IL SOGGETTO COLLETTIVO
Il collettivo non è altro che il soggetto dell’individuale
di Antonello Sciacchitano

La morte e l'ignorante

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15 agosto, 2020 - 08:13
di Antonello Sciacchitano
Nella scienza erroneo non significa inutile.
David Quammen, L’albero intricato, 2018

La racconta un antico motto siciliano: a morti cu ’gnuranti. Sapete la storia? L’ignorante è uno tosto. Non solo non sa; come molti di noi non vuole proprio sapere. Un giorno la morte va da lui per prenderselo e gli comunica che deve morire. L’ignorante ringrazia per l’avvertimento ma risponde che non sa cosa vuol dire morire. La morte vorrebbe dire che neanche lei lo sa, perché “la morte mai non muore”, ma incautamente ribatte che esegue solo ordini superiori. L’ignorante replica che non immagina chi possa averle dato simili ordini. La morte controreplica in termini di logica... E sono ancora lì a discutere. Nessuno ha vinto – come i filosofi sanno, morte e ignoranza hanno pari forza dialettica. Pareggiare per l’ignorante vuol dire sopravvivere: l’ignoranza è un salvavita. “Tutti gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; Socrate è mortale”. La favoletta mortifera non regge. La bevono solo i filosofi accademici. Socrate non fu accademico; lo dimostra non aver scritto un rigo. L’accademia fu fondata da un allievo degenere, che ci ha inondato con i suoi scritti.

Siccome all’ignoranza, che blinda il sapere, teniamo più che alla vita, diamo la cicuta da bere a chi tenta di farci pensare con la nostra testa. Pensare è scomodo, perché vuol dire assumersi delle responsabilità. Segnalo un tratto comune alle pratiche che livellano i discorsi correnti e smorzano il pensiero individuale nel collettivo: l’identificazione al Führer, che si traduce nella prescrizione di pensare cosa e come vuole lui. L’ideologia impone la logica binaria dell’appartenenza al clan: o sei dei nostri e pensi come noi o non lo sei e non pensi. A parte le forme estreme di nazionalismo, populismo e sovranismo, difficili da dirsi pensiero, le varianti vanno dal logocentrismo, fine a sé stesso, al cognitivismo, che confonde scienza con conoscenza esatta e rigorosa della realtà – diceva Husserl – in realtà conformismo. Ognuna di tali varianti mira ad azzerare il soggetto appiattendolo su schemi ideali collettivi. Pur d'imporre l’Uno, le ideologie sacre e profane ricorrono al matrimonio di convenienza. Ieri era la forma hard di spada e altare, oggi è la forma soft di Internet e navigare.

Ho detto logica. Mi perdonino i logici; farò loro solo un leggero solletico, ricordando un’altra storiella, meno ridicola di quella sicula. Mi serve a spiegare. Se chiedete qual è il più piccolo numero primo, il logico risponde uno, il matematico due. Il logico non ha torto ma la sua è una ragione vuota, anche un po’ pericolosa. Nel caso o banalizza i teoremi o li rende più macchinosi, rischiando di smontare una delle costruzioni estetiche più belle (e più inutili) della storia del pensiero umano: la teoria dei numeri.
La storiella sicula porge sorridendo una piccola verità sulla passione logica per l’Uno. Dice quale ne sia l’ineffabile, grandioso e mistico oggetto intorno a cui ruotano le elucubrazioni del logico. È lui, l’Uno della completezza, l’Uno della totalità che si integra nell’Intero e da cui emana il Tutto, l’Uno (ignorante) che non sa cosa vuol dire morire. Das Wahre ist das Ganze, “il vero è l’intero”, scrisse Hegel nelle prime pagine della Fenomenologia dello Spirito (1807). Può essere Dio, come sfuggì detto a Plotino, un po’ dopo all’ultimo Gödel. Già, Gödel, pensavo proprio a lui. La sua vicenda è esemplare. Non passarono due anni e dimostrò due formidabili teoremi: la completezza della logica dei predicati (1930) e subito dopo (1931) l’incompletezza dell’aritmetica.

