COVID-19: Attraversando la linea d’ombra. Il volto, il corpo, il quotidiano esserci.

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23 marzo, 2020 - 17:47
Le città sono deserte, silenziose. La notte insolitamente quieta, come forse non lo era da decenni. Un salto temporale nell’Italia rurale, indietro di un secolo: niente auto a disegnare con i fari le strade notturne, qualche lampione al led dai toni gelidi, canti di uccelli notturni, l’immobilità.
Impariamo a tremare (Candiani, 2018) direbbe Chandra Livia Candiani, soli come mai nessuno ci ha raccontato, se non attraverso i classici. Torniamo a tremare come quando abitavamo le caverne, senza però la vicinanza del corpo altrui, sguarniti di ogni illusoria protezione dall’ingovernabile.
Mentre leggo, assorto, Il silenzio è cosa viva il cellulare mi riconduce nel mondo, sollevandomi dalla sospensione che mi ero creato, la coscienza si dilata di nuovo: “tra poco parla Conte” mi scrivono. Mi alzo per accendere la Tv, avvolto in un’atmosfera quasi drammatica e nel tragitto che mi separa da essa guardo fuori dalla vetrata della stanza, butto gli occhi qua e là verso la vallata in cerca di movimento che testimoni la presenza della vita. Nessuna risposta giunge all’appello.
Mi fermo in piedi gravando sul pavimento. Sagome inerti di case e borghi e capannoni scorrono come linee d’ombra da attraversare in direzione di un’identità ancora indefinita, un viaggio tormentoso che tutti, in questo momento, stiamo affrontando insieme a Joseph Conrad, combattuti tra la lotta e l’abbandono, l’angoscia e la speranza. Capitani di una nave arenata tra le rovine dell’esistenza con attorno il nulla.
Faccio dei passi ed il suono ovattato rimbalza tra le pareti, tornandomi indietro sinistro, come se mi fossi alzato in piena notte dopo aver sentito un rumore sconosciuto. Il tempo ora è l’attesa di ciò che deve accadere, di ciò che deve essere decretato. Nei pochi secondi in cui questa scena si dispiega tra la lettura, il messaggio, la finestra e la Tv faccio fatica a tenere insieme queste cellule elementari di tempo vissuto in un flusso continuo.
Fintanto che la Tv non lacera la mia intonazione emotiva (Stimmung) con il suo vociare familiare e teatrale, lo spazio vissuto si fa, ad un tempo, stretto come la stanza e s-confinato come l’orizzonte che scorgo dalla finestra: ovunque regna la stasi. Tra dentro e fuori non c’è distanza, non c’è differenza, i miei passi sembrano giungere da chilometri di distanza, come fossero stranieri, non più i miei.
Il decreto è una nuova stretta, un nuovo giro di vite, una nuova epoché sul mondo. Non si tratta di ripensare la vita, quanto di prender coscienza dell’emergere di ciò che in essa è celato, lo strappo con ciò che sottostà alle operazioni ovvie che compio nel quotidiano. I miei impliciti si imprimono come riflessi vuoti su di un vetro apparendomi inutilizzabili, richiamando alla memoria la Zuhandenheit (Heidegger, 2011).
La vita non è più pacifica, sono costretto a perseguire le radici dell’esistenza sospendendo ogni singola operazione. Dice Husserl - alla fine della sua vita - che se perseguiamo in tutte le sue operazioni la vita che si agita, che tende avanti, che plasma la vita intersoggettiva ed il mondo, appare innanzi un regno immenso ed anonimo (Husserl, 2015). Questa emozionante riflessione, Husserl sembra averla scritta come se avesse fatto un viaggio alla ceca nel nostro tempo, in questi giorni di sospirosa attesa in cui tutto quello che pre-supponiamo, che ci fa pro-tendere e pro-gettare si arresta, il mondo-della-vita (Lebenswelt) muta e con essa mutiamo anche noi perché in qualche modo, ci ricorda Stanghellini, la Lebenswelt “vive con noi” (Stanghellini, Mancini, 2018).
