Mamme guerriere o mamme narcisiste?
Esplorando l'immaginario sociale
di Laura Rodrigo

Madre con bambino

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14 settembre, 2015 - 09:28
di Laura Rodrigo

Nei primi anni di crescita dei figli gli stati d'animo dei genitori sono di solito: affaticamento, stress e tensione. La parola che ascolto più spesso dalle madri con bambini piccoli è “incastro” mentre quelle per descrivere come si sentono sono “perennemente sfinita, stanca o distrutta”. La doppia giornata lavorativa, dentro e fuori casa, è la regola, e viene risparmiata solo in parte alle più fortunate economicamente o a coloro che hanno le madri nelle vicinanze.

Addirittura, ricerche fatte nel nostro paese, in Germania e in Olanda mettono in correlazione la disponibilità dei nonni alla cura dei nipoti con il numero di figli per famiglia. Infatti, il nostro welfare si basa in gran parte sulla coppia madre-nonni; soprattutto madre-nonna materna. In molti casi questo lavoro svolto dalla nonna è ciò che può permettere di lavorare alla figlia. “L'Italia è al penultimo posto dell'Europa a ventisette, rispetto le principali voci di spesa che riguardano la maternità e la famiglia”1, e, parallelamente, è anche al penultimo posto in Europa per tasso di attività lavorativa femminile2. In paesi vicini, come la Spagna, la direzione è verso un modello istituzionale nel quale si cerca di fare in modo che i bambini passino il maggior tempo possibile nelle scuole, allungando il più possibile il tempo di permanenza nelle strutture scolastiche per farlo coincidere con il tempo di lavoro. (Il Ministro del Lavoro spagnolo nel 2011 disse che “riuscire a scolarizzare tutti i bambini immediatamente dopo la nascita sarebbe la misura più importante per stimolare l'uguaglianza.. e allo stesso tempo l'efficacia dell'economia”). Tutto sembra possibile, nei nostri paesi mediterranei, tranne una riforma del mercato del lavoro che permetta una maggiore flessibilità negli orari e non penalizzi pesantemente le lavoratrici part-time, ad esempio. Oppure, che permetta dei periodi di congedo retribuiti più consoni agli altri paesi europei. Al contrario, la crisi economica è servita per mascherare come “tagli” i licenziamenti per maternità (secondo l'Istat, solo nel 2010, un milione di donne sono state licenziate o indotte a farlo causa maternità). Altre volte si subisce mobbing o demansionamento (un’altra anomalia è stata l’abolizione del Ministero per le Pari Opportunità).

In questa cornice, “l'aiuto” che le donne possono pretendere nel momento di diventare madri può solamente provenire dalla propria famiglia; oppure dal compagno. Ma qui si apre un altro campo di battaglia, purtroppo ancora molto attuale, perché, in primis, è vero che anche l'uomo deve far fronte a una giornata lavorativa pesante, ma è vero anche che un uomo che lavora 40 ore settimanali è un aiuto ancora insufficiente. Quindi, lì dove i nonni sonno lontani o non disponibili, ci saranno sicuramente delle ricadute sui rapporti di coppia. Il filosofo e matematico Bertrand Russell scrisse in riferimento alle madri: “La più perniciosa di tutte le ingiustizie che ella deve subire è questa: che per il fatto di compiere il suo dovere verso la famiglia ella ne ha perso l'affetto, mentre se l'avesse trascurata e fosse rimasta allegra e affascinante, probabilmente marito e figli avrebbero continuato ad amarla”3. E già! E' un affermazione crudele che molte donne sicuramente non condividono, ma che è presente in molte occasioni. In sintesi, è l'argomento che tratta Scurati in modo molto passionale in “Il padre infedele”, romanzo di molto successo pubblicato l'anno scorso4.