Ammesso che entrambe siano matematiche, la differenza tra logica e aritmetica sta nello scarto tra due forme di “uno”. La logica è unitaria; ruota attorno a un tutto sistematico dove tuttele verità sono potenzialmente sapute, cioè dimostrabili benché, per fortuna, il teorema non dica come. L’aritmetica, invece, non si unifica. In logica, semantica e sintassi hanno le stesse chanceespressive. La logica riduce l’infinito della semantica al finito della sintassi: una dimostrazione si compie sempre in un numero finito di passi. L’aritmetica non consente riduzioni; ristabilisce la dissimmetria tra finito e infinito; dissolve la singolarità dell’Uno nella pluralità degli uni. Ci presenta verità semantiche che non si lasciano ingabbiare nel sistema ipotetico-deduttivo della sintassi; non tutti gli enunciati si dimostrano, pena l’incoerenza. Tra queste c’è proprio la coerenza dell’aritmetica!

La dimostrazione del teorema di incompletezza utilizza il procedimento diagonale con cui Cantor dimostrò che esiste l’infinito “più grande” dei numeri naturali: 0, 1, 2, ... Con analogo procedimento Gödel dimostrò che esiste, perché si può costruire ricorsivamente, l’enunciato che enuncia di essere indimostrabile – è l’antico trucco del mentitore di Creta, futile giocattolo per gingillarsi con i paradossi. Nel caso l’indimostrabile enunciato fosse dimostrabile, ne patirebbe la coerenza del sistema; quindi è indimostrabile come afferma. Gödel traduce il metalinguaggio dell’aritmetica in linguaggio aritmetico con un trucco che sfrutta l’unicità di fattorizzazione dei numeri naturali, detto teorema fondamentale dell’aritmetica; così trasporta le aporie del primo nel secondo, operazione di per sé istruttiva per il discorso qui aperto. Lacan diceva: “Non esiste metalinguaggio”. Sì e no; il metalinguaggio esiste… nel linguaggio, cioè il linguaggio non è un codice perché si auto-parla e può modificare i propri codici; quando si parla addosso, però, si chiama logocentrismo. Il corollario del teorema di Gödel dimostra che, anche aggiungendo al sistema come nuovo assioma la verità indimostrabile, di cui il teorema ha dimostrato l’esistenza, emergerebbe, grazie allo stesso teorema, una seconda verità indimostrabile e poi, magari una terza, e così via all’infinito (finché il sistema mantiene un numero finito di assiomi).

Insomma, abbiamo raggiunto l’apoteosi dell’impotenza? No, molto meno. Stiamo toccando con mano la differenza strutturale tra l’uno aritmetico e l’Uno logico. Quello aritmetico, che prediligiamo, è l’uno della ripetizione, la famosa ripetizione dell’identico, condito in tante salse da Schopenhauer a Freud via Nietzsche. E di salse ne ha bisogno perché di per sé l’uno aritmetico è insipido. Non dice altro che uno più uno fa due, cioè due volte uno non è più uno – ovvio, no? L’uno aritmetico ha molto meno gusto dell’uno della logica che si presenta come un tutto autonomo e completo, tale il pasto festivo, dalla finocchiona ai tarallucci e vin santo. Detto en passant, l’uno aritmetico non serve al buon Dio per parlare ai fedeli. Dio è logocentrico; preferisce l’Uno del logosUt unum sint, pregava Gesù nell’orto del GetsemaniSappiamo che il Verbo si è fatto carne; l’Uno si è fatto uno di noi, dice la religione cattolica, la religione con verità che gli altri monoteismi ignorano. Ma questa è un’altra storia.

Ora mi chiederete perché questo excursus(spero non noioso) nella metamatematica, tangente alla religione. Per dire che alla logicizzazione della matematica (alla Frege e Russell con i buoni uffici di Husserl) come scienza ideale preferiamo la matematizzazione della logica (magari indebolita alla Brouwer)? Sarebbe sfondare una porta aperta. Oggi, almeno in matematica, l’Uno dell’idealismo ha chiuso. Si è ritirato nella fenomenologia trascendentale di Husserl & Co., affare per accademici. La matematica non è più una; Dieudonnè ne ha contate 27. Tanto che, a rovescio, c’è chi tenta di matematizzare la propria filosofia per metterla al riparo da sospetti idealistici. A mia conoscenza Lacan e Badiou sono gli ultimi esemplari della serie.

