La posizione giuridica dello psichiatra alla luce della responsabilità penale medica

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21 giugno, 2023 - 15:36
 

 

 

  1. La rivoluzione della legge basaglia nel suo contesto storico

 

La realtà ad oggi esistente è il frutto, come ogni significativa svolta nella storia umana, di lunghe e coraggiose battaglie, piccole o grandi che esse siano state, tutte condotte da animi inevitabilmente grandiosi e rari, già in partenza vincitori perché ostinati a dar voce alle esigenze rivoluzionarie dei vari periodi storici, a prescidere dal loro esito. “Il 13 maggio non si è stabilito per legge che il disagio psichico non esiste più in Italia, ma si è stabilito che in Italia non si dovrà rispondere mai più al disagio psichico con l’internamento e con la segregazione. Il che non significa che basterà rispedire a casa le persone con la loro angoscia e la loro sofferenza”, citazione di Franco Ongaro Basaglia, il 19 settembre del 1978. La legge 180 del 1978, intesa come progetto di legge a sé stante, non fu mai discussa in aula1. Fu approvata in commissione, senza dare ai deputati la possibilità di discutere e votare il provvedimento, se non più avanti, all’interno di una più vasta legge di riforma sanitaria, la 833. Inoltre, la legge portava un titolo alquanto scialbo2, e la maggior parte del testo non faceva riferimento specifico alla salute mentale, né ai manicomi: si chiamava “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. Anche questo poteva essere interpretato come una rottura radicale con il passato, in quanto aboliva la distinzione tra la salute mentale e gli altri settori della sanità3. Comunque, il dibattito sulla legge non riguardò specificamente l’assistenza psichiatrica, bensì il ricorso al trattamento obbligatorio per tutti i malati, compresi quelli con disagi psichici. In quel periodo, gli occhi del mondo erano puntati su Roma, nel maggio del 1978, ma non certo per l’imminente riforma psichiatrica: il 16 aprile le Brigate Rosse avevano rapito Aldo Moro, assassinando i cinque uomini della scorta. La capitale era paralizzata e l’Italia era in uno stato di schock4. Le conseguenze di quell’evento avrebbero pesato per anni. In quel momento di crisi per lo stato italiano, ben pochi si accorsero dell’approvazione di quella che sarebbe divenuta nota, più avanti, come “legge Basaglia”5. Di per sé la legge significava ben poco, considerando che molti manicomi italiani non erano mai stati toccati dal movimento di riforma, e per chiuderli occorrevano enormi risorse e una forte volontà politica6. I tentativi di neutralizzare la legge furono molti, anche prima che divenisse operativa, ma Franco Basaglia dedicò il resto della sua vita alla difesa delle leggi 180 e 833 e ad una lunga campagna in favore della loro applicazione. La legge 180/1978 era legge dello stato, anche se sarebbero dovuti passare decenni prima che gli ultimi manicomi venissero chiusi per sempre7. Tuttavia fu anche un punto di svolta, dato che non si sarebbero costruiti nuovi manicomi ed i pazienti psichiatrici divennero pazienti a tutti gli effetti, con i loro diritti e responsabilità. Il trattamento non poteva essere più imposto, divenendo volontario, se non in circostanze eccezionali8. È da precisare che la vera sostanza, cioè i tempi del cambiamento, la natura stessa dei servizi, la misura in cui si poteva ricorrere al trattamento obbligatorio veniva lasciata alla discrezione delle singole amministrazioni locali, dei medici e dei burocrati. La legge 180 fu approvata grazie all’impegno tenace di una serie di politici moderati, tra i quali, per esempio, il famigerato ex democristiano Paolo Cirino Pomicino e la repubblicana Susanna Agnelli9. Il suo vero nome dovrebbe essere legge Orsini, dal relatore Bruno