IL SOGGETTO COLLETTIVO
Il collettivo non è altro che il soggetto dell’individuale
di Antonello Sciacchitano

L'eterno ritorno dell'identico

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24 ottobre, 2021 - 08:52
di Antonello Sciacchitano
Cos’è la scienza, se c’è il caos?

La prima formulazione del concetto di ripetizione dell’identico è per bocca del demone nell’aforisma 341 di La Gaia Scienza (1882):


Questa vita che ora vivi e hai vissuto dovrai viverla ancora una volta e innumerevoli volte ancora; non ci sarà niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere, ogni pensiero e sospiro e tutte le indicibilmente piccole e grandi cose della tua vita devono ripetersi nella stessa serie e successione – questo ragno, questo chiaro di luna, pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza è sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granellino di polvere!

Va subito tolto di mezzo il “baco” del demone di Nietzsche: la ripetizione NON esclude il nuovo. Infatti, un modello di ripetizione potrebbe essere questa successione numerica (già, i numeri astraggono dall’essenza delle cose):


0; 0,1; 0,1,2; 0,1,2,3; 0,1,2,3,4; 0,1,2,3,4,5; 0,1,2,3,4,5,6; … all’infinto.

Il modello meta-ripetitivo ripete la ripetizione; il nuovo numero, che compare alla fine di ogni periodo della ripetizione, potrebbe rappresentare il capovolgimento della clessidra. Insieme a infiniti altri analoghi modelli di ripetizione, questo modello esemplifica in modo semplice il rapporto tra tempo locale e globale. Il tempo locale genera il tempo globale; deve compiersi il tempo locale (0,1,2,3,4), perché avvenga il tempo globale e si produca del nuovo (0,1,2,3,4,5) sempre di nuovo (immer wieder, fino a Husserl) e si approssimi l’infinito.

L’eterna ripetizione dell’identico è un caso particolare di calcolo combinatorio; il non matematico può vederlo come tentativo ingenuo e coraggioso d’approssimare l’infinito. Nietzsche ebbe il coraggio di concepire l’infinito attuale, che l’interdizione aristotelica confinava allo stato potenziale. L’ingenuità fu di ambientare nel tempo il principio logico più certo, l’identità dell’essere, per cui A è A, e la ripetizione A, A, A, A… è la sua realizzazione temporale infinita. L’ingenuità sarà anche di Frege e di Russell, che tenteranno di ridurre la matematica a logica. L’infinito era nell’aria, quando Cantor abbozzava la teoria dei numeri transfiniti. Al riguardo oggi siamo tranquilli; il teorema d’incompletezza di Gödel garantisce l’impossibilità di ridurre l’aritmetica a logica, che ha meno verità dell’aritmetica; la semantica dell’aritmetica è più ricca della sintassi della logica. In particolare, non si può giustificare logicamente proprio la coerenza dell’aritmetica, se è coerente. Di ciò che non si può ridurre a logica c’è molto da dire, insomma; il teorema finale del Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein: “Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”, vale solo nelle accademie filosofiche, fondate sul logocentrismo, cioè sul primato della finitezza logica, garantita dal principio d’identità e non contraddizione. La logica non enuncia fatti – questo è compito della verità storica – però dà la possibilità di unificarli in un discorso “logico-filosofico”, fuorcludendo l’infinito.

Da Aristotele in poi, il filosofo non se la cava molto bene con l’infinito. Nietzsche ci prova e non se la cava malaccio, anche se non sa trarre tutte le conseguenze dalla propria intuizione. L’importante è che ci abbia provato. Diciamo che è rimasto impelagato nel vitalismo, tipico di tutta la filosofia occidentale dall’esordio ilozoistico in poi. Per pensare l’infinito la vita, essendo finita, è un ostacolo. A sua volta l’infinito, implicito nell’approccio scientifico galileiano – si veda il principio d’inerzia – genera resistenze alla scienza, tipiche nei nostri no-qualcosa, che rivendicano il diritto all’ignoranza in nome della libertà di scelta, in realtà deposito di ideologie preconcette. Certo, oggi siamo liberi d’ignorare la scienza; la deriva antiscientifica fa parte integrante del progresso civile, che pure deve alla scienza gran parte del suo sviluppo. È però innegabile che la ripetizione sia l’ambiente naturale del superuomo all’uscita dal vitalismo: implica il concreto verificarsi dell’evento infinito nel mondo della vita. Non è un caso che il filosofo abbia pensato insieme super-uomo e ripetizione, nella loro contingenza. Il nesso che li unisce è l’infinito, ma gli storici della filosofia non si sono accorti della “segreta simmetria”: uomo = soggetto finito, superuomo = oggetto infinito, che è la dicotomia alla base della volontà di potenza. Il soggetto moderno della scienza “vuole”, er will, l’infinito.

