INTERVISTA A CARLO COPPELLI; AUTORE DEL SAGGIO "La cornice e lo specchio - Riflessioni ed esperienze di terapia nei luoghi dell’arte" Edizioni Ets

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15 marzo, 2019 - 06:39
La cornice e lo specchio - Riflessioni ed esperienze di terapia nei luoghi dell’arte, è un saggio, ma non solo, sulla capacità terapeutica dell’arte. Il percorso che l’autore ci invita a intraprendere è di per sé un laboratorio esperienziale. Come il sottotitolo recita Riflessioni ed esperienze di terapia nei luoghi dell’arte, il libro ha una forte connotazione personale riguardo alla pratica arteterapica e ci guida in luoghi molto diversi tra loro. Dall’interno dei musei, alle scuole, alle città, alle case e le carceri. Attraverso interviste, considerazioni, recensioni di mostre, l’autore ci spiega il perché e il come l’arte possa essere anche terapia, con un occhio rivolto al sociale e all’aspetto civile dell’arte. Di seguito alcune domande all’autore.

 
Gianluca Garrapa: La cornice e lo specchio: ci spiega l’origine del titolo e a chi potrà essere utile il suo libro?
Carlo Coppelli: Il titolo è ripreso da una rassegna iniziata circa 15 anni or sono alla Galleria Civica di Modena e concordata dall’allora curatrice Angela Vettese. Si trattava di un calendario annuale con un incontro al mese, tenuto all’interno degli spazi espositivi dove periodicamente venivano proposte mostre d’arte contemporanea.
In questi incontri si sviluppavano laboratori espressivi con un metodo particolare che io definisco di “arteterapia a suggestione iconologica”. In definitiva, un modo per aiutare la comunicazione fra sé e gli altri utilizzare il luogo dell’arte e l’opera come linguaggio visivo in grado di agevolare i processi di rispecchiamento, identificazione e proiezione. Per specchio, perciò, possiamo intendere la relazione di sguardi fra noi e l’immagine che osserviamo e per cornice, la connessione che riusciamo ad attivare attraverso il gioco espressivo condiviso con altri.
Penso che il libro potrebbe risultare utile a chiunque si occupi della relazione di aiuto (operatori socio-sanitari-assistenziali, educatori, psicoterapeuti), o di arte (artisti, galleristi, operatori museali), ma pure a genitori, semplici curiosi e a chi è interessato all’arte come forma di comunicazione.
G.G.: In questo senso, l’operatore artistico che opera nella relazione di aiuto, può considerarsi un alchimista e praticare una forma seppur limitata, di sciamanesimo: mi sembra di capire che per lei, l’arteterapia non sia solo e esclusivo dominio dell’immagine, (quella del vedere è anche un’arte, un ascolto per gli occhi, molto differente dal meccanico udire o guardare: vedere deriva da videre: la cui radice etimologica, come scrive l’autore, è rintracciabile anche nel greco antico, nel verbo oida, che significa “sapere”, sarebbe interessante capire che tipo di sapere è quello della visione e quali possono essere i limiti e le impossibilità della parola quando vuole traghettare le emozioni legate all’arte della pittura), e può rivolgersi anche agli ipovedenti o a chi è affetto da cecità, lavorando in una direzione multisensoriale che integra varie discipline artistiche, un po’ come in quelle équipe di cui scriveva nel 1961 l’antropologo Ernesto De Martino, nei resoconti sulla Terra del rimorso, a proposito del fenomeno del tarantismo; che ci può dire a proposito?
 
C.C.:Solve et coagula” era il motto degli alchimisti ed è un po’ il senso di questi laboratori, nella consapevolezza che non sia sufficiente un luogo fisico e un insieme di persone per creare comunità e che una comunità accogliente, in grado cioè di agire e vivere insieme ha bisogno di comprendersi e di condivisione al proprio interno. Sulla necessità d’integrare i linguaggi poi, l’antropologia culturale e, più recentemente, l’etnopsichiatria, hanno documentato una ricca e antichissima tradizione di pratiche curative basate sull’uso di strumenti artistici. Non solo quelli visivi, come saremmo indotti a pensare dall’uso del termine “Arte”, ma anche attraverso l’effetto amplificatore delle connessioni fra arte visiva, danza e movimento corporeo, musica e sonorizzazione, drammatizzazione e teatro. Linguaggi, non a caso, utilizzati nelle cosiddette “artiterapie” (danzamovimentoterapia, teatro/drammaterapia. musicoterapia e arteterapia.) In questo contesto, trovare connessioni con gli studi di De Martino è quasi inevitabile.
Attraverso l’uso di tecniche espressive modulari, colori, materiali (non necessariamente solo “artistici”), giochi di ruolo, forme recitative, gli effetti rievocativi della musica, movimento corporeo, ecc., e feedback, è possibile dare voce, ad esempio, anche a quei soggetti poco disinvolti dal punto di vista verbale e creare un clima collaborativo ed empatico.
 
