepibile “prima”. Una paura profetizzata – come solo accade alla letteratura e all’arte rispetto alla vita reale – con una ventina d’anni di anticipo rispetto agli esperimenti del progetto Manhattan e delle due esplosioni di Hiroshima e Nagasaki, dalle parole di uno dei nostri scrittori meno domestici, Italo Svevo: “Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”.
La paura della bomba, evocata prima che il nucleare si affacciasse. Una paura che sa di antico. Di primitivo. Di malattia. Ma una malattia sottratta alla materia, quasi tutta mentale. Gli anni di Svevo sono gli anni Venti del secolo scorso, gli anni della nascente psicanalisi. Medicina non medicina. Scienza non scienza, come e più di tutte le scienze umane, prassi privata dell’oggettivazione dei corpi. Dove l’uomo stesso è attore infettante. Come un topo ai tempi della peste. L’essere umano produce realtà, non si limita a osservarla. E talvolta confonde la paura con l’allarme. L’inquietudine prende il posto del terrore. E la paura della peste nella versione moderna di Albert Camus è destinata a somigliare a quella vaga e profonda inquietudine della bomba atomica. Alla fine del flagello descritto nel romanzo del ciclo dell’assurdo, il dottor Rieux, ascoltando i “gridi di allegria che salivano dalla città” non poteva fare a meno di ricordare che “quell’allegria era sempre minacciata. Sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura o insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice”.
L’epidemia è quella che si tocca con mano, o per contrario è quella che, per paura, fa sottrarre quella stessa mano dal rischio di un contatto. Per istinto animale di autoconservazione. Tutto il resto è nevrosi. O malattia; semplice, terribile (talvolta mortifera) malattia. In Africa si muore per malaria o dissenteria con un tasso doppio o triplo rispetto a quello che si è prodotto in questi mesi con il virus ebola. Anche in Italia la vicenda umana di un generoso medico siciliano è posta da giorni sotto gli occhi di giornalisti e telecamere per il nome del morbo che ha contratto, non per il rischio reale che quella malattia possa produrre ai suoi vicini. Nel nostro paese ogni anno ottomila persone – più di venti al giorno – muoiono per una “banale” polmonite infettiva, che produce un costo sociale valutato in mezzo miliardo di euro. Eppure è un contagio “non percepito”, al punto che un piano sistematico di immunizzazione – è possibile vaccinarsi contro lo pneumococco – non si fa. Non si raggiunge né la soglia quantitativa, né quella psicologica, le sole capaci di produrre attenzione mediatica e nevrotica, come ai tempi della bomba.
Succede invece che, talvolta, qualcosa inneschi il terrore. Sesso e sangue sono ingredienti fondamentali per parlare di epidemia. Quello essenziale è la morte. Un destino collettivo di morte. Ma paradossalmente solo quando la morte resta lontana – geograficamente o statisticamente – i media riescono a evocare i flagelli, a discuterne, a farne argomento di conversazione.
“Si può descrivere una qualsiasi cosa che esiste realmente per mezzo di un’altra che non esiste affatto”, scriveva Daniel Defoe, ma è un sintomo di nevrosi descrivere una cosa che non esiste, utilizzando l’esistente. Si farebbe la fine di don Ferrante, che essendosi convinto che la peste non esistesse – non è “sostanza” non è “accidente” – ha finito per morire “prendendosela con le stelle”. Certo com’era delle influenze astrali e non delle misure di igiene e profilassi, prima di andare a letto a morire si lascia andare a un monologo sospeso tra realtà e follia che tanto poeticamente documenta la nevrosi: “E lor signori mi vorranno negar l’influenze? Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino? … Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione maligna, e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de’ corpi terreni, potesse impedir l’effetto virtuale de’ corpi celesti! E tanto affannarsi a bruciare de’ cenci! Povera gente! Brucerete Giove? Brucerete Saturno?”.
