Trapianti di cuore e trapianti di cervello

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31 marzo, 2023 - 15:48

Se la riflessione del filosofo Jean-Luc Nancy sulla pandemia si è limitata all'intervento del febbraio 2020 disponibile sul sito di antinomie                        (antinomie.it/index.php/2020/02/27/eccezione-virale/) e dunque il suo Autore  (scomparso nel corso del 2021) non le ha dato ulteriormente seguito (forse intendeva farlo, forse lo ha fatto e chi scrive non ne è al corrente) bene, se è davvero tutto qui (355 parole in francese, con una conclusione che appare tronca) allora occorre constatare che non ci si trova di fronte a una  risposta - critica - ad Agamben, ma piuttosto a una semplice manifestazione di dissenso, in pratica a un benevolo rimbrotto, un "ma va là" indirizzato all’amico Giorgio. 

In sostanza, e come già avvenuto in Italia con il filosofo teoretico Luca Illetterati, il pensatore di Bordeaux rimprovera ad Agamben scarsa considerazione per i dati e dal canto suo, forse ricalcando con le cifre la stessa disinvoltura che rimprovera all'amico, esibisce una percentuale di decessi che considera tranchant, avvicinandosi così ad un registro paleo-positivistico per il quale in fondo le idee sono chiacchiere e quello che conta sono appunto i dati, per argomentare si devono per forza dare (de)i numeri. 

Nancy asserisce infatti che il famigerato virus cinese si sarebbe dimostrato almeno trenta volte più letale del virus influenzale, il che                      di per giustificherebbe le misure politiche intraprese. 

Bell'esempio di superstizione scientifica, potrebbe scappare detto a un lacaniano  di passaggio, e per di più da parte di un filosofo ! 

Di quante volte deve essere più mortale di una "banale" influenza una qualsiasi infezione virale (mortalità lasciamo perdere misurata come) perché si possa sopprimere il libero arbitrio, vale a dire (tenetevi forte) la cosiddetta  "libertà" ? 

In pratica, nel suo breve commento critico Nancy sembra sottintendere che alla limitazione dei diritti civili dovuta al progresso ci si deve in qualche modo rassegnare, non farlo significa collocarsi al di fuori della corrente della storia che impetuosamente scorre trascinando con anche la politica (perlomeno nella forma della democrazia parlamentare), ormai relitto del buon tempo andato. 

Peraltro su questa diagnosi, ovvero sul superamento tecnocratico della democrazia, Agamben, proprio nello scritto cui viene fatto riferimento, sembra essere d'accordo… 

Dunque, nonostante la possibile intesa sulla questione della politica, anche a questo proposito il malcapitato "amico Giorgio" si becca un mezzo scappellotto, in quanto prendersela con i politici (anche se Agamben sembra avercela soprattutto con i giuristi) non rappresenterebbe che un diversivo, in quanto i politici oggi non sarebbero altro che dei banali (e tristi !) esecutori, anzi degli ostaggi (verosimilmente nelle mani dei tecnocrati). Addirittura delle vittime del sistema, in qualche misura, obbligati (dai poteri forti è lecito immaginare) a "pandemizzarci" (eccellente neologismo quest'ultimo, meritevole di successo). 

Forse si tratta di intendersi: che la politica sia ormai eterodiretta  (si lasci agli scienziati della politica dire se lo sia sempre  stata) appare in effetti,  se non assodato, comunque  piuttosto  plausibile e sicuramente un abitante della Botte - antonomasia sovente utilizzata nel contiguo Hexagone - appare piuttosto ben posizionato per formulare questo sospetto. 

Resta il fatto che i politici ci mettono la faccia, e non poi così malvolentieri, a quanto sembra. 

Comunque, dopo questo statement di ordine generale, il meglio Nancy lo riserva alla seconda parte del suo intervento, in cui introduce l'elemento autobiografico un po' come un deus ex machina, anzi come una sorta di veritas redarguens di agostiniana memoria, e si mette a parlare di se stesso in veste di paziente.             

Ora, lasciando da parte la considerazione tecnica (di cui comunque Nancy sembra rendersi conto) vale a dire l’introduzione dell'elemento autobiografico utilizzato come argomento per la discussione (ma forse si tratta di un ossequio alla moda - in Francia come altrove - del cosiddetto paziente esperto) quello che qui colpisce è soprattutto l'abbandono dell'approccio positivistico proprio della medicina contemporanea a favore di una opzione per così dire tradizionale nell'interpretazione di un evento clinico. 

