CUORE DI TENEBRA
Viaggio al termine della psichiatria
di Gilberto Di Petta

E le stelle stanno a guardare: gli angeli della notte e la follia chimica

Share this
24 settembre, 2016 - 11:18
di Gilberto Di Petta

Alle 20 arriva la telefonata della collega del CSM territoriale, che sta chiudendo. Lei va a casa io mi accingo alla notte.
Mi parla di Giuseppe, nato nel 1958, psicotico cronico in carico al CSM, seguito dagli infermieri a domicilio, due volte al giorno, che stasera si è rifiutato di aprire loro la porta di casa. Qualcuno ha chiamato l’ambulanza. Mi avvisa che arriverà. Sto montando la mia guardia. Nel pomeriggio ho fatto una decina di visite.
Il nostro reparto si è incendiato a fine agosto. Non abbiamo ancora l’agibilità. Ci hanno appena ripristinato un’ala come una sorta di astanteria di stabilizzazione e di osservazione. In queste notti i colleghi già hanno effettuato vari trasferimenti di pazienti acuti comunque afferiti via 118 al nostro PS. Mi coordino con la squadra che monta. Due donne e un uomo. Rimaniamo in attesa guardando un po’ di partite, chiacchierando e mettendo qualcosa sotto i denti.
La chiamata dal PS arriva a mezzanotte.
E’ lui, è il paziente “del territorio”. Al PS hanno espletato tutti gli esami organici, perfino la TAC. Non c’è ragione di ricoverare il paziente in medicina. I familiari sono irrintracciabili. Il paziente è agitato. Dunque entriamo in scena noi. Sul frontespizio della cartella del PS è scritto “Lipotimia”, poiché il paziente si è fatto trovare a terra dal 118. Aveva proprio voglia di ricoverarsi, aveva voglia che qualcuno si prendesse totalmente cura di lui. E’ su di una barella. Condizioni fisiche trascurate, obeso, diabetico e cardiopatico. Spicca il moncherino della coscia sinistra che spunta dalle lenzuola. Addosso ha una canotta ed una mutanda. Barba di giorni, capelli bianchi, radi. Aspetto molto vecchieggiante. Linguaggio farfugliante, a tratti deragliante. Ci riconosce come Salute Mentale. Accetta il ricovero.  Chiede, ogni tanto : “Cassa mutua?”..Daniela è un angelo biondo con gli occhi azzurri che lo tranquillizza. “Adesso vieni con noi..ce ne andiamo da qua..” con quel fare tipico degli operatori psichiatrici che, indovinando il disagio che i propri pazienti hanno per il mondo, gli propongono i luoghi della psichiatria come fossero, per loro, la patria.  Chiamiamo l’ambulanza per trasferirlo in reparto. Spiego alla collega del PS che lo prendiamo come astanteria, ma che il paziente rimane di pertinenza del PS. Mi sembra un po’ perplessa, ma, pur di sgomberare il campo, accetta. Firmiamo e timbriamo al cartella insieme, saltiamo in ambulanza e via. Nel tragitto, peraltro breve, il paziente canta a squarciagola. Intoniamo con lui, io e Antonio: “Io..e.Teeeeeee…il nostro amore e niente più…….io e teeeeee, le nostre corse fin la giùùùùùùù!!!” Daniela sorride, scuote la testa e ci prende per matti. Nessuno di noi si preoccupa per l’autista dell’ambulanza. Intanto rompiamo il ghiaccio del reparto senza pazienti. E’ il primo “ricovero” che rianima il reparto dopo circa venti giorni. Marianna, Daniela e Antonio già si rendono conto che il passo di portare qualcuno dentro, fatto con entusiasmo, non è esente da difficoltà. Giuseppe, una volta a letto, vuole fare la cacca, ha fame, è clamoroso. Provano a farlo alzare. La distanza dal letto alla tazza del gabinetto è breve, ma, provando a saltellare sull’unica gamba, seppur sorretto a braccia, si affloscia presto. E’ pesante. Comunque riusciamo a posizionarlo. Dopo aver defecato alla meglio chiede che “gli venga pulito il culo”. Anche questa operazione viene eseguita, pulito e lavato. Certo, alla meglio. Intanto ho procurato una sedia a rotelle. Riposizionato sul letto viene imbragato con il pannolone. Non abbiamo altro che un boccone di pane da offrirgli. Intanto gli pratichiamo una leggera sedazione per indurlo al riposo. Facciamo uno stick glicemico, verifichiamo ossimetria, pressione arteriosa e frequenza, e ci diamo, per così dire, la “buonanotte”. Marianna posiziona la sbarra al letto del paziente e si dispone su di una poltroncina fuori la sua stanza di “piantonamento”. Che avrà pensato quest’uomo, che vive abbandonato a se stesso, forse con una parente anch’ella disabile, di queste cure? Chi sono, per lui, Marianna e Daniela, questi due biondi angeli della notte che gli puliscono il culo? Come mai un paziente attenzionato dal territorio, e giunto in queste condizioni, non è stato assicurato ad una situazione di cura