Ma siamo arrivati all’aspetto politico di un discorso che merita di essere ripreso da un altro punto di vista.

* * *
Succede. Dietro al carro di trionfo dei vincitori trovi sempre i tartufi che, invece di esultare, si battono il petto sconsolati perché, per colpa di chissà chi, il vincitore non ha vinto abbastanza. È innegabile che il discorso scientifico abbia conquistato il mondo – apparentemente. La storia ha dato ragione a Galilei non alla Chiesa – apparentemente. La scienza ha monopolizzato il pianeta – apparentemente. È l’unico discorso che offra garanzia di verità e di certezza alle mosse degli operatori, soprattutto economici. Insomma, la scienza è il vero discorso universale dei nostri tempi. La Chiesa Cattolica l’ha capito (tardi) e sottobanco cerca alleanze scientifiche.

Ma le apparenze ingannano. In realtà, oggi al “cattolicesimo” della scienza si resiste non meno che ai tempi del processo a Galilei (1633). Quattro secoli dopo Galilei lo dimostra a livello globale la pandemia Covid 19: per silenziare la virologia siamo diventati tutti virologi, dal presidente USA all’ultimo assessore alla sanità nostrano. Nel mio piccolo a livello locale ho toccato con mano che la psicoterapia “uccide” (erschlagen) la scienza psicanalitica, come un secolo fa Freud paventava nella post-fazione al saggio sulla psicanalisi laica (1927, ma non cercate l’enunciato nelle OSF!). Ad aver vinto non è la scienza di Galilei o di Darwin ma la tecnoscienza che serve solo a convocare comitati di consulenza tecno-scientifici nella nostra burocrazia. Oggi, dopo 45 anni di attività, ho chiuso lo studio di psicanalisi, perché non ricevo più domande di psicanalisi. Non si va in analisi, se l’analisi è scientifica; si vuole la terapia, che ti fa stare meglio, conservando la tua ignoranza. Ormai in pensione, posso continuare la mia attività intellettuale di psicanalista, orientata non più ai soggetti individuali ma al soggetto collettivo, di cui cerco di stimolare la domanda di sapere, se non è stata sopraffatta da qualche ideologico conformismo.

La battaglia si combatte tra senso e non senso. L’aforisma di Lacan delimita il ring: non c’è altro senso che religioso. Il senso vincerà sempre, avendo un alleato potentissimo: la religione più o meno atea. La scienza, quella vera, è relegata nel non senso, sin da quando con qualche incertezza Galilei enunciava il principio controintuitivo d’inerzia, che equipara la quiete al moto inerziale senza accelerazione. Anche la psicanalisi eredita il non senso scientifico, nonostante l’attaccamento di Freud al “sensato” determinismo ippocratico, per cui ogni effetto psichico, persino la morte, ha una causa, cioè una pulsione. Freud fu un’ignorante di tipo particolare: inventò una scienza nuova, basata sull’inconscio che non sa di sapere quel che sa, ma poi, quasi spaventato dalla propria performance – come l’analista inorridito dall’atto analitico – rientrò nei ranghi del vecchio determinismo e vi costruì sopra la sovrastruttura pulsionale della metapsicologia. Non puoi dire un numero a caso – da giocare al Lotto – perché alle spalle hai sempre un motivo edipico. Alla morte Freud chiederebbe: “Ce l’hai il passaporto eziologico?”.

