BUONA VITA
Sostenibile e Insostenibile, tra Psiche, Polis e altre Mutazioni
di Luigi D'Elia

Come si chiama lo stato d’animo di questo anno di pandemia e perché dobbiamo essere molto preoccupati

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2 maggio, 2021 - 20:50
di Luigi D'Elia
Premessa

Ignorare politicamente le conseguenze psichiche collettive di questo anno passato tra isolamenti prolungati, angosce legate alla pandemia, lutti, fallimenti e impoverimenti di massa, solitudini, traumi infantili e adolescenziali, è un’omissione che nessuna ignoranza può mai spiegare né perdonare. È semplicemente una forma grave di cecità politica e scientifica di cui pagheremo presto le conseguenze.

Languore o narcosi?

Come tanti, incuriosito dalla pagina FB del mio Ordine Nazionale, mi sono andato a leggere questo articolo del New York Times per mano del collega Adam Grant (There’s a Name for the Blah You’re Feeling: It’s Called Languishing, che più o meno di traduce così: C’è un nome al “blah” che stai provando: si chiama languire) segnalato dall’Huffington Post. Consiglio sempre di leggere l’originale perché nelle sintesi molto viene disperso dell’originale intento.

Apprezzo molto il tentativo, proveniente, non a caso, da un collega, di dare un nome a qualcosa che egli stesso non si limita a derubricare come qualcosa di già noto, come sottospecie di una fenomenologia conosciuta, bensì come qualcosa che si affaccia alla nostra esperienza come qualcosa di particolare, di unico, legato alla situazione eccezionale che tutti, in maniera non omogenea, abbiamo vissuto in lungo e in largo per il pianeta.

Ed in effetti lo sforzo ermeneutico del collega partorisce una sfumatura nuova che egli stesso colloca solo descrittivamente come a metà strada tra una sintomatologia grave e un vissuto lieve di tristezza. Egli lo battezza languore, languire, ed è, nella descrizione che ne fa l’articolo: una difficoltà di concentrazione, […] un vissuto di assenza di gioia, un’assenza di scopo, […] un senso di stagnazione e di vuoto, un arrancare lungo i giorni come se guardassimo la vita attraverso un parabrezza appannato.

Non è burn-out, energia ce ne avanza, anche se poca; non è ancora depressione, non siamo ancora così disperati e non abbiamo un’ideazione suicidaria; non è ancora un disturbo post-traumatico, ma appare esattamente come la condizione immediatamente precedente e preparatoria ad esso.

Sembrerebbe una condizione ancora non preoccupante se non fosse che: parte del pericolo è che quando stai languendo, potresti non notare l'attenuazione della gioia o la diminuzione della pulsione. Non ti sorprendi a scivolare lentamente nella solitudine; sei indifferente alla tua indifferenza. Quando non riesci a vedere la tua sofferenza, non cerchi aiuto e nemmeno fai molto per aiutare te stesso.

Insomma, il collega nella parte finale dell’articolo si spertica nel tentativo di fornire risposte resilienti a coloro che soffrono di languore pandemico, parte che naturalmente vi risparmio non perché non la ritenga anche al limite utile, ma perché in sostanza non la condivido ideologicamente.

E vi spiego perché. Perché in perfetta buona fede uno psicologo offre pensiero e soluzioni per la salute collettiva. Ma esistono momenti storici in cui lavorare per la resilienza significa ritardare il lavoro per la resistenza.

Ma andiamo nel dettaglio.

Innanzitutto languire descrive bene solo una parte del vissuto della pandemia e dell’isolamento. Ricordiamo che languire significa letteralmente, vivere una prostrazione, una mancanza di energia, uno struggersi, ma anche una malinconia, ma avere languore o essere languidi può assumere tutt’altri significati nella nostra lingua.

La pandemia ha certamente indotto questo languore, ma a mio parere ha prodotto, sulla medesima linea fenomenologica, vissuti a livello di massa che si estendono su una gamma molto più ampia di quella descritta dall’articolo americano.

Il torpore e la narcosi ad esempio sono due descrizioni che si configurano come espliciti aggravamenti del languore iniziale. E sono certamente vissuti riferiti di continuo da moltissime persone che ci circondano.

Il torpore ottunde ancora più significativamente la concentrazione annullando anche l’attenzione, l’assenza di scopo e di energie sono decisamente maggiori rispetto ad una fase di languore, l’investimento libidico sulla realtà sembra ancora minore (d’intensità e di qualità) e rispetto al languore; la stagnazione appare come irreversibile.

