MARGINALIA: LA FORMA DELL’ISTITUZIONE MANICOMIALE

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5 marzo, 2019 - 17:04

Con questo lavoro di Maria Pia Amore prosegue il filone tematico MARGINALIA che vuole mettere insieme la psichiatria e l'architettura, in particolare questa volta con un focus sul tema "forma": in che modo la forma di un'istituzione manicomiale avrebbe saputo, secondo i progettisti, ospitare, abbracciare o addirittura plasmare l'intento sanitario che in essa avrebbe dovuto espletarsi? Che tipo di struttura avevano i manicomi, in Europa? Qual è la ragione sottesa alla localizzazione decentrata degli ex istituti manicomiali? Che rapporto intercorre tra funzione e forma?
Raffaele Avico, redazione Psychiatry On Line

LA FORMA DELL’ISTITUZIONE MANICOMIALE
di Maria Pia Amore

Disseminati sul territorio italiano, con un cospicuo costruito edilizio e ampi spazi verdi, si conservano, spesso in condizioni di degrado e abbandono, un numero non univocamente definito (1) di manicomi provinciali dismessi, architetture “asiliari moderne” nate dall’esigenza di unificare l’edificazione ex novo delle strutture psichiatriche in seguito all’Unità di Italia. Queste architetture che presentano caratteri posizionali, morfologici e tipologici singolari, fanno parte di quelle attrezzature funzionali che segnano il passaggio in Italia e in Europa dalla “città monumento” alla “città servizio” tra la metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento (2).

L’acquisizione del principio della distribuzione isotropa delle attrezzature sociali, che svolgono la duplice funzione di vedette del potere e di poli di incentivazione e di qualificazione dello sviluppo urban,o rende oggi riconoscibili sul territorio una categoria di oggetti accumunati in termini di funzione, di posizione e di configurazione. «All’edilizia residenziale si affianca un programma di interventi pubblici, dettato indubbiamente da una strategia di controllo sulla popolazione residente e di enfatizzazione dei simboli del potere, ma che a suo modo introduce un’innovazione sostanziale nella concezione stessa del quartiere. La differenza sostanziale tra i monumenti tradizionali dell’ancien régime (chiese, regge, statue, fontane) e i batiments civils della città borghese (scuole, ospedali, carceri, municipi, musei, biblioteche, mercati, dogane, cimiteri) è tutt’altro che trascurabile. Essa va ben al di là della evidente diversità di destinazione funzionale. Al contrario del monumento, il servizio civile non viene infatti concepito come un unicum, ma programmato in serie mediante un piano di distribuzione territoriale delle istituzioni, ragionevolmente simili nell’impianto tipologico e nei requisiti essenziali. Ne deriva quella pressante esigenza di tipizzazione logica degli edifici pubblici […]»(3). In realtà, si registra per alcuni manicomi ancora agli inizi dell’800 un carattere di “monumentalità” di cui resta traccia nei resoconti di viaggio e nelle guide turistiche del tempo.

Contemporaneamente la questione urbana viene gradualmente sottratta all’egemonia della disciplina architettonica per diventare luogo d’incontro di diversi campi del sapere “scientifico”: dalla medicina, alla statistica, all’economia politica, alla topografia analitica, all’ingegneria, alla matematica. Con la costruzione di impianti ad hoc per il ricovero dei folli, allorché si rinuncia al riadattamento di edifici storici, si assiste, in pochi decenni, a un’autentica sperimentazione che dall’ambito tipologico prosegue sul piano costruttivo, tecnologico e impiantistico, senza tralasciare gli aspetti stilistici e persino le scelte dei materiali e degli arredi, registrando, in parallelo agli avanzamenti di un dibattito specialistico, la collaborazione e il confronto tra ingegneri, architetti e alienisti (4).

Il manicomio moderno nasce per rispondere a due diverse logiche, di tipo sociale e di tipo medico, che si declinano nella funzione del custodire, isolando i folli come in un carcere senza colpa, e del curare come in un ospedale ma con permanenza non transitoria. La rinnovata psichiatria ottocentesca crede nei benefici terapeutici che l’isolamento può apportare ai pazienti ricoverati nei manicomi: si ritiene che con la calma e il silenzio la mente tormentata possa purificarsi e trasformarsi in una tabula rasa psicologica, pronta ad accogliere i nuovi pensieri assennati impiantati dall’alienista. Il manicomio è ritenuto di per sé luogo di cura «Kom» della follia «mania», efficace per il solo fatto di essere separato rigidamente dalla realtà esterna.