L’aforisma successivo della Gaia scienza, il 342, si intitola Incipit tragoedia. Freud è meno tragico. La ripetizione freudiana, der Wiederholungszwang, è la coazione (Zwang) a vivere la vita come nevrosi coatta, detta anche ossessivo-compulsiva. La nevrosi ripete il trauma originario – il trauma che inaugura la vita all’uscita dalle acque del parto – smaltendo la libido ivi impegnata e riportando la materia vivente allo stato inorganico, alla morte. Più aristotelico di Nietzsche, Freud non sa pensare fuori dall’algoritmo eziologico; per lui la vera scienza è storiografica; non conosce la variabilità ma la fissità del destino storico; perciò presuppone una causa per ogni fenomeno, una pulsione, che spinga la storia a ripetersi: la chiama pulsione di morte. Pur negandola, Freud suppone la vita alla base della ripetizione. Das Seelenleben è il significante della “vita psichica” che nelle Sigmund Freud gesammelte Werke ricorre ogni venti pagine.

La scena freudiana è quella ilozoista, concepita da Empedocle, dove lottano Eros e Ananke,amore e necessità, il primo che porta unità elementari a confluire in unità maggiori, la seconda che le dissolve necessariamente, tertium non datur. La vita funziona così tra inizio e fine, incessantemente. Nell’ottica vitalista non c’è da sperare qualcosa di diverso. Darwin non è ancora sorto all’orizzonte dell’antica visione del mondo. La variabilità non produce sostanziali variazioni. L’evoluzione, nel senso della biodiversità delle specie viventi, è inconcepibile. La variabilità è off limits per il pensiero prescientifico: esiste, in quanto creata dal niente e per sempre dal Divino Fattore, ma non progredisce. In un certo senso è cosa morta; il mondo della vita, die Lebensweltporta il marchio mortale del nulla impresso dal suo creatore. La variabilità pre-scientifica si chiama polimorfismo, ma non esprime la variabilità dinamica, continua e intrinseca ai fenomeni vitali. La classificazione di Linneo è il codice della statica biologica; codifica l’inesistente.

A questo punto si innesta Darwin; la vita è variabile e produce sempre nuove forme di vita: alcune sopravvivono, trovando un ambiente favorevole, altre periscono nell’ecologia sfavorevole. La cosiddetta struggle for life non ha valenze antropomorfe; non è altro che l’interazione tra individuo e ambiente, l’equilibrio instabile tra individuale e collettivo, nel divenire preconizzato da Eraclito. Analogo discorso vale per la materia non vivente.

Chi pensò la ripetizione fuori dal contesto vitalista fu un matematico e fisico teorico, Jules Henri Poincaré, contemporaneo di Nietzsche e Freud. Poincaré aprì un campo di studi nuovo per la fisica newtoniana: il campo dei sistemi meccanici caotici, oggi si preferisce dire sistemi complessi, per via del nostro Nobel Giorgio Parisi. Cos’è il caos? Non è il disordine primordiale immaginato dai filosofi. È la situazione tipica di tre corpi di masse simili in attrazione reciproca. Cerco di dirlo in termini intuitivi e approssimativi. Devo perciò convocare una nozione che esorbita dal discorso filosofico e resiste all’innovazione meccanicista: quella di variabile. Un sistema meccanico dipende dalla sua variabile di stato; dato un valore della variabile, il sistema transita da quello al valore successivo, in funzione del valore di una seconda variabile, la variabile d’ingresso al sistema. Il sistema meccanico funziona in base all’interazione tra due variabili: una interna e l’altra esterna al sistema, ambientale. La nozione di variabilità è strettamente legata a quella di interazione, entrambe assenti dalla cogitazione filosofica o freudiana.

