PSICOANALISI ETICA
Tra clinica, arte e contemporaneità
di Annalisa Piergallini

CORVO TORVO

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24 settembre, 2017 - 23:54
di Annalisa Piergallini

Il signor Torvo aveva un merlo indiano che mi accoglieva ogni volta dicendomi: ciao!
Sono andata a fare un’assistenza domiciliare psichiatrica, ma privata, tramite l’Associazione l’Apparola di Roma, di cui facevo parte e di cui faceva parte anche lo psichiatra del Cim, Roberto Cavasola, un’interessante modalità di lavoro che rendeva conto dell’insegnamento di Freud e Lacan.
Il signor Torvo aveva 76 anni e si trovava semi immobilizzato a letto, dopo avere subito un incidente su una strada molto, molto, trafficata.
Mentre attraversava la strada, racconterà in seguito, con la sua cagna Lella, gli viene incontro la figlia e, mentre la saluta, viene investito da un’automobile, che non ha rispettato il rosso del semaforo.
“Proprio mia figlia dovevo incontrare quel giorno!”
Dopo l’incidente Corvo Torvo è stato sottoposto ad un’operazione, riuscita, dopo di questa e dopo un periodo di fisioterapia, aveva ripreso a camminare quasi regolarmente. Ma, dopo che gli hanno tolto i ferri dalla gamba, si è bloccato. Da allora sono passati 4 anni in cui c’è stato solo un rapido peggioramento.
Il primo giorno che vado, suono, mi aprono il portone, arrivo davanti alla porta dell’appartamento e suono di nuovo, mi risponde il fischio del merlo indiano, devo attendere un po’ prima che un signore in canottiera e stampelle mi venga ad aprire.
Mi presento, si presenta anche lui.
Mi fa accomodare in salotto, dove sono anche il merlo indiano e la cagna Lella. Mi fa sedere su una sedia, fa per sedersi anche lui e cade, lentamente, sul pavimento. L’aiuto a rialzarsi, distrattamente.
Sapevo che doveva essere il mio 'assistito', un uomo anziano, che aveva smesso di camminare, con una diagnosi di ipocondria, confermata dalla diagnosi del nostro psichiatra e psicoanalista, che sosteneva una struttura paranoica con delirio ipocondriaco.
Nel frattempo arriva sua moglie, che si trascina sulle gambe malferme ed è quasi cieca. E’ lei ad accordarsi con me ed è lei a pagarmi tutte le volte.
Per circa tre mesi sono andata a casa loro due volte alla settimana, per due ore, nel pomeriggio.
Di solito lui si alza alla mattina e, appena sveglio, va in bagno e si lava, poi va in cucina a fare colazione, dopo di che torna a sedersi sul letto, dove passa il resto della giornata.
Quando passano la moglie o uno dei suoi 6 figli, che vivono tutti in famiglia, tranne uno.
La figlia che ha incontrato nel momento dell’incidente ha 37 anni e sembra un incrocio tra un ragazzino di 10 anni e un’androgina anni ’80.
Di solito il signor Corvo si lamenta con i familiari: “Non mi posso muovere” o “Non posso camminare”. Loro di solito rispondono che è lui a non voler camminare, visto che i medici gli hanno detto che non ha nulla di organico ed è a causa della depressione che non può camminare. “Dai, alzati!”
L’unica che non risponde proprio è la figlia.
Il primo giorno, dopo una breve e faticosa chiacchierata, mi propone di giocare a carte, e io accetto.
Dalla seconda volta, si ripete il rituale: chiacchierata breve e poi gioco.
Dal primo giorno, in cui, incredibilmente, si era alzato per venire ad aprirmi, lo troverò sempre a letto seduto.
Insisto per andare a giocare in salotto, dicendogli che mio nonno, che giocava a carte, mi aveva detto che non era il caso di giocare sul letto.
Le prime volte è un po’ complicato trasferirci in salotto, a volte giochiamo in camera, su una sedia.
La moglie, che, ogni tanto viene a controllare, è diventata quasi cieca progressivamente, ma ha sempre sofferto di attacchi d’ansia molto forti. Lui doveva venire a casa dall’ufficio per farle coraggio.
Corvo Torvo si lamenta prima, durante e dopo tutte le partite. Si lamenta di due cose: “prima il dolore alle gambe”, poi: “non mi posso muovere”.
Mi chiede sempre della mia vita, ma soprattutto mi racconta della sua, quella degli ultimi 4 anni e quella di prima. Lavorava tantissimo, in ufficio e a casa, la moglie alcune cose non le poteva fare, prima per l’ansia poi anche per il progressivo deterioramento della vista.
Comincia a lamentarsi anche perché si annoia tutto il giorno a letto.
