IL SOGGETTO COLLETTIVO
Il collettivo non è altro che il soggetto dell’individuale
di Antonello Sciacchitano

Freud senza freudismo

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26 aprile, 2017 - 13:43
di Antonello Sciacchitano

Non è facile per un freudiano prescindere dal freudismo. Non fu facile neppure per Freud dissociarsi dal proprio. Io che scrivo queste righe ci ho messo quarant’anni per uscire dal freudismo pur rimanendo freudiano. Al freudiano che mi legge auguro di metterci meno, pur sapendo che deve affrontare un discorso scabroso.

Cosa intendo per “freudismo”? Intendo la mentalità eziologica da medico. Essa permea tutta la costruzione metapsicologica delle pulsioni, intese come cause psichiche, estesa in modo romanzesco dal parricidio alla castrazione, in una cornice vitalistica di misteriose forze costanti, prive di base biologica, le pulsioni appunto. La mentalità eziologica, che presuppone agenti morbosi come condizioni necessarie e sufficienti che causano le malattie, è la colonna portante dell’Antica medicina, trattato scritto da Ippocrate contro Empedocle. Vi si propongono due equazioni logiche: causa presente = malattia presente, causa assente = malattia assente, che stabiliscono l’equivalenza tra agenti morbosi e malattie. Semplificando, per freudismo intendo ippocratismo, ma dovrei dire “senso comune” tanto il pregiudizio eziologico è radicato nel nostro modo di pensare, fondato sull’illusione che qualcuno, medico o prete, possa liberarci dal male fisico o spirituale.

Almeno due volte Freud tentò di prendere le distanze da Ippocrate: all’inizio e alla fine del proprio percorso intellettuale. Il momento iniziale è quello del progetto scientifico per una psicologia; quello finale è ai tempi di Analisi finita e infinita, che richiede un supplemento esegetico, per altro non difficile.

Per ben due volte Freud, il conquistador, tentò di “conquistare” il territorio meccanicistico. Cosa si intende per meccanicismo? Freud non lo sapeva consapevolmente, non avendo in biblioteca le opere né di Galilei né di Cartesio. Però ne fece un uso corretto. Da Democrito a Epicuro, celebrato da Lucrezio, il meccanicismo è il prodotto di particelle elementari e delle loro simmetrie. In concreto si tratta di simmetrie globali o locali dello spazio, che regolano le interazioni delle particelle ivi immerse. Nella meccanica vera e propria si tratta di interazioni dovute al moto delle particelle; in particolare a ogni azione segue una reazione uguale e contraria (simmetria!), come nella meccanica di Newton, che eredita e formalizza la nozione lucreziana di clinamen del moto degli atomi nello spazio vuoto.

Il meccanicismo del Progetto freudiano tratta tre tipi di particelle elementari del sistema nervoso centrale: i neuroni phi, psi e omega. Le simmetrie stanno nei loro scambi; i neuroni phi e psi si scambiano unità di una misteriosa quantità, Qeta, probabilmente quantità di energia, prefigurazione della libido e convenzionalmente tradotte “cariche”; i neuroni omega si scambiano vibrazioni, che prefigurano la moderna modulazione di frequenza. Siamo nel 1895; nel 1905 Einstein parlerà dello scambio di fotoni tra elettroni in un articolo di 16 pagine che gli valse il Nobel del 1921. Le quantità Qeta viaggiano lungo i neuroni phi dell’arco neuronale riflesso, scaricandosi all’esterno, mentre “occupano” (besetzen) più o meno stabilmente i neuroni psi dei centri nervosi superiori, dove aprono vie (Bahnungen) di facilitazione e memorizzazione. I neuroni omega, che si scambiano vibrazioni, sono deputati alla percezione-coscienza, i cui eventi sono transitori, dovendo permettere la registrazione di eventi sempre nuovi. Il principio generale di funzionamento del sistema è l’inerzia neuronale, per cui i neuroni tendono a conservare il minimo di occupazione energetica, funzione che venticinque anni più tardi sarà devoluta alla pulsione di morte. La sistemazione freudiana non è concettualmente molto diversa da quella delle moderne neuroscienze. Si può solo notare che il modello freudiano fa sì posto alle facilitazioni interneuronali (le moderne sinapsi), ma non prevede interazioni inibitorie che, come oggi si sa, sono la maggior parte delle connessioni neuronali. (Se non esistessero il sistema nervoso esploderebbe per le eccitazioni.)

Ebbene, Freud cestinò questo progetto scientifico; abbandonò il meccanicismo quantitativo (positivista?) e tornò a pensare in termini ippocratici di causa ed effetto. La medicina, lo scire per causas, aveva vinto sulla scienza. Perché la regressione? Non lo sapremo mai. La risposta si cela dietro il muro di transfert negativo che Freud sviluppò verso il proprio “analista”, l’otorinolaringoiatra Fliess. Ma non tutto andò perduto. Rimase qualcosa di probabilmente legato al setting della cura analitica, che non a caso restò otorinolaringoiatrico, cioè legato alla voce e all’udito, gli oggetti dell’analista che non fu all’altezza del transfert freudiano.

