Vite provvisorie, spezzate, estranee. Le solitudini del migrante.

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27 luglio, 2018 - 07:52
Riassunto.
Chi scrive, alcuni anni fa, si presentò come unico autore, nel campo della psicopatologia migratoria, con un testo intitolato La nostalgia nella valigia, Marsilio, Venezia, 1987. Il libro ottenne anche delle recensioni favorevoli e un certo consenso. Ancora chi scrive deve ammettere di aver innato il pallino accademico della trattatistica. Tanto è vero che con Raffaello Vizioli aveva già pubblicato un ponderoso volume di neurofisiologia L’inibizione nel sistema nervoso centrale (Minerva, medica Torino, 1967, pp. 412) e un altro, a breve tempo, m un po’ più piccino, Argomenti di neurofisiologia clinica. Le Monografie de “Il Lavoro Neuropsichiatrico”, Roma, 1968, pp. 141. Si trattava delle normali operazioni per la carriera universitaria tradizionale. Vizioli, era stato destinato alla cattedra di Cagliari. Secondo consuetudini accademiche inveterate, il nuovo Professore “ternato” andava a prendere possesso della Nuova cattedra, portando quelli che aveva scelto fra i più bravi assistenti della Clinica di provenienza, ossia quella romana di Mario Gozzano e costituiva i suoi ranghi. Inizialmente si partiva da due. Uno era l’Aiuto che avrebbe dovuto “aiutare” il cattedratico a impartire le lezioni di neurologia, l’altro ad “aiutare” per la psichiatria. Io ero stato scelto per quest’ultima incombenza.  Poi non se ne fece più nulla, ma va ricordato che prima del 1976 la neurologia e la psichiatria erano unite. Successivamente alla “Legge Cazzullo” ci fu la grande cultrazione, cosa che fece dire a “Ninì” Vizioli la famosa battuta, parafrasando Italo Calvino, «Noi delle cliniche delle malattie nervose e mentali dovremo scegliere, eh? Vorrà dire che io sarò un barone dimezzato!».
Questo lungo preambolo per dire che ad immergersi nell’esperienza delle persone migranti non ci si arriva d’acchito, né per dovere di scuola, ma solo dopo un lungo percorso che ti conduce da quelle parti, perché quasi sempre c’è qualcosa che di tuo che ti attira. Qualcosa di molto personale, appena rimosso, che ti richiama fortemente.  Per questo allo studio dell’esperienza migratoria, ci si può arrivare anche dopo parecchio girare. Attenzione perché non bisogna percorre grandi distanze. Non so gli altri, ma per noi italiani, basta andare da Bologna a Modena e il mondo ti sembra diverso. A me per esempio, emigrato da Bologna a Roma a 16 anni, avevo l’impressione di essere percepito come diverso. Una sorta di deliroide come chi non è a suo agio dal punto di visto linguistico. In quel caso era il dialetto.
Lo stesso discorso a me sembra possa farsi per le decisioni che concorrono alla scelta della psichiatria. Generalmente si proviene dalla medicina interna, anche se esistono eccezioni che confermano la regola. Ricordo un carissimo collega, e amico di fine anni Cinquanta, Luciano Leppo, psicoanalista della SPI (credo). Un elegante e distinto signore con le physique du rôle, perfetto da neurochirurgo. Infatti, si diceva che prima di praticare il lettino, si fosse specializzato in Svezia da Axel Herbert Olivecrona (1891-1980), poi c’era stato il revirement. Anche qui ci sono complesse dinamiche profonde che una buona analisi “personale” e scrupolosa, riesce a sgrovigliare. Se poi non dovesse bastare… c’è sempre la “didattica”. Lo scopo di questo saggio è anche quello di raccontare come alla scelta della psichiatria o della psicoanalisi o della psicologia medica o dell’etnopsichiatria, secondo chi scrive, si giunga per vie traverse, tortuose, inimmaginabili e dopo molte incertezze. Come una “doppia vita” per dirla in breve e brutalmente.
 
 
1 ● Agli inizi degli anni cinquanta, c’era la Rai storica, non l’Eiar del Duce, quella democristiana diretta dal fiorentino Ettore Bernabei (1921-2016). Era una Rai didattica, bacchettona e severa ma talmente colma di censure al punto di allontanare Tognazzi e Vianello, rei di aver scherzato su una caduta del presidente della repubblica di allora, un toscano anche lui, però di Pontedera e piuttosto fumantino. Ora, poiché a mio avviso, nella scelta di fare lo psichiatra c’è sempre una misteriosa e tortuosa storia di vita rimossa, insomma una sorta di doppia vita, se non tripla, che poi viene cacciata giù nella psicologia del profondo ed ivi sigillata nella cattività più assoluta, io, dopo essere stato bocciato (tredicenne) al “provino” di una squadra di calcio di cui ero tifosissimo, il Bologna, da titubante studente di medicina, per volere di mio padre, ero andato (ventenne) alla Rai di Via Asiago a sostenere un “provino” di tutt’altro genere.
Tanto per fare qualche esempio cito Callieri che in una intervista on line spiegava “perché mi sono fatto psichiatra”, come se fosse entrato in un ordine religioso e Filippo Maria Ferro che, in realtà, è un raffinato e coltissimo critico d’arte figurativa [1]. Ma non posso fare a meno di dire che Paolo Perrotti (1925-2005), bravissimo a giocare a “boccette”, un biliardo proletario senza stecca, in cui mi batteva regolarmente era fenomenale a calcio, tanto che lo chiamavano Stajoaspal [2]. E mi fermo con Massimo Marà (1933-2085), psicoanalista eterodosso che ricordo sempre con affetto, perché compagno di guardie e di incredibili avventure al manicomio di S. Maria della Pietà, il quale ha militato nelle giovanili della Lazio. 
La Rai di una settantina d’anni fa, dicevo. Beh, in quella circostanza ebbi modo di conoscere un alto dirigente Rai di Via Asiago. Era un nome importante della prosa, credo si trattasse del “dottor Vecchi” che mi pare sia citato anche in un giallo di Camilleri. Allora, avevo velleità teatrali e ancora ero indeciso se fermarmi a Piazza della Croce Rossa all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica (poi intitolata a Silvio D’Amico) per fare l’attore, o proseguire, trecento metri più giù, al Policlinico “Umberto I” per fare il medico.
«Veda, giovanotto – mi disse l’alto dirigente Rai – dovrà fare in modo che la vengano a cercare per offrirle una data parte che solo lei è in grado di fare e non viceversa, ossia chiedere di poter fare una parte. Ma per realizzare questo scopo, dovrà studiare molto, allenarsi, fare un po’ di scuola. La stoffa c’è, ma non basta!». Insegnamento superbo, anche se molto teorico, ma esemplare, che ho cercato di rispettare tutta la vita.
 