In posizione quasi sempre periferica rispetto ai centri delle città, a debita distanza dall’abitato per realizzarne l’isolamento, i manicomi nascono come nuclei indipendenti in una mimesi della vita “normale”, come città in scala ridotta ai margini delle città “dei sani”, dotate di mura, porte, percorsi, edifici per la degenza, edifici direttivi, servizi, spazi verdi, strutture produttive e colonie agricole che garantiscono l’autosussistenza, realizzando quel concetto di eterotopia urbana teorizzato poi da Foucault (5). La cittadella manicomiale è di certo debitrice ai modelli progressisti e utopici dell’organizzazione urbana successiva alla rivoluzione industriale, delineati da opere molto diverse ma tutte incardinate su alcuni principi: la concezione dell’individuo umano come tipo, lo spazio aperto come necessario per l’igiene, la classificazione rigorosa dello spazio secondo funzione. Come le cittadelle manicomiali anche le diverse forme del modello progressista – come il parallelogramma di Robert Owen, il falansterio di Charles Fourier, Icaria di Étienne Cabet, il familisterio di Jan Baptiste Godin – presentano alcuni caratteri vincolanti e coercitivi (6).

In virtù della funzione terapeutica ad essi attribuita, i complessi manicomiali nascono ai margini delle città in condizioni dettate in prima istanza dalla medicina di settore.  

  • Le prime indicazioni fornite dagli alienisti riguardano: il numero dei degenti, l’estensione e l’ubicazione dell’area – mediando tra il necessario isolamento e la facilità dei collegamenti, la presenza di requisiti igienici come la giacitura del suolo, pianeggiante o in lieve declivio, l’abbondanza d’acqua, la purezza dell’aria, la buona esposizione e la panoramicità.
  • Le seconde si basano sulle distinzioni di sesso, curabilità e posizione sociale, diversamente risolte nei vari sistemi nazionali: la separazione tra uomini e donne, unanimemente accettata, pone comunque l’alternativa di alloggio in due asili diversi o nel medesimo ma in parti nettamente distinte; la distinzione tra guaribili e cronici incide sulla natura del manicomio come luogo di cura o di ricovero; distinguere gli alienati per classi sociali influisce sul pregio architettonico degli spazi (7). La partizione per patologia, sperimentata in alcuni manicomi, si rivela nociva per aver concentrato le medesime tendenze di delirio negli stessi spazi: si preferisce, quindi, una distinzione basata sull’indice di pericolosità dei comportamenti, dai tranquilli, in genere posizionati nei padiglioni più prossimi all’ingresso, agli agitati, in un progressivo allontanamento dal fronte di accesso corrispondente alla minore possibilità di guarire e uscire.

In un nesso profondo tra funzione e forma, i caratteri dell’architettura manicomiale sono concepiti come strumenti per le cure psichiatriche, come rimedi morali per eccellenza, in conformità alle esigenze di ogni Nazione. L’Ospedale Psichiatrico non è un semplice presidio terapeutico, ma si costituisce, in quanto luogo geografico e relazionale, esso stesso come la cura. In una sorta di determinismo ambientale, gli istituti per il ricovero e la cura degli alienati dovevano adattarsi alle patologie mentali prevalenti in ogni Stato, considerando contestualmente le diverse condizioni civili, sociali e anche climatiche. J.B. Parchappe, nel suo Des principes à suivre dans la fondation et la construction des asiles d’aliénés del 1853, evidenzia l’adozione in Francia di una composizione di edifici ad uno o al massimo due piani distribuiti ai lati di una spina centrale di servizi all’interno di una cinta quadrata; in Inghilterra e in Germania prevale un organismo multipiano con ali ad angolo retto che conferisce alla costruzione una certa monumentalità; in Italia (8) si prediligono edifici  a corte, variamente declinati, con porticati e a padiglioni connessi o separati. C:\Users\maria pia\AppData\Local\Microsoft\Windows\INetCache\Content.Word\manicomi europei1.jpg

Fig1. – le forme europee: sistema francese; sistema anglo-tedesco; sistema italiano. Elaborazione grafica a cura di Maria Pia Amore

Il progetto asilare si rafforza e nel 1870 in tutta Europa si contano oltre 600 manicomi.

