GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Maggio 2015 I - Civiltà?

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13 maggio, 2015 - 16:07
di Luca Ribolini

DEPRESSIONE NEI BAMBINI, QUEI SEGNALI PER DISTINGUERE IL DISTURBO DAI CAPRICCI. Secondo diversi studi, il fenomeno colpisce il 2% dei più piccoli e il 4-8% degli adolescenti. Loro non sono in grado di descrivere il malessere, ma ci sono dei comportamenti che possono aiutare i genitori a intervenire. L’esperta spiega quali sono questi indicatori, che ruolo può avere la scuola, come si arriva a una diagnosi e quali sono percorsi di cura più efficaci 
di Sara Ficocelli, repubblica.it, 2 maggio 2015

Salimbene de Adam da Parma, religioso e scrittore, nella sua “Cronica” del 1200 riporta la leggenda secondo cui l’imperatore Federico II di Svevia voleva scoprire che lingue avrebbero parlato i bambini se nessuno avesse mai comunicato con loro. Così alcuni piccoli vennero sottratti alle loro madri e affidati a delle balie, nutrici con l’ordine di dar loro da mangiare, lavarli, cambiarli, dissetarli. Ma senza mai parlare con loro. La leggenda narra che l’esperimento si concluse tragicamente. Tutti i bambini dati alle balie morirono, mentre quelli lasciati con le madri, autorizzate a parlare loro, sopravvissero. È la prima descrizione di una gravissima forma di depressione infantile, quella cosiddetta “anaclitica” che molti secoli dopo, passata la Seconda guerra mondiale, gli psicanalisti John Bowlby e René Spitz osservarono nei bambini ospiti di un orfanotrofio, ben curati e nutriti, ma privati delle cure, del contatto, delle attenzioni e dell’amore delle loro mamme: 27 su 34 di loro morirono entro un anno.
 
Segue qui:
https://news.google.it/news/section?pz=1&cf=all&q=psicoanalista&siidp=5ed89cdc0f21e3a306040094698fb61191a6&ict=ln

PSICOTERAPIE. ARIA NUOVA IN CASA FREUD 
di Vittorio Lingiardi, ilsole24ore.com, 3 maggio 2015

Avevamo apprezzato le capacità argomentative e la verve polemica di Maurilio Orbecchi nel suo scritto introduttivo alla recente traduzione italiana di una storica conferenza sulla psicoanalisi che Pierre Janet tenne a Londra nel 1913 (ne ho parlato su queste pagine il 23 marzo 2014). Lo psichiatra torinese torna sul luogo del delitto in un volume dal titolo volutamente ossimorico, Biologia dell’anima, dove affronta in modo sistematico (ma con peculiari omissioni, per esempio i sogni) i concetti fondamentali delle psicologie del profondo, freudiana e junghiana, con l’intento di metterne a nudo superstizioni, dogmatismi, «congetture speculative», incongruenze epistemologiche. Rottamatore di psicoanalisti d’antan, Orbecchi invoca l’aggiornamento di un linguaggio obsoleto e la riformulazione di concetti fondativi come inconscio, complesso edipico, transfert o, sul versante junghiano, archetipi. Tutto questo in nome di una prospettiva non teleologica né antropocentrica, attenta all’insegnamento di Darwin e ai più recenti contributi della psicologia evoluzionistica, della teoria dell’attaccamento, dell’etologia e delle neuroscienze cognitive. È necessario, dice Orbecchi, «seppellire i morti viventi» (non solo Freud e Jung, ma anche Melanie Klein, Anna Freud, Bion) e risvegliare i «sepolti vivi» (quegli autori oscurati dallo strapotere del paradigma freudiano come William James e il prediletto Janet).

Segue qui:
http://www.iniziativalaica.it/?p=25317
Maurilio Orbecchi, Biologia dell’anima. Teoria dell’evoluzione e psicoterapia, Boringhieri, pagg. 188, € 18,00 

LA FELICITÀ, UN EQUILIBRIO DELICATO E COMPLESSO 
di Redazione, rainews.it, 3 maggio 2015