2 ● Mi torna alla mente ora, come un lungo racconto, dopo cinquant’anni di psichiatria militante vissuta intensamente, sempre nel servizio pubblico. Dalla Clinica delle Malattie Nervose e Mentali di Mario Gozzano, ai Manicomi (Roma e Cagliari), ai Servizi territoriali di salute mentale di Roma, alla “Ca’ Foscari” di Venezia, dove ho insegnato “Medicina sociale” e più tardi anche “Etnopsichiatria” dal 1977 al 2001.
Ricordi che affiorano, come frammenti di un vecchio u-boat della seconda guerra mondiale colpito dalle bombe di profondità. Fenomeno sintomatico di una senescenza operosa che tenta di ricostruire  qualche testimonianza di ciò di cui è stato testimone, affacciandosi dalla sommità di una esistenza che ora mi pare passata via curiosa e fulminea, famelica di storie autentiche di gente del passato. Se ci penso meglio, è una sorta di discorso interiore che spesso sono invitato a trasformare in dialogo. Se sono solo, può diventare narrazione e la preferisco perché è più precisa.
 
Quando ai primi di agosto del 2010, Pier Luigi Scapicchio mi rintracciò al mare, piuttosto avventurosamente, a dire il vero, per chiedermi un pezzo sulla condizione “dell’immigrato”, stavo godendomi il magico panorama marino di fronte al Capo Circeo, mentre continuavo la mia baby observation sui numerosi nipoti che passavano i bagni a casa-dei-nonni. La sua telefonata mi sorprese gradevolmente per almeno due ragioni.
 
La prima, come si può intuire, era legata alla frase dell’alto dirigente Rai. In effetti per circa quarant’anni mi sono occupato di problemi psicologici, psicopatologici e sociali legati ai fenomeni migratori. Il dispositivo di lettura è stato sempre quello dell’antropologia storica e fenomenologica, che fu apprezzato da Delia Frigessi Castelnuovo [3] al punto che mi chiese “Ma tu sei un caposcuola di questo genere di studi?”. Li per lì non seppi cosa rispondere.
In effetti, nel biennio 1995-96 avevo organizzato un Corso della Regione Lazio al DSM della ASL B di Roma in Via di Torre Spaccata, intitolato “Capire il disturbo della persona immigrata”. Molti furono gli studiosi delle scienze umane, fra i quali la stessa Frigessi, Frighi, Di Liegro, Gallini, Seppilli; Di Nola, Macioti, Rosoli, Lanternari, Terranova Cecchini, Piro, Pugliese, Coppo, Beneduce, Cardamone, Inglese e molti altri che risposero generosamente al mio appello tenendo la loro “lezione magistrale. Non voglio far promesse da marinaio, ma ora che i nipoti sono cresciuti ed ho più tempo libero (fatta salva una loro improvvisa richiesta di “supervisione urgente”) non è escluso che mi metta a rovistare negli armadi della biblioteca per trovare le cassette da segreteria telefonica registrate, o cercare in fondo al computer, per regalare ai fan di Bollorino e ai lettori di POL.it, la sua creatura prediletta estremamente bisognosa di finanziamenti volontari, qualche autentica sorpresa.
 
La seconda ragione risiede nel fatto che la richiesta di Piero mi ha rimesso nella mente il “capo” di un filo antico e a me familiare. Una lunga riflessione di studio sulle ragioni della migrazione che, a svolgerla compiutamente e a dipanarla dalla matassa in cui si addentra aggrovigliandosi, apre tragitti impensabili. Quel filo di pensiero che, diramandosi, s’inoltra in discipline diverse, ma affini: quelle delle scienze umane. Un versante che Dilthey ha chiamato Geistwissenschaften.
 
3 ● Quasi vent’anni fa Eugenio Borgna, recensendo il mio libro Psicopatologia dei migranti (1992) su RSF aveva usato termini lusinghieri, entusiasti e non di circostanza. Una con-sonanza del sentire (giuntami inattesa e gradita) intonata al registro binswangeriano di donazione di senso ad un crudo passaggio esistenziale: «… un libro come questo – scriveva Borgna – può essere scritto solo sulla scia di una grande cultura psichiatrica e di una intensa passione culturale e umana […] Queste qualità scientifiche e letterarie non sarebbero in ogni caso sufficienti se non fossero accompagnate da attitudini narrative non comuni e da stati d’animo capaci di cogliere il senso doloroso e nostalgico della esistenza […] contrassegnata dalla sofferenza e dalle migrazioni. Il fenomeno delle migrazioni ha radici ovviamente complesse e multidisciplinari: nelle quali si intrecciano aspetti clinici e psicopatologici, antropologici e culturali, sociali e politici ma anche letterari e cinematografici. Non conosco altro libro nel quale questi diversi aspetti sono amalgamati e descritti, con una straordinaria capacità di sintesi e di ricostruzione storica e umana».
 