Un esempio paradigmatico nel panorama internazionale è costituito dall’Ospedale Psichiatrico Am Steinof di Vienna, complesso architettonico realizzato a grande distanza dal centro cittadino: un’intera città utopistica per malati di mente – e un posto di rilievo di Aktion T4, programma di eutanasia del regime nazista, qui effettuato sui bambini – entrato in funzione come manicomio nel 19079. Il progetto di Carlo Von Boog e Franz Berger, al quale Otto Wagner e Heinrich Goldemund portano lievi modifiche, prevede una città giardino completa composta da padiglioni disseminati in un parco di circa 1,5 km quadrati capace di ospitare 2500 pazienti, con clinica, casa di cura, area agricola e un sanatorio ad ovest per pazienti benestanti privati. Tutti gli edifici sono rigorosamente e simmetricamente subordinati a un asse centrale allineato all’ingresso principale con in cima la chiesa Jugendstil di Otto Wagner: l’impianto planimetrico è una tarda trasposizione dello schema ottocentesco a padiglioni. I sessanta padiglioni sono disposti secondo una precisa logica distributiva che rispetta i principi igienico-sanitari per la circolazione dell’aria: la rigida griglia ortogonale del modello  teorico si deforma però in relazione alla specificità del lotto e alla sua orografia.

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C:\Users\maria pia\Desktop\stampa 15gennaio\Links\steinhof, Vienna.jpgFig2. – Veduta dell’Ospedale Psichiatrico Am Steinof di Vienna

Schematizzando con Maria Antonietta Crippa (10), sono due le tendenze europee con specifici sviluppi nell’Ottocento: da una parte, dalle teorie dello psichiatra francese Philippe Pinel (1745-1826), emerge una linea di cura per i malati mentali che contempla la costruzione di architetture specifiche per  il ricovero in forma di villaggi chiusi, nettamente distinti rispetto alle città; dall’altra, opponendosi al manicomio entro un perimetro chiuso, in Inghilterra John Connoly (1794-1866) propone, in asili detti no restraint (11) – per il rifiuto alle strumentazioni mechanical restraints come catene o altri elementi contenitivi – architetture open door cioè aperte sulla campagna circostante, da cui evolve il tipo small-village composto da padiglio i separati, immersi nel verde e collegati a vaste aree agricole. Dal punto di vista architettonico il metodo no restraints comporta l’eliminazione del muro di cinta del manicomio, dei muri interni di divisione dei cortili, l’assenza di gallerie coperte, la riduzione al minimo dei segni evidenti di segregazione, la preferenza per cortili non completamente chiusi grazie a reti metalliche che non occludono la vista (12).

In Italia l’assistenza ai malati di mente ha rappresentato per lungo tempo uno specifico campo d’azione delle Provincie, che in ragione dalla legge Comunale e Provinciale del 20 marzo 1865 (art. 174 n.10) dovevano dotarsi di un proprio manicomio di competenza.

Nasce così, rafforzata inoltre la pratica di internamento a seguito dall’approvazione della legge Giolitti del 1904 n. 36, Disposizioni sui manicomi e sugli alienati - custodia e cura degli alienati (13), l’architettura asiliare “a forma moderna”, unificando attraverso tipologie e criteri costruttivi omogenei le nuove strutture psichiatriche delle provincie, per la prima volta non (solo) inserite o innestate su preesistenze conventuali, residenziali, militari o ospedaliere. In Italia – che, come protestava Biagio Miraglia, aveva bisogno di “manicomi italiani” – il progetto del manicomio inizia ad entrare come tema architettonico fin dal concorso indetto dall’Accademia delle Belle Arti di Milano per “un ampio Manicomio, o sia ospitale pei dementi, ad uso di una grande Capitale” del 1850 (14); le diverse espressioni con cui si affronta la questione del progetto del manicomio italiano –  “programma-tipo”, “progetto-modello”, “manicomio-modello”, “manicomio-tipo”, “progetto-tipo” (15) – esprimono il tentativo di stabilire delle linee guida alla definizione di una forma generale e delle sue parti.  A Francesco Azzurri, attorno agli anni ’70 dell’800, si deve uno studio approfondito dei tipi edilizi manicomiali: egli sottolinea la necessità del superamento delle costruzioni «a forme geometriche e monumentali» perché portatrici di «quell’aspetto di ospedale, insomma quel complesso che ti richiama alla mente un luogo di reclusione». Il Regolamento sui manicomi e gli alienati del 1909 accoglie le posizioni di un no restraints “moderato”, lasciando ai direttori la facoltà di scegliere le misure da adottare, contemplando ancora metodi e forme di contenzione.

