Mente ad arte
Percorsi artistici di psicopatologia, nel cinema ed oltre
di Matteo Balestrieri

Prescrivere farmaci antipsicotici. Lo sguardo del cinema

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31 agosto, 2014 - 17:35
di Matteo Balestrieri

  Il cinema esprime il sentire comune e perciò guarda agli psicofarmaci con occhio ambiguo, tra il sospetto e la speranza. Proprio come succede alla persona comune, non riesce a spiegare in che modo sostanze che agiscono sul cervello possano produrre benefici senza causare danno. Se è piuttosto semplice capire come funziona l’insulina, risulta infatti incomprensibile come possa agire un antipsicotico.
  L’incomprensibilità dell’azione dello psicofarmaco, unita alla malpractice psichiatrica dei tempi andati, ha poi prodotto nel passato l’idea che lo psicofarmaco sia un’arma che la società utilizza per controllare gli individui. In alcuni film perciò gli psicofarmaci diventano i mezzi con cui attuare la coercizione e la contenzione psichica. Tipicamente i neurolettici (o antipsicotici) sono nominati o intesi come presenti in vari film sulle istituzioni manicomiali (valga per tutti “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman del 1975).

  Passando ad un passato più recente, tra i film in cui i farmaci antipsicotici hanno una parte rilevante nella trama si deve ricordare quel delicato film sulla psicosi che è “Senza pelle” di Alessandro D’Alatri (1994), con Anna Galiena, Kim Rossi Stuart, Massimo Ghini. Un’avvenente impiegata delle poste, Gina, dopo l’iniziale perplessità accetta un po’ ingenuamente il corteggiamento poetico di un giovane ragazzo psicotico, Saverio, tanto compromesso quanto affettivamente bisognoso, acuto e sensibile. La vicenda l’ho già raccontata in un altro post di questa rubrica, e non mi dilungo oltre (http://www.psychiatryonline.it/node/4893). Espressive sono comunque le scene derivanti dalla mancata assunzione della terapia, sia sul versante allucinatorio (la trasformazione in sangue del brodo durante la cena a casa), che comportamentale (la crisi pantoclastica nel vivaio dove Saverio lavora). Di grande rilievo è poi la sofferenza della madre di Saverio, costretta al ruolo di controllore della terapia del figlio.
 
  Nel film australiano “Angel Baby” (1995) di Michael Rymer viene affrontato il tema della sospensione della terapia antipsicotica nel corso di una gravidanza. Due giovani schizofrenici, Harry e Kate, si conoscono nel corso di una terapia di gruppo, s’innamorano e decidono di sganciarsi dal centro di salute mentale per andare a vivere per conto proprio. Kate quando rimane incinta cessa di curarsi poiché i medicinali potrebbero compromettere la salute del feto. C’è una scena significativa, che può assomigliare a quelle che si svolgono nei nostri contesti di cura, in cui lei e Harry affermano a familiari e curanti la propria volontà di proseguire la gravidanza, a dispetto del loro consiglio di abortire. Kate non intende perdere suo figlio, anche perché crede che sia l'incarnazione di un angelo che le appare frequentemente e con cui parla. La sospensione dell’antipsicotico libera inevitabilmente i suoi demoni interni, con la ricomparsa del delirio e delle allucinazioni. Una scena notevole è quella della manifestazione di un delirio di contaminazione al supermercato. Un’altra, che la precede, è quella in cui Harry butta tutti farmaci nel cestino “Ascolta, da oggi faremo così, niente più cibo da fast-food, niente più caffè, niente più sigarette e niente più medicine”. Nonostante la cura amorevole di Harry, deciso a salvare ad ogni costo il loro amore, Kate va incontro alla propria distruzione con un atto liberatorio e mortifero.
 
  Nel film “Ragazze interrotte” di James Mangold (1999), con Winona Rider, Angelina Jolie e Vanessa Redgrave si racconta la vicenda di Susanna, internata assieme ad un variegato gruppo di ragazze in un’istituzione simil-manicomiale, per motivi di supposta inadeguatezza comportamentale a casa. Il tentativo di trovare un’alleanza tra di loro è sostanzialmente fallimentare. Le ragazze adottano comportamenti da carcerate, fingendo di stare alle regole ma cercando in realtà di sfuggirne. Le terapie farmacologiche sono quando possibile evitate, anche se il controllo è piuttosto rigido (l’infermiera “Queste sono per te”, Susanna “Ma che cosa sono?”, “Ti aiuteranno a dormire”, “Ma sono le dieci e mezza, non posso mica…”, “Ne puoi parlare domattina, cara, con il tuo dottore, nel frattempo concordiamo che siamo in disaccordo. … Le prendi qui, con un po’ d’acqua”). Insomma, tutto induce a pensare che le terapie non solo non sono concordate, ma neanche sono state oggetto di informazione.
 



