Dostoevskij raccontato da Igor Sibaldi

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11 dicembre, 2021 - 06:40
La Russia non è comprensibile con la mente,
non è misurabile con il comune metro.
Ha una natura propria,
nella Russia si può solo credere.
«Umom Rossiju ne ponjat’». Fedor Tjutcev, 1866.

 
 

Almeno un paio di volte mi è capitato di affacciarmi fuori dalle mie Colonne d’Ercole. Un mito antico, legato ad altri miti, ancora più antichi, come quello delle fatiche di Ercole, diceva che fosse estremamente pericoloso attraversarle, violare cioè il limite della conoscenza concessa agli umani. Ancora nel medioevo, l’inconosciuto, era pieno di enigmi, trappole insidiose, misteri sopranaturali. Molto meglio starsene lontano. Non tentare neppure di porsi il problema di andare la verità canonica. Altrimenti? Intanto ti poteva capitare di fare la fine di Savonarola o di Giordano Bruno, ma anche di Galileo che, previa l’abiura fu soltanto confinato ad Arcetri. Il rischio certo, era comunque, quello di restare fascinati, inebetiti come Ulisse annientato dal canto delle Sirene.
 
Ebbene, a me, nella mia pur lunga vita - trascorsa per buona parte a cercare di comprendere la follia dei miei simili, la mia e quella di Silvia, la mia compagna, che non aveva esitato a gettarsi con me nell’impresa di conoscere gli esseri umani, aumentando la complessità dell’impresa col dono di cinque figli, tre donne e due uomini - è successo due volte, di dare un’occhiata nel mondo mai visto prima, nè praticato, nè inteso: quello della fascinazione mentale della parola altrui per tonalità, timbro, pensiero, nozioni, apertura di orizzonti.
 
La prima, più di mezzo secolo addietro, poteva essere il 1957-58, accadde in una sala romana di doppiaggio cinematografico [01] di uno stabilimento a Via dei Villini. Fresco di laurea in medicina ero stato chiamato per “un turno” dalla SAS. Non rammento il film ma il protagonista era doppiato da Stefano Sibaldi. Poteva essere Danny Kaye ne “Io e il colonnello” un film del 1958. Sibaldi era appena venuto via dalla storica CDC (Cooperativa Doppiatori Cinematografici) fondata da Giulio Panicali nel 1946 e stanziata alla Fono Roma per una fronda interna che gli aveva negato la carica di direttore di doppiaggio e aveva fondato la SAS (Società Attori Sincronizzatori). Ebbene, ricordo perfettamente che al leggìo, nel buio della sala, rimasi talmente affascinato dalla bravura di Sibaldi che si arrampicava con la voce sulle gestualità - gli scatti gli arresti improvvisi le smorfie - di un Danny Kaye scatenato, al punto da rimanere muto, quand’era il momento di attaccare la mia battuta.
 
- «A Mellinaaa. Ma che stai a dormì?»“ -
La voce del fonico che registrava, esplose come una schioppettata dall’interfonico della regia e mi fece tornare sulla terra.
- «Scusi Sig. Sibaldi, mi ero distratto un attimo» -
- «Ha fatto la notte in ospedale Mellina?» disse gentilmente Stefano Sibaldi con la sua voce normale.
 
Tutti nel giro Rai, Doppiaggio, TV, sapevano che c’era un dottorino attore-doppiatore, che sapeva di malattie e di pazzie, prodigo di suggerimenti, al quale ci si poteva rivolgere, anche per sottoporgli un e.e.g., appena ritirato, l’ultimo emocromo, un esame delle urine “completo di sedimento”, prima di portali al medico curante. Evidentemente, la voce era corsa fino all’orecchio del grande Stefano Sibaldi.
 