E’ possibile distinguere nei moderni complessi manicomiali, in base al censimento effettuato nel 1996 a cura della Fondazione Benetton Studi Ricerche, che in qualche modo aggiorna la voce manicomi del Donghi (16), cinque aggregazioni tipologiche strutturanti:

  1. Tipologia a “padiglioni avvicinati” che assicura la continuità del collegamento fra le varie parti della struttura attraverso porticati e percorsi coperti, impostati su un tracciato geometrico a fasce parallele tripartite.
  2. Tipologia a “padiglioni distanziati”, caratterizzata da edifici isolati, può tanto adattarsi liberamente alla morfologia del terreno, quanto rispondere a schemi distributivi rigidi riproponendo la suddivisione in fasce parallele tripartite della tipologia a “padiglioni avvicinati”.
  3. Tipologia a “padiglioni di tipo misto” che contempla la compresenza di edifici in parte riuniti ed in parte distanziati.
  4. Tipologia a “padiglioni disseminati a villaggio”, che può essere organizzata secondo un tracciato organico o geometrico, è assimilabile al modello a padiglioni distanziati, di cui recepisce gli schemi distributivi riproporzionandoli secondo dimensioni più dilatate, integrandosi a territori dotati di notevoli risorse naturali.
  5. Tipologia a “edifici isolati” che riguarda quella parte dell’edilizia psichiatrica costruita tra gli anni ’30 e ’60, secondo una variante razionalista e poi funzionalista dei padiglioni distanziati, caratterizzata dalla aumentata distanza fra le parti costruite e dalla sostituzione del padiglione con la palazzina.

Fig3. – le forme italiane: S. Maria di Collemaggio a L’Aquila: padiglioni avvicinati; Manicomio Provinciale di Mantova: padiglioni distanziati;  S.Maria della Pietà di Roma: padiglioni disseminati a villaggio. Elaborazione grafica a cura di Maria Pia Amore

Semplificando rispetto alle regole insediative generali è possibile affermare che gli asili a struttura geometrica seguono regole insediative di tipo urbano o peri-urbano mentre gli asili a villaggio rispondono a criteri dettati dalla scala territoriale o sub territoriale a cui fanno riferimento. Esistono tuttavia caratteristiche comuni ricollegabili all’approccio igienista dell’ingegneria ottocentesca: la distanza fra edifici sempre compresa tra 30 e 50 metri, funzionale ad una buona circolazione dei venti e ad un adeguato soleggiamento; la composizione dei prospetti nel rapporto pieni-vuoti, funzionale ad una buona circolazione dell’aria; l’utilizzo di tecnologie appropriate per la realizzazione dei sistemi fognari, lo smaltimento e il riciclaggio dei rifiuti.

La tipologia “a padiglione”, determinante per il rinnovamento dell’organizzazione delle strutture sanitarie in genere, non solo per quelle manicomiali, deve la sua concezione all’affaire della ricostruzione dell’Hotel Dieu di Parigi a seguito dell’incendio nel 1772 (17). L’architetto francese Julien-David Le Roy propone una soluzione innovativa: lo schema planimetrico prevede una serie di corsie a un solo piano, parallele tra di loro, attestate su un unico ampio cortile che presenta da un lato la chiesa e dall’altro i servizi; inoltre inserisce grandi condotti per l’aria nelle coperture, dal momento che si imputa alla mancanza di ventilazione la responsabilità dell’altissimo numero di morti in ospedale. Questo schema è il capostipite di innumerevoli ospedali a padiglione che si fondano sul presupposto della salubrità delle condizioni igieniche. L’Accademia delle Scienze che negli anni immediatamente successivi elabora le proposte per la ricostruzione dell’ospedale distrutto dall’incendio suggerisce inoltre: il decentramento degli ospedali e una capienza massima ridotta a 1200-1500 malati; edifici, collocati in periferia o magari isolati, disposti parallelamente fra loro, con uno spazio intermedio a giardino, per i convalescenti, rivolti verso est o verso sud affinché le ampie finestre consentano il passaggio di luce e calore; soffitti non voltati ma piani e scale liberamente ventilate dall’esterno. Inoltre gli edifici devono prevedere una parte “anteriore”, destinata ai servizi generali, mentre la parte restante deve essere suddivisa in due: per le donne e per gli uomini; gli edifici non devono eccedere i tre piani, di cui due da destinarsi alla degenza con capienza limitata a 36 posti letto, disposti su due file; per ciascuna sala occorre predisporre servizi all’inglese, un bagno e un locale per la suore, una stanza per lavare, una cucinetta; la distanza tra un padiglione e l’altro deve essere pari all’altezza (18). 