 

La madre sola col suo bambino durante la storia

Non si può negare che molti padri stiano cambiando, e che ci sono bellissimi esempi sulla scoperta, da parte degli uomini, delle gioie della paternità esercitata in maniera ben diversa rispetto a quella nella quale essi sono cresciuti; oppure esempi di uomini che contribuiscono ai lavori domestici. Ma la questione principale rimane, a mio parere, che la società è incurante della fatica delle donne e sopravvaluta la loro inesauribilità. Anzi, mi sembra di poter aggiungere che c'è stato anche un indebolimento della considerazione sociale della donna in quanto madre. Se la madre nel XVIII e, soprattutto, nel XIX secolo, era sacralizzata, oggi viene considerata interscambiabile con gli uomini e viene banalizzato il suo operato. Tra gli altri pregi dell'ultimo libro di Massimo Recalcati c’è il coraggio di aver ripreso la particolarità della cura delle madri, che offrono “il dono di una presenza che non svanisce”. Non per una questione di genetica o di natura, ma di gestualità: sono le mani che operano, le mani che parlano. È così che chiude il suo libro, ringraziando ciò che esse fanno5. C'è stata solo negli ultimissimi anni una leggera rivalutazione della maternità: nelle nostre società disincantate e in crisi fortissima, è attraverso l'amore delle madri per i propri figli che esse ritrovano, sovente, una valorizzazione di se stesse.

Ma se l'operato materno è un dato scontato, l'importanza che questo rapporto avrebbe per il futuro del bambino è considerata straordinaria. Con la particolarità che immaginiamo una madre da sola con il suo bambino; la coppia madre-bambino ha acquisito ultimamente una preponderanza sociale e psicologica praticamente nuova. Uguagliabile, magari, solo a quella degli anni '50, prima dell'incorporazione massiccia delle donne della classe media al mercato del lavoro. Si dà così tanta importanza al rapporto madre-bambino che le madri vivono con senso di colpa ogni cosa che fanno: persino lavorare (ma di questo parlerò in un altro articolo). Uno dei padri della Psicologia, psicoterapeuta infantile alla Tavistock Clinic di Londra, John Bowlby, e sicuramente uno degli autori che più influenza hanno avuto nel modo attuale d'intendere il rapporto madre-bambino, persino lui, dovette ammettere che “occuparsi di neonati e di bambini non è un lavoro per una persona singola”. Se si analizza la storia della maternità, che è l'opposto di una visione naturalistica, si vede bene che la cura materna esclusiva non è stata quasi mai un'opzione in nessuna epoca della Civiltà.

 

Il ritorno alla madre sacrificata

In modo paradossale, è l'individualismo edonista della nostra società che rende equivalenti le espressioni maternità e sacrificio6. Sembra scomparsa l'opportunità di vivere la maternità in un modo non segregante (quando viaggiamo in paesi meno sviluppati ritroviamo i bebè anche nei luoghi pubblici, non sono solo a casa o all’asilo); c'è una separazione radicale tra vita pubblica e fusione totale madre-bambino.

L'edonismo della nostra epoca inonda tutte le sfere della nostra vita: i messaggi pubblicitari che ci bombardano quotidianamente inducono a immaginare un mondo fatto solo di piaceri in cui basta la propria volontà per scongiurare le calamità della vita. E' l'epoca del trionfo dei coachers, ovvero del bisogno di qualcuno che ci sostenga per riuscire dove vogliamo arrivare. Tutto è possibile: il successo, la felicità, l'amore, tutto è lì alla portata della nostra mano. Nessuno ormai osa lamentarsi perché sarebbe considerato un fallito. La vecchiaia, ad esempio, viene negata, nascosta, quasi come se fosse un difetto. Se una volta erano i principi morali a guidare la nostra condotta, oggi tutto sembra ridursi a un calcolo di piaceri e godimenti. La ragione non guida più le nostra vite, è solo il desiderio, ma questo è inteso soltanto in quanto desiderio di piacere. Il desiderio si quantifica in gradi di eccitazione o novità, si riduce a dei livelli ormonali.