La narcosi è di fatto il lato somatico del torpore: l’individuo si addormenta di continuo anche durante le ore lavorative e in ogni momento della giornata. Sonno difensivo, sonno depressivo, sonno di diniego.
In alcuni casi, l’isolamento e le separazioni forzate hanno condotto a vere e proprie esperienze traumatiche depressogene di ben maggiore entità.

Incalcolabili le varianti (giusto per usare un linguaggio consono) soggettive sulle generazioni più giovani: bambini, adolescenti, e sulle fasce più vulnerabili alla sofferenza psicologica acuta. In particolare le conseguenze in età evolutiva di un anno intero privo di un contatto fisico o anche solo l’investimento fobico sul contatto tra corpi umani in un momento di sviluppo sono fattori il cui impatto sull’equilibrio e la salute psicologica sono imprevedibili nel lungo termine.

Ancora più incalcolabili le conseguenze psicologiche dovute alla scomparsa di interi segmenti lavorativi della società, falciati come mosche dalle conseguenze della pandemia e non opportunamente “ristorati”. In questi casi non esiste argine alla disperazione.

Occorre a questo punto, per dovere di precisione, indicare le diverse forme di isolamento che per tutto il globo si sono realizzate in questo ultimo anno. Non c’è dubbio che ogni paese ha cercato e trovato la propria cifra e il proprio equilibrio possibile tra esigenze di isolare il virus e le esigenze economiche e di quotidiana routine che non impattassero la diffusione del virus. E allora troviamo in un continuum tra estremi, alcuni Stati che hanno voluto interpretare l’isolamento in modo molto relativo ed altri che lo hanno interpretato in modo estremamente restrittivo. Ancora indecifrabili le variabili in gioco e solo dopo che tutto questo sarà finito cominceremo ad avere una pallida idea di chi ha avuto ragione e chi no.
Questa varietà di interpretazioni locali dell’isolamento e del distacco sociale hanno ovviamente prodotto effetti psichici in parte simili, in parte differenti soprattutto per intensità.

Non c’è dubbio che un conto è prevedere una quarantena severa limitata nei giorni ma anche con possibilità di uscita in luoghi aperti e nella natura, un altro paio di maniche è prevedere una quarantena severa di tre mesi senza alcuna deroga e con pochissime eccezioni e soprattutto senza possibilità di uscire in solitaria.

Ma nel corso dell’ultimo anno, la fine delle quarantene severe non è corrisposto alla fine dell’emergenza pandemica e della pericolosità virale. Diverse ondate pandemiche si stanno avvicendando prima che i vaccini si oppongano allo strapotere del virus.

Questo prolungamento dell’angoscia planetaria è una delle cause principali che sostengono il diffuso scivolamento silenzioso nell’indifferenza e nella solitudine. La psiche si è paradossalmente adattata ad una sopportazione sine die, ha dunque rinunciato ad alternare, come di solito avviene, gioie e delusioni e si è posizionata nel tollerare come normalizzata una quota di stress continuo e profondo senza sapere che questa condizione di apparente normalizzazione dell’infelicità è un grave pericolo per la salute. Mentale e fisica, semmai ci sia una differenza tra le due forme si salute.

Abbiamo rinunciato a immaginare il futuro?

Che sia languore, malinconia, torpore, narcosi, depressione, disperazione, pensiero suicidario, il risultato sull’intelligenza collettiva di questo anno pandemico è un blocco dell’immaginazione sul futuro e sullo sviluppo post-pandemico e in generale un blocco sull’immaginazione di nuove forme di convivenza centrate sulla sostenibilità.

La transizione ecologica di cui si fa un gran parlare richiede innanzitutto una transizione delle coscienze e delle culture politiche. Tutto sembra mirare ad un rientro ad una presunta normalità statu quo ante, e tutti vogliamo che si racconti questa consolatoria favola della parentesi pandemica. Siamo andati avanti per secoli a raccontarci la favola del capitalismo buono che estende a tutti i benefici del proprio sistema, non mi stupisco che oggi ci beviamo come acqua fresca questa nuova favola della parentesi pandemica.

Temo invece che la pandemia sia solo la prima delle gravi crisi planetare che stanno impegnando la nostra specie e il nostro periodo geologico (l’antropocene), ma è solo la prima e probabilmente la meno impegnativa delle crisi che attendono i nostri figli e nipoti.

Se non ci alleniamo immediatamente a rispondere alle domande profonde che impegnano la coscienza collettiva e non cominciamo a immaginare futuri veramente diversi, credo che ci troveremo sempre più a malpartito.
 
 

 

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