PENSIERI SPARSI
Tra psichiatria, impegno civile e suggestioni culturali
di Paolo F. Peloso

LA MENTE DI HITLER: l’enigma affrontato in un testo di Dalle Luche e Petrini

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16 febbraio, 2020 - 09:46
di Paolo F. Peloso

 
Autori: Riccardo Dalle Luche e Luca Petrini
Titolo: Adolf Hitler. Analisi di una mente criminale. Psicologia e psicopatologia del nazismo
Editore: Mimesis
Pagine: 374
Euro: 20.00
 
Il fatto che la psichiatria o la psicopatologia abbiano qualcosa da dire sul perché del nazismo e del consenso ampio del quale godette – e di quello decisamente minore del quale sorprendentemente ancora gode – è una domanda che accompagna questi fenomeni fin dalla loro prima manifestazione, e dunque mi pare che bene abbiano fatto Dalle Luche e Petrini a tornare per la terza volta su questo tema per presentare, in una ricchissima ricostruzione, le diverse posizioni che in proposito sono state espresse da storici e psichiatri. La lettura del volume, mi pare, può così senz’altro dare notizie interessanti sulla persona di Hitler e sul nazismo, ma offre anche importanti spunti di riflessione sulla psichiatria, sulla storia e sull’utilità, ma anche i limiti e i rischi, dell’applicazione della psichiatria alla storia. 
Di tutte le questioni interessanti affrontate nel volume, mi limiterò qui a riassumere e commentare due delle principali: la psicobiografia di Hitler e la psico(pato)logia del consenso del quale il nazismo godette. Per farlo, riprenderò ampliandole solo alcune delle idee che ho espresso nella postfazione a chiosa del volume, nella quale ho avuto l’opportunità di soffermarmi soprattutto sui rischi che una lettura del nazismo o di fenomeni analoghi, come il fascismo italiano, con la lente delle discipline “psi”, può presentare.