Per altri versi, dovevo rilevare – e ciò mi lusingava – che ogni volta che Piero Scapicchio mi aveva chiesto una collaborazione era proprio, perché probabilmente riteneva che io fossi la persona più idonea per la circostanza che bisognava affrontare. Dovevo proprio convincermene. Naturalmente sulle competenze professionali, sulle strategie editoriali di una sua rivista di psichiatria, sulla cultura letteraria (non solo psichiatrica), nonché sulla raffinata abilità politica di un personaggio  che è stato anche presidente SIP, non c’erano mai stati dubbi e dunque, quando mi sollecitava direttamente per  un contributo, voleva dire che riteneva di aver fatto una scelta azzeccata.
 
Richiamo brevemente le mie collaborazioni con Piero Scapicchio. Una prima volta, nel 1988, mi interpellò per tenere a Trevi nell’Umbria, una Relazione alla Conferenza Nazionale sullo stato della psichiatria sul territorio indetta dalla Società Italiana di Psichiatria settore Centro Italia, in occasione del decennale della “180”. Scelse proprio me, che non militavo certo tra i Tory, ma non ero neppure schierato tra quelli dell’antipsichiatria, al massimo potevo essere annoverato nel gruppo inquieto e variegato dei novatori (come li chiamava sprezzante Mario Tobino) “non allineati”. Tra codesti “battitori liberi” romani del Santa Maria della Pietà, ricordo che con Marà la preoccupazione maggiore era quella conquistare un fabbricato (con delibera della provincia) per aprire una “comunità terapeutica”
 
Una seconda volta (alcuni anni dopo) mi chiese di partecipare ad una delegazione della SIP che si recava in Nord-Africa. L’occasione era ghiotta e utilissima al mio tipo di interessi, ma dovetti declinare l’invito perché ero impegnato in sedute di laurea a “Ca’ Foscari”.
 
Una terza volta (1998) mi offrì di rilevare la Sezione di Psichiatria transculturale della SIP, lasciata vacante da Nicola Ciani (altro compagno di specializzazione), dimissionario. Ma la neonata “SIP.mu.mi.” (Società Italiana di Psichiatria multiculturale e delle migrazioni) i cui soci fondatori erano, oltre a chi scrive, Adolfo Petiziol e Antonino Lo Cascio, si vide negare la continuità fra le sezioni speciali della SIP al Congresso di Torino (2000), presieduto da Carmine Munizza. Furono addotte, bizantine ragioni di opportunità politica, sostanzialmente dilatorie e pretestuose, a cui non ero avvezzo. In “Plenaria” – fra la generale indifferenza alle tematiche della psicologia e psicopatologia dei migranti – non seppi essere abbastanza convincente nella mia  perorazione. Oltretutto ere solo perché  Lo Cascio che non era potuto venire a Torino e Petiziol, magnetizzato dal concerto all’Auditorio, era riuscito a convincere il direttore a cedergli la bacchetta per qualche minuto. Peraltro, essendo arcinota la smodata passione e competenza di Petiziol per il podio da direttore d’orchestra [4] ed essendo ancor più nota la mia incapacità politica, tutto andò come doveva andare.
 
Eppure, le immagini drammatiche del 1991 – il brulichio di immigrati Albanesi accalcati sulla motonave “Vlona” alla fonda nel porto di Bari – avevano già bucato lo schermo delle televisioni nazionali e turbato il nostro passato di popolo migratorio. Esse annunciavano, soprattutto, una realtà e un grande problema, che non abbiamo saputo affrontare per tempo e ancora oggi, a distanza di 27 anni, eludiamo disumanamente con l’ottuso slogan della “tolleranza zero” e la feroce politica dei “respingimenti”.
Ebbene, quando Piero Scapicchio mi chiamò al Circeo in quell’agosto del 2010, dietro la nostalgia del migrante, mi aveva teso l’esca di Cazzullo per dirmi che aveva scoperto in questo personaggio della psichiatria italiana (a sua volta emigrato negli Stati Uniti), morto proprio allora, una sua riflessione sulla solitudine dei migranti. In realtà era impegnato a confezionare un necrologio come si conviene, sulla sua Rivista cartacea e voleva conoscere anche il mio giudizio. Insomma mi voleva coinvolgere ancora una volta, ben sapendo che non avrei rinunciato a commentare la scomparsa di Carlo Lorenzo Cazzullo (1910-2010).
 
