NON E' UN PAESE PER VECCHI (NO COUNTRY FOR OLD MEN, Joel & Ethan Coen, USA 2007)

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2 ottobre, 2012 - 17:57

polit

Al loro dodicesimo lungometraggio, i fratelli Coen sbancano l’Academy Awards, portandosi a casa le statuette più ambite (Oscar al miglior film e miglior regia, solitamente premi che vengono assegnati abbinati, e sicuramente i più ambiti del lotto) con un film francamente difficile ed ermetico.
Prova ne sia il fatto che, aldilà dei riconoscimenti, la reazione del pubblico in sala (almeno in occasione della proiezione a cui ho assistito) fu perlopiù tra il perplesso e lo sprezzante.
Sarà quindi complicato cavar fuori grandi spiegazioni dalla storia narrata, perlomeno non spiegazioni lineari, di quelle che appunto piacciono al pubblico.
Questo proprio perché il film ci mostra (e non "dimostra", con parole e didascaliche spiegazioni), la totale mancanza di senso del mondo.
In "The Big Lebowski", che può considerarsi suo film gemello, si diceva a grandi linee la stessa cosa: la vita è regolata dal caos, l’ordine è una sovrastruttura creata ad arte dagli uomini. 
I conti non torneranno mai, insomma…

No Country for Old Men

"The Big Lebowski" arrivava a tali conclusioni mescolando in modo assolutamente personale tarantinismo (nella brillante costruzione dei dialoghi e nella caratterizzazione grottesca dei personaggi) e noir (nello sviluppo della trama e nell’utilizzo della voice-off) per arrivare ad un nulla di fatto della narrazione, ad un cortocircuito in cui tutto era pressappoco simile al punto di partenza ad eccezione di una morte inutile (come a dire che l’affaccendarsi degli uomini è inutile quando non dannoso).
"No Country for Old Men" innesta sull’identica weltanschauung il tema della malinconia dei vecchi, che non comprendono più un mondo che vedono svuotato di senso e ormai in preda alla follia.

Ed Tom: "Old age flattens a man."

Eppure nel dialogo che lo sceriffo Ed Tom Bell ha con Ellis verso la fine del film, in cui ci viene narrata l’assurda morte della Zio Mac avvenuta nel 1909, scorgiamo nei fatti narrati la medesima insensatezza, la medesima gratuità del male ("Quello che vedi tu non è nulla di nuovo: questo paese è duro con le persone" dice Ellis).


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Il mondo è quindi davvero gradualmente impazzito, come sostiene lo sceriffo?
Il caos semplicemente esiste, da sempre e per sempre, e l’uomo vecchio, non più spinto dalla foga degli ideali (che in quanto visione rigida e totalizzante delle cose corrispondono a tentativi di dare ad esse ordine e linearità) ha davanti a sé solo gli eventi, spogliati da ogni logica, insensati.
Non c’è quindi spazio per i vecchi, né ce n’è mai stato.

Loretta: "How did you sleep?"
Ed Tom "I don’t Know. Had Dreams."

Il finale del film, così straordinariamente monco ed inquietante, vede lo sceriffo raccontare alla moglie Loretta due sogni riguardanti suo padre.
Se questi possono stuzzicare la nostra curiosità, ancor più interessante é adottare un’ottica onirica durante la visione dell’intero film.
Ed ecco che, letta in questa modalità, la figura dello sceriffo e la sua inutile ed immobile ricerca è in qualche modo similare a quel senso d’immobilità che proviamo in alcuni dei nostri sogni più frustranti: correre senza riuscirci, oppure cercare di arrivare ad un appuntamento al quale non arriveremo mai.
Ecco che la figura del killer Anton Chigurh è sovrapponibile a quel nemico o avversario (altro da noi o parte di noi?) che ci insegue, ci opprime, ci sabota, assolutizzato fino ad assumere fattezze metafisiche: è ovunque, può raggiungerci in qualunque momento (come fa a ritrovare Llewelyn con così tanta facilità anche dopo che questi ha scoperto e abbandonato il sensore contenuto nella valigetta?) e pare indistruttibile.
Ecco che il gesto insensato di Llewelyn di portare l’acqua al messicano morente assume il possibile significato di compensazione onirica di un senso di colpa.
Ed ecco infine che l’improvviso deragliamento che la storia subisce dopo la morte di Llewelyn, spostando ex abrubto il suo baricentro dal fuggiasco allo sceriffo (elemento del racconto che ha determinato la maggior parte delle perplessità del pubblico e della critica), somiglia ai tanti imprevedibili salti narrativi che subiscono i nostri sogni.