 
Psicobiografia di un dittatore
 
Uno dei contributi più importanti di questo volume mi è parso senz’altro la raccolta di studi e di notizie che propone, criticamente, per la conoscenza dell’uomo Adolf Hitler.
Così, gli Autori riportano che molti, come Langer e Murray, concordano nel suo caso su un meccanismo psicologico abbastanza comune, quello per cui un atteggiamento particolarmente violento del padre durante l’infanzia lo avrebbe spinto a rifarsi nella vita adulta, cercando capri espiatori su cui sfogare odio, violenza e frustrazioni accumulati. E insistono giustamente sulla vita disadattata che Hitler condusse nell’adolescenza e la giovinezza, poi l’occasione di riscatto offertagli dalla guerra, alla cui notizia riferì di essersi sentito entusiasta, e soprattutto l’episodio di Pasewalk, quando - arruolato nell’esercito tedesco - soffrì di un episodio di cecità non è chiaro quanto provocato dal gas iprite o almeno in parte di natura isterica. E’ in quel momento, che corrisponde a quello nel quale Hitler apprese della resa della Germania, che lui stesso avrebbe poi collocato, scrivendone nel Mein Kampf, la chiamata della provvidenza che lo avrebbe spinto a dare inizio alla propria missione politica. Una “chiamata” che parrebbe corrispondere qui a un artificio retorico, ma avrebbe potuto avere secondo diversi autori le caratteristiche di un cambiamento radicale nella personalità, o di una rivelazione patologica che poterebbe far pensare alla “rivelazione” del delirio.
Quel che mi pare molto probabile, comunque, è che dall’esperienza della Prima guerra mondiale il nazismo, come il fascismo, fu fortemente influenzato e in essa rimase sostanzialmente prigioniero, facendo sì che la guerra, con la sua mentalità e la sua cultura, e soprattutto il poco valore che in essa è attribuita alla vita umana, rimanesse “dentro” la mente e la coscienza, anche in tempo di pace[i]
Alcuni biografi ricordano testimonianze dei suoi (autentici o meno) scoppi di collera, e le debolezze come i momenti di pesante sconforto di fronte al manifestarsi di difficoltà, dai quali era solito riemergere rimbaldanzito e forte di una determinazione ancora maggiore, che potrebbero far pensare a oscillazioni nel tono dell’umore. Ancora, si è parlato degli aspetti esoterici e superstiziosi del nazismo che, però, più che elementi originali del suo pensiero, parrebbero essere l’appropriazione, anche in questo caso, di discorsi circolanti nella Germania dell’epoca, forse per arricchire un background culturale sennò piuttosto carente.
In molti, a partire dal noto psichiatra Oswald Bumke che lo considerò uno psicopatico isterico, si soffermano sulla straordinaria capacità suggestiva e sull’energia di Hitler. O parlano della sua grandiosità e megalomania come di deliri; ma sono forse meglio comprensibili se si pensa a un uomo qualunque, un disadattato, che con abilità, spregiudicatezza e certo una buona dose di fortuna si è trovato a essere uno degli uomini più potenti del suo tempo; a un caporale sprovvisto di nozioni di strategia che si è trovato al comando di uno dei più forti eserciti al mondo e in una fase iniziale ha potuto cullarsi nell’illusione dell’invincibilità. Un uomo piccolo, questo sì, che si è issato ed è stato issato dai seguaci su un piedestallo decisamente più grande di lui.
Elias Canetti, studiando le memorie di Albert Speer, che fu architetto capo del Partito nazista dal 1934 e realizzò in piccola parte, e soprattutto raccolse, i progetti architettonici faraonici di Hitler, pone al centro della sua psicologia l’ossessione del “superamento”. Afferma che Hitler si sentiva in competizione con Alessandro e Napoleone nelle conquiste, e sentiva di dover superare in grandezza tutti gli edifici realizzati nella storia, a partire dalle piramidi egiziane. Amava i grandi numeri, le masse oceaniche delle grandi adunate, quelle altrettanto sterminate dei morti di persecuzione e di guerra, aspirava a essere grande e indimenticabile nella creazione come nella distruzione[ii]. Se si considera la rapidità della fase ascendente della sua parabola, e la rapidità ancora maggiore della fase discendente, si ha come la sensazione che la facilità delle sue vittorie, prima sul fronte interno in un vuoto sorprendente della politica e poi su quello internazionale nel quale molte nazioni furono colte inizialmente in contropiede, sia stata anche la sua rovina. Gli abbia dato cioè la sensazione che come nulla aveva potuto fermare all’inizio il riscatto e l’ascesa suoi e del popolo tedesco,  nulla avrebbe potuto fermarla. E non credo che si sia trattato di un delirio in senso stretto né di grandiosità maniacale, ma di un’illusione, di una distorsione cognitiva nata dalla facilità del trionfo e gravida della catastrofe, questo sì.    