G.G.: Si potrebbe dire che è attraverso l’immersione nell’oscurità degli abissi (del proprio inconscio e preconscio, ma anche, semplicemente della propria incoscienza o inconsapevolezza) che è possibile ascendere a una nuova luce: nel suo libro lei affronta il tema del viaggio, viaggio nel caos interiore e corrispettivo viaggio geografico nella barbarie urbanistica che ha debellato l’estetica dei luoghi. Costruisce una mappa degli ambienti inconsci, e delle strutture urbane, ritorna l’idea della casa come luogo dell’Io, ma anche interessanti riflessioni sulla psicogeografia dei luoghi: lei si chiede se nelle nostre città, esiste una correlazione fra estetica, ed etica delle comunicazione, ecco: che rapporto ha l’arteterapia con gli spazi urbani e extraurbani?
 
 
C.C.: L’arte, nelle sue valenze di chiaroveggenza ed esortazione, ha sempre avuto la capacità di anticipare certe direttive che la società avrebbe preso, magari a distanza di tempo: l’espressionismo tedesco dopo la prima guerra mondiale, il situazionismo nel secondo dopoguerra, la body art e la street art in anni più recenti, tanto per fare qualche esempio, sono movimenti artistici che hanno tratto la loro linfa vitale dalle contraddizioni di un territorio urbano cresciuto a dismisura secondo le sole regole della ragione economica. Ma l’arte, intesa come necessità estetica, non può limitarsi a rappresentare la disfunzionalità, bensì dovrebbe recuperare la sua funzione sociale, intesa come linguaggio (o meta-linguaggio) comprensibile e fruibile. Quando porto un gruppo a visitare un sito o un luogo d’arte, ma anche quando si visita uno spazio compromesso dal punto di vista estetico, occorre fare un’operazione di connessione e risonanza e anche diventare, come diceva Marc Augé, degli antropologi in metropolitana. Questa connessione e connotazione diventa un modo necessario per unire l’IO al NOI, cercando di uscire dalla spirale perversa del modello individualistico e narcisistico imperante. Non è un caso che molti studiosi, recentemente, abbiano parlato di “mindscape”, ovvero di paesaggio mentale... ma in questo caso il discorso si dilaterebbe e per ragioni di sintesi mi fermo.
 
G.G.: Ci racconta come avviene un suo laboratorio e in particolare che rapporto lega la storia dell’arte e la storia della cura attraverso l’arte nei diversi ambienti: scuola, carcere, comunità, musei?
C.C.: Posso riportare la traccia di un laboratorio effettuato presso il museo Burri agli ex essiccatoi di tabacco di Città di Castello qualche anno fa; il titolo era “Il rosso e il nero”: Presentazione dell’iniziativa e breve orientamento degli spazi e delle opere esposte a cura di un incaricato del museo Burri. Breve training motorio con fantasia guidata e giochi di contatto all’interno di una sala espositiva. Visita individuale alle opere esposte e “adozione” di un quadro esposto; osservazione e rispecchiamento; ricerca di contatto con l’immagine ed elaborazione grafico-pittorica di risposta: 1) partire dalla parte rossa o dalla parte nera del lavoro e continuare lavorando solo sullo stesso colore; 2) In una seconda parte, eventualmente, inserire un elemento del colore mancante (o rosso, se il lavoro è stato fatto solo con materiali neri, o viceversa). Esposizione del proprio elaborato davanti al quadro d’ispirazione e feedback conclusivo.
Per ciò che riguarda la connessione fra storia dell’arte e storia della cura, le applicazioni nei diversi ambienti, ne parlo diffusamente nel libro, quindi sarà sufficiente leggerlo. Per rispondere in maniera sintetica alla domanda dovrei scrivere un altro capitolo.
 
