IL SOGGETTO COLLETTIVO
Il collettivo non è altro che il soggetto dell’individuale
di Antonello Sciacchitano

Spiegare vs interpretare

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19 luglio, 2022 - 08:01
di Antonello Sciacchitano

Dai tempi di Aristotele con la pretesa di essere scientifico, il pensiero conformista prese la via dell’interpretazione, o ermeneutica, e non l’ha più abbandonata. In Perì ermenéia, il secondo libro dell’Organon, Aristotele trattò dei rapporti tra logica e linguaggio; credette di fare scienza sottomettendo l’uno all’altra, in nome del primato filosofico del logos, che da allora attraverserà indisturbato i millenni; il logos si pose alla radice di ogni conformismo per dire le cose che vanno bene a chi comanda. “In principio era il Verbo” fu e resta il vangelo logocentrico, caposaldo di ogni certezza conformistica; bibbia o libretto rosso, il verbo che vale è sempre quello del padrone, del maitre.[1]

Il logos introdusse nel bios, nella vita,[2] la falsa equazione, divenuta pilastro del senso comune: scienza = certezza, secondo cui ciò che è dato per certo, per esempio nel riscontro autoptico o nella testimonianza storica, è per ciò stesso scientifico. Su questa strada la medicina ha indebitamente guadagnato il posto di scienza, mentre è solo tecnica riabilitativa che cura quel che c’è, a partire dalla diagnosi delle cause morbose. Nessuna tecnica, anche se derivata dalla scienza, può essere scientifica nel senso galileiano delle “sensate esperienze e dimostrazioni necessarie”.[3] La tecnica va applicata in modo rigido come prevede il codice; non consente sperimentazioni per quanto sensate.

Ma c’è dell’altro alla radice. Dall’avvento del calcolo delle probabilità (1654) la scienza moderna, a differenza dell’antica, divenne il modo essenzialmente statistico e in continua revisione di trattare l’incertezza. Il bosone di Higgs fu scoperto a cinque volte la deviazione standard dei risultati sperimentali con la probabilità di uno su 3,5 milioni di ottenere dati come quelli del CERN, o più estremi, nel caso che il bosone non esistesse (ipotesi zero). Perciò, pretendendo certezze assolute, il pensiero benpensante resiste alla scienza moderna, mai assolutamente certa ma solo approssimata in via probabilistica, tenuto conto degli inevitabili errori sperimentali. Ciò non impedisce lo sfruttamento capitalistico delle produzioni scientifiche “incerte”, che da sinistra – una sinistra arretrata e convenzionale – sono un pretesto per alimentare diffuse resistenze allo spirito scientifico; emblematico Heidegger che decretò che la scienza non pensa. È vero: la scienza non pensa la certezza categorica ma si approssima quanto si vuole al reale, che non cessa di non scriversi, come sosteneva Lacan. Per la mentalità antica, tuttora perdurante nel senso comune, ciò è inammissibile. Per la mentalità scientifica l’errore è pervasivo, a cominciare dai dati sperimentali; è un resto ineliminabile, presente sin dall’inizio nella speculazione scientifica, esteso fino alle forme più elevate di indecidibilità teorica. 2 + 2 fa 4, questo è certo, ma l’aritmetica contiene anche asserti indimostrabili, per esempio sulla sua coerenza.

L’ermeneutica adotta per “interpretazione” il senso della parola tedesca Auslegungcheletteralmente interpreta l’interpretazione come “tirar fuori” (aus-legen); in particolare, interpretare ha il senso di “mettere in evidenza” la verità accertata dietro ciò che appare, l’alétheia del fenomeno secondo Heidegger (la cosa di fatto, die Tatsache, nel senso dell’accadere ontologico, l’evento, das Ereignis). In Europa Heidegger e ancor più il suo allievo Gadamer furono maestri di conformismo ermeneutico. In America Peirce forgiò il concetto di interpretante come segno mentale – pensiero o rappresentazione – che media tra segno e oggetto.

