L'INNOCENZA DEL DIAVOLO
Psicopatologia, crimine e istanze di controllo sociale
di Rita Corsa e Pierpaolo Martucci

COVID-19. QUANDO ALLA PESTE NON RISPONDE L’ORDINE

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8 novembre, 2020 - 13:08
di Rita Corsa e Pierpaolo Martucci
“Spazio tagliato con esattezza, immobile, coagulato. Ciascuno è stivato al suo posto. E se si muove, ne va della vita, contagio o punizione. […] Alla peste risponde l’ordine.”  É un passaggio del brano in cui Michel Foucault nel suo celeberrimo Sorvegliare e Punire rievoca minuziosamente un regolamento cittadino del tardo Seicento, sulle misure da adottare in caso di peste, funzionale al suo discorso disciplinare sulla bio-politica.
Tuttavia, nel caso dei recentissimi fatti avvenuti in numerose città italiane ed estere - diversamente dalla primavera - alla peste non ha risposto l’ordine. Il che non costituisce una novità: le grandi epidemie tendono a innescare forme di devianza e conflitti violenti, derive anomiche che pregiudicano i rapporti individuali e collettivi. Nel XIX secolo fu la tragica esperienza delle pandemie di colera a marcare in Europa effetti molto rilevanti in termini di disordine sociale, segnatamente in Italia, dove si intrecciò con le tensioni e contraddizioni del processo risorgimentale.