La scienza fa terra bruciata del senso; la Chiesa risponde trapiantando nel deserto del senso gli arbusti della fede, a garanzia del significato globale del tutto (ancora lui). Il popolo – vox populivox Dei– vuole Credere di credere, cioè credere che oltre tutte le insensatezze mondane un senso esista, come scriveva Vattimo un quarto di secolo fa. La fede è il portato di un’esigenza normale ai nostri giorni, nutriti come siamo del pane della scienza (Non di solo pane...); la fame di senso, cui la scienza non risponde, è destinata a crescere con il tempo e con il digiuno. Non stupisce che l’esigenza di senso sia stata colta meglio di altri da un ermeneuta come Vattimo, che di mestiere grufola nell’essere alla ricerca di senso come un cane da tartufi. (Il senso si fonda sulla causa finale, dicono i filosofi). Stupisce semmai che la Chiesa abbia cambiato cavallo, abbandonando quello già domato dell’ermeneutica, per puntare su quello brado della scienza. Ma è solo un trucco per ingannare il popolo. Lo sanno bene i vari populismi: vulgus vult decipi, il popolo vuol essere ingannato; allora il populismo inganna il popolo su misura. La Chiesa e le altre istituzioni del buon senso, o del senso comune, non mollano facilmente la presa – la preda – della verità, minacciata dalle “sensate esperienze e dimostrazioni necessarie” del sapere scientifico, inaugurato da Galilei.

Eppure, di tanto in tanto i monopolisti della verità si lasciano sfuggire la lacrimuccia di coccodrillo. Si lamentano che il loro monopolio non sia assoluto. Infatti, per le strade del villaggio globale vagabondano tipi poco raccomandabili. Loro li chiamano oscurantisti. Propriamente sono contrabbandieri che commerciano altre certezze, diverse da quelle riconosciute – infatti sono soggettive e non oggettive, fondamentalmente incerte. Incredibilmente, sono certezze prive di garanzie; sono solo probabilistiche; non sono trasmissibili, ma si possono vendere come scommesse, posto che trovino degli allibratori. Dove vivono ’sti figuri poco raccomandabili per l’ideologia vigente? Li trovi a indirizzi semicancellati dalla mappa culturale, nei vicoli della città del sapere. Trovi il filosofo non cattedratico, lo psicanalista non istituzionale, l’intellettuale non organico, l’artista senza spalla critica, lo scrittore in cerca dell’editore coraggioso che lo pubblichi: sono poveri sfigati agli occhi del potere, nient’altro che dilettanti senza tecnica, non iscritti nel libro paga della tecnoscienza.

Ciò che certamente irrita di più i monopolisti del sapere tecno-scientifico è che questi personaggi “senza” non sono senza un pensiero. Magari debole, ma l’hanno. E lo sanno articolare. Indifferenti alle teorie vigenti, alle buone maniere del pensare, sanno fare cultura; sanno far arrivare la loro voce a orecchie attente; soprattutto sanno costruire teorie (questa poi è imperdonabile); per esempio, sanno dimostrare che il big program del cognitivismo, infarcito di genetica, neuroscienze e computer science,   o dell’intelligenza artificiale, garantita senza pensiero ma con apprendimento meccanico nella modalità giusta per il potere, sono futilità multidisciplinari, utili a pompare consenso popolare. Allora i benpensanti hanno ragione a temerli.

Il benpensante sa, però, come difendersi. Damasio dimostra che il vagabondaggio intellettuale – gaudet mens mea aberrare, come diceva uno di loro nelle sue Meditazioni metafisiche (1641), ricalcate sugli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola – nasce dall’“errore di Cartesio” di istituire la divisione del soggetto tra sapere ed essere, che Freud riporta da fuori a dentro al corpo del soggetto parlante. Certo, né religione né tecnoscienza amano il soggetto diviso dal linguaggio. Preferiscono il soggetto al padrone: un soggetto domestico, addomesticato, non selvaggio o nomade. Senza contare che il freudiano potrebbe alla finedimostrare l’equivalenza tra discorso tecno-scientifico e delirio paranoico, uno senza soggetto, l’altro senza padre.

L’analista di cui sto parlando non è poi tanto cattivo. Ha superato il complesso di Edipo e non ha più la fissa del parricidio. Sa che la psicanalisi è figlia della scienza galileiana e prende le distanze dal cognitivismo convenzionale, sempre più florido da Aristotele in poi. Riconosce che la psicanalisi è un sapere originariamente affine allo scientifico, addirittura più conforme alla scienza galileiana dell’experimentum mentis (cos’altro si fa sul lettino dell’analista se non seghe mentali?) che alla scienza baconiana della collezione statistica dei dati. Ma, dimostratasi troppo corta la copertina metapsicologica, ricamata da Freud, oggi il sapere psicanalitico celebra il divorzio da quello scientifico e rischia di morire. La psicoterapia entra nel setting freudiano e dice alla psicanalisi che deve morire. La psicanalisi, che non è ignorante, risponde: “Sì, lo so”. Non abbiamo dovuto aspettare molto per i funerali. L’officiante, lacaniano simpatizzante, ha annunciato nell’omelia la buona novella: “La religione vince sempre”.