Altri biografi si sono soffermati sulla sua sessualità, un tema del quale poco si conosce (come, peraltro, per la maggior parte dei personaggi storici), le sue relazioni con le donne, tre quelle più importanti, temi tutti questi sui quali molto si è scritto a partire da notizie scarne, ma poco di interessante mi pare sia emerso se non, eventualmente, che in questo campo possa avere conosciuto frustrazioni e dolori. Difficile, credo però, collegare queste esperienze alla sua vicenda politica. 
Un capitolo che mi è parso particolarmente suggestivo del volume è il VI, nel quale si ricostruiscono minuziosamente le notizie che abbiamo circa le medicine che il suo medico personale, Theo Morell, somministrò a Hitler, alcune delle quali, a base di prodotti psicoattivi come integratori, energizzanti, stimolanti, ossicodone, anfetamine, atropina e stricnina potrebbero averne influenzato, queste sì, decisioni e comportamenti soprattutto nell’ultima fase. E questo è, di tutti gli enigmi sulla figura, uno dei più interessanti; ma è destinato a rimanere forse, purtroppo, un enigma nell’enigma.
Hitler mostrava, come è normale, al suo medico i sintomi che lo disturbavano e anche i lati più deboli della sua personalità, a partire dalla tendenza all’ipocondria e alle somatizzazioni. Ma anche questi, credo, difficilmente potrebbero avere avuto ricadute immediate in politica. 
è stato analizzato, dopo morto e dopo sconfitto, da un numero veramente elevato di psichiatri, che gli hanno attribuito un numero quasi altrettanto alto di diagnosi. Gli Autori riportano, in particolare, uno studio realizzato in anni recenti da Coolidge, Davis e Segal con riferimento al DSM IV sugli anni di Hitler precedenti la nomina a cancelliere. I punteggi più elevati riscontrati hanno riguardato la schizofrenia paranoide, il pensiero psicotico e la paranoia. Dallo studio emergeva a sorpresa una particolare importanza dei traumi patiti durante l’esperienza bellica, mentre a proposito della personalità i punteggi più elevati riguardavano i disturbi antisociale, narcisistico, paranoide e sadico, la tendenza a somatizzare e l’introversione.
E riportano poi una completa review proposta alla fine degli anni ’90 da Fritz Redlich sulle caratteristiche fisiche e psicologiche di Hitler, a partire dall’ipotesi che fosse affetto da Morbo di Parkinson, per passare a considerare le varie ipotesi diagnostiche e in particolare la paranoia. Anche il noto psichiatra Vallejo Nàgera ne aveva parlato come di uno psicopatico paranoide.
Ma la diagnosi di paranoia mi pare problematica. Ho già cercato di spiegare perché le idee politiche di Hitler mi sembrino certo feroci, ma non deliranti; aveva timore degli attentati e gli avvelenamenti, ma nella sua posizione sarebbe stato folle non averlo. Era animato certamente da una forte carica d’odio, non sappiamo però quanto autentico e quanto necessario all’attribuzione al suo personaggio delle caratteristiche utili a compiacere ed esaltare il popolo tedesco, pescando nelle sue pulsioni di rivalsa e di dominio e nel bisogno di dargli in pasto capri espiatori.
Secondo altri studi Hitler sarebbe stato affetto da disturbo bipolare, schizofrenia, perversione, isteria e come si è detto svariati disturbi della personalità. E senz’altro il fatto che un paziente sottoposto a diagnosi da psichiatri diversi sia diagnosticato in modo diverso è un fatto comune e ha varie ragioni: la scarsa specificità diagnostica di molti sintomi, la diversa importanza che ad essi può essere attribuita da diversi osservatori ecc. Tuttavia, credo che il fatto che ad Hitler siano state attribuite così diverse malattie mentali (quasi tutte, direi) deponga anche in favore del fatto che, probabilmente, non soddisfacesse in modo completo i criteri per nessuna.
E a tale conclusione mi pare arrivi Redlich, per il quale è certo, nelle parole degli Autori, che Hitler non soffrì di nessuno dei disturbi psichiatrici maggiori. E anzi, come ancora viene riportato: «molti possono aver avuto il desiderio di abusare o maledire Hitler, ma io auspico che questo non venga fatto abusando della terminologia psichiatrica». Spiegherò nella conclusione perché questo auspicio mi pare particolarmente importante. Hitler sarebbe stato alla fine, ad avviso di questo psichiatra, un “profeta paranoide distruttivo”, e questa, più che una diagnosi psichiatrica, sembra una constatazione storica. Distruttivo, senz’altro, anche se non del tutto perché nei suoi progetti c’era, comunque, quello della costruzione del III Reich e di dotarlo di un’architettura destinata a durare nei millenni; paranoide, credo in senso solo metaforico, perché in comune col paranoico aveva i temi persecutori (la Germania, però, era stata davvero sconfitta e umiliata) e la carica d’odio, ma non il fondamento, come ho cercato di argomentare, delirante; profeta, solo in quanto allo stile e in senso metaforico perché, al contrario di molti altri personaggi storici responsabili  come lui di molte morti e distruzioni, non c’era nel suo caso alcun chiaro rimando a un mandato divino.
 