L'unica razionalità che sopravvive è la razionalità strumentale. Le persone sono considerate spesso come uno strumento, non come un fine in se stesse. La cooperazione viene degradata a mezzo per ottenere i propri fini individuali. La solidarietà, la cura degli altri, sono condotte che creano sospetto, e persino le condotte altruiste vengono giustificate dalle stesse persone cooperanti in quanto sembrano dare un tipo diverso di piacere: “ricevo più di quanto dono”, “aiutare gli altri mi fa sentire meglio con me stesso”, ecc.

L'idea che le persone siano egoiste è un dogma talmente radicato, che non viene ormai più messa in discussione. Il mito dell'auto-realizzazione personale porta a vedere in ogni rinuncia un prezzo troppo costoso che le persone veramente forti non dovrebbero mai pagare. Anche la famiglia contemporanea viene intesa da questo punto di vista. Per denunciare la cultura individualista e del childfree, Caplan, un conosciuto economista, ha scritto nel 2011 “Selfish reasons to have more kids”. E' rivelatore il sottotitolo: “Why being a great parent is less work and more fun than you think”, ovvero, la genitorialità non deve portare nessuna fatica e deve essere molto divertente, altrimenti non avrebbe nessun senso fare dei figli. Nella prospettiva contemporanea l'identità personale si basa sui gusti, sulle preferenze, e non sugli obblighi che ciascuno assume. I compromessi hanno perciò, attaccata dietro, la data di scadenza. La nostra cultura è estranea alla idea di un Bene comune o collettivo che potrebbe orientare le azioni e le condotte delle persone.

Di conseguenza, nella nostra società individualista ed edonista la maternità viene vista in termini di sacrificio. E se ci pensiamo freddamente, non può essere in un altro modo. In prima istanza, avere dei figli sembra una scelta personale alla quale molti, nonostante le circostanze avverse, non vogliono rinunciare; vediamo mamme oramai quarantenni che arrivano alla maternità dopo aver “vissuto al massimo” e consumato tutte le altre possibilità di realizzazione personale. Avere un figlio è considerata un'esperienza tra le altre e ha praticamente acquisito la connotazione di diritto della persona. Ma, in seconda istanza, questa scelta, che aveva un carattere quasi narcisistico, diventa gravosa, un peso, che molte persone assumono ed altre lamentano, pubblicamente o intimamente, ma del quale sicuramente non erano del tutto consapevoli prima di diventare genitori.

La consapevolezza delle difficoltà che devono affrontare le madri contribuirebbe ad ammettere l'ambivalenza dei sentimenti che comporta la maternità oggi, al posto di negarli o patologizzarli. Questo sarebbe il primo passo verso una società dove la maternità non sia più una dimensione problematica.

 

1Loredana Lipperini “Di mamma ce n'è più di una”, Feltrinelli, 2013.

2Michella Marzano “Sii bella e stai zitta. Perchè l'Italia di oggi offende le donne”, Mondadori, 2010.

3Bertrand Russell “The conquest of happiness”, 1930.

4Per una spiegazione psicoanalitica di questo fenomeno sempre attuale si rivedano i “Contributi alla psicologia della vita amorosa” di Sigmund Freud, 1910-7, in particolare il capitolo 2.

5“Bisognerebbe essere giusti con le madri e riconoscere loro la funzione essenziale e insostituibile nell'adozione simbolica della vita.. Madre.. è il nome di quell'Altro che offre le proprie mani alla vita che viene al mondo, che risponde alla sua invocazione, che la sostiene con il proprio desiderio..”, Massimo Recalcati, “Le mani della madre”, Feltrinelli, 2015.

6“Donde esta mi tribu? Maternidad y crianza en una sociedad individualista”, Carolina del Olmo, Clave Intelectual, 2013. La mia riflessione prende spunto da questo interessantissimo libro scritto da una prospettiva sociologica.

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