Beh, non a caso si dà il nome di “influenza” a una delle malattie contagiose che annualmente miete mille volte più vittime del virus ebola. Senza dover ricordare la “spagnola”, che fece più di 25 milioni di vittime in Europa tra il 1918 e il 1919, ai ceppi influenzali si rifanno le “aviarie” (Sars) o le “suine” (Siv) che periodicamente tormentano i nostri corpi e i nostri giornali e che in quest’ultimo anno hanno lasciato il campo al più esotico virus (anche in questo casi si tratta di ceppi diversi) indicato con il nome del fiume lungo il quale per la prima volta si è manifestato: ebola. Forse è un nuovo millenarismo, post religioso (espiazione penitenziale spirituale che finisce per estirpare il male nell’uomo) e post nucleare (distruzione definitiva, che azzera il male dell’uomo, cancellandolo dal pianeta).
Ci mancano forse un po’ le pestilenze vere? Nostalgia della storia? D’altronde sono le epidemie che segnano la storia. Condannati come siamo a vivere schiacciati nella cronaca sincopata che misuriamo in minuti e in tweet, non riusciamo a ricongiungerci con il senso della vita che solo la storia può provare a riconsegnarci. Senza pestilenze non avremmo avuto il “Decameron” (o i “Promessi Sposi”). Alle descrizioni di Boccaccio (e di Manzoni, o di Lucrezio e Tucidide) il nostro immaginario ha sostituito quelle della filmografia di “contagio”, quasi tutte prodotte da pellicole post Guerra fredda: dal prodromico “Virus letale” del 1995, a “28 giorni dopo” del 2002, fino al più recente “Contagion” (2011). L’eccezione temporale di “Cassandra Crossing” (1975, in piena Guerra fredda) si spiega perché si tratta di un film dove il contagio non è protagonista, ma solo un pretesto. Nessun millenarismo, solo terrorismo biologico. Ma è tutta un’altra storia, nulla di ancestrale.
La favola mitica del vampirismo, quella sì, si inserisce a pieno titolo nel tracciato della storia perenne delle epidemie. Di sangue e di sesso. Ma segna un filone alternativo: il male come compagno inestirpabile della vita umana. Quindi non episodio o sfida definitiva dell’esistenza contingente, ma malattia dell’essere, contagio con cui convivere, fino alla fine dei tempi. Nel nostro tempo recente solo la tragedia dell’Aids ha avuto un’autentica dignità di epidemia, non a caso forse negli anni in cui cadeva, con la Cortina di ferro, anche l’incubo della Guerra fredda e l’inquietudine della bomba atomica.
E’ tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta del secolo scorso che alcune morti eccellenti (da Rock Hudson nel 1985 a Freddie Mercury nel 1991) hanno fatto ripiombare l’occidente nella certezza di una pestilenza. E si è riaffacciata la possibilità di una periodizzazione storica che scandisse i tempi – almeno della vecchia Europa – sulla base dei contagi di massa. Una peste – la peste nera del 1348 – ha segnato l’inizio della storia moderna d’Europa (secondo la mai abbastanza meditata proposta di Roberto Sabatino Lopez); una pestilenza, in questo caso l’influenza spagnola, ha dato avvio all’Europa contemporanea, dopo la Prima guerra mondiale. Un’altra epidemia – quella del virus Hiv – ha sancito la fine della storia del Secondo conflitto mondiale, durato nelle sembianze della Guerra fredda. E come accade sempre, le pestilenze vere producono silenzio. O letteratura, scientifica o artistica.
La paura non disquisisce intellettualmente. Si scatena. E la paura produce afasia. O al contrario urla. Di terrore. La parola è il sintomo – e talvolta si utilizza come cura – delle nevrosi. Quando scendono in campo i media è certo che si tratti di nevrosi, e quindi di un progressivo allontanamento dalla realtà. “Al principio dei flagelli e quando sono terminati si fa sempre un po’ di retorica. Nel primo caso l’abitudine non è ancora perduta, e nel secondo è ormai tornata. Soltanto nel momento della sventura ci si abitua alla verità, ossia al silenzio”. Parola di Albert Camus, in uno dei non pochi classici della letteratura in cui una pestilenza è protagonista o diventa contesto essenziale dello svolgimento delle umane vicende.