Il caos contraddice il calcolo infinitesimale, dove piccole variazioni della variabile d’ingresso al sistema portano a piccole variazioni della variabile in uscita dal sistema. In regime caotico è il contrario: piccole variazioni della variabile iniziale portano a grandi variazioni della variabile finale: un battito d’ali di una farfalla a Tokio produce un uragano a San Paulo. Poincaré ha dimostrato un pacchetto di teoremi per sistemi meccanici caotici, tipico il problema dei tre corpi auto-gravitanti di pari massa, del cui moto non si conosce la formula analitica chiusa; tuttavia, in tempi lunghi ogni sistema meccanico caotico tende a tornare in prossimità dello stato da cui è partito. Le considerazioni sviluppate da Poincaré sono topologiche. Trattano la prossimità, quindi l’approssimazione, nell’ambito di quell’analysis situs, preconizzata da Leibnitz e Riemann e nota come geometria di gomma. In questa forma molto debole di ripetizione non c’entrano la vita o altri fattori ineffabili; conta solo la combinatoria degli stati interni al sistema, che è conservativa, cioè tende a conservare lo stato iniziale. Chiamala, se vuoi, principio d’inerzia.

Né Nietzsche né Freud citano il contemporaneo Poincaré, per dire quanto il pensiero vitalistico sia lontano dalla scienza galileiana, dove si combinano in maniera nuova certezza e incertezza, sempre co-presenti. In particolare Freud non era aggiornato sulla scienza del suo tempo. Non citò mai Mendel, riscoperto quando scriveva i Tre saggi sulla teoria sessuale. Lacan, invece, cita Poincaré in riferimento alla probabilità insieme a Markov. (La probabilità, die Wahrscheinlichkeit (chance), è un altro concetto scientifico assente in Freud, che la intende solo come “verosimiglianza” (likelihood)). Quanto alla ripetizione, Lacan l’annoverò tra i concetti fondamentali della psicanalisi (v. Seminario XI). Ma, non disponendo dello strumento topologico di analisi non seppe dirne molto. Si limitò a citare Kierkegaard. Si deve riconoscere, infatti, che quella di Lacan è una pseudo-topologia, priva com’è della nozione di intorno, anche se parla metaforicamente di entourage symbolique.[1] La sua cosiddetta topologia, per esempio, il taglio a otto interno del toro che produce la banda di Möbius, identificando un bordo a sé stesso, è solo un semplice, ma non semplicissimo, strumento mnemotecnico per trasmettere in codice la propria dottrina agli allievi. Gli allievi furono il sintomo individuale di Lacan e simmetricamente Lacan fu il sintomo collettivo dei suoi allievi. Quando si parla di doppio legame, gioca sempre l’interazione tra individuale e collettivo.

In conclusione, si può dire che sul breve periodo un sistema meccanico caotico, vivente o non vivente, è difficilmente prevedibile, anche se si ripete. Oggi non sappiamo calcolare come sarà la configurazione del sistema planetario solare tra pochi anni, diciamo tra dieci milioni di anni, date le piccole interazioni tra pianeti e le grandi variazioni orbitali prodotte. Ma sappiamo come sarà lo stadio finale, molto simile all’iniziale. Decade, insomma, il paradigma della prevedibilità immediata, basata sulla nozione antropomorfa di legge scientifica come legalità della natura, basata su cause efficienti e finali. La ripetizione dell’identico giustificherebbe la prevedibilità scientifica, ma sembra che la scienza moderna non abbia bisogno di essere né prevedibile né deterministica a breve termine. Cos’è la scienza allora, se c’è il caos? Come funziona il tempo della scienza?

Questa è la domanda sottostante all’intuizione di Nietzsche di eterno ritorno dell’identico. Freud non rispose alla questione scientifica ma rispolverò una vecchia filosofia: la metapsicologia delle cause pulsionali, cause efficienti e finali della vita psichica.

E tu cosa rispondi?




[1] J. Lacan, “L’instance de la lettre dans l’inconscient ou la raison depuis Freud” (L’istanza della lettera nell’inconscio o la ragione dopo Freud, 1957) in Écrits, Seuil, Paris 1966, p. 519.

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