Professor Cancrini, ci si nasce con una “predisposizione” alla felicità o si impara passo passo nella vita?
Quello che possiamo dire con certezza è che la felicità intesa come equilibrio e capacità di vivere in armonia con se stessi e con la propria vita dipende in larga misura dalla qualità del rapporto fra la madre e il bambino. Durante la gravidanza, come ha sostenuto efficacemente Winnicott, il pediatra psicanalista che più ha riflettuto su questo problema, e nei primi mesi di vita: fino al compiere di quella “nascita psicologica” del bambino che la Mahler colloca alla fine del terzo anno se la qualità del rapporto madre-bambino è sufficientemente buona e se intorno a lei ci sono state persone, fra cui, in particolare, il padre del bambino, sufficientemente vicine. Dove porre l’enfasi sul “sufficientemente” serve a dire che non c’è bisogno di doti straordinarie ma solo di quelle che sono le risorse naturale di due genitori equilibrati e della serenità complessiva dell’ambiente.
Alcuni la felicità la cercano stordendosi: con alcol, droga, col sesso compulsivo. Che tipo di gioia è quella?
Le droghe ed il sesso vengono utilizzati in modo equilibrato da chi nei loro effetti cerca piacere o gioia. Come quando ci si permette un buon vino o un rapporto sessuale con una persona cui si vuole bene. L’uso compulsivo, invece, di chi ne diventa dipendente serve, abitualmente, a ripararsi dal dolore cercando un’anestesia fisica e morale (l‘eroina o l’alcol) o la possibilità di non pensare (la cocaina o gli stimolanti e il sesso). Rinviando l’appuntamento con il dolore, però, la compulsività altro non fa che aumentarne l’intensità (e le ragioni). Con un risultato solo apparentemente paradossale: poche persone sono infelici, infatti, come quelle che a questa possibilità si abbandonano lasciandosene trascinare o travolgere.
 
Segue qui:
http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/La-felicita-un-equilibrio-delicato-e-complesso-778ea623-04d2-4f2d-860d-158a6476ea1c.html 

BLACK BLOC: IL DISAGIO DELLA CIVILTÀ 
di Luciano Casolari, ilfattoquotidiano.it, 3 maggio 2015  

In un libro del 1929 intitolato ‘Il disagio della civiltà’ S. Freud argomenta che l’aggressività, componente umana normale, è utile tanto più la struttura sociale è primitiva mentre diviene dannosa o difficilmente incanalabile in società molto strutturate. Se avesse visto l’evoluzione di questo ulteriore secolo della società caratterizzato da un enorme incremento demografico con la necessità fisica di vivere in spazi sempre più ristretti, con organizzazioni sociali ed economiche sempre più complesse e articolate che schiacciano ogni individualismo sarebbe, presumibilmente, ancora più determinato nella sua analisi. Gli istinti naturali dell’uomo, che possono mutare solo in milioni di anni di evoluzione, si devono confrontare con una società, cambiata in pochi decenni, provocando una inibizione del principio del piacere. Gli esseri umani si devono, necessariamente, conformare alla civiltà in cui vivono ma, di conseguenza, si sentono infelici.

Segue qui:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/03/black-bloc-il-disagio-della-civilta/1646806/ 

L’INVASIONE DEI MALEDUCATI. LA MIGLIOR DIFESA? IL NON ATTACCO. Una società sempre più individualista ha messo al margine le buone maniere. I consigli dello psicoterapeuta Fulvio Scaparro contro l’arroganza quotidiana 
di Roselina Salemi, lastampa,it, 4 maggio 2015

Tutto potrebbe essere cominciato con il profumo Arrogance (per lei e per lui) creato nel 1982. Buona idea di marketing che senza volerlo ha intercettato un sentimento, segnato la nascita di un’epoca. L’arroganza ha smesso di essere considerata una colpa ed è diventata una virtù, un sinonimo di assertività, capacità di farsi valere, conquistare la leadership. Dice lo psicanalista Luigi Zoja, autore di un’importante Storia dell’arroganza (Psicologia e limiti dello sviluppo): «L’individualismo radicale è una malattia di tutti e quindi non è più classificata come malattia. La superficie del mondo si è ridotta ad essere la pelle del singolo individuo, e questa distorsione porta un sacco di problemi, compresa l’eccessiva importanza data al presente rispetto al futuro». Risultato: siamo circondati dagli spocchiosi. E’ inevitabile incrociarli. Impongono regole e punti di vista, esibiscono denaro e privilegi, umiliano chi non ne ha, possiedono tutte le carte vip possibili e immaginabili. Devono dimostrare a se stessi e agli altri di essere «qualcuno». 
 
Segue qui:
http://www.lastampa.it/2015/05/04/societa/linvasione-dei-maleducati-la-miglior-difesa-il-non-attacco-DkKzJkwoXETPDdp2ntQGmI/pagina.html

 