Orsini, psichiatra e deputato democristiano, che ne fu primo firmatario e promotore, facente parte dell’Associazione medici ospedali psichiatrici italiani, la cui impostazione era molto moderata rispetto a Psichiatria democratica10. Il dibattito su una riforma di vasta portata nel settore dell’assistenza psichiatrica era iniziato ben prima del 1978, soprattutto nell’ambito del tortuoso percorso istitutivo del servizio sanitario nazionale in Italia. Nel dicembre del 1977 fu presentata in Parlamento una proposta di legge integrata, che comprendeva diversi provvedimenti rivolti direttamente ai manicomi e all’assistenza psichiatrica11. Bruno Orsini era soddisfatto del risultato: “Si compiva così un piccolo miracolo: il varo di una legge, di grande significato tecnico, sociale e politico, a meno di tre settimane dalla data della sua presentazione al Parlamento. Firmato il 13 maggio dal capo dello Stato Leone, dal guardasigilli Bonifacio e dal ministro della Sanità Anselmi, il testo, pubblicato sulla “Gazzetta ufficiale” n. 133 del 16/5/1978, divenne legge dello Stato ed entrò in vigore il giorno successivo12. Nel 1977 Orsini aveva ribadito la natura moderata delle riforme: “Noi non vogliamo la vittoria dell’antipsichiatria, vogliamo l’umanizzazione della psichiatria e consideriamo questa legge come un passo importante verso questo obiettivo”. Nella fase finale, 1976-1978, fu il risultato di un alta mediazione, raggiunta con il contributo di uomini noti e oscuri, di società scientifiche e sindacali, di intellettuali, di forze politiche e di alcuni parlamentari di grande onestà intellettuale e di limpido rigore morale13. Il critico più feroce della procedura di commissione fu il leader del Partito radicale, Marco Pannella. In commissione, Pannella usò parole di fuoco: “Intervenire per non fare. Avete fatto ancora una volta una sceneggiatura, non un disegno di legge. Aderite a una sceneggiatura che manca di fantasia e di rigore e, soprattutto –ciò che mi pare più grave – avete concepito una situazione che disegna un mediocre processo kafkiano (…) quanti processi kafkiani saranno vissuti da quei 50.000 che vivono oggi processi di violenza letale14. La furia di Pannella si spiega con il fatto che si stava approvando una legge per evitare il suo referendum: l’impegno politico ed il lavoro investiti dal Partito radicale sulla questione della legge 1904 venivano usurpati dai politicanti romani15. A quel tempo – per questo motivo Pannella peccava di scarso senso della realtà – nulla sarebbe passato in Parlamento senza il consenso dei comunisti e dei democristiani: qualsiasi riforma poteva risultare soltanto da un compromesso tra le due forze, sia pure con contributi e pressioni dall’esterno. Nel 1978 fu possibile, quindi, la 180, di storica importanza16. Questa, infatti, per la prima volta trasformava gli internati nei manicomi in italiani a tutti gli effetti. I diritti sanciti dalla Costituzione venivano estesi anche a loro: la legge diventava davvero uguale per tutti, anche per i malati di mente, e tale sarebbe rimasta in futuro17. Come sostiene David Forgacs, la 180 “poneva al centro i diritti umani e civili del paziente”. L’assistenza psichiatrica non doveva avvenire in manicomi a questo deputati, bensì negli ospedali generali o nelle strutture decentrate. La legge stabiliva che le persone affette da disturbi mentali sarebbero state assistite nei servizi decentrati ovvero, nei casi più gravi, in speciali unità inserite negli ospedali civili, con un massimo di quindici letti18. Il momento centrale della riforma era l’idea del trattamento volontario: la legge prevedeva quello “obbligatorio” in certi casi, ma offriva solide garanzie sul piano dei diritti umani. Quel che conta di più è che la legge fissava dei saldi principi: i malati