4 ● Tutto quello che sapevo di Cazzullo, pur avendolo frequentato pochissimo, è che mi conosceva più di quanto io conoscessi lui. Non era un caposcuola facile. Tenace, autoritario, assertivo, talora anche dispotico, con pregi e difetti (come tutti i “baroni” di un tempo, forse più “mattatore” degli altri, alla Gassman, per dire), ma dotato di una memoria prodigiosa e sempre molto informato sul nostro (che era anche il suo) mondo professionale, originariamente neuropsichiatrico fino alla diaspora, da lui ostinatamente perseguita fino alla separazione definitiva (1976) in due discipline distinte.
Nell’editoriale “Tempo di psichiatria”, della sua Rivista cartacea bimestrale (Psichiatri oggi, giugno 2010), Scapicchio ci ricordava che si era passati in meno di cinquant’anni di contrasti, lotte e battaglie memorabili, dal Manicomio al Territorio. Io mi sento di aggiungere, almeno in Italia.
Tornando a Cazzullo, ebbi la prova provata che aveva letto perfino cose mie. Al Congresso SIP di Torino (2000), mentre faceva omaggio ai Colleghi del suo testo – ancora fresco di stampa – Storia breve della psichiatria italiana. Vista da un protagonista. (Masson, Milano, 2001), incrociandomi, mi disse “Venga qua Mellina che le faccio la dedica a questo mio ultimo libro che sicuramente apprezzerà perché parla della storia della psichiatria italiana, di cui lei è un attento cultore”. Non so se bluffasse – ma in effetti avevo un po’ la curiosità di sapere da quale scuola venisse il tal Collega o il talaltro, una sorta di «Chi fuor li maggior tui?» – nondimeno questa cosa gentile mi fece piacere, perché il suo temperamento era molto diretto, nel senso che avrebbe anche potuto ignorarmi. Inoltre non c’erano, all’epoca, campagne elettorali in cui lui fosse ingaggiato.
 
Di Carlo Lorenzo Cazzullo, al di fuori dell’ufficialità, avevo notizie indirette attraverso un cugino di mia moglie – il Prof. Ambrogio Donati – fin dai tempi in cui venne a Roma per sostenere gli esami di Libera Docenza. A quanto ne so, negli anni Cinquanta e Sessanta, al termine dei quali furono abolite, le abilitazioni alla Libera Docenza in Clinica delle Malattie Nervose e Mentali e in Psichiatria, si tenevano nella Clinica di Mario Gozzano, succeduto ad Ugo Cerletti. Ebbene, per inciso rammento che fin da studente, e successivamente da “assistente volontario, di nomina rettoriale”, fui un testimone privilegiato delle docenze, in quanto spesso mi era affidata l’incombenza di riordinare le cartelle dei malati prescelti per la prova pratica.
 
Mi raccontava, dunque, l’Ambrogio Donati, che nell’immediato secondo dopoguerra alla direzione della Clinica milanese delle Malattie Nervose e Mentali, Giuseppe Carlo Riquier, raffinato intenditore equestre, era succeduto al celeberrimo valtellinese di Teglio, Carlo Besta morto precocemente nel 1940 a soli 64 anni. Il vogherese Riquier tenne la cattedra per oltre 15 anni finché gli successe Ermenegildo Gastaldi, il “comandante partigiano Gildo” nel 1958. All’epoca di Riquier l’Aiuto della Clinica era Cazzullo.
A testimoniare che la scuola neuropsichiatrica milanese era una fucina di talenti (filiazione allestita dalle glorie pavesine Casimiro Mondino e Ottorino Rossi), basterebbe citare i nomi degli assistenti: Cesare Ambrosetto (sul quale praticamente gravavano tutte le incombenze, poiché abitava in Clinica), Italo Sanguinetti, Gaddo Treves poi primario neurologo, Ambrogio Donati poi direttore a Mombello, Carlo Lorenzo Cazzullo, poi cattedratico di psichiatria, Adriana Guareschi Cazzullo. Neuropsichiatra infantile, Rosalba Terranova Cecchini, poi etnopsichiatra e molti altri.
Si aggiunga che l’Istituto era impreziosito dalle periodiche frequentazioni di Virginio Porta, un coltissimo e stimato primario, una sorta di ex-allievo prestigioso. Ambrogio Donati andò a dirigere l’O.P. di “Mombello” ed in pratica fu per la Milano un po’ pazzerellona ciò che Francesco Vizioli, direttore del “Leonardo Bianchi”, fu per la Napoli altrettanto mattacchiona in età coeva. Cesare Ambrosetto fu chiamato dall’antichissima università petroniana (“Alma Mater Studiorum”) a succedere a Paolo Ottonello nella direzione della Clinica neurologica di Bologna. Sanguinetti divenne primario neurologo al “San Gerardo” di Monza e Treves altrettanto a “Ville Turro” (l’odierno “San Raffaele”). Cazzullo, infine, divenne… il Prof. Cazzullo, come tutti lo abbiamo conosciuto.
 
Di Cazzullo tutti sapevano che nel 1946, all’indomani del secondo conflitto mondiale, era stato fra i primi ad attraversare l’Atlantico (aveva vinto una Borsa di Studio americana), per fare il ricercatore all'Istituto Rockfeller e successivamente all’Istituto di Psichiatria della Columbia University. Lo sapeva anche Eugenio Borgna che, in un’intervista biografica, racconta della fortuna di aver incontrato, durante il suo passaggio di formazione a Milano, il “direttore della clinica”, che essendo stato negli USA era molto interessato alle malattie psicosomatiche. Lo favorì mandandolo all’Ospedale Psichiatrico di Àffori, esentandolo quindi dalle incombenze neurologiche, e consentendogli le sue riflessioni fenomenologiche e poi il suo passaggio a Novara, succedendo allo jaspersiano Morselli (GE, Giuseppe Enrico, il milanese, si badi bene, non il cattedratico modenese Enrico).  
Pochi, invece, sanno – ed è ciò che aveva scoperto Scapicchio, parlandone con Enrico Smeraldi, come mi rivelò – che Cazzullo in un suo lavoro parlava della solitudine dell’immigrato. È possibile che durante la sua avventura statunitense abbia provato un sentimento simile. Ciò contrasterebbe con quanto pensavano i suoi avversari dipingendolo come persona afflitta unicamente da “bramosia di potere”. In ogni caso a Piero parve, di dovermi regalare questo dettaglio, per lui, col fiuto di un cronista di razza, addirittura uno scoop.
 