L’ermeneutica, o l’arte di interpretare, in quanto “metodologia delle scienze storiche dello spirito”,[4] è di fondo un’ontologia; usa indizi realistici: le “spie” che non spiegano ma evidenziano il reale.[5] Il progetto ermeneutico pretende confermare nei “fatti del mondo” (die Tatsache der Welt, diceva Wittgenstein) l’ideologia vigente, ratificando in via convenzionale, spesso delirante, quel che c’è: la verità dell’essere conforme alle esigenze del potere, testimoniata da indizi accettati e accertati; quel che non combacia con la volontà di potenza dominante si può modificare con un’opportuna cura dell’essere dell’ente: la Sorge di Heidegger o la Psychotherapiedi Freud, assestamenti del reale di marca medica (Besorgen, sbrigare in fretta, diceva Heidegger).[6]

Da Ippocrate in poi, la versione ontologica dell’ermeneutica è a servizio del potere – tipica la deriva nazista dello stesso Heidegger, che non meraviglia più di tanto. Il discorso medico è la tipica variante ermeneutica che si sviluppa in termini eziopatogenetici; articola catene di cause ed effetti, documentate nei cosiddetti casi clinici, narrati da cronisti ad hoc: giornalisti, storici, filosofi, medici, tutti romanzieri di vocazione (oggi i romanzieri si chiamano scrittori), ciascuno pompiere della propria ideologia, quando non sono veri e propri dittatori a manipolare la verità fin dentro alla menzogna. L’ermeneutica non è scienza galileiana; usa solo conferme mai confutazioni: c’è l’effetto perché c’è la causa; non ammette né falsi positivi né falsi negativi; è una tecnica conformistica per adeguare la devianza sociale all’ideale civile e giustificare il controllo poliziesco in nome della sicurezza, declinazione della certezza a livello sociale.

Insomma, interpretare la realtà, come pretende il senso comune, avviene all’insegna del foucaultiano Sorvegliare e punire; vi opera il senso servile in nome del benpensantismo vigente, scambiato per civiltà; aderirvi significa essere ideologicamente corretti, cioè ortodossi, per convenzione scientifici. L’interpretazione, come ho detto, opera per conferme, che producono certezze, – ciò che è confermato è sicuramente vero – ma ignora la natura aleatoria della conferma stessa che, senza opportuni controlli, quasi due volte su tre è solo casuale, come dimostra il gioco delle rencontres.[7] In questo senso l’ottica conformistica porge la Traumdeutungcome “interpretazione dei sogni”; interpreta i sogni comme il faut; non li spiega, cioè non li svolge “dispiegandoli”, quasi che Freud invece della Traumdeutung avesse scritto la Traumauslegung.[8]

Il punto richiede una precisazione linguistica della lingua tedesca. Prima che “interpretare” deuten significa “spiegare”, cioè far luce o mettere in chiaro. Siamo nell’ambito della famosa dicotomia diltheyana tra erklären, “chiarire”, e verstehen, “comprendere”, il primo dedicato alle scienze naturali, quindi al significato delle cose, il secondo alle scienze umane, quindi orientato al senso delle loro rappresentazioni. Deuten sta dalla parte di erklären, ma il conformismo lo tira dalla parte di verstehentrasformandolo in interpretare. Ma si può andare più a fondo.

La differenza tra interpretare e spiegare è piccola ma cruciale: separa la scienza antica dalla moderna. La prima, aristotelica, interpreta i fatti, nel caso i sogni, usando moduli prestabiliti, da individuare tramite il principio di causa ed effetto, lo scire per causas, emblema raffigurato nella Cappella Sistina, ripreso da Freud nella metapsicologia;[9] la seconda, galileiana, congettura modelli, cioè analogie del reale, costruite a prescindere da sistemi prestabiliti di cause, nel caso freudiano da ogni metapsicologia.[10] L’interpretazione attende solo di confermare verità prestabilite; modello esemplare di interpretazione è la diagnosi medica; la traduzione di Traumdeutung con “interpretazione dei sogni” è l’omaggio servile allo spirito della medicina che domina l’intero freudismo.[11] La spiegazione invece prevede confutazioni di verità che non si diano tutte, ma si possano dire (dare) solo a metà, per poter affermare l’altra metà. Lacan è qui benvenuto.