L’epidemia da virus ebola che da mesi tiene desta l’attenzione dei giornali, forse più che dell’opinione pubblica, è l’episodio più recente – ma certamente non più tragico – degli allarmi mediatici lanciati quando si evoca un rischio di contagio senza nulla che razionalmente suggerisca l’avvio di una epidemia. Senza che ci siano i presupposti per temerla, se non l’ancestrale richiamo a una fine universale, possibile così come è accaduto un inizio.
Si sono inseguiti e si inseguono i casi individuali dei “pazienti zero” nei paesi occidentali. In tutto una decina tra Spagna, America, Italia e Francia. Finché resistono i casi individuali per fortuna non c’è nessuna epidemia in corso. Sempre Camus, quando narra l’esplosione della immaginaria peste a Orano, sottolinea con il gelido raziocinare del letterato che si finge cronista: “Non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva, la peste, e dei sentimenti condivisi da tutti”.
Verrebbe da dire che finché se ne parla molto, il rischio epidemico resta abbastanza basso, nella realtà. Finché se ne parla resta alto l’obiettivo di “trovare il colpevole”: pratica insensata di fronte alla morte collettiva. Ma argomento forte per spiegare l’attenzione mediatica attratta dalla riemersione di forme virali note e più o meno trascurate. Per il giornalista collettivo l’industria farmaceutica è quasi sempre in cima ai possibili colpevoli, perché in cerca di attenzioni per garantire investimenti in ricerca, studiare e varare un vaccino – il sospetto si è acceso in questo caso di fronte alla valutazione dell’epidemia di ebola, che ha prodotto “solo” sette-ottomila vittime nel continente africano, meno della metà di quelle mietute dalla malaria, una percentuale infinitesimale rispetto a quelle dovute alla dissenteria o alla denutrizione. Così come, al contrario diventa imputata d’ufficio quando scattano i timori per i vaccini, come è accaduto ultimamente in Italia. Ma l’irrazionalità vive in ogni latitudine. L’ostilità occidentale verso le case farmaceutiche somiglia al pregiudizio di molte popolazioni africane verso la nostra medicina. Racconta il sito specializzato Popular Science che “lo scorso agosto, in Liberia, un ospedale statale è stato attaccato da un commando armato che ha fatto fuggire i malati: gli attaccanti ritenevano che l’ebola non esistesse e fosse solo una invenzione del governo di Monrovia per controllare la popolazione e lucrare sulle spese sanitarie. Hanno abbattuto le porte con bastoni e saccheggiato la clinica. Sembra che addirittura 29 pazienti affetti da virus ebola siano stati messi in fuga. Il problema ora è che queste persone (oltre a non ricevere alcun aiuto medico per se stesse) diffonderanno il contagio. I medici in Guinea, Liberia e Sierra Leone hanno due nemici: il virus ebola, e l’ignoranza di nozioni medico-scientifiche della popolazione”.
Eppure attraverso i virus, e forse all’ignoranza scientifica, durante e dopo le epidemie si possono scatenare le migliori scintille artistiche. Più raramente quelle umane, che scaturiscono dai “cuori straziati ed esigenti” nelle parole di Camus: “Se l’ordine del mondo è regolato dalla morte, forse val meglio per Dio che non si creda in lui e che si lotti con tutte le nostre forze contro la morte, senza levare gli occhi verso il cielo dove lui tace”. Disperatamente laica o provvidenzialmente religiosa resta la storia. E l’arte. “Era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano”. La crudeltà umana raccontata da Boccaccio non impedisce la fioritura divina dell’arte. Vera cura di ogni nevrosi. Guarigione di ogni devianza mediatica. Ma dono che ci si augura e non si può – ahimè –pretendere. Dono umile di cento novelle – dove la quantità consente di far nascere la qualità, senza paura di selezionare e di schifare – “scritte per cacciar la malinconia”, “a chi per tempo passar legge”. Far passare il tempo, tra la nascita e la morte, e in attesa della morte peggiore, è uno degli obiettivi dell’arte. Ci si può rallegrare anche durante un’epidemia, perché “se troppo per questo ridessero, il lamento di Geremia, la passione del Salvatore e il ramarichio della Maddalena ne le potrà agevolmente guerire”.