L’enigma del consenso
 
Nel 2008, interrogandomi sulla figura di Hitler a lato di quella di Mussolini, mi chiedevo:
 
«Se davvero Hitler e Mussolini e i fenomeni che rappresentano dovessero essere consegnati alla follia, del resto, cosa pensare delle piazze gremite ad applaudirli? E cosa, poi, degli sparuti e tristi gruppuscoli di proseliti che ancora ai giorni nostri ne perpetuano le idee [dei quali questa rubrica si è occupata in altra occasione]?»[iii].
 
Non solo: se Hitler fosse stato pazzo, cosa sarebbero stati coloro che lo hanno ai diversi livelli dell’organizzazione nazista, giù giù fino alla base, emulato in ferocia? Non c’è solo l’enigma del consenso, quindi, ma anche l’enigma del fatto che la spregiudicatezza, la ferocia e l’amoralità del capo sembrano essere discesi a cascata lungo l’organizzazione nazista senza ostacoli, fino a investire in molti casi il singolo militante.
Gli Autori affrontano questi problemi nella seconda parte del volume. Che la quasi totalità di un popolo abbia potuto affidare la propria guida politica a un uomo poco colto e istruito, e il proprio esercito a un caporale privo di nozioni strategiche, affidandosi ciecamente alla sua guida e seguendolo nella ferocia e nel pericolo, ha certamente - visto a posteriori - dell’incredibile. E presenta peraltro  elementi di analogia con il caso italiano. Certo, per molti occorre tenere presente la carica di violenza e di intimidazione che accompagnarono l’ascesa del nazismo e fecero sì che coloro che avrebbero potuto opporsi fossero stati uccisi, imprigionati, esiliati; per molti agì la propaganda, che il nazismo seppe utilizzare con rara abilità; per molti l’opportunismo che serve sempre a spiegare molte scelte degli umani; ma tutto questo probabilmente non basta. Molti credettero in lui in modo spontaneo e sincero; e alcuni, ancora oggi, incredibilmente lo fanno.
Per affrontare questo problema, gli Autori ripropongono uno studioso estremamente interessante - e ingiustamente rimosso - delle masse, Gustave Le Bon, il quale affronta nel 1895 la folla identificandovi caratteristiche che in parte erano state già intuite dagli artisti – penso all’episodio dell’assalto ai forni nei Promessi sposi o alle dinamiche interne al gruppo dei congiurati descritte da Dostoëvskij ne I demoni - ma che non erano state affrontate ancora in modo sistematico.
L’osservazione fondamentale di Le Bon, infatti, è che la folla rappresenta un agglomerato dotato di una propria psicologia, che non corrisponde alla somma di quelle degli individui che la compongono: la folla forma un solo essere ed è sottomessa alla legge dell’unità mentale della folla. All’interno della folla, Le Bon descrive il perdersi della responsabilità individuale nell’anonimato, il fenomeno del contagio mentale e la suggestionabilità, tutte tre caratteristiche che – unitamente al sentimento di onniscienza e onnipotenza che il meccanismo gregario rafforza - giustamente gli Autori richiamano come pertinenti al caso nazista. La folla è portata, per sua natura, alla ricerca di un capo; e di un capo dispotico. Tra le caratteristiche del leader, Le Bon cita la capacità di asserire senza argomentare, perché la folla ha bisogno di messaggi semplici; la ripetizione dei concetti, perché penetrino nella folla; il contagio, che fa s+ che nella folla le idee si propaghino dall’uno all’altro.  Hanno ragione, sono davvero impressionanti le analogie tra le folle studiate da Le Bon e quelle naziste per ciò che riguarda la relazione tra il capo carismatico e la “sua” folla, composta di individui “semi-alienati”, “al limite della follia”, disposti a lasciarsi ipnotizzare e infantilizzare dal leader, dalla fermezza delle sue convinzioni, dalle sue parole semplici e chiare, l’invenzione di simboli e riti, la mimica grottesca ma potentemente evocativa.
E’ incerto se Hitler abbia letto Le Bon, ci dicono gli Autori; è invece certo che lo abbia letto Mussolini, e senz’altro che Hitler abbia guardato a Mussolini come a un modello.
Il tema della psicologia delle masse è anche al centro degli interessi della psicoanalisi a partire dal noto saggio di Freud del 1921 che ne avvicina il funzionamento ai fenomeni ipnotici: come nel caso dell’ipnotizzatore, il leader è idealizzato e l’individuo scompare nella sua autonomia di giudizio e nelle sue istanze morali. E ai confini del gruppo tende a passare il confine tra bene e male: è bene tutto ciò che è dentro, è male quello che è esterno.
Tra i primi allievi di Freud a studiare il fascismo e il nazismo si colloca Wilhelm Reich, il quale legge il fascismo come l’affermazione della personalità autoritaria, fondata sulla pedagogia, in particolare ma non solo tedesca, dell’epoca e sulla repressione della sessualità maschile e femminile nelle masse, praticata fin dall’infanzia. Alla psicoanalisi, poi, siamo debitori di importanti contributi alla comprensione del fenomeno del capro espiatorio, come quello di Jacques[iv]. E’ interessante che per Bion, come scrive nel 1961, il gruppo tenda a funzionare come una unità sviluppando una mentalità del gruppo, alla quale i membri contribuiscono in forma anonima e inconscia. Ma la teoria dei gruppi di Bion ci pare particolarmente utile allorché individua tre “assunti di base”, che rappresentano credenze magiche e inconsce in base alle quali il gruppo può funzionare, anche senza che i membri ne siano consapevoli: dipendenza da una divinità protettrice la cui bontà, potenza e sapienza non sono in discussione; attacco-fuga da un nemico collocato sempre all’esterno del gruppo; attesa messianica di qualcuno o qualcosa che, nel futuro, risolverà i problemi del gruppo[v].