di mente tornavano ad essere persone, con i propri diritti, al voto, al controllo sull’assistenza da ricevere, alla vita nel mondo esterno; i manicomi erano destinati all’estinzione e non dovevano essere accettati nuovi ricoveri; nel lungo periodo fu fatto divieto di costruire nuovi ospedali psichiatrici19. L’espressione “legge Basaglia”, entrata ormai nell’uso comune, è per molti versi un errore storico. La legge, come spiegano Orsini e gli altri, fu il risultato di trattative ed alleanze tra i partiti politici, soprattutto i democristiani ed il Pci, ed i numerosi organismi professionali20. Le due leggi, 180 e 833, furono la fine di una lunga storia, la lotta contro il sistema manicomiale e le sue ingiustizie, e insieme l’inizio di un’altra, ovvero la battaglia per l’affermazione di nuovi servizi e sistemi. La lotta contro le “istituzioni totali” sarebbe comunque continuata per altri vent’anni nonostante la legge: personaggio decisivo di questo movimento dopo il 1978 sarebbe stata Franca Ongaro21. La riforma aveva radici politiche, tecniche, culturali. Come scrive Giacanelli: essa fu “un provvedimento di legge preceduto da un processo lungo, policentrico, alimentato da esperienze a volte eterogenee e asincrone, che avevano in comune l’aspirazione al superamento della claustrazione manicomiale”. Basaglia scelse il pragmatismo, ma purtroppo un tumore al cervello impedì a lui di applicarla – altri ci pensarono – e di vederla applicata: “È in ogni caso vietato costruire nuovi ospedali psichiatrici, utilizzare quelli attualmente esistenti come divisioni specialistiche psichiatriche di ospedali generali o sezioni psichiatriche e utilizzare come tali divisioni o sezioni neurologiche o neuropsichiatriche”, Legge 180, del 197822. L’obiettivo, a differenza di quello che molto sostenevano, non fu quello di “abbandonare il malato a se stesso, ma significa creare le premesse perché egli possa essere seguito in modo migliore e aiutato in quelle che sono le sue reali difficoltà”, come affermò Franco Basaglia. La 180 e 833 furono un punto di svolta per la psichiatria in Italia, contrassegnato dalla fine del sistema manicomiale, frutto di un tentativo riuscito di mobilitazione di una classe notoriamente conservatrice23. Per concludere e meglio comprendere la portata della riforma, Basaglia nel 1971 partecipò ad un’assemblea studentesca a Padova, dove per anni aveva studiato. La sua prima lezione si aprì con un avvertimento significativo per tutti coloro che operano nel settore: “Credevo di trovarmi di fronte a poche persone per discutere e polemizzare su argomenti che parlano di lotta che voi conducete all’interno del movimento studentesco e noi all’interno degli ospedali psichiatrici. Mi trovo, invece, in un’aula dove io sono la bella bestia, attorniato da tante persone che vogliono sapere da me non so cosa. Direi forse che questo è il risultato di una pubblicizzazione di cui sono stato oggetto. Io sono diventato famoso perché ho “aperto” un ospedale psichiatrico, e tutti i giornali hanno scritto che io sono il liberatore dei matti, che io sono il fantasma buono che si mette al posto del cattivo; poi c’è stata la maggior fortuna: l’incriminazione. Era successo qualcosa per l’istituzione, quindi ero portato alle stelle; e oggi sono diventato una “vedette” del mondo borghese chiamata un po’ dappertutto: da studenti, da socialdemocratici, da comunisti, ecc. un po’ da tutti, perché tutti vogliono sapere cosa si deve fare, cosa si può fare – e anche questo è altro modo per distruggere un’esperienza. Penso che oggi “io” sono un’istituzione, e si ha a che fare più col mio fantasma che con me. Direi quindi che il pubblico che è qui presente e vuol sapere, discutere su determinati problemi, si aspetta da me qualche cosa che io non posso dare24.