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/123983/rubriche/ebola-virus-peste-mediatica.htm 

LA CONDIZIONALE. Usiamo la lingua per condannare in un sol boccone, come la Maraini, ma con modo verbale edulcorato 
di Guido Vitiello, ilfoglio.it, 20 dicembre 2014

In questi tempi civili e illuminati non sbattiamo più il mostro in prima pagina; piuttosto, sbatteremmo il presunto mostro in prima pagina, secondo le ipotesi degli inquirenti. E’ l’epoca del garantismo grammaticale, delle formule di attenuazione, delle perifrasi cerimoniose, delle frasi dubitative, degli eufemismi e delle litoti cortesi. Al cuore di questo galateo giornalistico dove la presunzione d’innocenza è ridotta a bienséance, a buona maniera da osservare, sta un tipo di condizionale che i linguisti, con un bel nome che pare preso dal codice penale, chiamano “condizionale di dissociazione”. E’ quello che consente di prendere le distanze da una notizia non ancora verificata: la donna avrebbe mentito sul suo alibi, ci sarebbe anche un complice, e così via.
Non scopro nulla, è un uso ben noto nell’italiano giornalistico che si deve allo scrupolo di correttezza e ancor più alla preoccupazione di evitare querele. Ma leggendo la cronaca nera e la giudiziaria viene il dubbio che ci sia sotto qualcosa d’altro. Fate un semplice esercizio, ripercorrete gli articoli di questi giorni sul caso di Loris Stival, che per un garantista suscita crucci non certo solo grammaticali. Ebbene, se tendete l’orecchio sentirete, dietro ogni condizionale, un indicativo imbrigliato, o malamente camuffato. Si lanciano le congetture più spericolate, le illazioni più selvagge, si evocano a vanvera mitologia e psicoanalisi, si riscopre l’inventario degli stereotipi inquisitoriali, insomma si accusa e si lincia e si spettegola, ma lo si fa dietro lo schermo gentile di tutti quegli avrebbe e di quei sarebbe, illudendosi così di far cosa civile.
C’è chi ha definito il condizionale un indicativo addolcito, ed è una definizione che fa specialmente al caso nostro, perché da sempre i sacrifici cruenti intrattengono un rapporto misterioso con la dolcezza (Calasso vi dedicò un capitolo ne “La rovina di Kasch”). In Grecia, per esempio, era prescritto che i sacrificatori nascondessero sul fondo di una innocua cesta d’orzo il pugnale destinato alla macellazione; non tanto per ingannare l’animale, al quale erano offerti dolcetti anch’essi d’orzo, quanto per ingannare sé stessi, per accecarsi deliberatamente sulla natura del gesto che compivano – uno stratagemma a cui è stato dato lo splendido nome di commedia dell’innocenza. Ne avverto un’eco nel condizionale di dissociazione giornalistico, per come accompagna quella moderna forma di macellazione rituale che chiamiamo indagini preliminari. E’ il modo verbale della penombra e delle luci smorzate, diceva il linguista Luca Serianni, e in quella penombra si possono dire cose che suonerebbero atroci nel pieno mezzogiorno dell’indicativo. Si partecipa al linciaggio e ci si dissocia da esso, o anche si lancia il sasso e si nasconde la mano.
Peggio è quando si scaglia la prima pietra e si nasconde l’adultera. Suona surreale, ma è quello che ha fatto Dacia Maraini in un corsivo del 16 dicembre sul Corriere che si apriva così: “Una donna strangola il figlio e subito dopo se ne dimentica, anzi rimuove come direbbe Freud, l’atto compiuto dalle sue stesse mani”. Con tutta la protervia dell’indicativo, che è il modo verbale dell’indice puntato, ma con la voce garbata di una buona zia che offra dolcetti d’orzo, la scrittrice si mangia in un sol boccone primo grado, appello e cassazione. Ma – è qui la malizia – ha cura di omettere nomi e cognomi, e la donna di cui parla potrebbe essere chiunque. Dopo aver psicoanalizzato una perfetta sconosciuta (e non è tanto un problema di presunzione d’innocenza, è un problema di presunzione e basta) prosegue chiacchierando variamente sulla malvagità, la genetica, Medea e non so che altro. E neppure metterebbe conto parlarne se non fosse che l’astuzia della ragione, quella ragione che non governa il mondo ma che ogni tanto ne svela gli arcani, ha guidato la mano del redattore del Corriere che ha così titolato: “L’istinto primordiale che va controllato”.
O addolcito, secondo il galateo del garantismo grammaticale.