Tutte le specializzazioni, separazioni e suddivisioni delle parti dell’ospedale diventano prassi e il modello a padiglioni realizza al meglio questo perfezionamento: l’igiene e la salubrità degli edifici nosocomiali diventa di fondamentale importanza e viene approfondita anche dal punto di vista teorico. Si raggruppano gli ammalati in categorie omogenee, si usano stanze separate per l’isolamento delle malattie contagiose, estrema cura per la ventilazione e l’areazione delle stanze, sale indipendenti per l’esecuzione degli interventi chirurgici. Gli ospedali iniziano a modellare la crescita della città, diventando un quartiere o un isolato e spesso, per esigenze di spazio o per la ricerca di condizioni igieniche ottimali, nascono fuori dal contesto urbano. Questi criteri costituiscono dei capisaldi nella costruzione dei nosocomi e, come già accennato, dei manicomi, fino a metà del Novecento.

 

NOTE

1    Giorgio Giannelli e Vito Raponi, Roma, Tipografia regionale, 1965 riporta la notizia di 98 Ospedali Psichiatrici pubblici che ospitavano 89.491 pazienti; 91 gli archivi mappati da Carte da Legare -  Archivi della psichiatria in Italia (http://www.cartedalegare.san.beniculturali.it); solo 43 quelli censiti da Spazi della follia (http://www.spazidellafollia.eu/it/lista-complessi ) a fronte dei 68 trattati nel testo I complessi manicomiali in Italia tra Otto e Novecento; 71 nel Dossier Benetton. L’inesattezza è sicuramente imputabile al tipo di categorizzazione operata che accomuna spesso architetture tipologicamente e cronologicamente differenti in relazione all’esercizio della sola funzione asiliare.

2    Gravagnuolo B., La progettazione urbana in Europa, Laterza, Roma-Bari, 1991, pp. 18-19

3    Ibidem

4    Villone G., Sessa M. (a cura di), Folia/Follia. Il patrimonio culturale dell’ex Ospedale Psichiatrico “Leonardo Bianchi”, Gaia, Salerno, 2012, p. 39

5    Foucault M., Eterotropie: luoghi e non-luoghi metropolitani, Mimesis, Milano, 1994. Cfr. Etero/a-topie inquiete

6    Choay F., L’urbanistica in discussione in La città. Utopie e realtà, Einaudi, Torino, 2000, pp.6-22

7    Lenza C., in AA.VV.,I complessi manicomiali tra Otto e Novecento,  op.cit., p.16 8   

8    Sull’adozione di un unico modello italiano si veda Lenza C., Il manicomio italiano nell’Europa dell’Ottocento. Gli esordi del dibattito e la questione dei modelli in AA.VV., I complessi manicomiali tra Otto e Novecento, op.cit., pp. 15-28

9    Per approfondire: Topp L., Otto Wagner and the Steinhof Psychiatric Hospital: Architecture as Misunderstanding, in «The Art Bulletin», Published by College Art Association, Vol. 87, n. 1, mar. 2005, pp. 130-156

10    C’era una volta il manicomio… in «Architettura mondo umano», Munera. Rivista europea di cultura disponibile online, Pubblicazione quadrimestrale a cura dell’Associazione L’Asina di Balaam, gennaio 2018  