5 ● Emigrazione, immigrazione, reimmigrazione, esodo, espatrio, esilio, trapianto, assimilazione, integrazione, generalmente sono termini che appartengono al vocabolario di ciò che più opportunamente potrebbero definirsi “popolazioni migranti”, il cui movimento produce i “flussi migratori”. Sovente il fenomeno è inscritto in una dimensione sofferta e drammatica di lacerazione, di perdita, di rimpianti e di nostalgia, affatto peculiare. Ma sullo sfondo, per il migrante s’adombra, anzi s’imprime a lettere di fuoco un marchio indefinito ma inequivoco del tradimento. C’è una radice comune nella parola tra-di-zione e tra-di-mento, colta molto bene da de Martino e da Risso. In entrambe ne parole sono contenute le spine del rimorso e della colpa o la salvezza protettiva della tradizione culturale. Del primo non si può non citare il famoso esempio del contadino e del campanile di Marcellinara osservati in Calabria [5].
 
Al di fuori delle carestie, grandi catastrofi e persecuzioni religiose o politiche, che sono imprevedibili, ma periodiche e pressoché certe dalla comparsa dell’uomo, volendo generalizzare, esiste una migrazione di lavoro, solitamente povera, obbligata, sollecitata dalla fame e una migrazione “intellettuale”. La solitudine della prima è un dramma. La solitudine della seconda è un fenomeno intellettuale che richiama la nostalgia colta, quella rammemorazione vicina del lontano che Heidegger definisce Sehnsucht.
Generalmente i migranti si trovano, spaesati, al centro di un crocevia antropologico esistenziale dove, spesso, la loro cultura diversa si incrocia col sapere, la ricchezza, l’etnia, la tradizione, il pregiudizio, la divisione del lavoro, la lingua di una cultura padrona. La storia ci insegna che in questo crocevia migratorio hanno sempre vinto i padroni, gli autoctoni, i detentori della ricchezza locale, gli sfruttatori del lavoro altrui; mentre hanno sistematicamente perso le culture cosiddette subalterne, quelle degli immigrati, freddamente invitati a portare soltanto le loro braccia. I recenti atteggiamenti di razzismo più o meno esplicito, di xenofobia becera, di emarginazione disumana verso gli immigrati, devono far meditare seriamente.
La solitudine del migrante è un’esperienza complessa, del tutto particolare. Vi si mescolano stati d’animo di amore e di odio verso la patria, mischiati a sentimenti abbandonici e di colpa, inseriti sul registro della perdita e dell’arricchimento culturale con radicali paranoicali amalgamati da una forte speranza di cambiamento.
Il cuore del problema individuale di colui-che-migra, resta la sua propria esperienza, il suo vissuto personale. Esso, però, non riguarda (né ha mai riguardato) soltanto il soggetto migrante, le persone che lascia in patria, quelle che reca con sé, le prime, le seconde e le generazioni successive dei figli nati all’estero o quelli nati durate i brevi rientri nel paese d’origine, ma comporta ristrutturazioni sociali gigantesche e diffuse. Le singole datità esperienziali di una moltitudine che cambia patria, inducono rivolgimenti etnici e demografici epocali.
Tento di chiarire, con qualche esempio. Non narrazioni cliniche e neppure storie di vita che pure ho raccolto numerose nei miei quasi quarantennali studi di psicologia e psicopatologia sui migranti. Ma citazioni letterarie di scrittori che hanno vissuto nel mondo della migrazione. Un mondo difficile, quello migratorio, che costringe, chi lo affronta (talvolta lo subisce) a vivere spezzati e nel provvisorio: metà di qua, in una terra spesso ostile, metà di là in una patria spesso ingrata, non essendo compiutamente in nessun luogo.
«Un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori», c’è scritto sul Palazzo della civiltà e del lavoro dell’E-42, il “Colosseo quadrato” della Roma imperiale del ventennio fascista. Sui primi non c’è questione, sull’ultima aggettivazione – quando il gruppo “razionalista” di architetti guidati da Marcello Piacentini lo progettò nel 1938 – c’era chi pensava ai “sorci verdi”, gli idrovolanti di Italo Balbo, chi, invece, ai piroscafi a vapore che fin dagli inizi dell’Ottocento attraversavano l’atlantico per depositare nel nuovo mondo milioni di emigranti europei, e L’Italia è stata per molti anni terra di migranti di ogni sorta e genere, soprattutto poverissimi e affamati.
 
6 ● Ci sono gli emigranti pascoliani del poemetto Italy che partono, perdendo la loro terra («orfani del mondo»); partono con amarezza e rabbia, «mangiano qua e là pane e coltello» e vanno ad offrire a buon mercato («cheap») roba, braccia e vita in terra stranierà, dove per giunta saranno insultati dietro le spalle con la parola «dego».
 
Addio, dunque! Ed anch‘essa Italy, vede,
Italy piange. Hanno un po’ più dì fardello
che le rondini, e meno hanno di fede.
 
Si muove con un muglio alto il vascello.
Essi, in disparte, con lo sguardo vano,
mangiano qua e là pane e coltello.
 
E alcun li tende, il pane da una mano,
l’altro dall’altra, torbido ed anelo,
al patrio lido, sempre più lontano
 
e più celeste, fin che si fa cielo.
 