La seconda fascinazione, mi ha colto il 24 novembre 2021 nel salotto buono di Francesco Bollorino. Aveva invitato il noto slavista, Igor Sibaldi, traduttore di opere fondamentali della letteratura russa dell’Ottocento ed autore egli stesso di saggi critici originali sui principali Autori russi dell’Ottocento, comparandoli con la letteratura europea dell’epoca, a parlare della letteratura russa e in particolare di Fëdor Dostoevskij, per confrontarlo con Sigmund Freud [01]. In ogni senso -Dostoevskij più che il neurologo parigino Jean-Martin Charcot - il maestro assoluto di psicologia del normale e del patologico del celebre medico viennese inventore della psicoanalisi.
 
A dire il vero, quello che ho definito un po’ rozzamente “salotto buono” - da “burino”, come direbbero a Roma - era qualcosa di molto sofisticato che, chi è abituato ad andar per mare, capisce al volo. L’ambiente in penombra dove si è svolto il colloquio-intervista-lezione, mi è parso quello di una “pilotina”. Francesco Bollorino nella circostanza si è comportato come esperto comandante di “pilotina” avendone anche le “phisyque du role”. Avete presente la piccola imbarcazione che, all’ingresso o all’uscita dai porti, arriva svelta sotto la “biscaglina”? Si! La scaletta di corda coi pioli stretti che volteggia sulla fiancata del bestione per far salire a bordo il timoniere professionale, che dovrà condurre il grosso natante cieco, al posteggio sicuro senza sbattere. La stessa operazione al contrario, che deve eseguire per l’uscita, liberandolo per il mare aperto.
 
Bene! Ho avuto l’impressione di stare lì dentro, in un ambiente perfettamente assimilabile. La bolla magica e fascinosa che circonda il timoniere, voglio dire. Quello spazio operativo antropologico - un unicum vitale che lo circonda - pieno di esperienze e saperi, che sale, scende, sosta col pilota della pilotina/rimorchiatore. Spazio privilegiato, aperto biunivocamente ai comandi e agli ordini, che solo a lui competono e intorno a lui ruotano. O sei ospite o stai fuori. Puoi assistere, però, per imparare. Come quando al primo anno di medicina andavi a vedere Pietro Valdoni che operava sotto il vetro piazzato sopra il tavolo operatorio. Tornando alla metafora della pilotina, il porto, naturalmente, era quello di Genova. L’abile nocchiero era il direttore di Pol.it, che parlava con voce bassa e roca. Appariva e spariva, tra volute di fumo denso e piacevole che sapeva d’incenso, bucava lo schermo e si spandeva d’intorno come in un luogo sacro.
 
Il conferenziere, più esattamente la figura di Igor Sibaldi era in primo piano, ma come se fosse in campo lungo. La sua voce, intrigante, si udiva nitida, precisa, leggera, quasi sussurrata, come quella che proveniva dalla buca del suggeritore di Ruggero Ruggeri, al Qirino di Roma, in una delle sue ultime, lontanissime, spettacolari apparizioni: “Tutto per bene” di Pirandello. Bene, con quella voce e le sue narrazioni circostanziate, in lungo e in largo, dentro e fuori, dell’opera e della vita avventurosa di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, avanti e indietro, con l’acribia dello storico e il bisturi anatomico del filologo, con, sotto il tabarro, l’orcio del “saccheggiatore di territori incustoditi”, mi ha abbacinato e ... completamente ammutolito. Così “fascinato”, sono rimasto inchiodato sulla poltroncina davanti allo schermo del PC fino alla fine. Senza perdermi una sillaba, sentire stanchezza, fame, sete, il suono del telefono.
 
Lo stupore maggiore, per me, è stato quello di scoprire che la mia formazione sulla letteratura russa degli ultimi due secoli, che mi aveva appassionato per tanta parte della vita, era incompleta e lacunosa. Anche con l’aggiunta di quella di Silvia, diplomata all’Accademia Sharoff, di recitazione, che andava disinvoltamente dalla “Irina” de “Le tre sorelle” a Lizaveta Smerdiasciaja, la “Smerdiakova”, dei “Karamazov”, non era sufficiente. Troppo vistosa la mia ignoranza, di fronte alle finestre che mi si erano aperte con l’ascolto di questo dialogo tra uno psichiatra e un narratore che si davano del lei con reciproco rispetto, forse anche con una reciproca punta di diffidenza. Il gioco molto teatrale, eterno, infinito, di chi sta sopra e chi sta accanto al divano.
 