estensiva? Dove sono gli assistenti sociali? Ancora una volta una risposta medica (TAC, esami ematici, due ambulanze, medici, infermieri, degenza) per un problema sociale di emarginazione e di disadattamento? Sembriamo quelli che rispondono a tutte le domande con una sola cosa : la medicalizzazione e il ricovero. Soprattutto di notte. Abbiamo solo quella? Rientro nella mia stanza, fa caldo, dentro, e l’impianto di aria condizionata ancora non funziona per i danni dell’incendio. Le zanzare pullulano. Ne uccido qualcuna, mi appoggio e mi guardo i giornali di oggi, che non ho avuto tempo di sfogliare, alla luce della lampada da comodino. Non ho ancora tolto l’orologio dal polso, quando il cicalino suona, sono le due e mezzo, o tre meno venti. E’ la centrale operativa : codice tre in arrivo, con forze dell’ordine in spiegamento, ammanettato, aggressivo e violento. Tra me e me stesso mi dico: e anche questa notte è andata. …Mi consola solo il piacere di sentire sul viso il fresco di fuori. La brezza leggera che sale dal mare e traversa i vigneti e gli oliveti che digradano sulle colline di questa spianata che si chiama proprio “La schiana”, dove sorge l’ospedale. Mi raccordo con i miei. Daniela e Marianna, gli angeli della notte, rimangono a vigilare il nostro ospite, mentre io ed Antonio andiamo ad affrontare la “belva immonda”. Faccio preparare da Antonio un’iniezione tripla, con entumin, largactil ed en da 5 mg. Perché quando siamo li, in PS, non c’e’ tempo, ma, soprattutto, i farmaci non si trovano mai. Partiamo. Sulle scale dell’SPDC, mentre la porta si chiude alle nostre spalle, ci accoglie il cielo stellato. Non è basso e luminoso come quello africano, ma è accogliente lo stesso. Mi sovviene il titolo dell’omonimo romanzo di Cronin : E le stelle stanno a guardare. Antonio pensa già al trasferimento di questo paziente. A chi deve rimanere in reparto e a chi deve andare. Io non gli rispondo. Penso che domattina ho il carcere, e poi un treno per Milano. Quando recupererò un po’ di sonno? Poi, a mano a mano che ci avviciniamo, la mia mente si fa bianca. Il battito cardiaco, accelerato dalla telefonata, si è progressivamente rallentato. Vado allo scontro con il “bruto” con l’innocenza sacrificale di una vittima designata, con la consapevolezza che, alla fine, la socratica ragione trionferà ancora una volta sulla dionisiaca scomposta ebbrezza. Accediamo all’ospedale da una porticina sul retro, corridoi anodizzati, poi lo svaso del PS. Entriamo. Il Ps è deserto di personale. Sono tutti ai box. Avanziamo e apriamo le porte girevoli, mentre le urla feroci del “dannato” incaprettato ci devastano i timpani. Fatichiamo a vederlo. C’è uno schieramento di carabinieri (divise nere) e poliziotti (divise blu), e ci sono anche le due guardia giurate di stanza all’ospedale (camicia a azzurra senza giacca). Poi gli infermieri del PS. I medici del 118 e le dottoresse del PS. Il “dannato”, che si chiama Marco, è un ragazzone del 1991. Giace a faccia schiacciata sulla lettiga, volto tumefatto, arcata sopracciliare sinistra gonfia. Bocca aperta in un ruggito di saliva e sangue. E’ visibilmente in affanno respiratorio. Mani ammanettate dietro la schiena. Cinturato alla pelvi e alle gambe. Urla, bestemmia, piange. E’ angosciato, dice frasi sconnesse, implora di liberarlo. Un carabiniere, quasi avesse indovinato il mio proposito, mi avvicina dicendomi : “Dottore questo morde, se lo smanettiamo è la fine”. Ma se uno psichiatra non toglie i ceppi, che psichiatra è? Ad ogni modo faccio segno ad Antonio di procedere con l’iniezione precaricata, poi cerco di stabilire un contatto con il “dannato”: “Marco, Marco, mi senti?” Mi guarda, strabuzza gli occhi in una smorfia di dolore amaro, osservo le pupille midriatiche. “Che ti sei fatto?”, gli chiedo quasi urlando, “Non mi drogo piuuuuuuu’, liberatemi…mamma, mamma…!!!!” Dichiaro che bisogna assolutamente metterlo in posizione supina. Faccio portare un’altra barella affiancandola a quel letto di contrizione. Si è urinato addosso, perché ha i pantaloncini tutti bagnati e nel lenzuolo che copre la barella si sono raccolte pozze di urina. E’ come un feto, appena partorito, lordato di urina  e di sangue. Ha le ginocchia completamente abrase. Un altro carabinieri mi dice : “Dottore, noi non abbiamo fatto niente. Queste sono le condizioni in cui l’abbiamo trovato, tentava di mangiarsi una panchina di pietra. Urlava, dava testate nel muro, la gente ci ha chiamati. Non avete idea di cosa c’è voluto per ammanettarlo. Un