Quando noi freudiani troveremo il coraggio di “spiegare” invece che di “interpretare” i sogni, lasciando al delirio, paranoico o benpensante, la libertà di riconoscere le cause “cattive” che ci perseguitano? È forse un sogno il mio, quello di un’analisi che non interpreta paranoicamente ma spiega scientificamente i sogni? La condensazione (Verdichtung) e lo spostamento (Verschiebung), distese rispettivamente lungo gli assi metaforico e metonimico del linguaggio, [12] furono i primi passi di Freud nel territorio della spiegazione scientifica dei sogni,[13] a prescindere da ogni ermeneutica, serva dell’ontologia dominante. Chi comprese bene la situazione fu Lacan che concepì l’inconscio freudiano strutturato come un linguaggio, senza padroni. È giusto, cioè scientifico, proseguire per questa strada. Certo, c’è un prezzo da pagare: lasciare che la psicanalisi abbandoni il regno delle scienze dello spirito, dominato dall’ermeneutica.

I successivi passi metapsicologici di Freud sono da dimenticare, perché sono regressioni prescientifiche a dottrine aristoteliche, appese al principio di ragion sufficiente dello scire per causas; sono pretestuosi escamotages eziologici in nome di fantomatiche pulsioni, vere e proprie oscure ma onnipresenti presenze demoniche, proposte dal pensiero mitologico di Freud come cause ad hoc degli effetti psichici: una forma sublimata di paranoia. Sono coordinate attorno a una specifica forma di verità: la verità storica o narrativa, che non è la verità scientifica. La scienza moderna dei modelli e delle relative confutazioni non abita la metapsicologia, elaborata da Freud dopo il 1915. La verità scientifica non è adeguamento al già dato, ma apertura di nuove vie di ricerca.

Non è irragionevole credere che Freud abbia fatto retromarcia dalla scienza alla tecnica quando, a dieci anni dal saggio sul motto di spirito, capì che l’inconscio ama formulare spiritosaggini, che aggirano la verità ufficiale per dire una verità ufficiosa meno credibile. Ma si può fare scienza come si fanno battute di spirito? Non sembra seria una scienza delle freddure, che magari prenda in giro lo stesso uomo di scienza. Allora Freud regredì al più affidabile scire per causas di marca aristotelica, collaudato da millenni e codificato nei libri di storia da Erodoto a Benedetto Croce, i libri della vera scienza.[14] Poi da coccodrillo si lamentava che i suoi casi clinici si leggessero come novelle, prive del più serio (ernst) marchio della scientificità.[15]

Non è raro il caso di uomini di scienza non rimasti fedeli alle loro prime intuizioni, forse perché troppo audaci. È frutto di pusillanimità: le grandi scoperte, come quella freudiana dell’inconscio, rendono piccole le anime degli scopritori. Ai tempi di Freud l’esempio clamoroso fu proprio Einstein, che nel 1905, annus mirabilis, spiegò in termini quantistici (non interpretò!) l’effetto fotoelettrico, ma per tutta la vita contestò a Bohr l’interpretazione probabilistica della meccanica quantistica (“Dio non gioca a dadi”). Einstein fu non meno determinista di Freud;[16] entrambi vollero ignorare l’apporto al discorso scientifico della nozione di probabilità, avanzata nel 1654 nella corrispondenza tra Pascal e Fermat e assiomatizzata nel 1933 da Kolmogorov nei Grundbegriffe der Wahrscheinlichkeitsrechnung.[17]

La regressione scientifica si spiega con il ritorno del rimosso; nel caso di Freud ritornò in campo il discorso medico con lo schematismo eziopatogenetico, tipico dei trattati di patologia medica, e spazzò via ogni traccia di scientificità dalla psicanalisi, la “giovane scienza” (die junge Wissenschaft[18]) che Freud non volle diventasse adulta, cioè galileiana. In effetti, nelle 7000 pagine delle sue Gesammelte Werke Freud non citò mai Galilei. In biblioteca non aveva il Discorso sui massimi sistemi. Dei geni del Rinascimento italiano conosceva solo Leonardo, più artista che uomo di scienza. Noi, se vogliamo dirci psicanalisti, non possiamo non dirci freudiani, a patto di non ereditare l’ignoranza di Freud, in primo luogo l’ignoranza della scienza galileiana, in nome di una comune e molto frequente resistenza.