INCONTRO CON LUIGI BALLERINI
Incontro con l'autore di “IO SONO ZERO”, editore il Castoro, 2015 

di Mario Coviello, edscuola.eu, 4 maggio 2015

Ho incontrato Luigi Ballerini per parlare della “Signorina Euforbia” che partecipa al Torneo di lettura tra dieci scuole in rete della provincia di Potenza, coordinate dalla bibliomediateca “A. Malanga” dell’Istituto Comprensivo di Bella (Potenza). Ho ascoltato subito dopo lo scrittore a Farheneit nella presentazione del suo ultimo libro “Io sono zero” e dopo aver letto il libro che mi ha appassionato gli ho rivolto alcune domande. Zero sta per compiere quattordici anni. Non ha mai toccato un altro essere vivente, non ha mai patito il freddo o il caldo, non sa cosa siano il vento o la neve. Zero è vissuto nel Mondo, un ambiente protetto, dove è stato educato, allenato e addestrato a combattere attraverso droni e a raggiungere obiettivi. Quando un giorno il Mondo si spegne e diventa tutto buio, Zero involontariamente esce ed entra nel mondo, quello reale, dove nevica e fa freddo, non si comunica attraverso schermi, non c’è nulla che lui sappia riconoscere. Inizia da qui la seconda storia di Zero che, in una fuga sempre più pericolosa da chi l’ha cresciuto, dovrà capire la ragione della sua esistenza e dovrà trovare un modo per vivere nel mondo reale, quello complicato dove dentro e fuori, sapori e odori, amore e ribellione esplodono. Qui di seguito la nostra conversazione.
Dopo il grande successo della “Signorina Euforbia” premio Andersen 2014, hai completamente (o forse no) cambiato genere. Dall’atmosfera ovattata della cucina di una pasticceria siamo passati ad un alloggio supersegreto nel quale le padelle sono state sostituite dai touch-screen. Hai raccontato di “Zero” un ragazzo che compie quattordici anni ed è stato allevato da una organizzazione super segreta per diventare una “macchina di guerra”. Perché questa scelta?
I miei libri nascono dalle occasioni che mi si presentano, non sono mai pianificati a tavolino per tematiche. Tempo fa, era un domenica sera in cui avevo lavorato tutto il giorno su un tablet, mi sono recato a Messa e siccome ero in fondo alla chiesa e non sentivo né vedevo bene ho letteralmente “zoomato” il prete davanti a me. Ossia ho provato a ingrandirlo aprendo il pollice e l’indice della mano destra nell’aria come avessi a che fare con un touch-screen. Un istante dopo lo sconcerto per il mio gesto e per come mi ero ridotto è subito sorta in me una domanda: “ma se un ragazzo avesse vissuto quattordici anni solo a contatto con touch-screen e di colpo si trovasse nella realtà, come reagirebbe?”. Ecco “Io sono Zero” è iniziato proprio in quel momento.
In tutto il romanzo Zero, vissuto per 14 anni solo con lo schermo di un computer, deve fare i conti con la realtà in cui piomba. La realtà è fatta di freddo, caldo, neve, dolore…emozioni. La realtà è fatta di libri che pesano, di carezze e abbracci che fanno paura. Hai voluto forse lanciare un grido d’allarme per chiedere ai genitori, alla scuola, alla società che i nostri adolescenti vivano il reale, il sudore, gli odori, i sapori, il cielo e non il soffitto?
Il rischio che i nostri ragazzi riducano considerevolmente la possibilità di esperienza nel reale esiste davvero. Non dobbiamo demonizzare la tecnologia, che anzi ci aiuta, supporta e facilita. Dobbiamo tuttavia riconoscere che per fare esperienza occorre che il corpo, nella sua interezza, si applichi, si coinvolga e si comprometta col reale. Noi siamo motricità, sensibilità e pensiero. È un di meno operare una riduzione di questa unità. Rischia di iniziare molto presto. Pensiamo al “colorare” su un tablet. Questo tipo di attività che può arrecare un certo grado di soddisfazione, tuttavia non ha tutta la portata del colorare con carta e matite o tempere o pastelli a cera. La pressione sul foglio che può anche bucarlo, le dita che si sporcano, l’oggetto da stringere, l’odore del colore, il suono della matita sulla carta, sono insostituibili. Certo, alle mamme l’uso del tablet può risultare più pulito e comodo, ma si taglia via qualchecosa. E una partita di calcetto giocata sul campo con gli amici non è la stessa cosa di una partita giocata su una consolle. È a tema anche la questione della conoscenza. Si conosce via esperienza e l’esperienza riguarda tutto il corpo. Non si impara solo nella Rete e con la Rete.
Zero viene accolto da una giovane coppia che non può avere figli. Stefania e Luca si scoprono diversi, capaci di lottare in una situazione eccezionale per difendere e salvare Zero, anzi 2.0, (quanta ironia) la “loro creatura”. Attraverso loro cosa hai voluto suggerire ai giovani genitori di figli adolescenti troppo immersi nel virtuale.
Una delle attenzioni che possiamo avere oggi nei confronti dei bambini e dei ragazzi è permettere loro di vivere un reale convincente e soddisfacente. Non è detto che sia scontato. I genitori del 2015 sono spesso preoccupati e spaventati per le sorti dei loro figli e possono essere tentati dall’idea che averli in casa, sotto gli occhi, magari connessi a un dispositivo, rappresenti una situazione di sicurezza. In realtà con la rete può entrare in casa di tutto, anche ciò che è più contrario all’uomo, magari proprio ciò che si teme di più dal “fuori”. Favorire il reale significa aprire le case, permettere di invitare gli amici, fare rete fra genitori in modo da lasciarli andare anche a casa di altri, far frequentare luoghi di socialità come possono essere gli oratori, i centri sportivi, le scuole… Uno slogan che ho coniato è che la sfida col virtuale si vince nel reale. Con un reale affascinante la tecnologia non sarà alternativa, ma supplementare e i giovani ne sapranno fare buon uso.
 