Ci sono quelli dell’opera in dialetto veneto I pitochi di Berto Barbarani pubblicata nel 1897, con i famosi sonetti “I va in Merica”, ispirati alla piaga italiana, l’emigrazione per fame (analoga a quella irlandese, paesi entrambi poveri e cattolici) accentuata dall’Unità d’Italia, in cui i protagonisti dell’esodo:
 
una festa, seradi a l’ostaria
co un gran pugno batù sora la tola:
“Porca Italia” i bastiema: “andemo via!”.
 
7 ● Ci sono i migranti europei attratti dell’american dream che tornano indietro delusi. Sono quelli incrociati da Robert Louis Stevenson sul treno della traversata coast to coast nel racconto Emigrante per diletto che gridano a coloro che vanno all’Ovest «… tornate indietro …». La conclusione amara dello scrittore inglese partito da Liverpool sul piroscafo “Devonia” con un biglietto di terza classe per vivere autenticamente (e descriverla) l’esperienza dei migranti, è la seguente: “L’affamata Europa e l’affamata Cina, riversandosi, in cerca di biada, fuori dai loro recinti, si erano trovate qui faccia a faccia. Le due ondate si erano incontrate; oriente e occidente, allo stesso modo, avevano fallito; tutto il globo era stato messo alla prova, e condannato; non c’era nessun El Dorado, da nessuna parte; e fino a che non si potrà emigrare sulla luna, tanto vale starsene pazientemente a casa. […] mentre noi continuavamo a procedere verso ovest e verso la terra dell’oro, incrociavamo continuamente altri treni di emigranti diretti ad est; ed eran pieni come il nostro. Erano tutti viaggiatori che ritornavano dopo aver fatto fortuna nelle miniere? Erano tutti diretti a Parigi, sarebbero stati a Roma per Pasqua? Sembrava di no, perché quando ci incontravamo, i passeggeri, correvano sul belvedere e ci gridavano attraverso i finestrini in una sorta di coro dolente, «tornate indietro!». Sulle pianure del Nebraska, nelle montagne del Wyoming, era sempre lo stesso grido che mi riempiva il cuore di sgomento, «tornate indietro!». Ecco che cosa venivamo a sapere, strada facendo, del «bel paese verso il quale stavamo andando». E a quella stessa ora le piazze di San Francisco brulicavano di disoccupati, e dall’atra parte di Market Street l’eco riportava le concioni dei demagoghi”.
 
I cosiddetti “fattori di accoglienza”, non costituivano evidentemente un argine sufficientemente protettivo nei confronti delle ingannevoli lusinghe di un improbabile El Dorado. Peraltro, in Italia, non v’era città e paese che non esponesse nelle piazze principali i manifesti delle Compagnie di Navigazione con allettanti prezzi per le migrazioni nelle Americhe.
 
“Anguilla”, l’emigrato rientrato in patria de La luna e i falò di Cesare Pavese, sulla sua emigrazione in California racconta: «Ci trovai dei piemontesi e mi seccai: non valeva la pena aver traversato tanto mondo, per vedere della gente come me, che per giunta mi guardava di traverso».
Questo passo (decisamente autobiografico) riecheggia le seguenti terzine di Dante fuoruscito da Firenze:
 
E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia, malvagia e scempia
 con la qual tu cadrai in questa valle;
 
che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr’a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.
 
Di sua bestialità il suo processo
farà la prova; si ch’a te fìa bello
averti fatta parte per te stesso.
                      (Paradiso, XVII; 61-69)
 
Questo vissuto da stato d’assedio di Dante, insidiato dalla “compagnia malvagia e scempia” dei suoi concittadini fuoriusciti “che tutta ingrata, tutta matta ed empia / si farà contr’a te”, è del tutto simile a quello di un “Anguilla” che diviene diffidente verso i propri connazionali in terra americana. Egli, nel racconto pavesiano, ragiona sulla propria insoddisfazione e gradualmente prende le distanze da loro: «Piantai le campagne e feci il lattaio a Oakland. La sera, traverso il mare della baia, si vedevano i lampioni di San Francisco. Ci andai, feci un mese di fame e, quando uscii di prigione, ero al punto che invidiavo i cinesi. Adesso mi chiedevo se valeva la pena di traversare il mondo per vedere chiunque».
Più avanti, in un passaggio di drammatica suggestività della narrazione, “Anguilla” si rende conto che nella sua vita di emigrante non c’è remunerazione o soddisfazione che possa fargli dimenticare le sue Langhe: «Capii nel buio – prosegue – in quell’odore di giardino e di pini, che quelle stelle non erano le mie, che come Nora e gli avventori mi facevano paura. Le uova al lardo, le buone paghe, le arance grosse come angurie, non erano niente, somigliavano a quei grilli e a quei rospi. Valeva la pena di esser venuto? Dove potevo ancora andare? Buttarmi dal molo?». Una sensazione di paura e di non appartenenza lo attanaglia: «Ero arrivato in capo al mondo, sull’ultima costa, e ne avevo abbastanza. Allora cominciai a pensare che potevo ripassare le montagne».
 