ragazzo del 118 ha avuto un morso sulla mano”. In effetti, penso, la museruola è l’unica cosa che gli manca. Marco è allucinato. Ha usato crack. Il crack dell’hinterland metropolitano, che ci sta devastando di questa strana e incoercibile follia chimica, è coca cucinata con ammoniaca e bicarbonato. Cristallizzata in una pietrolina, che si fuma su una bottiglia di plastica. Con il calore la cocaina e’ termolabile, il cloro si stacca, anche le sostanze da taglio, e dai polmoni la sostanza free-base arriva al cervello in un attimo, inondandolo. Per poi decrescere rapidamente con una botta di insopportabile disforia, che induce l’addicted a ripetere decine di volte questa operazione. La pietruzza di crack costa poco più di dieci euro. E la fame chimica ti induce a fare qualunque cosa per procurarti i dieci euro necessari alla dose. Anche ad uccidere.  Questa roba l’ho studiata in Sudamerica, e non immaginavo potesse penetrare nelle nostre balie. Marco è un tipico fulminato da crack. Lo alziamo, il carabiniere lo smanetta. Urla . “Non mi uccidete!!!! Voi volete uccidermi!!! Si rivolge ad entità inesistenti. C’è grande tensione, ma riusciamo a fissare gli arti di Marco alle sponde della barella con del cerotto morbido. Il dolore delle manette d’acciaio che lacerano i polsi dell’agitato almeno è eliminato. Ci muoviamo cauti, con lui, cerchiamo di fargli capire che vogliamo aiutarlo, penetrando la nebbia crepuscolare, oniroide e allucinatoria. Faccio prendere una vena, partono i prelievi ematici. Faccio attaccare una flebo di 250 con largactil 50 ed En da 5 mg, a corsa libera. Intanto cerchiamo di prelevare un po’ di urina per il DAU con il catetere. Marco urla che qualcuno vuole mordergli il “pesce”, come se si rivolgesse ad un’entità presente. L’angoscia di morte lo divora. Vive una tremenda atmosfera di fine del mondo chimicamente indotta. Un infermiere gli introduce in bocca una siringa molto grossa caricata ad acqua e Marco ingoia voracemente. L’operazione viene ripetuta più volte. Mentre siamo presso di lui mi giro sulla destra e incrocio lo sguardo di un carabiniere rimasto sotto il muro della stanza, che mormora: “Che lavoro di merda che fate pure voi”. Per stabilizzarlo al punto di poter consentire l’applicazione degli elettrodi dell’ECG, occorrerà un’altra soluzione fisiologica da 250 cc con altro largactil 50 ed en da 5 mg. Le urla si placano, le contorsioni pseudo convulsive pure. Si sono fatte le cinque. Dico ad Antonio che possiamo andarcene. La collega del PS è molto contrariata dal fatto che non ricoveriamo Marco. Le spiego che non è un paziente psichiatrico ma un paziente intossicato e che l’agitazione psicomotoria è secondaria ad un delirium allucinatorio eccito-tossico da cocaina, e che in definitiva il paziente non si è neppure opposto alle terapie praticate. Inoltre necessità di osservazione prosecuzione della indagini per trauma cranico, ed anche per verifcare che le sostanze assunte, più in farmaci praticati non esitino in collateralità cardiorespiratorie. Lasciamo Marco in stato di quasi quiete, con un’altra flebo da 250 e un’altra fiala di en da 5 mg dentro. Quando rientriamo le luci dell’aurora contendono la vista alle stelle. Non so bene cosa abbiamo fatto stanotte. Psichiatria ultimo atto? Abbiamo prestato soccorso ad un uomo che quando è uscita la legge 180 aveva 20 anni. Che ha trascorso gli altri 38 in un contesto territorializzato, mentre la sua condizione si è devastata fino a trasformarlo nel “rottame” che i miei due angeli biondi, Marianna e Daniela, hanno accudito stanotte, come fosse loro padre. E poi il demonio intossicato, con il suo corteo di forze dell’ordine, in un PS devastato. Dove ho usato, non senza rischio, farmaci che erano nati per altri scopi.  Certo, abbiamo dato una risposta. Ma dentro mi porto la nostalgia degli scompensi psicotici acuti. E pensare che il reparto, con i lavori del post incendio, si sta allargando a 20 posti letto, di cui due per adolescenti. Al termine di queste notti, mentre mi faccio una doccia per togliermi di dosso la stanchezza e l’adrenalina affiorata sulla pelle, penso sempre di andarmene. Poi lo so che rimango. Quando la psichiatria uscirà definitivamente dalla storia, sarà allora, solo allora, che me ne andrò. Fino ad allora ci voglio essere. Voglio esserci anche quando ci diranno che non serviamo più. Fino ad allora farò il portiere di notte della follia, di quella che si è cronicizzata ed incancrenita anche senza il manicomio, e di quella chimica.  