Chigurh: "I got here the same way the coin did"

Vuoto, ecco cosa sembra Anton Chigurh.
L’interpretazione di Javier Bardem priva questo personaggio di pensieri, facendolo sembrare un insetto, una marionetta, un automa.
Non parlerei del suo personaggio come di una rappresentazione del male assoluto, quanto piuttosto di una nemesi, pertanto aldilà del bene e del male.
Descritto in questi termini Anton Chigurh è il destino: durante il racconto egli non pare uccidere per piacere, ma come conseguenza di avergli intralciato il lavoro (Llewelyn che gli ruba la valigetta), di fare scelte sbagliate (sempre Llewelyn che preferisce continuare a difendersi con le armi piuttosto che trattare la salvezza della moglie) o semplicemente di incrociare il suo cammino (le persone con le quali "scambia" l’automobile).
Il suo agire assume un che di inevitabile, ed egli non si considera colpevole né responsabile del sangue che sparge, addirittura delegando in due casi (con il negoziante e con Carla Jean) la decisione sul da farsi (se uccidere oppure no) ad una moneta: testa o croce.
Parrebbe l’unico personaggio "puro" del film: è spinto da una logica che non conosce il compromesso e l’interesse (non gli importa nulla del denaro, né delle persone, che elimina con una facilità disarmante) e che risulta a noi sostanzialmente incomprensibile.
Ancor meglio che parlare di "destino" sarebbe parlare di "caso", ente che è assoluto protagonista del film: Chigurh é quindi una personificazione della casualità.
Pertanto l’Oscar al "Miglior Attore Non protagonista" assegnato a Bardem per la sua superba interpretazione è improprio.

Ed Tom: "The crime you see now, It’s hard to even take its measure"

Lo sceriffo Ed Tom Bell di Tommy Lee Jones (che meraviglioso attore è questo texano, e quanto è umanamente profonda la sua interpretazione… riflessivo, laconico, straordinariamente espressivo nella sua lentezza, nei suoi silenzi e nei suoi sguardi rugosi carichi di tristezza mista a codardia e impotenza) assume le fattezze dell’uomo disilluso, che osserva il mondo, non lo comprende e se ne ritira.
Si considera un incapace (si veda il primo sogno, in cui perde il denaro che il padre gli ha dato) e aspetta invano una rivelazione, qualcosa che restituisca un senso alla sua vita e lo salvi dalle tenebre (il secondo sogno, in cui il padre lo sorpassa a cavallo portando con sé un fuoco nel corno: "… e nel sogno sapevo che stava andando avanti cercando un posto dove poter fare un fuoco in tutto quel buio e quel freddo. Sapevo che ovunque io fossi andato, lui sarebbe stato lì. Poi mi sono svegliato"; oppue ciò che dice ad Ellis: "Ho sempre pensato che invecchiando Dio sarebbe entrato nella mia vita in qualche modo. Non l’ha fatto").
Straordinario e rivelatore è il momento in cui il nostro ritorna sul luogo dove Llewelyn ha perso la vita: Chigurg è aldilà della porta sigillata, ad aspettarlo.
Eppure quando entra non c’è nessuno: in questo estremo tentativo di compensare con una fantasticazione un proprio limite sta tutta la disperazione di una persona che si sente ormai inutile.

Ellis: "You can’t stop what’s coming. Ain’t all waiting on you. That’s vanity."

Llewelyn Moss (Josh Brolin) è invece una sorta di "homo faber", tipicamente aderente al mito americano del self-made man, che ritiene di poter cambiare il futuro con le proprie mani (e con le armi): è il titano che sfida l’ineluttabile (Chigurh: "Sai come finirà, non è vero?"; Llewelyn: "No") pensando di poter costruire il proprio benessere con i due milioni di dollari trovati nella valigetta, e che non riuscirà nel suo intento per puro caso.

Chigurh: "Let me ask you something. If the rule you followed brought you to this, of what use was the rule?"

Carson Wells (Woody Harrelson) è una sorta di killer-filosofo, ossessionato dall’ordine e dal rigore della disciplina, che pensa di poter tenere sotto controllo gli avvenimenti, anzi di poterli in qualche modo prevedere mediante le armi dell’osservazione e della deduzione.
Parrebbe un sorta di ente opposto a Chigurg (d'altronde uno è vestito con colori chiari, l’altro di colori scuri) e giureremmo che fosse lui l’elemento compensatore destinato a riportare la quiete.
Farà invece la figura del perfetto imbecille: lui così tanto calcolato e meticoloso, ritrovato e ucciso da Chigurh con una rapidità e semplicità tali da essere irritanti.

Chigurh: "Call it."

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Carla Jean: "The coin don’t have no say. It’s just you."