Quarantadue anni dopo il Progetto Freud si interroga: “Quando finisce questa medicina che sta parassitando la mia psicanalisi?” Se lo chiede in Die endliche und die unendliche Analyse, “Analisi finita e infinita”, discutendo del termine del trattamento psicanalitico, presentato come psicoterapia. Ma attenzione! non scrive beendbar, “terminabile”, come correntemente si traduce. Usa proprio il termine scientifico di “infinito”. Naturalmente, da medico qual è, non sa come pelarlo. Tuttavia, alla fine assistiamo a una svolta significativa. In cerca di aiuto intellettuale Freud si rivolge a un autore presocratico: proprio quell’Empedocle di Agrigento, il fisiologo nemico giurato di Ippocrate, contro il quale il medico di Coo scrisse il trattato Antica Medicina, come ho appena ricordato.

Cosa contestava Ippocrate a Empedocle? Contestava il ricorso in medicina a elementi, nel caso i quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco; contestava anche il ricorso a “proprietà elementari”, come caldo/freddo o secco/umido, che si mescolano e smescolano in base ai principi di amore e odio, i quali portano gli elementi ad aggregarsi e a disgregarsi. Empedocle aveva precocemente intuito le componenti anaboliche e cataboliche dei processi biologici e sociali, che sono autopoietici, cioè si costruiscono e decostruiscono in modo autonomo, senza ricorrere a cause esterne. Per Ippocrate, che da idealista si muoveva nell’ambito delle cause ideali, questa visione scientifica dei processi naturali sia individuali (v. Maturana e Varela) sia collettivi (v. Luhmann) era inconcepibile. Ippocrate non sapeva rinunciare alla possibilità che le cause fossero apparentemente confermate dall’esperienza (pseudoempirismo medicale) e fossero apparentemente sotto controllo dell’operatore sanitario. Quante procedure terapeutiche sfuggono tuttora al controllo scientifico e sono autisticamente applicate in medicina? si chiedeva il primo grande critico del pensiero freudiano, Eugen Bleuler.

Eppure era una visione scientifica, assai prossima a quella empedoclea, quella originale di Freud, che quarantadue anni dopo il Progetto ritornava alla prospettiva scientifica in Analisi finita e infinita, ormai appesantita e sfigurata sotto le spoglie ippocratiche dello schematismo delle due pulsioni sessuali e di morte. Come dicevo, non tutto è andato perduto per noi. Conservare il meccanicismo freudiano, ripulirlo dall’eziologia pulsionale e dalla mitologia edipica, è l’occasione buona per salvare Freud dal proprio freudismo.

E cosa ci resta in mano dell’esperimento intellettuale freudiano una volta tolta di mezzo la “strega” metapsicologica? Un pugno di mosche? Perdiamo ogni possibilità di cura analitica? No, ci resta l’assetto di base della “giovane scienza” psicanalitica, codificato in almeno tre assiomi. Il primo e fondamentale è l’esistenza di un sapere che non si sa di sapere, l’inconscio e il suo soggetto, che ora ritorna come soggetto rimosso dalla cultura occidentale, nel 1633 con sentenza formale della Curia Romana contro Galilei. Ci resta poi la rimozione originaria, che statuisce l’incompletezza irriducibile del sapere scientifico. Ci resta infine l’acquisizione epistemica differita del sapere a partire da congetture che possono essere solo falsificate, mai confermate, attraverso il lavoro del collettivo scientifico. Il quale finalmente potrà lavorare al riparo dall’inquinamento medicale e dalla connessa minaccia “che la terapia uccida la scienza”. (cfr. S. Freud, “Die Frage der Laienanalyse. Unterredungen mit einem Unparteiischen”, Sigmund Freud gesammelte werke, vol. xiv, p. 291. Id., La questione dell’analisi laica. Conversazioni con un’imparziale (1926-27), traduzione e commento di A. Sciacchitano e D. Radice, Mimesis, Milano-Udine 2012, p. 112). Al contrario, la scienza potrà produrre come risultato collaterale una terapia “reale”, anche se non finalizzata come tale.

Insomma, al di là del principio di causa ed effetto, ci resta abbastanza per promuovere una psicanalisi scientifica e non medicale. Non basta per dichiararsi freudiani? Wo Es war, soll ich werden, sentenziava Freud alla fine della Lezione 31: “Dove era l’Es, deve tornare l’Io”; sì, perché lì si trova l’Io del soggetto della scienza, censurato dai pontefici della cultura ufficiale. La psicanalisi freudiana si basa su questo teorema. Che Freud stesso non riconobbe in tutta la sua portata, avendo fatto scarso riferimento alla propria intuizione della rimozione originaria.In conclusione, il progetto freudiano, cestinato come progetto oggettivo, torna a noi come progetto soggettivo. Ognuno di noi in analisi è chiamato a far riemergere dalla palude – dallo Zuydersee – della rimozione quel soggetto della scienza che la cultura umanistica (cripticamente religiosa) ha respinto e che ora grazie a Freud può tornare a esprimersi come soggetto del desiderio. Questo ritorno mi sembra sia stato il desiderio “cestinato” da Freud. Noi freudiani auspichiamo un altro ritorno: il ritorno del Freud uomo di scienza senza più freudismi, che ora potrebbe operare in modo effettivo ed efficace in collettivi di autentico pensiero psicanalitico, lasciando il freudismo in pasto ai collettivi scolastici.

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