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PTSD Stress Post-Traumatico: che fare?
di Raffaele Avico

PTSD COMPLEX: DI CHE SI TRATTA?

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3 giugno, 2019 - 16:04
di Raffaele Avico

Nella sua variante complex, il PTSD si presenta come il risultato di non un singolo, ma una serie di eventi traumatici variegati e pesanti da sopportare, subìti nel corso dell'infanzia dal soggetto.

Nello specifico, il PTSDc si configura come una risposta fisiologica a uno stress protratto e vissuto in fasi iniziali o addirittura pre-verbali  dall'individuo che ne è colpito, costretto a sperimentare due spinte opposte e simultanee verso la figura di attaccamento:

  • bisogno e spinta forte all'attaccamento verso la figura di riferimento (per esempio la madre)

  • timore, minaccia e reazioni di allarme sperimentatati in presenza della stessa figura di attaccamento

Come approfondito in modo esauriente da Benedetto Farina e Giovanni Liotti nel libro Sviluppi Traumatici, il PTSDc si configura come un problema che, prima di essere interno al soggetto, è stato un problema relazionale, avente a che fare con il rapporto intrattenuto con le figura di riferimento.

Crescere con un conflitto di questo tipo da gestire, genera dei “punti di rottura” nella personalità dell'individuo, che producono quella che Onno Van Der Hart definisce dissociazione strutturale della personalità: per sopravvivere, la personalità di un individuo (un bambino) dovrà scindersi in due o più parti (parti rimaste al “tempo del trauma”, congelate e sofferenti, e parti arrivate al “momento del presente”, anche dette Parti Apparentemente Normali, funzionali a continuare a vivere la propria vita in modo più o meno adattivo).

L'individuo si trova così diviso, interiormente, in più “spicchi”, ognuno con modalità e schemi relazionali differenti, di volta in volta messe in campo in senso relazionale. Appaiono contraddittorie alcune posizioni dell'individuo a proposito di intenti e attitudini di vita: agli estremi di questo comportamento fatto di apparenti “contrasti” sta quello che un tempo veniva chiamato “disturbo da identità multipla” (oggi chiamato DID, Dissociative Identity Disorder): nell'individuo è possibile rilevare veri e propri shift tra una modalità mentale e un'altra. Questo agli estremi: le conseguenze più generali sul corpo, sulle emozioni, i pensieri e il senso del tempo di un disturbo post-traumatico complesso, sono state ben approfondite dagli studi di Ruth Lanius (qui un approfondimento: http://www.ilfogliopsichiatrico.it/2017/11/29/0058/)

E' importante sottolineare che la differenza centrale tra PTSD semplice e PTSDc, è la gravità del danno iniziale perpetrato ai danni della vittima: nel PTSD semplice abbiamo a che fare con un singolo evento, pur devastante per la vita dell'individuo (trauma con la T maiuscola). Nel PTSDc parliamo invece di una lunga serie di eventi traumatici maturati in ambiente di sviluppo e sempre nel contesto di uno stile di attaccamento di tipo disorganizzato (traumi con la t minuscola).

Nel semplice PTSD sarà più probabile trovare ripercussioni somatiche e scompensi neurofisiologici conseguenti allo stress post-traumatico (con tutti i suoi sintomi -flashback, insonnia, rivivere il trauma), nel PTSDc sarà invece più frequente osservare una deformazione della personalità conseguente all'adattamento dell'individuo all'ambiente traumatico di sviluppo, con minori sintomi eclatanti ma un radicamento del disturbo più profondo ed endemico.

Essendosi il disturbo originato primariamente in ambito relazionale, il PTSDc troverà il suo luogo di manifestazione ideale proprio laddove occorrerà per l'individuo intessere relazioni affettivamente significative: in questi momenti l'antico trauma relazionale tornerà a farsi vivo inficiando per l'individuo il tentativo di creare relazioni “sane”. La matrice “traumatica” di problematiche relazionali di questo tipo, sta interrogando la clinica su quanto altri tipi di disturbo (come i disturbi di personalità gravi, per esempio il ddp borderline) possano avere radici da ricercare in un contesto “ostile” di sviluppo, il che farebbe del “trauma” o del “trauma da attaccamento” (cit. Liotti) il seme iniziale per lo sviluppo conseguente di altre tipologie di disturbi.

La proposta di Van Der Kolk per una classificazione dei criteri di diagnosi per il PTSDc è costituita da 7 punti (fonte: Sviluppi Traumatici, Farina e Liotti):

  1. Alterazioni della regolazione delle emozioni e degli impulsi: difficoltà a modulare le emozioni primarie, con la possibilità di creare un circolo vizioso che può condurre alla dissociazione, impulsività, autolesionismo, abuso di alcol e sostanze stupefacenti.
  2. Sintomi dissociativi e difficoltà di attenzione: problemi di memoria, dell’attenzione, nella capacità a mentalizzare, depersonalizzazione e derealizzazione.
  3. Somatizzazione: sintomi pseudoneurologici, disturbi gastrointestinali e sindromi dolorose croniche.
  4. Alterazioni nella percezione e rappresentazione di sé: impotenza, sensi di colpa e di vergogna, scarso senso di autoefficacia, di inutilità e disperazione.
  5. Alterazioni nella percezione delle figure maltrattanti: i soggetti, di fronte a figure maltrattanti, pur di non perdere la vicinanza e la protezione con essi, alterano la percezione di queste figure idealizzandole e proteggendole.
  6. Disturbi relazionali: paura dell’intimità, delle relazioni affettive, della fiducia degli altri e della loro vicinanza, uso della violenza, dipendenza o evitamento dell’affettività emotiva.
  7. Alterazione nei significati personali: credenze patogene e immagine negativa di sé.

Il primo riferimento bibliografico per chi voglia approfondire questo aspetto della psicotraumatologia, è Sviluppi Traumatici.

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