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di Redazione POL.it

FESTIVAL DI SANREMO... Ti porto al mare, ti porto via di MAURIZIO PUPPO

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7 febbraio, 2018 - 16:47
di Redazione POL.it
Quand'ero ragazzino io, verso la fine degli anni Settanta, il Festival di Sanremo aveva perduto molta della sua popolarità. Io - ricordo bene - lo consideravo la peggiore delle nefandezze, lo guardavo dall'alto in basso. Figuriamoci! Sanremo? Io ascoltavo Guccini, de Gregori e de André, i "cantautori impegnati", e poi la musica "progressive", quella straniera - i Genesis, i King Crimson - e anche quella, sorprendente, fiorita in Italia, con il Banco del Mutuo Soccorso, la grande Premiata Forneria Marconi, o addirittura gli (ostici) Area. Per me Sanremo non era nulla, era qualcosa di ridicolo e goffo, e ricordo le mie compagne di classe delle medie che ne parlavano e io che mi facevo vanto di non averne visto neppure un minutino solo (cosa di cui invece a loro, giustamente, non importava proprio nulla).
Le cose cambiarono all'inizio degli anni Ottanta. Un po' per tutti. Per me, in particolare, nel 1983.
Stavo per compiere diciotto anni, e diciotto sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più, arrivò febbraio e con febbraio un angelo, e quell'angelo era Sanremo - come il preannuncio del vento di primavera.
La televisione, in quelle sere buie di tardo inverno, continuavo a non volerla vedere - ma la radio!
Così seguii Sanremo sulla radio e scoprii un mondo, perché alla radio tutto era diverso e poi non c'era solo lo spettacolo (con i suoi lustrini un po' ridicoli), no, parlavano i cantanti, e scoprivo con stupore che anche cantanti che io non consideravo degni di attenzione non erano poi così stupidi, anzi, e c'era tutto un clima di festa, di calore, santa voglia di vivere, che a me, chiuso nella mia cameretta, alla periferia di ogni cosa, pareva d'improvviso una cosa bella e una cosa grande.
E in quell'edizione di Sanremo, per una miracolosa combinazione, c'erano dei gioielli che brillavano, anche se un po' difficili da scovare, sepolti com'erano in mezzo a quella melassa che è la musica popolare italiana.
C'era un tipo strano che si chiamava Vasco Rossi e cantava una canzone che poi - più tardi - mi sarebbe parsa bellissima, ed era "Vita spericolata".


E poi una canzone stranissima, e bellissima, dei Matia Bazar, Vacanze romane, che segnava l'ingresso nella musica italiana di una specie di pop estetico.



E poi la canzone, per me, più bella di tutte: 1950, cantata da un tipo buffo, che già nel vestito e nel modo sembrava davvero l'esatto opposto dei cantautori impegnati, e che rivendicava di essere, lui, un musicista, e non un sacerdote del giro di do, come la maggior parte ei suoi colleghi "impegnati" - era Amedeo Minghi, Serenella ti porto al mare ti porto via. Nessuno di questi vinse il Festival, ma il Festival vinse me e da allora lo seguii, con quest'ansia dentro, di poter trovare il gioiello, il guizzo improvviso e inaspettato, il fiore cresciuto nel fango, celato dietro quel melassoso rimare di parole tronche, mio amor, e quelle arie simil-pucciniane destinate a scomparire subito.
Con Minghi, in coppia con una giovane cantante, Mietta, mi ritrovai qualche anno dopo, con trottolino amoroso e dududadada, e qualche poveretto - ricordo - che aveva preso quel verso come prova provata della scemenza della canzone (che parole profonde! - detto con scherno) - mentre invece proprio quello era il sublime giochino del paroliere Panella sul farfallone amoroso mozartiano; e poi via negli anni, anche se progressivamente con sempre maggiore distanza.
Lasciai il Festival sulle parole, ancora una volta, di Panella (nascosto sotto uno pseudonimo), sentendo - alla radio, ovvio - una canzone (abbastanza banale) di Morandi ma con due versi fulminanti: Vedo ad occhi chiusi dove fare dolci abusi e bei soprusi a te.
Poi tutto è andato e diciamo siam vecchi e forse ora Sanremo non riuscirei non dico a vederlo ma neppure a sentirlo alla radio, ma non importa: chi sbandiera il suo disinteresse, chi ostenta la sua presunta superiorità gridando ai quattro venti "boicottiamo Sanremo" o altre sciocchezze del genere, non è neppure un fanciullo che si duole di essere cresciuto.
Io, per intanto, vedo ad occhi chiusi dove fare dolci abusi e bei soprusi a te: e la radio trasmetterà questa canzone che ho pensato per te (Serenella, ti porto al mare ti porto via).
 
 
 
Maurizio Puppo
Nato a Genova nel 1965, dal 2001 vivo a Parigi, dove ho due figlie, dal 2001.
Sono laureato in Lettere. A Parigi lavoro come dirigente d’azienda, sono presidente del Circolo del Partito Democratico Parigi e scrivo per il sito Altritaliani, dedicato ai rapporti tra Francia e Italia.  Ho pubblicato libri di narrativa, storia dello sport e curato libri di poesia per Newton Compton e Fratelli Frilli Editori.

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