Nel nostro Paese la prima grave manifestazione epidemica di colera comparve nell’estate del 1835 e terminò nel 1837. Altre ondate si ebbero nel 1848-49, nel 1854-55, nel 1865-67 (la peggiore), nel 1884-85 e infine nel 1911, con un bilancio complessivo di diverse centinaia di migliaia di vittime.
Soprattutto all’inizio le strategie di contenimento, basate su quarantene e barriere sanitarie, furono applicate con molte incertezze, sia per i timori di danni economici che per la frammentazione politico-amministrativa della penisola; a ciò si aggiunse una gestione medica in gran parte inadeguata e confusiva e ancora priva di una effettiva strategia terapeutica. Furono soprattutto i ceti popolari a pagare il prezzo più alto. Le modalità del contagio (contatto orale, diretto o indiretto, con feci, acqua o alimenti contaminati dal vibrione), proprie di una malattia prevalentemente urbana, misero in luce le gravi carenze igieniche delle accalcate città ottocentesche e la forte vulnerabilità del proletariato, debilitati dalle dure condizioni di vita. Mentre i benestanti potevano trasferirsi in zone rurali isolate e più salubri, i meno abbienti rimanevano nei loro quartieri degradati, maggiormente esposti all’infezione: ad esempio a Napoli, durante la prima fase dell’epidemia del 1836-37, stime approssimative indicano che le vittime fra i poveri furono nove volte superiori a quelle censite nelle categorie delle classi agiate (1).
Il panico e l’esperienza di questa diseguaglianza di fronte alla morte unitamente all’empasse epistemologica della scienza del tempo indussero il volgo a seguire le scorciatoie interpretative di una “semiotica selvaggia”. Per oltre 70 anni negli strati popolari soprattutto del Sud, si mantenne viva – con varia misura e intensità – la convinzione di un vero e proprio “complotto contro i poveri” (2), alimentando l’odio sociale e la rivolta contro i governi, i “signori”, i funzionari pubblici, gli stessi medici, accusati di diffondere deliberatamente il “veleno” per ridurre l’eccessivo numero dei derelitti. L’affinità di certi sintomi del colera (nausea, vomito, diarrea acquosa, colorito bluastro) con quelli dell’intossicazione causata da arsenico e derivati contribuì a rinforzare questi sospetti.  
Ma dei “complotti” vi furono davvero: forze di varia natura agirono dietro le quinte per alimentare queste costruzioni paranoidi. Così sino al 1860 nel Meridione furono i carbonari,  i mazziniani della Giovane Italia a diffamare il governo borbonico; per esempio, all’origine dei moti popolari di Palermo, Siracusa e Messina dell’estate 1837 vi fu soprattutto la convinzione che il morbo che funestava l’isola fosse sparso da oscuri avvelenatori, agli ordini del governo e dello stesso re Ferdinando II interessati a ridurre la popolazione, diceria sostenuta e diffusa dai liberali che il 21 luglio pubblicarono il cd.  “manifesto dei veleni” - sottoscritto dal Barone Pancali, sindaco di Siracusa e indirizzato ai “fratelli siciliani” - in cui si affermava, fra l’altro che “il colera-morbus non era asiatico, ma borbonico” (3). Dopo l’unificazione, nell’epidemia del 1865, la situazione si capovolse ma con esiti identici.
Un testimone di quei tempi, Edmondo de Amicis, ricordava che “i pregiudizi volgari venivano segretamente fomentati dai borbonici e dai clericali. Eran sospetti di veneficio tutti gli agenti della forza pubblica, i carabinieri, i soldati, i precettori delle dogane, gli officiali governativi. In alcuni paesi della Sicilia era sospetto di avvelenamento qualunque italiano del continente; in qualche luogo tutti indistintamente gli stranieri erano sospetti.
Si spargevano e si affiggevano per le vie proclami sediziosi, eccitanti alla vendetta ed al sangue. Tratto tratto le popolazioni armate di falci, di picche, di fucili, si assembravano, percorrevano tumultuosamente le vie dei paesi cercando a morte gli avvelenatori […] Intere famiglie, accusate di veneficio, venivano improvvisamente aggredite di notte da turbe di popolani, e vecchi, donne, bambini cadevano sgozzati gli uni ai piedi degli altri, senza aver tempo di scolparsi o di supplicare” (4). Ma nelle sommosse anarcoidi, simili alle medioevali jacquerie contadine (o agli odierni saccheggi nelle metropoli), agivano anche fazioni locali e delinquenti comuni.
Rispetto a tanti tragici fatti – l’ultimo dei quali fu nel 1911 la rivolta di Verbicaro in Calabria - spicca la grave inadeguatezza e inefficienza della risposta pubblica, concentrata su aspetti disciplinari e di polizia (cordoni militari, isolamento coatto, quarantene), ma fortemente carente sotto il profilo sanitario e assistenziale. Ciò esasperò tensioni preesistenti in contesti degradati, favorendo l’azione eversiva di soggetti eterogenei.  Un intreccio che può riproporsi e si ripropone.
Se, parafrasando Sontag (5), la malattia è considerata anche metafora, le pandemie rappresentano straordinarie metafore sociali, di cui dobbiamo cogliere i tanti significati.
 


NOTE
  1. FORTI MESSINA A.L., Il colera a Napoli nel 1836-1837. Gli aspetti demografici, in Mélanges de l'Ecole française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes, v. LXXXVIII, 1. 1976, p. 337.
 
  1. Il tema verrà approfondito nel webinar “Untori di ieri e untori di oggi. Dinamiche sociali e costruzione del capro espiatorio in tempo di pandemia” del 4 dicembre 2020, organizzato dalla Società Italiana di Criminologia   
  1. Vedi MARTUCCI P., Panico sociale e violenza in tempo di pandemia. Il caso del colera nell’Italia Meridionale, in Rassegna Italiana di Criminologia, 2020, 4, numero speciale (in corso di pubblicazione). Id., Il morbo e il veleno, in Dolso G.P., Ferrara M.D. e Rossi D. (a cura di), Virus in fabula. Diritti e istituzioni ai tempi del covid-19, Edizioni Università di Trieste, 2020, pp.61-73.
 
  1. DE AMICIS E., La vita militare. Casa Editrice Madella, Sesto S. Giovanni, 1916, pp. 187 e 189-191.

 

  1. SONTAG S., Ilness as Metaphor, Farrr, Straus & Giroux, New York, 1978.
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