[1] Il destino della filosofia, annunciato sin dall’inizio della sua storia, è di collocarsi a metà strada tra religione e scienza, non essendo né religiosa né scientifica. La psicanalisi freudiana è più vicina alla religione che alla scienza. Freud fu pesantemente religioso. L’Edipo fu il suo credo nella religione del padre. Di conseguenza gestì il movimento psicanalitico da pontefice.
[2] La filosofia del logos prolunga l’esordio ilozoista. Il punto non è trattato qui. Va dimostrato che la filosofia degli Hegel e dei Bergson è sin dall’origine bio/logica, in quanto dice la vita del Tutto (das Leben des Ganzen, Hegel). Il legame religioso tra vita e parola sarà definitivamente rotto da Darwin, attraverso l’accoppiamento scientifico di variabilità e selezione nell’Origine delle specie, che Freud non ebbe in biblioteca.
[3] G. Galilei, “Lettera a Cristina di Lorena” (1615) in Opere di Galilei, a cura di F. Flora, Ricciardi, Napoli-Milano 1953, p. 1014, che Freud non ebbe in biblioteca.
[4] M. Heidegger, Essere e tempo, 1929, trad. A. Marini, Mondadori, Milano 2006, § 37.
[5] Carlo Ginzburg ne parlava in Miti, emblemi, spie, Einaudi, Torino 1986.
[6] Per giustificare la propria logica indiziaria Freud non si riferì a Martin Heidegger ma a Giovanni Morelli nel saggio sul Mosè di Michelangelo del 1914.
[7] V. il post del 30 marzo 2022 http://www.psychiatryonline.it/node/9489.
[8] Non condivido l’opzione del compianto Alfredo Marini, che traduce Auslegung con “spiegazione”, forse messo in imbarazzo da Heidegger che usa anche Interpretation (cfr. M. Heidegger, Essere e tempo, 1929, Mondadori, Milano 2006, § 32). Auslesen ha il senso di “scegliere”, “estrarre” un senso, quindi “interpretare”.
[9] Freud si attribuisce un “gebieterisches Kausalbedürfnis” (imperativo bisogno di causalità). V. “Der Mann Moses und die monotheistische Religion” (1938, L’uomo Mosè e la religione monoteista) in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. XVI, p. 214. D’ora in poi SFGW.
[10] Si annida qui il tipico pregiudizio filosofico del trascendentale, che presuppone un prius concettuale, precedente ogni forma di conoscenza. Il vertice del pre-giudizio sarà toccato da Kant, seguito da Husserl.
[11] V. Contro il freudismo http://www.psychiatryonline.it/node/9556.
[12] R. Jakobson, Saggi di linguistica generale, trad. L. Heilmann, Feltrinelli, Milano 1963.
[13] V. il cap. VII della Traumdeutungintitolato Per la psicologia dei processi onirici.
[14] Al liceo dovetti imparare a memoria il I capitolo del Breviario di estetica di Croce.
[15] S. Freud, “Studien über Hysterie” (1895, Studi sull’isteria) in SFGW, vol. I, p. 233.
[16] Per la stessa ragione Freud è falsamente ritenuto positivista.
[17] In tedesco l’aggettivo wahrscheinlich significa sia “probabile” sia “verosimile”. Freud lo usò esclusivamente nel senso di verosimile. I dati clinici rendono sempre verosimile la verità della sua teoria. Ma Freud selezionava solo dati a conferma (Bestätigung). Svicolava dalle confutazioni (Widerlegung). Comprendeva le somiglianze, non chiariva le differenze. Del motto francese Tout comprendre c’est tout pardonner ritenne solo la prima parte. V. S. Freud, “Zur Psychopathologie des Alltagslebens” (1901, La psicopatologia della vita quotidiana) in SFGW, vol. IV, pp. 29, 329.
[18] In L’interesse per la psicanalisi (1914) Freud dichiarò la volontà della “giovane scienza” di lasciar da parte il suo stesso interesse medico. S. Freud, “Das Interesse an der Psychoanalyse” in SFGW, vol. VIII, p. 391.

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