Segue qui:
http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=60241

FREUD NEL GIORNO DI FREUD 
di Alberto Zicchiero, lecconews.lc, 6 maggio 2015

Oggi, 6 maggio 2015, ricorre il 159esimo anniversario della nascita di Sigmund Freud, padre della psicanalisi. La sua figura è di innegabile importanza storica sia per la filosofia che per la psicologia. Nato a Pribor, nell’attuale Repubblica Ceca (ai tempi la città si chiamava Freiberg), egli è noto per aver dato vita a un modello teorico, metodologico e clinico che ha segnato profondamente sia l’ambito della cura mentale che quello della letteratura e del teatro. Oggi la diffusione delle pratiche psicanalitiche si è enormemente estesa in tutto il mondo occidentale: non solo ha informato di sé la psichiatria e varie branche della medicina per l’interesse ai disturbi psicosomatici, ma ha anche influenzato profondamente tutte le scienze dell’uomo del XX secolo. Il suo fondatore ha paragonato la rivoluzione scientifica portata dalla psicanalisi alla rivoluzione copernicana: quest’ultima ha spostato il centro di gravità dell’universo in cui viviamo dalla terra al sole; la psicanalisi ha invece spostato il centro di gravità dell’individuo dalla coscienza all’inconscio. In tal modo essa ha indirizzato la cultura occidentale a riprendere in esame le espressioni più elementari della natura, quelle che stanno al di sotto delle sovrastrutture della società.
L’istruzione di Freud è di impostazione medica e biologica: studiò medicina all’università di Vienna e si interessò alla teoria evolutiva di Charles Darwin, che apprezzò particolarmente in quanto si allontanava dalle posizioni metafisiche del periodo. Della dottrina darwinista stimava soprattutto il rigore scientifico e l’utilizzo del linguaggio della fisica, che andava oltre alla concettualizzazione di una non meglio precisata “forza vitale” atta a presiedere lo sviluppo degli organismi. Partendo da questo suo background, Freud si andò convincendo che per spiegare i fenomeni mentali bisognasse superare una spiegazione prettamente medico-fisiologica; iniziò quindi a elaborare un modello che unisse globalmente corpo e mente, fisiologia e processi inconsci, con il rigore scientifico tipico delle scienze naturali.

Segue qui:
http://lecconews.lc/news/rubrica-psicologia-dintorni-7-freud-108469/#.VUoUko7tlHw 

Derrida, cosa c’è scritto nel “notes magico” di Freud? 

di Silvano Facioni, ilsussidiario.net, 7 maggio 2015

Il legame tra psicoanalisi e filosofia, nonostante le burrasche che ne scandiscono la storia, manifesta senza alcun dubbio la fecondità dell’incontro tra differenti saperi che solo quando non temono la contaminazione possono aiutare l’uomo a comprendere più a fondo la sua ricerca di senso. Nell’epoca della frammentazione e dell’autoreferenzialità di discipline maggiormente preoccupate di difendere gli esiti conseguiti piuttosto che aprirli a quanto prodotto in altri ambiti, non si può che accogliere ed apprezzare chiunque abbia considerato o consideri i pur legittimi confini tra le regioni del sapere non come barriere o insuperabili muri, ma come soglie, frontiere, dogane che permettono ingressi e fav oriscono scambi. L’opera di Jacques Derrida mostra fin dagli esordi la presenza di istanze e domande provenienti dai territori della psicoanalisi e si può anzi affermare con relativa certezza che, oltre ai testi espressamente dedicati a Freud, non c’è testo di Derrida in cui non compaia almeno un riferimento al fondatore della psicoanalisi.

Segue qui:


http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/5/7/LETTURE-Derrida-cosa-c-e-scritto-nel-notes-magico-di-Freud-/606660/
 
I più recenti pezzi apparsi sui quotidiani di Massimo Recalcati e Sarantis Thanopulos sono disponibili su questo sito rispettivamente ai link:
 
http://www.psychiatryonline.it/rubrica/4545
 
http://www.psychiatryonline.it/rubrica/4788 
 
(Fonte: http://rassegnaflp.wordpress.com
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