Infatti Nancy conclude la descrizione delle proprie vicissitudini di paziente con una stoccata, anzi con un acuto finale, un vero do di petto (post-trapianto cardiaco) che suona (riformulato) più o meno così: …tu, o Giorgio, mi avevi malconsigliato, e se fosse stato per te probabilmente (sans doute) sarei morto ! 

A colpire qui, come detto, non è tanto l'introduzione dell'elemento autobiografico, ma piuttosto quel radicale cambiamento di paradigma che è costituito dall'abbandono della ortodossia positivistica nella considerazione dei fenomeni "naturali", diciamo pure delle cose della vita. 

Un approccio scettico, humiano e russelliano, alla questione medico-autobiografica che viene tirata in ballo da Nancy gli farebbe infatti dire, grosso modo: ho fatto un trapianto cardiaco  e trent'anni dopo sono ancora vivo (libero anche di aggiungere: alla faccia dell'amico Giorgio). Magari, volendo fare dello spirito à la Voltaire, egli potrebbe anche dire: ho fatto un trapianto cardiaco e nonostante questo trent'anni dopo sono ancora vivo.  

Insomma, un empirismo rigoroso potrebbe suggerire maggiore prudenza, mancando la controprova del fatto che in assenza di trapianto il Nostro sarebbe andato incontro a morte sicura. 

D'altro canto, abbandonando per un momento queste modeste riflessioni a sfondo epistemologico per una digressione di tipo aneddotico, che certamente rappresenta p una libera associazione che un controargomento ma che comunque fa parte della storia della medicina, occorre dire che il consiglio di Agamben (presumibilmente di ordine filosofico, non tecnico) appare ancora meno peregrino guardando alle vicende (personali) del grande chirurgo Edmondo Malan (il padre del trapianto di rene in Italia) operato al cuore a Houston dall'amico e collega De Bakey (non si trattava di trapianto) e deceduto sotto i ferri… dell'amico. 

Beninteso: è del tutto ammissibile vedere un nesso di causalità tra queste due cose, id est il trapianto e la sopravvivenza, rientrando dunque e anche in maniera plausibile nella logica del post hoc ergo propter hoc. 

In effetti, gli elementi che potrebbero (che possono) rendere solida - robusta pardon - l'identificazione di questo legame, di questo nesso causale biologico-clinico, sarebbero (sono) numerosi. 

Si tratta, nondimeno, di un cambiamento di paradigma filosofico fondamentale, ci si lascia appunto dietro le spalle lo scetticismo talvolta un  po' isterico del " devi dimostrarlo ! ", lo stesso che liquida come puramente  aneddotiche le osservazioni mediche che corrispondono alla metodologia del case report (esattamente il contrario di quello che avrebbe fatto Guglielmo di Occam), per ritornare, come si diceva, al principio di causalità, al post hoc ergo propter hoc, insomma ad una lettura dei fatti che per semplicità si chiamerà tradizionale e che ha caratterizzato - non in forma esclusiva - il pensiero filosofico e anche il pensiero medico fino all'epoca contemporanea, ovvero l'epoca, si sa, della morte della filosofia, della fine della storia made in USA, e della EBM, of course. 

Si è di fronte, in altri termini, a una sorta di  ritorno (eterno ?) ad una visione "neo-classica" della clinica, un ritorno, ci si potrebbe azzardare a dire, al vichiano verum ipsum factum.        

Con indubbia efficacia retorica e con l'atteggiamento benevolmente supponente nei confronti dell'Itala gente così ricorrente nei cugini transalpini, Nancy intende (in perfetta armonia con il mainstream) zittire Agamben (una specie di monito: Giorgio, non farlo più !) e a questo scopo non esita a indossare di nuovo i panni dell'antico allievo di Ricoeur e a rebrousser chemin in direzione della philosophia perennis 

Questa riedizione del contra factum non valet illatio merita il massimo rispetto, ci mancherebbe altro.  

Potrebbe anche suscitare, comprensibilmente, interesse e apprezzamento. Ma forse essa andrebbe, filosoficamente parlando, esplicitata. 

In ogni caso, qui come altrove e quale che sia la posizione che si intende adottare, le risposte difficilmente verranno dai numeri in quanto tali, come ha cercato di sottolineare, nei suoi scritti sulla medicina, il matematico Giorgio Israel, forse invano.  

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