11    Il programma no restraint fu applicato dallo psichiatra J. Conolly nel 1839 nel manicomio inglese di Hanwell: il metodo di cura, di cui l’open door scozzese costituisce la radicalizzazione concependo il manicomio come luogo di cura volontaria dove il paziente non subisce alcuna limitazione di movimento, rompe con la concezione isolazionista del manicomio e, al contrario, incoraggia i rapporti del paziente con il mondo esterno. Per approfondire John Conolly. Trattamento del malato di mente senza metodi costrittivi (1856), introduzione di Pirella A., trad. Nascimbeni Leone M., Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1976

12    Simioli A., Maniomio Provinciale di Padova, in AA.VV., I Complessi manicomiali tra Otto e Novecento, op.cit., p.157

13    Pubblicata nella gazzetta ufficiale n. 43 del 22 febbraio 1904. art.1: «Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a se’ o agli altri e riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi. Sono compresi sotto questa denominazione, agli effetti della presente legge, tutti quegli istituti, comunque denominati, nei quali vengono ricoverati alienati di qualunque genere». Il criterio per l’internamento non è la malattia mentale ma la “pericolosità” e il “pubblico scandalo”: i manicomi rispondono ad una serie di problemi diversificati della popolazione, costituita non solo da soggetti con disturbi mentali ma anche da disabili gravi, disadattati sociali, emarginati, alcolisti, omosessuali. Il ricovero è possibile solo sotto forma di provvedimento del magistrato o del questore e il direttore del manicomio è responsabile penale e civile del paziente dimesso. Non è previsto il ricovero volontario.

14    Tra i concorsi si segnala quello d’idee indetto nel 1905 dall’Amministrazione provinciale di Potenza vinto, con il motto Ophelia, dai giovanissimi Giuseppe Quaroni e Marcello Piacentini. Sulla vicenda si veda Pisani M., Il progetto per il Manicomio provinciale di Potenza, in AA.VV., I Complessi manicomiali, c, pp. 301-302

15    «Il modello, inteso secondo l’esecuzione pratica dell’arte, è un oggetto che si deve ripetere tal qual è; il ‘tipo’ è, per contrario, un oggetto, secondo il quale ognuno può concepire delle opere, che non si rassomigliano punto fra di loro». A.C. Quatremère de Quincy, Dictionnaire historique d’architecture: comprenant dans son plan. Les notions historiques, descriptives, archaeologiques, biographiques, théoriques, didactiques et pratiques de cet art, Parigi, 1832 (trad. it. a cura di F.lli Negretti, Mantova, 1842-44). Sul rapporto tra tipo, forma, struttura e modello si veda C. Martí Arís, Le variazioni dell’identità. Il tipo in architettura. Clup, 1990, in particolare Gli elementi e il tutto, pp.126-130

16    Donghi D. (a cura di), voce manicomi, in Manuale dell’architetto, volume II, sezione III, (sez. II del capitolo XV – Stabilimenti sanitari), Torino, Unione Tipografico- editrice torinese, 1927, pp.667-707. «SCELTA DELLA FORMA FONDAMENTALE. Le forme fondamentali di un manicomio, fatta astrazione ad alcuni casi singolari, possono ritenersi le seguenti lineare ad H, a croce, a raggi, a ferro di cavallo; la forma chiusa, e le forme più moderne: a padiglioni, a casette, ed infine il sistema a colonie. Il sistema a padiglioni può essere però del tipo misto, cioè con padiglioni in parte riuniti e in parte sparsi, generalmente adottato in Italia, per ragioni anche di economia; del tipo a padiglioni avvicinati con o senza collegamenti ottenuti per mezzo di gallerie o porticati: in fine del tipo a padiglioni distanziati, cioè del tipo a villaggio (Mendrisio in Svizzera, Alt-Scherbitz in Germania, Roma, Cagliari)» p.673

17    Catananti C., Nascita ed evoluzione dell’ospedale: dall’ospitalità alla organizzazione scientifica, in Rapporto Sanità 2000: l’Ospedale del futuro, Il Mulino, Bologna, 2000

18    Rossi F., Stocchetti A., L’architettura dell’ospedale, Alinea editrice, Firenze, 1992; Li Calzi E., Per una storia dell’architettura ospedaliera, Politecnica Maggioli Editore, Rimini, 2008

 

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