  La terapia antipsicotica è esplicitamente presente in “A beautiful mind” di Ron Howard (2001), dove sono oggetto della contrattazione tra paziente, curanti e familiari. In questo film Russell Crowe interpreta John Nash, geniale matematico americano, che cerca di elaborare un’avanzata teoria sui giochi competitivi, ma sviluppa nel frattempo una psicosi allucinatoria complessa. I tentativi di riportarlo alla realtà comprendono shock insulinici e trattamenti neurolettici. Quando John abbandona di nascosto la terapia farmacologica, nascondendo il farmaco in un cassetto, ricompare l’allucinazione e mette in serio pericolo la vita di sua figlia. Questa scena, accanto a quella dove Nash s’incammina faticosamente verso l’Università, rallentato dalla discinesia e dileggiato dagli studenti, è particolarmente interessante per una riflessione sugli effetti positivi e negativi dei neurolettici.
 
  La sospensione della terapia neurolettica produce uno scompenso psicotico anche in Donnie Darko, protagonista dell’omonimo film di Richard Kelly (2001). Il film è piuttosto complesso e ricco di riferimenti letterari (l’attraversamento dello specchio di Lewis Carroll) ed esoterici, tanto da divenire un film cult. Quello che interessa qui è che, fra altre possibili spiegazioni vi è anche quella che l’irruzione di una realtà aliena in un giovane disadattato è conseguente alla mancata azione della terapia farmacologica.
 


  Su un livello molto più prosaico è invece il citatissimo “Mr. Jones” interpretato da Richard Gere nel film di Figgis (1993). Il maniacale Mr. Jones, a giudicare dal ritmo degli shift dell’umore, potrebbe essere un rapid-cycler. Ci sono diversi aspetti della cura che risultano comunque fuorvianti. Per esempio Libbie, una psichiatra in stato di confusione terapeutica, all’inizio pone correttamente una diagnosi psicosi maniaco-depressiva, ma poi inanella una serie di errori, anche coscientemente perseguiti, non definendo mai i confini tra discrezionalità e obbligo della cura e gestendo il paziente da innamorata ed amante e non da curante. Al momento del ricovero Mr. Jones riceve fiale di barbiturico e di aloperidolo (Jones: “è una coppa di chardonnay”, Libbie: “più che una coppa, è un’intera bottiglia”) , ma in seguito si gingilla con la confezione di sali di litio senza assumere il farmaco. Libbie non sembra occuparsene, mentre è molto interessata a condurre sedute pseudo-psicoanalitiche in un clima di seduzione che sfocerà in un incontro consumato e nell’inevitabile fallimento terapeutico. Happy-end a parte.
 