> Lascia un commento


Commenti

Il romanticismo è bellissimo, ma siamo nel 2016, privi di opzioni positiviste e bisognosi di visioni post-moderne che diano senso al nostro operato.
L'idea conclusiva di un mondo senza psichiatria non ha nemmeno senso ed andrebbe cancellata, anche perché non funziona neanche in senso retorico nel sistema linguistico ottocentesco utilizzato.
L'ardimento di dividere le difficoltà delle persone in base alle cause dobrebbe presupporre anche la realtà di strumenti diversi di cura, prevenzione e riabilitazione. Si assume di base che tutti dobrebbero accedere ad un cordone di servizi sociali (concetto diverso da quello di assistenza sociale) che sono comunque assenti oppure legati a quelle rare cooperative sociali che forniscono per lo più domiciliazioni forzate in luoghi ameni e periferici.
Insomma i servizi forniti obbligano alla dimora forzata (RSA, SIR, Comunità, Clinica Convenzionata, Convitto o altro nome che diamo alle nuove forme di espulsione sociale).
La prevenzione sarebbe possibile in alcuni casi solamente. E' prevenzione anche garantire tra i servizi sociali la fornitura certa di psicofarmaci e droghe (a patto di riabilitarle tutte) in modo da evitare abusi da overdose o crisi d'astinenza, che non sono poi così diverse se stiamo parlando di psicotici, maniacali, doppie diagnosi o viaggiatori psichiedelici.
Tutto ciò è terribilmente poco figo e non mi fa venire in mente nessuna parola in tedesco...
Auf Wiedersehen
(trovata su google traduttore)