La vita intersoggettiva, il corpo-a-corpo (Leib-a-Leib) come centro di irradiazione dell’intersoggettività è interrotto e ci ritroviamo impediti nelle possibilità di abitare il mondo e di partecipare ad esso se non nel confine delle nostre mura domestiche.
Non sono in trincea dove la vita arde, come l’ossigeno dei respiratori, e la gente collassa. Non sono nei luoghi di frontiera dove i corpi esanimi, il sudore, le lacrime, le storie si asfissiano nella solitudine delle stanze in isolamento. Sono uno dei milioni che sta a casa, nelle retrovie, per necessità, attraversato da un senso di vaga inutilità e impotenza.
La quotidianità (Alltaglichkeit), così come la presenta Heidegger, in questo tempo è minata alle sue fondamenta. La quotidianità quale condizione, modo d’essere, in cui ci troviamo a vivere nella stragrande maggioranza del tempo e dalla quale ci facciamo dominare, ora può esercitare la sua tirannica presa ed attrazione sulla nostra coscienza (Gewissen) solo come grido muto, dischiudendo quindi la possibilità di ascoltare il richiamo dell’autenticità, ritrovando se stessi, facendosi ri-chiamare da se stessi.
Circondati, come siamo, dalla morte. Dalle code di carri militari che conducono, come in guerra, i feretri alla cremazione; dai nosocomi trasformati in linea del fronte, zone di confine, dove la vita tenta disperatamente di arginare l’offensiva della morte, possiamo fare l’esperienza di approdo alla Lichtung, nella radura dove poter far penetrare l’illuminazione nel nostro più spaventoso calar nella tenebra.
Siamo con-finati nelle nostre case e con-finanti nel comune cammino in cui la storia ci sta traghettando, al valico tra la clinica e l’esistenza mia (come uomo/donna e Psi) e tua (come uomo/donna e paziente), nella terra di mezzo in cui tentiamo di impastare le nostre comuni eppur diverse sorti. E quando la presenza in carne-e-ossa si fa impossibile, cercando di non perdere mai la bussola donataci da Martin Buber che afferma: “Ogni mezzo è impedimento. Il vero incontro è possibile solo dove è caduto ogni mezzo” (Di Petta, 2003), possiamo continuare ad amalgamare i nostri sguardi, le nostre voci, utilizzando le infinite possibilità che la tecnologia ci offre.
È richiesto uno sforzo ad entrambi, però, uno sacrificio per continuare ad esserci, in qualche modo, l’uno per l’altro e proseguire quel viaggio tra ombra e luce, al limite tra aurora e crepuscolo. Una clinica dell’esistenza che fa dell’incontro con l’altro uno stile di vita e del suo volto - anche se attraverso la cam - presenza viva, direbbe Lévinas, e varco nell’opacità dell’essere in quanto luogo sempre nudo, anche come semplice spiraglio tra i molteplici DPI che oggi indossiamo.
Ed allora come dei resistenti e instancabili Ulisse, io (Psi) e tu (paziente), continuiamo il nostro vagabondare insieme, accostandoci – per come possiamo – attraverso le nostre umane odissee. Proverò, come uomo e come Psi, ad esserci attraverso la mia umana esistenza rendendo l’incontro – anche se un virtuale vis-a-vis – uno scambio vivo in cui trovare un sentiero percorribile da entrambi per non farci vincere dall’angoscia, dal dolore e dalla sconfortante incertezza tenendo, come tessitori, annodati i fili del tempo in attesa del domani.

 
 
Bibliofrafia
 

  • Candiani C. L.: Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione. 2018.
  • Conrad J.: The shadow line. 1917. Trad. it.: La linea d’ombra. 1993.
  • Di Petta G.: Il mondo vissuto. Clinica dell’esistenza. Fenomenologia della cura. 2003.
  • Heidegger M.: Sein und Zeit. 1927. Trad. it.: Essere e tempo. 2011.
  • Husserl E.: Die Krisis der europäischen Wissenschaften und die transzendentale Phänomenologie. 1936. Trad. it.: La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale. 2015.
  • Lévinas E.: Totalité et Infini. 1971. Trad. it.: Totalità e Infinito. 2016.
  • Stanghellini G., Mancini M.: Mondi psicopatologici. 2018.
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