E per concludere vengo alla conseguenza pratica, anche politica, di questo discorso che sviluppo tenendo d’occhio la pratica che meglio conosco perché l’ho praticata per quasi mezzo secolo.
Dedicandosi agli scarti, a ciò che sta sotto al pattume della civiltà, al subjectum, al “gettato sotto”sotto al tappeto, raccogliendo resti di discorsi diurni, come lapsus, sogni e innamoramenti, il discorso analitico non parte avvantaggiato per spodestare quello tecno-scientifico dal trono del mondo. Anche perché non ne ha la minima intenzione. Non pretende, infatti, di presentarsi come l’unico discorso capace di legame sociale. Soprattutto perché degli altri discorsi, diversi dal suo, per esempio di quello dell’isterica, ha bisogno come il pane, giusto per guadagnarsi la pagnotta. Insomma, non vuole presentarsi come Uno, se non come uno fra tanti. Chi mi conosce sa che a questo punto mi scappa il termine interstiziale per chiarire l’approccio topologico della psicanalisi al sociale, dove attraversa tutti i discorsi e si fa attraversare da tutti. Nei termini appena discussi, alla politica della psicanalisi non si addice l’uno della totalità ma quello, più modesto, della ripetizione. Spiego e chiudo.

L’uno della totalità si incarna socialmente nell’istituzione. L’istituzione istituisce nel sociale il tutto come intero, evacuando dal circuito istituzionale ciò che non vi si integra, il migrante e il diverso. Per salvaguardarsi, l’istituzione usa la negazione binaria: ciò che non è dentro è fuori, ciò che non è buono è cattivo, chi non è con noi è contro di noi. Vediamo gli effetti dell’integrazionedella psicanalisi nell’istituzione dove la si insegna e la si trasmette come terapia. Sono disastrosi. La psicanalisi sta lentamente estinguendosi, sempre più riassorbita dal discorso psicoterapeutico di stampo medico in nome della normalizzazione. Di politica della psicanalisi, poi, ai giovani allievi è vietato parlare. È compito esclusivo dei geronti in gerarchia, i quali per ora si muovono all’insegna del si salvi chi può (insieme al portafoglio).

La speranza è nell’uno della ripetizione. Che, in psicanalisi, si manifesta come l’atto che istituisce il soggetto. L’atto analitico è un trapianto; trasferisce il soggetto – ecco il transfert – dall’Altro del linguaggio nel corpo del parlante, nel momento in cui... svanisce. E via con la ripetizione, all’insegna del motto: “La prossima volta riuscirà … sempre peggio”. Forte di questa evanescenza, non futile, il discorso dell’analista resisterà – si spera – alla presa normalizzante e soffocante del discorso religioso (ieri) o tecno-scientifico (oggi). Resisterà se durerà un briciolo di desiderio di non appartenenza come quello che anima qualche cenacolo di analisti e di filosofi, più pellegrini che analisti e filosofi.

Anche se non sembra, questa è una dichiarazione politica. È la politica di chi si espone in pubblico con la stessa tranquillità con cui parlerebbe in privato, perché sa che tra pubblico e privato, tra storia della civiltà e sogno, non c’è molta differenza. È la politica di chi parla non per rendere essoteriche ideologie esoteriche ma per mettere alla prova le elucubrazioni teoriche elaborate con qualche compagno di follia. Gli può andar male ma non si lamenta perché già impegnato a scovare altre soluzioni. Non come certi Bertoldi che, per dimostrarsi servi fervorosi dell’ortodossia vigente, si lamentano anche quando va loro bene.

San Vito di Cadore, 15 agosto 2020.

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