G.G.: In un libro di racconti dello scrittore americano George Saunders, dal titolo Bengodi, edito da Minimum fax qualche annetto fa, le storie erano ambientate in parchi a tema americani. Che ne pensa e che rapporto vede tra l’arteterapia e questa tendenza di ricostruire un passato o un luogo all’interno di uno spazio, snaturandone le caratteristiche? E che ci può dire dei visionary environments e cosa è un Ecomuseo?
C.C.: Nel primo caso dovremmo coinvolgere l’aspetto rievocativo di un luogo “segnato” come un parco a tema, cioè comprenderne la valenza coinvolgente. Ci sarebbe anche da ricordare quanto questi luoghi siano spesso effimeri, mantenuti in vita dalla flebo di mode, pubblicità, motivazioni commerciali, quindi gusti destinati a finire abbastanza rapidamente. La Long Island cantata da Van Morrison, per il cantautore è il luogo della nostalgia di un’altra età, contenitore della rêverie. I parchi storici sono intrisi di altre atmosfere, “egualmente commestibili”. In fin dei conti quando entriamo in un sito è come se entrassimo in un quadro alla stregua del turista giapponese che visita il museo Van Gogh ed entra letteralmente nell’opera nel film Sogni di Kurosawa. Perciò non parlerei di snaturamento, si tratta invece di utilizzare il genius loci di un luogo per ritrovare una parte frammentata di noi.
Quando si parla di visionary environments occorre invece entrare in contatto con la materializzazione di un mondo personale in maniera più esplicita e meno mediata da fattori storico-culturali rispetto a un museo o parco. Se dovessi anche in questo caso riferirmi a una suggestione filmica, citerei Viaggio allucinante, un vecchio film di R. Fleischer, nel quale un sommergibile miniaturizzato entra nel corpo umano. Di corpo umano, infatti, si tratta quando entriamo in un luogo fantastico elaborato in molti anni da un postino, da un muratore, da un inserviente. Questo spinge necessariamente al confronto anche con il nostro mondo interno.
 
G.G.: Lo spazio fisico (topos), quello virtuale (mythos), lo spazio sociale (ghenos) e quello mentale (logos). Un altro elemento fondamentale da lei affrontato è il tema del viaggio, delle transizioni anche tra i diversi spazi, dei confini, e anche la pelle, in qualche modo, è un confine tra dentro e fuori, con tutti i suoi simbolismi e le pratiche sottese, dalla body art alle patologie alimentari che la deformano. In che ottica la metafora e la pratica del viaggio e del confine sono parte integrante di un processo arteterapico?
C.C.: Mi sembra di aver già parzialmente risposto a questa domanda in una precedente risposta, comunque vorrei riportare, per libera associazione, due frasi attribuite a Freud: L’Io non è padrone in casa propria e L’Io è innanzitutto un’entità corporea. In definitiva noi tutti, avendo un inconscio, possediamo un altro diverso e uguale da noi con il quale dobbiamo rapportarci; allo stesso tempo siamo portatori di un corpo e di una pelle che ci permette il contatto con chi è simile ma diverso da noi. Con questi presupposti è intuibile come viviamo un costante “corpo a corpo” fra questi aspetti duali di dentro e fuori, di vicino e distante, d’identità e differenza. Quella del viaggio è certamente una metafora, ma è anche la realtà di un percorso inevitabile per raggiungere una qualsivoglia forma di equilibrio.
 
G.G.: Per non parlare poi dell’annosa questione di un riconoscimento anche giuridico che questa figura professionale necessiterebbe, a differenza dei paesi anglosassoni: a cosa si deve, secondo lei, tale ritardo?
 
C.C.: Infatti, in Italia, non esiste un albo professionale o un “Ordine degli Arte Terapeuti” o qualsiasi altra regolamentazione istituzionale e giuridica del ruolo. Questa situazione ha partorito una serie di problemi che sarebbe urgente affrontare. Tanto per iniziare, la proliferazione di professionisti, semiprofessionisti e “apprendisti stregoni” dalle qualifiche e formazioni alquanto eterogenee e, sovente, improvvisate, i quali elargiscono la loro opera spesso senza parametri di riferimento (operativi, concettuali, tariffari ecc.) accettabili e accertabili, creando un’oggettiva confusione di mercato e contribuendo sostanzialmente a una discutibile nomea dell’arteterapia soprattutto presso i servizi che dovrebbero accogliere la loro opera.
Le ragioni, da un lato, del mancato riconoscimento istituzionale di questa figura professionale e dall’altro, dell’assenza di una teorizzazione complessiva credibile sono molteplici. Come esigenze di tipo corporativo: evidentemente, in Italia, chi è titolare di un ordine professionale non vede di buon occhio l’istituzione di altri ordini aventi similitudini, la concorrenzialità professionale appartiene alla storia del nostro belpaese, dal Medioevo in poi. Questa situazione è per altro condivisa con tutte le cosiddette medicine naturali o cosiddette alternative. O anche un’innata predisposizione alla parcellazione, al frazionamento, anche questa figlia della nostra particolarità nazionale e facilmente riscontrabile, si pensi all’ambito politico, culturale, scientifico ecc. Infine a una mancata definizione di tipo linguistico, infatti, la presenza di una parola composta: “arte e terapia” porta, necessariamente, a dover armonizzare i due termini.
 
G.G.: Terminerei l’intervista rivolgendole gli stessi quesiti che lei si\ci pone nel suo libro: per concludere questo sintetico contenitore problematico si pongono due ultime domande. Come può l’arte terapia scalfire l’intonaco e scoprire l’affresco nascosto?
 
C.C.: Permettendoci di giocare con le immagini, quindi di immaginare, quindi di metterci in gioco.
 

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