Tutte e tre caratteristiche che ci paiono calzanti col caso nazista: cieca fede nel Führer; odio e disprezzo per Inglesi, Francesi, e poi Sovietici, Americani, ed ebrei e zingari proiettati fuori anch’essi; attesa messianica per il compimento del destino di gloria della Germania. 
Ancora, tra i molti elementi interessanti che gli Autori propongono c’è la lettura che lo storico Ian Kershaw diede dell’ascesa di Hitler, che si colloca a cavallo tra la psicologia sociale e l’analisi socioeconomica. Il giovane ex caporale sarebbe stato scelto come leader carismatico e indiscusso in un momento nel quale il Partito nazionalsocialista versava in una crisi tale da rischiare la scomparsa. Seguirono la macchina della propaganda e la concomitanza tra la smania di riscatto di Hitler, frustrato dalla vita, e quella del popolo tedesco, che pativa la fresca umiliazione di Versailles. Così, il risentimento di un popolo sconfitto si sarebbe rispecchiato in quello di un uomo sconfitto e, infine, determinante, fu in Germania come in Italia, l’opzione favorevole al fascismo di una parte consistente dei ceti dominanti, sicuri di poter cavalcare il fenomeno per difendersi dal “pericolo rosso” che l’esempio russo rendeva concreto, e destinati invece poi ad esserne travolti.
Ma tutto questo avrebbe potuto o potrebbe ancora verificarsi in altre circostanze, o è stato legato a una congiuntura di fattori realizzatasi solo nella Germania degli anni ’30?
Coloro che credono che si possa parlare di personalità nazista - fatta di obbedienza cieca e acritica agli ordini, quali che fossero, dissociazione, mediocrità, tutti fattori  che per l’adesione in massa al nazismo avrebbero creato il brodo di coltura – tendono ad attribuire un peso alla pedagogia autoritaria in uso in Germania già a monte del nazismo, con la particolare inclinazione all’obbedienza e all’organizzazione e alla sistematicità della cultura tedesca.
Fino ad arrivare nei carnefici dei centri di sterminio e dei lager alla forma di una “abolizione dell’empatia” che fa pensare anche a quel venir meno del sentimento del valore dell’altro che, altrove, abbiamo accostato all’assassinio[vi]. Insignificanti burocrati della ferocia, insomma del tipo delineato nel discusso e coraggioso saggio di Hannah Arendt sul processo Eichmann[vii].
Una teoria suggestiva, dunque, questa dell’esistenza  di una specifica personalità, che gli Autori approfondiscono. Riportando anche, però, il fatto che con essa contrasta il fatto, anch’esso riportato dai nostri Autori nella loro completa disamina, che i test praticati ai gerarchi a Norimberga diedero esiti non omogenei, il che suggerisce – insieme alle scelte eterogenee che i gerarchi fecero dopo la sconfitta (dal suicidio, alla consegna al nemico, alla fuga e alla vita “pacifica” ospiti dei regimi fascistoidi che nel frattempo si erano affermati in America latina) - che una personalità specificatamente nazista, probabilmente, non esista.
D’altro canto, esistono altri argomenti anche in favore del fatto che i meccanismi psicologici che sostennero il nazismo non possano essere considerati fenomeni esclusivamente tedeschi né esclusivamente nazisti, e rispetto ad essi il resto del mondo sia immune; che, cioè, non sia vero che, come recita un verso di una nota canzone di Francesco Guccini: “l’uomo infondo è buono, meno il nazi infame”[viii]. Dopo il ’45, molti Paesi nel mondo hanno conosciuto regimi analoghi per ferocia, che sono evocati tangenzialmente nel volume, dall’Asia all’America latina, all’Africa. Ed è esperienza comune ad ogni organizzazione umana, dal lavoro, alla politica, persino forse nelle stesse relazioni famigliari, che il potere, anche un po’ di potere, sugli altri renda in ogni contesto le persone più ciniche, moralmente più brutte, cattive, spregiudicate. Mi pare che un film di Pier Paolo Pasolini relativo proprio alla costruzione di una metafora del nazifascismo – Salò. Le 120 giornate di Sodoma -  sia particolarmente eloquente in proposito.
E chissà che allora il Vangelo, quando scrive “beati i poveri di spirito, i miti, i puri di cuore”, non si riferisca proprio a questa minore esposizione alla tentazione della sopraffazione sadica o cinica sull’altro, per chi non ha potere.
Ma se la possibilità di un potere assoluto sull’altro possa sprigionare il cinismo e la cattiveria nell’uomo, tedesco o non tedesco che sia, al massimo grado è esperienza del tutto comune nella storia, quel che sarebbe interessante stabilire è se sia un’organizzazione umana che prevede la possibilità che qualcuno possa raggiungere un potere assoluto sull’altro, come il nazismo, a far sì che a salire nella carriera e quindi a occupare le posizioni più alte siano soprattutto le persone costituzionalmente o psicologicamente portate alla spregiudicatezza, al cinismo e alla cattiveria (personalità psicopatiche o antisociali); o se sia il fatto di occupare tali posizioni a rendere tali quelle persone che, in una posizione diversa, sarebbero state (e in effetti in molti casi furono poi per il resto della loro vita), pacifiche. Se cioè sia stato il sistema nazista a favorire l’ascesa di soggetti con tendenze criminali, ciniche e sadiche al potere; o il meccanismo di potere proprio del nazismo, a rendere sadiche, ciniche e criminali persone che altrimenti non lo sarebbero state. O, ancora, se, come sono portato a pensare, in un’organizzazione sociale nella quale sia contemplata la possibilità di un potere assoluto sull’altro, possano funzionare entrambi questi meccanismi, e possano reciprocamente alimentarsi.
Dostoëvskij ci offre, molto prima di Hannah Arendt, la sua esperienza quando si sofferma sull’analisi delle relazioni di potere e della psicologia dei personaggi nel reclusorio dove si trova internato, e scrive a proposito di uno dei carcerieri: 
 