8 ● Naturalmente ci sono le eccezioni, a confermare la regola, soprattutto nelle cosiddette migrazioni intellettuali (per studio, perfezionamento, apprendistato, insegnamento, lavoro manageriale, ecc). Valga per tutti l’esempio di Franco Modigliani. Il celebre economista italiano, Nobel per l’economia (1985) – autore dell'ipotesi del Ciclo vitale del risparmio e del Teorema di Modigliani-Miller sulla finanza aziendale, espatriato nel 1939 (a seguito delle leggi razziali del 1938) e naturalizzato americano nel 1946 – per sua stessa ammissione, in nessuna circostanza sarebbe stato disposto a lasciare gli Stati Uniti d’America per ristabilirsi in Italia, nonostante vi soggiornasse di frequente e con grande considerazione da parte dei connazionali. Ugo La Malfa, nel 1963 gli chiese di contribuire alla redazione della famosa "Nota aggiuntiva", tra i primi conati del centro-sinistra, rimasto inapplicato. Francesco Cossiga, nel 1985, lo insignì del Cavalierato di Gran Croce della Repubblica italiana. Non fu, come vuole la regola, “profeta in patria”, eppure Modigliani tornava a Roma, sua città natale, periodicamente.
Il personaggio – scomparso a Cambridge, Massachusetts, il 25 settembre 2003 – può essere assunto come paradigma del migrante intellettuale dal trapianto attecchito e perfettamente inserito nel mondo di approdo, ai più alti livelli. La visione di una eventuale sequenzialità circolare dell’esistenza, non deve spiegarci nulla di più della casualità in tale situazione consolidata, ma forse può dirci qualcosa di profondo e di inatteso sui suoi frequenti viaggi in Italia, sul suo italiano forbito, privo di anglicismi (aveva frequentato il Liceo Visconti), sulla sua predilezione per la città dov’era nato. Inconfessata nostalgia? Gusto di riascoltare la madrelingua? Passione per le travagliate vicende economiche (eterne, purtroppo) del suo paese d’origine? Chissà! È singolare, però che questo procedere esistenziale di Modigliani – al di là degli indubbi interessi scientifici e professionali, che lo chiamavano un po’ ovunque – lo riconducesse con casuale periodicità (forse non tanto casuale) alla sua originaria interpunzione di partenza, sia pure attraverso orbite più o meno ellittiche.
 
Vale la pena riflettere sulla complessa figura di migrante raccontata da Pavese, e sulla sua “solitudine”. Le descrizioni sono esemplari, dettagliate le analisi dei sentimenti minuziose, profonde, più efficaci che qualsiasi saggio di psicologia antropologica e di psicopatologia fenomenologica. Ma si tratta di “solitudine” o vi è qualcosa di più che l’aggrava e la rende struggente e al contempo sospettosa? Come altrimenti definire questa specie di depressività nostalgica?
Non prova “solitudine" alcuna, invece, almeno in apparenza, Modigliani. In fondo non aveva torto: era stato scacciato dalla stupidità delle leggi razziali fasciste e naziste che impoverirono l’Italia e l’Europa. Forse Franco Modigliani non è neppure un “migrante” nel senso letterale del termine, ma semplicemente un professore italiano, un grande accademico, che insegna per il mondo ed ha scelto di vivere negli USA. Non è il primo e non sarà l’ultimo. Vale comunque la pena meditare sulla sua quasi coazione ad agire un ritorno ciclico alla terra madre, per dare, come gli fu chiesto, qualche suggerimento (regolarmente inapplicato), segno indubitabile d’interesse per l’Italia.
 
9 ● Vale la pena meditare anche (e a maggior ragione, proprio a partire da Modigliani, un pragmatista moderato, oltretutto) sulle nostre patologiche sperequazioni sociali, dove la povertà ormai ha già cominciato ad aggredire la cosiddetta classe media, mentre la ricchezza improvvisa, inspiegabile e sospetta aumenta a dismisura in una categoria sempre più ristretta di opachi milionari. Il tutto nella frammentazione delle relazioni sociali, dove i più deboli (immigrati, su tutti) sono sfruttati, e le guerre tra poveri – surrettiziamente alimentate con “la paura del diverso” e il presunto alibi della “sicurezza” – incrudeliscono di giorno in giorno.
Ansia intellettuale legata ad un’epoca storica tramontata, quella di Pavese che risente l’eco di taluni protagonisti dei romanzi americani di Dos Passos, di Melville, di Steinbeck, dei quali egli stesso era stato il traduttore? E i rientri di Modigliani, come definirli? Sofisticate bizzarrie di demiurghi dell’economia, un’economia d’antan, s’intende, prima della crisi che ha colpito il mondo? Che altro tipo di migrazioni, di sofferenze, di divisioni dell’Io e degli individui ci attendono? Sono forse, in agguato, magari celate nel web, modernissime migrazioni di violenze “virtuali”, di giochi feroci sui più deboli anch’essi “virtuali”: nuove patologie diffuse dalla rete globale di questo XXI secolo, che si annuncia più spietato del precedente?
 
Teniamo presente l’ammonimento di Borgna «La migrazione si costituisce […] come fenomeno radicale della vita che assume dimensioni, certo, molto diverse le une dalle altre (con abissi di sofferenza anche inaudita); ma la migrazione nella sua ultima essenza si trasforma in vicenda umana nascosta, silenziosa e lacerante, nel cuore stesso di ogni condizione umana» e domandiamoci se può essere ancora “Tempo di psichiatria” come titolava il fondo di Scapicchio di 8 anni fa.
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Può esserci ancora un luogo, un posto, un tempo per la psichiatria? Una psichiatria, che si faccia anche sociale – e secondo Borgna “non c’è psichiatria autentica che non sia sempre psichiatria sociale” – che riprenda cioè a studiare i comportamenti individuali e collettivi di sfaldamento della con-vivenza, la dissoluzione dei legami sociali, l’intolleranza verso l’altro-da-noi, i sommovimenti tellurici come quelli provocati dalle nuove immigrazioni dalle regioni povere (o depredate) del mondo a quelle ricche? Un ripensamento su tutto ciò, potrebbe ancora tornare utile alla salute mentale della collettività?
Il tema per la riflessione resta sempre aperto. Oggi più che mai.
 