Il vero “coup de théatre” è stato che, per tutta la durata dell’incontro “webinar”, non ci si è potuti raccapezzare su chi stesse sul lettino, a dire, e chi sulla poltrona, a rilanciare. Suspence garantito e formidabile. Nulla di preparato prima, naturalmente, tranne il tema. Il resto, una sorpresa. Come a un torneo di tennis tipo Wimbledon: lo sguardo di qua e di là, voltando la testa per seguire la pallina. Non però su un campo in erba, ma di carta, di  libri, parole, racconti di vita, dipinti, ritratti, segni di un’epoca nuova, anzi, che sarebbe venuta in futuro con almeno 100 anni di anticipo. Una profezia! Eh, si, perché abbiamo imparato da Igor Sibaldi che l’Intellighenzia [02] russa, cioè le “persone pensanti”, non che fanno anche altri lavori, “pensano e basta”, è gente molto ascoltata dal popolo russo, in funzione didattica e di indirizzo. I Russi - ci racconta divertito e serioso Igor Sibaldi -tengono in gran conto l’estero. Lo guardano dalla loro finestra, ma vi ci si recano anche e guardano tutto molto attentamente, soprattutto gli errori più evidenti, che l’estero ha commesso. Cosicché tornando a casa e fatto tesoro dell’esperienza - qui Sibaldi si fa avvincente e profondo conoscitore dell’anima russa - l’intellighente russo, dice come bisogna fare per non sbagliare, perchè lui ha capito, invece all’estero, no. Questa è la grande differenza del popolo russo rispetto all’Europa, alla quale è giunto alla fine del 700. Insomma questo e molto altro ancora ci viene dalla lezione di Igor Sibaldi, anche se ti pare di sapere abbastanza sulla letteratura russa appena trascorsa.
 
Un sontuoso torneo di tennis, si è svolto nei monitor della pilotina di Francesco Bollorino, attorno alle due gigantesche colonne-teste-di-serie: Dostoevskij (scrittura sciatta, veloce, febbrile, premonitrice dirompente esplosiva) e Tolstoi (apparentemente raffinata, comitale, superba, ma già con spirito eversivo e tanto di “pestaggio di piedi fin da Guerra e pace”, sottolinea Sibaldi). Introdotti dal conferenziere-saggista-slavista-storicodellereligioni milanese di madre russa e di padre toscano, hanno sfilato, e si sono confrontati soprattutto autori della letteratura “al di là dell’Elba, Fiume”, ha voluto precisare Sibaldi, en passant, il grande e antico confine europeo fin dai Romani. Piacevoli e inaspettati, si sono affacciati: Flaubert, Proust, Collodi, van Gogh, Manzoni, Dumas, i poeti maledetti, Moravia e via andare in una rassegna completa e piacevolissima. Un suggerimento potrebbe risultare utile. Meglio leggere il cartaceo di Dostoevskij e Tolstoi, ricusando l’audio-lettura, ma l’audiovisivo di Bollorino e Sibaldi è indispensabile per conoscere la Grande Madre Russia, “che non c’è” secondo Sibaldi.
 
“La Russia di Dostoevskij non esiste.
“È una cosa che sta per conto suo, la Russia.
“La Russia si può soltanto credere, perché non c’è. È come Dio non lo vedi.
 
Parola di Igor Sibaldi  


 
Note.
01. Pol.it.psychiatryonline.it. Francesco Bollorino. Dialoghi con Igor Sibaldi: Il compleanno di Fëdor Dostoevskij. Webinar. Seminario interattivo su Internet. Genova 24 novembre 2021.
02. La parola è rubata ai Polacchi chiarisce l’A. che si riferisce al termine divulgato dal filosofo polacco Karol Libelt.
 
 
 
 

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