«Tutto il suo fascino era sfumato appena aveva smesso la divisa.  In divisa era il terrore, era un dio.  Con la marsina era improvvisamente diventato un nulla assoluto e aveva l'aria di un domestico.  E' sorprendente quanta parte abbia la divisa in questi uomini»[ix].
 
Un caso particolare, tra coloro che aderirono al nazismo, è poi rappresentato dai medici, una percentuale dei quali più alta rispetto ad altre categorie di professionisti si iscrisse al partito. E quando fu chiesto loro un uso spregiudicato della vita umana nel caso dello sterminio dei malati inguaribili (che, ricordano giustamente  gli Autori, poteva essere anche vissuta in modo perverso e paradossale nelle intenzioni come atto “pietoso”), o una sperimentazione medica disinvolta sui prigionieri in nome di un progresso medico al quale appariva sacrificabile il singolo paziente (soprattutto se considerato appartenente a una razza inferiore, una sorta di subumano), in molti aderirono (ma alcuni anche no, ed è giusto ricordarli[x]).
Logico epilogo questo, mi pare purtroppo, di tanti discorsi con i quali il positivismo e l’evoluzionismo avevano flirtato nei precedenti decenni: quali vite avessero valore e quali non ne avessero; quali razze fossero pienamente umane e quali meno umane; se valessero più le razze umane pure o il meticciato.
Dopo essersi soffermati poi con un’ampia digressione sui sopravvissuti della Shoah, sulle tracce del dolore che li hanno accompagnati per il resto della vita e paiono, in qualche modo, riemergere come un fiume carsico nella terza generazione - ferite così profondamente impresse nella carne, che non basta la vita individuale a rimarginare - gli Autori ritornano infine al problema di partenza: se quello di Hitler e del nazismo possa essere considerato un problema di psicosi, o possa essere comunque ascritto ad altri capitoli della psicopatologia.
Come ho accennato in apertura, io sono rimasto nonostante tutto convinto di no e mi scopro in compagnia, oltre che con lo storico George Mosse, con altri studiosi citati nel testo come gli psichiatri Leonard e Renate Heston e lo psicologo Umberto Galimberti, o ancora con Franco Basaglia, il quale ebbe a dire nel corso delle Conferenze Brasiliane del 1979:
 