  Problemi giuridici ed etici collegati alla terapia sono presenti nel film “Don Juan De Marco, maestro d’amore” di Jeremy Leven (1995), dove due interpreti strepitosi si confrontano, affascinati l’uno dell’altro. Da una parte c’è lo psichiatra Marlon Brando e dall’altra il paziente Johnny Depp, alias Don Juan. Un giovane che si crede Don Juan De Marco vuole suicidarsi per amore; indossa un mantello, un cappello e una mascherina sul volto. Per indurlo a desistere, lo psichiatra Jack Mivkler si spaccia per il nobile Don Octavio. Una volta ricoverato, il giovane racconta una storia densa di epos: nato in Messico da padre italiano, ha avuto la prima esperienza con la giovane Dona Julia, sua istitutrice, il cui marito ha poi sfidato e ucciso a duello il padre di Juan. La madre di Juan si è allora ritirata in convento e lui ha iniziato una strabiliante carriera di amatore. Il rapporto tra lo psichiatra e il giovane scivola ben presto in una relazione più personale. Jack è obeso, demotivato, sul punto di andare in pensione; la prorompente forza vitale e la sensualità del giovane sono per lui un toccasana. Juan gli dice: “Credete che non sappia che cosa vi accade? Avete bisogno di me, per una trasfusione”. Anche se Jack vorrebbe credergli, i racconti di Juan diventano sempre più incredibili, grandiosi, immaginifici. Mentre il collegio dei medici preme su Jack perché inizi un trattamento farmacologico, egli è ancora prigioniero della personalità di Juan. Grazie a essa, Jack ricostruisce il rapporto con la moglie e riassapora le sensazioni di una felicità perduta. In una scena Jack e il suo superiore discutono dell’importanza di somministrare la terapia antipsicotica. “E’ il momento di somministargli i farmaci” dice il superiore a Jack, che risponde “Vuoi portare il ragazzo alla pazzia? Se tu lo imbottisci di sostanze chimiche antipsicotiche, entro 48 ore ti ritroverai con un caso di pazzia che non ti riuscirà di dimenticare anche se campassi cent’anni”, “Te lo dico io Jack, quello è uno schizofrenico, non è Don Juan”. “Come fai a sapere che non è Don Juan? Sono stato con il ragazzo” cerca di ribattere Jack). Alla fine Jack cede tuttavia alle pressioni (e al proprio esame di realtà) e convince Juan ad assumere un neurolettico. Forse anche grazie a questo il giovane fornirà ai medici un quadro di sé risanato. Jack partirà, insieme alla moglie e Juan, verso l’isola dove il giovane ritroverà l’amata. È sogno o realtà?
 
  Un’apparente cifra scanzonata caratterizza infine il film “Si può fare” di Giulio Manfredonia (2008), con Claudio Bisio, Giuseppe Battiston e altri bravissimi interpreti. Il tema in realtà è estremamente serio, e viene affrontato con sufficiente cura. La vicenda è quella di Nello, che senza aver nessuna esperienza si trova a dirigere una cooperativa sociale i cui soci sono ex degenti manicomiali. Entra in contrasto con lo psichiatra Del Vecchio, che lo mette in guardia dall’attivare processi emancipativi. Lo scontro sulla terapia farmacologica è completo, da una parte il dottor Del Vecchio che ne sostiene la necessità fino a annientare la personalità dei pazienti, dall’altra Nello, con l’appoggio del dottor Furlan, che li riduce fortemente o li sospende. Quando tutto sembra volgere al peggio, i farmaci sono ripristinati. Del Vecchio dice a Furlan “Ma come, a Nicola Ricciola dava solo 2 mg di Serenase tre volte al giorno?” e Furlan “No, una volta al giorno”, “Ma l’ha letta l’anamnesi? Poteva andare in giro a violentare qualcuno”, “E invece si è innamorato, si vede che siamo stati fortunati, dottore” conclude Furlan.
 
  In sintesi, mi sembra di poter dire che almeno nei film che ho riportato (tutti prodotti dagli anni ’90 in poi), il sentire comune è quello dell’utilità dei farmaci antipsicotici, connotato però dall’ambivalenza con cui vengono prescritti, sperando talvolta di poterne fare a meno e spesso ricorrendo ad essi come stato di necessità. E quando questo avviene, prevale l’agito della prescrizione, senza la sensibilità di fornire una adeguata informazione. Esiste forse un vago sentimento di colpa nel prescriverli? Ci si può chiedere in effetti quanto sia diffuso questo sentimento tra gli psichiatri della vita reale. In ogni caso è merito del cinema averlo evidenziato.

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Commenti

Aggiungerei alla disamina il recentissimo "Il venditore di medicine" di Antonio Morabito, in cui c'è una certa demonizzazione "documentaristica" sulla prescrizione di molti farmaci.
Mi chiedo anche se la poca sensibilità di fornire una adeguata informazione non sia un epifenomeno culturale (che per lo più non si riscontra nei paesi anglosassoni).
Il cinema in fondo per esigenze varie può permettersi di essere negligente (informare non è compito di un film), uno psichiatra nella vita reale no.

E' assolutamente vero.
Il film "Il venditore di medicine" è senz'altro meritevole di riflessione. Pensavo di farlo in uno dei prossimi scritti, dopo aver passato in rassegna altri film sul tema "psicofarmaci".
Ti ringrazio.


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