LA VOCE DELL'INDICIBILE
I suggerimenti della rêverie degli Artisti
di Sabino Nanni

“La mia scuola è diversa, per cui non sono d’accordo”: è sensata quest’affermazione fra curanti?

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13 aprile, 2023 - 12:25
di Sabino Nanni
        Spesso, parlando con un collega di un caso clinico, se per descrivere quel che ho riscontrato nel paziente uso un termine psicoanalitico, mi capita di sentirmi rispondere: “Io e la mia scuola intendiamo le cose in modo diverso, per cui non posso essere d’accordo”. La mia contro-risposta è sempre la stessa: “Se non ti piace la psicoanalisi, parla pure con il linguaggio della tua scuola; l’importante è che tu mi dica se quel che ho riscontrato io l’hai riscontrato anche tu, oppure se hai visto qualcosa di diverso”. A volte questa precisazione è sufficiente, ed il collega ed io cominciamo a capirci; altre volte non c’è niente da fare: sembra quasi che il collega ritenga che lui e i suoi pazienti appartengano ad un’umanità diversa dalla mia, e che la comunicazione tra le due umanità sia impossibile.
        Il problema è che spesso si confondono la teoria e la tecnica con la cura. L’una e l’altra possono essere AL SERVIZIO DELLA cura, ma NON SONO la cura. Ritengo che l’elemento essenziale di un’autentica terapia sia uno solo: che essa abbia l’obiettivo strategico di aiutare il paziente (“quel” particolare paziente, e non un altro) a ridiventare padrone di sé stesso; e personalmente non vedo altro modo per raggiungere questo scopo se non essere, quale “compagno di viaggio”, partecipe nel difficile percorso che porta il malato ad acquisire o recuperare l’autonomia e la capacità di trarre soddisfazione dalla vita. La vita interiore del paziente (il luogo in cui egli avverte la sofferenza o il benessere) è inevitabile che sia al centro della nostra attenzione, pur non mancando di tener presenti, nel contempo, quei fattori biologici e sociali che possono influenzare la mente e/o esserne influenzati.
        Quanto alla teoria, personalmente concordo con Thomas Ogden che essa può essere utile se aiuta a porsi o a formulare le domande che un curante si pone nei confronti di un particolare paziente. Se, invece, la si usa per darsi delle risposte, essa è inutile o dannosa: finirà per dirci qualcosa sul malato descritto nei libri di testo, ma non su quello che ci sta davanti. Spesso è utile aver presente più di una teoria; più spesso ancora si rivelano utili i suggerimenti che, da millenni, ci stanno offrendo i grandi Artisti.  
        Qualcuno, soprattutto fra i profani e gli analisti “ortodossi”, è convinto che se non si mette il paziente sul lettino e se non lo si vede 3 o 4 volte la settimana, non si possa parlare di cura psicoanalitica, come se essa fosse riducibile a questi accorgimenti tecnici. Niente di più sbagliato: il vero psicoanalista è colui che ha affinato la sua capacità di comprensione empatica – e, per inciso, il training psicoanalitico è un importante, ma non l’unico modo per affinare la propria sensibilità – L’esercizio di tale facoltà può essere facilitato, ma non causato, dalle suddette misure. Un vero psichiatra-analista resta tale anche nelle condizioni più disagevoli; persino nel corso di una consultazione al pronto soccorso, in cui anche solo un istante di contatto con l’esperienza vissuta dal paziente (un “lampo nella notte”, come lo definisce Romolo Rossi) vale di più di mesi di cura da parte di un terapeuta freddo e distante.
        In ultima analisi, quel che conta è che ci chiediamo: “Che cosa m’importa di più: vedere confermato il valore “superiore” della mia scuola, cosa che fa sentire “superiore” anche me? Oppure essere d’aiuto ad una persona che sta male? Conta, per me, l’appagamento di una forma primitiva di narcisismo, derivante dal mio appartenere ad una scuola dei più “bravi” fra i “bravi”? Oppure l’appagamento di un narcisismo più maturo, coniugato all’investimento affettivo verso una persona che soffre, derivante dal dimostrare d’essere effettivamente capace di aiutarla?... E scusatemi se ho espresso questa domanda in termini psicoanalitici. Se vi pare sensata, traducetela nel linguaggio che più vi pare.
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