«All’indomani della seconda guerra mondiale era molto frequente sentir dire che Hitler era un paranoico, uno schizofrenico, che era un pazzo. Così come si diceva che i torturatori sono pazzi, o in Italia si diceva o si dice che le Brigate Rosse sono dei pazzi. Ecco, credo che qui ci sia un equivoco che bisogna chiarire. Penso che nel momento in cui si dice che questi sono pazzi, in realtà si pensa di esorcizzare, di eliminare il problema, perché se Hitler è pazzo una volta preso lo si chiude in manicomio e la vita continua nella sua logica; se il torturatore è pazzo, si mette il torturatore in ospedale psichiatrico ed è finita. E invece io non credo che sia finita; io credo che ci  possano essere dei meccanismi psicopatologici nel modo di muoversi di queste persone, ma il loro modo di essere, il modo di agire, il modo di partecipare alla vita di ogni giorno è estremamente logico, razionale. Direi che i reggitori degli Stati. che usano queste persone, le sanno usare fino in fondo. Il torturatore è una persona che ha il suo iter, il suo cammino, il suo nascere, il suo svolgersi. Per esempio, potremmo dire che i direttori dei manicomi sono tutti dei torturatori, e allora dovremmo mettere tutti i direttori degli ospedali psichiatrici in manicomio, che credo sarebbe la cosa più sana... Ma invece il problema è che il direttore dell'ospedale psichiatrico ha un iter di vita che ci fa vedere come accade che una persona che all'inizio pensava di poter fare del bene al prossimo diventi poi un torturatore»[xi]

Quanto a Redlich, uno dei principali studiosi della biografia di Hitler dal punto di svista della clinica, sembra mantenere in proposito una posizione interlocutoria e prudente; ma mi piace ricordare la risposta di sua moglie alla domanda di chi fosse Hitler, che gli Autori riportano: “era un uomo malvagio”.  Sul che, credo si possa essere senz’altro d’accordo.
Meglio infatti, e più privo di rischi per la psichiatria, per la politica e anche per coloro che sono esposti al rischio dello stigma che già accompagna di per sé la follia perché ne sono affetti davvero, mantenere a mio parere il giudizio su Hitler e il nazismo nel campo morale e politico.
Le ragioni ho avuto modo di esporle, come accennavo, in modo più completo nella postfazione che chiude questo volume decisamente interessante e utile a stimolare riflessioni, e ad esso quindi rimando chi fosse interessato all’una e all’altro.

Clicca sul link per la presentazione di Riccardo Dalle Luche al volume, su questa rivista.  
 

 

[i] P.F. Peloso, La guerra dentro. La psichiatria italiana tra fascismo e resistenza (1922-1945), Verona, Ombre Corte, 2008, pp. 15-17.
[ii] E. Canetti, Hitler, in base a Speer, in: Potere e sopravvivenza. Saggi (1972), Torino, Adelphi, 1981, pp. 81-123.
[iii] P.F. Peloso, La guerra dentro… cit., p.  75.
[iv] E. Jaques, Sistemi sociali come difesa contro l'ansia persecutoria e depressiva. Contributo allo studio psicoanalitico dei processi sociali, in: Fantasmi, Gioco e Società (a cura di F. Fornari), Firenze, Il Saggiatore, 1976, pp. 213-244.
[v] W.R. Bion (1961), Esperienze nei gruppi e altri saggi, Roma, Armando, 1972.
[vi] A.M. Ferro, P.F. Peloso, L. Ferrannini, Alcune vicissitudini del sentimento del valore altrui, della responsabilità e della colpa nell’omicidio, Psicoterapia e scienze umane, XLI, 2, 2007, pp. 171-190.
[vii] H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Milano, Feltrinelli, 2013.
[viii] Parole tratte dalla canzone Lager di Francesco Guccini, pubblicata nell’album Metropolis (1981).
[ix] F.M. Dostoëvskij, Memorie di una casa di morti, in Romanzi e taccuini, vol. IV, Firenze, Sansoni, 1958, p. 984.
[x] P.F. Peloso, La guerra dentro… cit., pp. 100-102. 
[xi] F. Basaglia, Conferenze brasiliane (1979), Milano, Cortina, 2000, p. 199.

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