Io, dico, non so giocare a carte. Sarà lui a insegnarmi, asso piglia tutto e scopa, solo dopo un po’, la briscola.
Dice che sembra che nelle gambe ci sia qualcosa, se le sente legate. Indica il ginocchio, i legamenti tra coscia e gamba.
Dice che le gambe lo costringono a fare “dindalò”; la sera, dalle 20, quando prende i sonniferi, alle 24, si alza continuamente per mettersi seduto, poi stendersi di nuovo, ma poi dice che è la testa a stancarsi di stare pressata sul cuscino e che deve cambiare continuamente posizione finché non si addormenta. “La guancia brucia sul cuscino. Non so perché”.
Mi dice anche che dorme in perpendicolare rispetto all’asse del letto, con le gambe piegate verso il suo lato del letto e la testa perpendicolare alla moglie, mi fa pure uno schema e ride: “Guardi quanto poco spazio lascio a mia moglie!”
Vado ogni martedì e ogni giovedì pomeriggio. Un giovedì mi dice: “Non mi va di vedere niente in televisione. Tutte stupidaggini. Neppure il notiziario mi interessa più; niente. Sarà la depressione? E’ possibile?”
Io: “Non lo so”.
Credo che sia stata una buona mossa, perché mi ha sorriso.
All’inizio era sempre scuro in volto, stava curvo sulla sedia e spesso non era sbarbato. Poi, piano piano ha cominciato a curarsi di più, a stare più dritto e, ogni tanto, a sorridere.
La risposta ‘non lo so’ non è casuale, ma risponde alla mia formazione con la pratica in diversi di Antonio Di Ciaccia, imparata all’Istituto Freudiano. Parlare al soggetto ‘normalmente’, senza fare interpretazioni, mai mettersi nella posizione di sapere; inoltre fondamentale è anche non scivolare sull’asse immaginario, l’asse dell’odio e dell’amore, quindi anche per evitare questo, indispensabile il lavoro dell’operatore, nel mio caso: scopa e briscola. Pian piano mi concentrai tanto sul gioco che cominciai anche a vincere qualche partita.
Tutto ciò, anche se non potevo contare né su diversi operatori, né sull’istituzione, ma ero al contrario immersa nella famiglia.
La mia difficoltà maggiore era che soprattutto la moglie, ma anche uno dei figli, continuavano a chiedermi di farlo alzare: il problema era che camminasse.
Quando sono riuscita a non colludere più con le richieste familiari, ho potuto smettere di chiedere al signor Torvo di andare a fare una passeggiata, di alzarsi, di portare fuori Stella…
Quanto più riuscivo a districarmi dalle pretese familiari, più le cose col signor Torvo sembravano andare meglio, anche se, di fatto, lui non camminava e le richieste in senso riabilitativo non terminavano.
Lui mi diceva: “quando non c’è lei, sto sempre da solo” Ma le parole più preoccupate erano per sua figlia, quella che aveva avuto la sventura di incontrare quel giorno.
Ad un certo punto, dopo circa 3 mesi, alla fine di una partita, sono andata al bagno. Quando sono tornata in salotto, lui stava facendo il giro del tavolo, con le stampelle.
Io sono tornata in bagno a farmi sbollire l’emozione, per evitare di mettermi sull’asse immaginario e rovinare la recente novità!
Quando sono tornata in salotto, lui m’ha detto: “Non posso camminare!”
Io: “Mannaggia!”
Da lì, dopo ogni partita, mi chiede: “A chi tocca dare le carte?”
Io: “boh, non lo so.”
Lui: “Le dia lei!”
Allora mescolo le carte, mooolto lentamente, lui, intanto, si fa dei giri.
La moglie ha quello che, in mia presenza, non ha mai avuto: un attacco d’ansia. Le ho fatto una camomilla che ha bevuto con noi in salotto, parlando sempre lei.
La volta successiva si ripete il rito delle carte e delle piccole passeggiate. La moglie però è tutto il tempo con noi in salotto davanti alla tivvù.
Al termine mi dice che da quel momento verrà una donna delle pulizie tutti i giorni e che io non dovrò più andare.
Nell’assistenza domiciliare occorre riuscire a cavarsela con tutta la famiglia, l’intera istituzione familiare. L’impossibile dell’impossibile. Eppure c’è chi ci riesce.
A conferma di quello che dice Lacan sugli animali domestici, sia la fedele cagna Lella che il merlo indiano avevano una zampa ferita, una ferita senza spiegazioni organiche, che non riusciva a guarire.

(Il titolo è una canzone di Vinicio Capossela. Il disegno l'ho fatto io, a partire da un'idea della collega Céline Menghi: una bilancia con un cumulo di rifiuti da un lato e dall'altro qualcosa che raffigurasse l'inconscio.)

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