E’ a Carla Jean Moss (Kelly MacDonald) che viene forse assegnato il ruolo di oppositrice effettiva di Chigurh.
Non è un caso che sia l’altro personaggio "puro" del film oltre allo spietato killer, visto che il suo agire non pare spinto dalla ricerca di qualche vantaggio: sarà l’unica a contestarlo e a metterlo in contraddizione prima di morire, rifiutando di scegliere testa o croce e attribuendo completo potere di scelta (e relativa responsabilità) a Chigurg.
Insomma, pare una donna che, pur non comprendendo il reale, ritiene vi sia un margine che la casualità degli eventi lascia all’azione dell’uomo.
Volendo schematizzare i caratteri sopra descritti:
Chigurg: è una rappresentazione del caso, sorta di angelo sterminatore o di deus ex- machina.
Gli altri quattro personaggi potrebbero rappresentare quattro diverse modalità di reazione all’incomprensibilità degli eventi, quindi di reazione a Chigurh.

- Ed Tom: non comprendo il mondo, quindi mi chiamo fuori dal gioco.
Llewelyn: il futuro non è scritto, dipende solo da me.
Carson: il reale si può comprendere e scomporre con l’intelletto.
Carla Jean: non si può comprendere il reale e non spetta a noi farlo, ma questo non significa che l’uomo non abbia responsabilità nel suo agire. 
Quest’ultima rapresenterebbe quindi una sorta di equilibrio tra la mancata comprensione dello sceriffo e la presunta comprensione di Llewelyn e Carson.

 
Ed Tom: "The point is that, even in the contest between man and cow, the issue is not certain"

Eppure tutte le congetture sinora fatte per portare ordine nel disordine perdono validità, se assolutizzate.
Abbiamo da poco percepito Chigurh come nemico assolutizzato dei sogni e personificazione del caso, che il sicario si ferisce ad una gamba nello scontro a fuoco con Llewelyn.
Ma è soprattutto nel sottofinale, quando si allontana in auto impunito ed ha quel pauroso quanto inaspettato incidente, che ne percepiamo improvvisamente la fragilità e la caducità.
Non era indistruttibile, quindi?
Non era impalpabile (come dice Ed Tom: "A volte penso sia come un fantasma")?
Non era un concetto, un simbolo più che una persona in carne ed ossa?
La casualità che guida gli eventi non risparmia nessuno: nemmeno lui, che ne rappresenta una propaggine, può sfuggire al suo giogo.
Ed è proprio qui, nell’insensato scontro tra due auto, che ci accorgiamo che qualunque tentativo di inquadrare il film in un’ottica unica ed assoluta, in un pensiero dominante, fallisce clamorosamente.
I conti non tornano, da qualsiasi parte li si prenda.
In questo "No Country for Old Men" somiglia alle opere più estreme di David Lynch (soprattutto "Lost Highway", "Mulholland Drive" e "Inland Empire"): splendidi mosaici noir-horror ai quali manca sempre un pezzo.
Si potrebbe dire che l’effetto cinematografico e narrativo che i Coen ricercano accanitamente in pellicole come "Fargo", "The Big Lebowski" e "No country for Old Men" sia quello dell’imprevedibilità.
Imprevedibilità che nel loro specifico caso non si limita ad essere semplice funzione intrattenitiva, ma assume anche le dimensioni di naturale manifestazione di un impianto filosofico.
Non ci aspetteremmo mai che Llwelyn torni dal messicano a portare l’acqua, che Chigurh riesca a rintracciare Llewelyn anche senza segnale, che Ed Tom sia un personaggio sostanzialmente ininfluente, che Llewelyn muoia, ma soprattutto che la sua morte venga genialmente elisa dal racconto e data quasi per scontata, dopo che ci eravamo illusi che fosse lui il protagonista della storia.
E chi si aspetterebbe che Carson Wells muoia in modo così rapido e banale? Alzi la mano chi non pensava che fosse lui l’elemento salvifico…
E dopo che Chigurg ha imperturbabilmente ucciso chiunque gli capiti a tiro, chi si aspetterebbe che risparmi (così pare) il commercialista che assiste all’uccisione del boss nel grattacielo?
Con i continui depistaggi che continuamente disilludono le aspettative del pubblico, pare che i fratelli registi vogliano comunicarci che nulla è certo, che nulla è sino in fondo davvero comprensibile, e che anche attribuire l’aggettivo "casuale" all’andamento degli eventi sottintende un tentativo (terminale,certo…) di dare un interpretazione, di spiegare, di inquadrare.
Forse il punto è che per i Coen non esiste un punto.
Le cose vanno così e basta.
Punto.

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