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/124017/rubriche/la-condizionale.htm
 

LA PSICANALISI DI GRAMELLINI E GAMBERALE 
di Alessandra Milanese, arena.it, 20 dicembre 2014

JUNGHIANO Il tandem Massimo Gramellini-Chiara Gamberale ce l’ha fatta. Ha conquistato la vetta della classifica dei libri più venduti a Verona con Avrò cura di te (Longanesi), detronizzando Carofiglio. Ecco il pacchetto-dono di Natale confezionato col fiocco. Una coetanea di Chiara, smarrita, che dialoga con un angelo pronto a prendersi cura di lei: Massimo. Una chicca: il nome della creatura alata è Filèmone e ci viene da Jung. Sappiamo, dalla vetrina di Fazio, che Gramellini è o è stato in terapia psicanalitica junghiana.
RIGOROSO Dopo aver dominato la classifica per settimane, Gianrico Carofiglio deve accontentarsi del posto d’onore con La regola dell’equilibrio (Einaudi), cui infonde tutta la sua etica di ex magistrato.
UMANO Scivolano di una posizione anche I tre giorni di Pompei (Rizzoli) di Alberto Angela. In un librone di quasi cinquecento pagine è narrata la cronaca del cataclisma che sconvolse la città e i suoi abitanti fra giovedì 23 e sabato 25 ottobre dell’anno 79 dopo Cristo. Eccezionalmente preparato, Angela Junior — che si avvale di quattro anni di studi e rilevamenti sul sito archeologico, documentati da suoi documentari televisivi — riesce a raccontarci per filo e per segno la storia di quei giorni. Combinando umanità a rigore scientifico.
ARRABBIATO Si riafferma la monella comica Lucianina Littizzetto con Urka (Mondadori). Protagonista un’eroina, che si arrabbia a modo suo con quei «cachi» degli uomini. Ad un certo punto sbrocca e diventa verde dalla rabbia come l’incredibile Hulk. E si scopre che anche gli idoli cadono: Giorgione Clooney si è sposato e non con te. Niente più Martini, niente più party. Kevin Kostner balla coi tonni.
STORICO Torna in classifica La guerra dei nostri nonni (Mondadori) di Aldo Cazzullo. Si tratta della spaventosa Prima guerra mondiale combattuta sul fronte italiano fra 1915 e 1918. Da bravo cronista, Cazzullo la racconta dal punto di vista delle famiglie coinvolte, collezionando storie di gente comune.
NORDICO Come libro sotto l’albero consigliamo Fiabe lapponi (Iperborea) a cura di Bruno Berni. L’incanto del «c’era una volta» nelle più remote terre del Nord. Un mondo stregato di magie in cui cacciatori e pescatori sfidano gli spiriti della terra in cerca di fortuna. Salvano principesse rapite da demoni, affrontano prove per conquistare regni al di là del mare. Tutto questo destreggiandosi tra le profezie delle vecchie Gieddaes, agguati di giganti, inganni di orchi. 

 
I più recenti pezzi di Massimo Recalcati (la Repubblica) e Sarantis Thanopulos (il manifesto) sono disponibili su questo sito rispettivamente a questi link:  
 
 
(Fonte dei materiali: http://rassegnaflp.wordpress.com)

 

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