Di Gilberto è impossibile non riconoscere il tocco lirico e leopardiano del proprio scrivere. Per me che da un decennio lo leggo, lo ascolto, lo studio e ne respiro l'umanità trasudante di vita vissuta a contatto con esistenze al limite non è certo una sorpresa. Nonostante tutto le pagine di questo blog continuano a travolgermi nella loro potenza politica ed etica. Perché è indubbio che si domanda e ci interroga, tutti noi che abbiamo scelto la strada della psichiatria, su quanto ci siamo assuefatti ad un sistema asfissiante e sterilmente burocratizzato e spersonalizzante. Io ho scelto di lavorare nell'ambito delle dipendenze dopo aver letto e conosciuto Gilberto in quella fucina di interrogativi e di esperienze scientifiche ed umane rappresentate dall'ormai più che decennali corsi di psicopatologia fenomenologia di Figline Valdarno. Capii allora che si poteva fare e praticare una psichiatria, psicopatologicamente fondata, anche in quei sporchi Ser.t. che avevo sempre evitato. Li' sono rimasto, anzi mi ci sono perso e ritrovato, vivendo la tossicomania come una delle modalità di essere al mondo e di espirere lo spazio, il tempo e l ' altro da me. Eppure ancora oggi, come Gilberto e tanti di noi che lavorano nei servizi pubblici, mi imbatto in urgenze psichiatre in Pronto soccorso o in altri contesti socio-sanitari, sento ancora la sensazione che la psichiatria da qualche parte abbia fallito nel suo intento. Quando i colleghi medici, peggio ancora i colleghi psichiatri del CSM dichiarano in consulenza in PS: " Paziente di chiara appartenenza Ser.T.....", mi domando: ma una persona, malata, sofferente quand'anche dedita all' uso attuale o progresso di sostanze , come può " appartenere" a qualc'un altro? È' chiaro e del tutto evidente che mi riferisco all'obrorio che ha comportato,in termini di vite perse, storie cliniche cronificate e dissipazioni di risorse, lo spacchettamento e la terricomializzazziobe post 180 inventandosi negli ultimi decenni la chimera della Duble Diagnosis. La tragedia odierna oltre al sostanziale fallimento della cura territoriale, è lo stucchevole dibattito e ping pong tra servizi predisposti alla "salute psichico-esistenziale" in risposta allo tsunami dei quadri clinici substances related. E se ancora tuttavia non mi arrendo di fronte a tutto ciò, mosso dal desiderio in questo " mestiere di merda" , memore degli insegnamenti e della relazione umana e professionale con Gilberto e sulla scia dei nostri maestri e colleghi che hanno una simile weltanschauung, a volte accuso il senso di solitudine. E sull'onda di tale stimmung, mi adeguo e mi lascio trasportare dalla forza evocativa di questo blog e rilancio a Gilberto e a tutti i lettori colleghi i versi di un brano di Buscaglione:
Guarda che luna, guarda che mare,
da questa notte senza te dovrò restare
folle d'amore vorrei morire
mentre la luna di lassù mi sta a guardare.

Resta soltanto tutto il rimpianto
perché ho peccato nel desiderarti tanto
ora son solo a ricordare e vorrei poterti dire
guarda che luna, guarda che mare!

Ma guarda che luna, guarda che mare,
in questa notte senza te vorrei morire
perché son solo a ricordare e vorrei poterti dire
guarda che luna, guarda che mare!
Guarda che luna, guarda che mare! Che luna!


Totale visualizzazioni: 846