 
Note
1. Filippo Maria Ferro è un critico d’arte esperto della pittura lombarda e piemontese del cinquecento, seicento e settecento, con particolare riguardo a Guadenzio Ferrari, Cerano, Giulio Cesare Procaccini, Daniele Crespi, Tanzio, Francesco Cairo, Fiammenghini, Carlo Francesco, Giuseppe Nuvolone, Fra' Galgario, Giacomo Ceruti e Giuseppe Antonio Pianca. Di Filippo Maria Ferro si consiglia, per gli appassionati, il ponderoso catalogo dei dipinti di Panfilo, Carlo Francesco e Giuseppe Nuvolone.
2. Ernst Stajoaspal, un famoso attaccante austriaco, centravanti nazionale, di scuola danubiana, nato a Vienna nel 1925 e morto in Francia nel 2009 nel canton della Mosella.
3. Delia Frigessi Castelnuovo, la celebre co-autrice con Michele Risso di A mezza parete.
4. A conforto di quanto s’è detto all’inizio, quella di Adolfo Petiziol da La Tisana (1925-2016) per la musica e la direzione d’orchestra è un’altra prova che gli psichiatri non dico abbiano una specie di “doppio passionale”, ma certamente  passioni nascoste e insospettate. Pensate che, in alta uniforme, arrivò a dirigere davanti a papa Giovanni Paolo II nel 1996.
5. Ernesto de Martino, con la sua equipe, sta compiendo una spedizione in Calabria. Per domandare informazioni sulla strada da percorrere, fanno salire in automobile un pastore anziano del posto. L’impegno era quello di riportarlo indietro nello stesso posto a missione compiuta. Naturalmente non è facile convincerlo né appianare le sue diffidenze che permangono tenaci. Anzi, man mano che si allontanano dal posto, si tramutano in una autentica “angoscia territoriale”. Il terrore svanisce non appena compare il campanile di Marcellinara, il suo paese, dal finestrino della macchina. Quello era il suo punto di riferimento, il suo luogo domestico, dove il viaggio in automobile lo aveva rapidamente spaesato. Non fu facile neppure il viaggio di ritorno perché il meschinetto, viaggiava col busto fuori dall’abitacolo per cercare di contenere dentro il suo orizzonte visivo il campanile di Marcellinara il più a lungo possibile. Ernesto de Martino. La fine del mondo, Einaudi, Torino, 2002.
 
Bibliografia essenziale
Linda Altomonte e Paolo Ferrante (curatori). Audio intervista ad Eugenio Borgna. 13a edizione delle Vacances de l’Esprit, 17 luglio 2007. Redazione Centro Studi ASIA Associazione Spazio Interiore e Ambiente, Bologna Via Riva di Reno 124.
Berto Barbarani. “I va in Merica” I pitochi, Milano, 1897. In: Guglielmino S., Scarduelli Silvestrini T. Guida alla lettura (II ristampa). Principiato, Milano, 1982, pp. 408-409.
Eugenio Borgna recensisce Sergio Mellina. Psicopatologia dei migranti. Editore Giorgio Lombardo, Roma, pp. 221, 1992. Su RSF vol. CXVIII – Fasc. V 31 ottobre 1994 pp. 1010-11.
Carlo Lorenzo Cazzullo. Storia breve della psichiatria italiana. Vista da un protagonista. Masson, Milano, 2000.
Sergio Mellina. I Servizi Psichiatrici di territorio a dieci anni dalla chiusura dei Manicomi: bilanci e prospettive. Relazione alla Società Italiana di Psichiatria “1978-1988 Conferenza Nazionale sullo Stato della Psichiatria nel territorio (Italia Centrale)”. Trevi (PG) 10-12 giugno 1988. Idelson Editore, Napoli, 1989.
Sergio Mellina. L’emigrante alienato di fine Ottocento tra necessità economica e realtà storica: a proposito della lipemania migratoria. In Filippo Maria Ferro, Massimo Di Giannantonio, Giuseppe Riefolo, Maria Cristina Tonnini Falaschi (curatori) “Passioni della mente e della storia. Protagonisti teorie e vicende della psichiatria italiana tra ‘800 e ‘900”, pp. 409-19. Vita e Pensiero, Università Cattolica del Sacro Cuore Milano, 1989.
Sergio Mellina. Psicopatologia dei migranti. Dai “cafoni” agli “extracomunitari”, dai “wops” ai “vu’ cumprà”. Storie di follie parallele: per riflettere, per capire, per cambiare. Editore Lombardo, Roma 1992.
Sergio Mellina. Psichiatria e psicologia transculturale. Percorsi tra colonizzazioni, conflitti bellici e migrazioni. Capitolo 3 (pp. 31-56). In Pietro Bria, Emanuele Caroppo, Patrizia Brogna, Mariantonietta Colimberti. “Trattato italiano di psichiatria culturale e delle migrazioni”. Editore: SEU, Roma, 2010
Sergio Mellina. Accoglienza e ospitalità nell’esperienza migratoria. Aspetti fenomenologici. Capitolo 45 (pp. 509-521). In Pietro Bria, Emanuele Caroppo, Patrizia Brogna, Mariantonietta Colimberti. “Trattato italiano di psichiatria culturale e delle migrazioni”. Editore: SEU, Roma, 2010.
Giovanni Pascoli. Italy. In Poesie, scelte e introdotte da Luigi Baldacci, note di Maurizio Cucchi (V ed.). Garzanti, Milano, 1982, pp. 367-393.
Cesare Pavese. La luna e i falò (XV ristampa). Oscar Mondadori Narrativa, Milano, 1985.
Robert Louis Stevenson. Emigrante per diletto, a cura di Giovanna Mochi. Einaudi, Torino, 1987.

 
 
 
 
 
 

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