 

 

 

 

 

 

  1. Breve excursus sui contorni “storici” della figura dello psichiatra

 

Per comprendere che cosa è la psichiatria è necessario ripercorrere la sua storia nell’età moderna. La psichiatria ha sempre avuto una doppia faccia: per certi aspetti appare come un ramo della medicina, per altri lati appare come uno strumento di repressione e di controllo di comportamenti devianti, indipendentemente da qualsiasi finalità medica o terapeutica, una ambiguità questa propria delle culture pre-industriali, caratterizzate dalla presenza di interpretazioni magico-religiose della follia25. La teoria psichiatrica moderna è nata quando è entrata in crisi l’interpretazione magico-religiosa della follia, e quando si è cominciato a voler usare criteri sistematici per distinguere chiaramente, all’interno della vasta categoria di comportamenti devianti, quelli di competenza della religione, quelli di competenza della repressione giudiziaria e quelli di competenza medico-psichiatrica26. Fin dall’inizio, quella disciplina che oggi chiamiamo psichiatria ricevette una definizione manicomiale27: cioè ricevette un investimento che non aveva nulla a che fare con la scienza. L’assistenza fu concepita essenzialmente come concentramento e reclusione in luoghi separati, e come tutela e gestione in condizione di pura sopravvivenza, di persone altrimenti non in grado di vivere se non in condizioni tali da minacciare l’assetto e la tranquillità sociale. Gli ospedali psichiatrici accoglievano certe persone, il cui destino era definito dalla ragion di stato28. Con la rivoluzione industriale tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento provocò la formazione di nuovi strati di marginalizzati, e contemporaneamente introdusse nuove necessità di organizzazione e di razionalizzazione sociale anche nella gestione della devianza29. Il forte sviluppo del sistema manicomiale nella seconda metà del Settecento e nella prima metà dell’Ottocento ubbidì a esigenze politico-sociali, ma corrispose anche ad un compito arduo: quello di separare secondo l’umanità, la ragione ed il diritto, il colpevole dal malato30. La distinzione tra colpa e malattia rimase largamente incompleta sia per la mancanza di obiettivi criteri di malattia, sia per la difficoltà ad accettare l’idea che l’attribuzione dell’etichetta di “malato di mente” rendesse l’individuo “non responsabile” del disordine del proprio comportamento. L’epoca successiva alla Rivoluzione francese introdusse ambiguamente il principio, psicologico ma anche morale, di una responsabilità del folle31. Se questi non era colpevole della propria follia, era in qualche modo responsabile e responsabilizzabile per le proprie azioni. Con l’Illuminismo ed all’inizio dell’Ottocento il disturbo mentale fu considerato, assai più che non ai nostri giorni, malattia e alterazione della capacità morale, perversione della volontà: l’idea dominante per tutta la prima metà del XIX secolo era quella della “disciplina della mente”32. Poiché ogni minima scelta ed ogni minimo atto di volontà potevano essere fonte di perversione, occorreva ridurre in primo luogo la mente ad una tabula rasa, ad un foglio bianco su cui scrivere nuovi principi, attraverso rimedi fisici, come l’isolamento, la restrizione fisica, e rimettendo in movimento i pensieri e le azioni dei melanconici, come il lavoro forzato33. Tutto ciò per ricostruire l’abitudine alla disciplina. Nel tempo si svilupparono percorsi più umanitari e liberali, per far assorbire più fiduciosamente ai malati di mente una personale autodisciplina ed autorepressione: il cosiddetto trattamento morale della follia34. “Non vi può essere dubbio sul fatto che il principio della paura nella mente umana, quando sia suscitato moderatamente e giudiziosamente, come avviene mediante l’applicazione di leggi giuste ed egualitarie, ha un effetto salutare sulla società. È questo un principio grandemente usato nella educazione dei bambini, la cui imperfetta conoscenza ed imperfetta capacità di giudizio fanno sì che essi siano meno influenzabili da altri fattori. Ma quando la paura viene suscitata in modo eccessivo, o quando diviene il principale motivo di agire, essa certamente tende ad impedire la comprensione, a indebolire le disposizioni benigne, ad avvilire la mente”. Così scriveva Samuel Tuke, in “Description of the Retreat”, nel 1813, sotto il titolo significativo, “Sui mezzi per assistere il paziente nel controllare se stesso35. In seguito, l’ideologia ottocentesca della scienza, lo sviluppo del metodo anatomo-clinico ed i grandi successi della medicina contribuirono allo sviluppo della ideologia medica positivista in psichiatria: per essa il malato di mente non era più una persona che si comportava in modo “abnorme”, ma solo un organismo che funzionava male, secernendo movimenti scoordinati, posture isolate, frammenti di frasi, allucinazioni e deliri privi di qualsiasi significato36. La medicina positivista della seconda metà del secolo ambiva a interpretare anche casi umani considerati fino ad allora di competenza non psichiatrica: il visionario, il vagabondo, lo straccione, ma soprattutto il criminale, “dovevano” essere il risultato di un oscuro determinismo analogo a quello della follia37. Le cause delle malattie psichiatriche venivano ricercate nella predisposizione ereditaria, nelle degenerazione biologica oppure in una ignota affezione progressiva del cervello38. Dunque l’autoritarismo punitivo nei confronti del malato di mente non veniva più esercitato nel nome della religione, come nel Medioevo, del diritto dello stato, come nel Settecento, o della morale illuministica, come dopo la Rivoluzione francese; ma nel nome della scienza e del progresso39. La follia, la marginalità sociale, il comportamento anti-sociale, nel momento in cui veniva cancellata ogni responsabilità collettiva, ridiventavano puri guasti biologici, risultato e causa di atti contro l’ordine civile e la società. La moralità e l’ordine costituito erano “ordine naturale”; e la scienza si incaricava di fornire, oltre che le giustificazioni, anche nuovi strumenti di difesa40. Con la scoperta della natura della malattia mentale, la scienza psichiatrica iniziò a sfogarsi nella elaborazione di un sistema basato sulla classificazione dei comportamenti41. Questi elencati uno per uno, separati da qualsiasi contesto e resi oggettivi, furono chiamati sintomi psichiatrici, e sostituiti a quelle alterazioni organiche cerebrali che non si riuscivano più a trovare nel corpo del malato42. La crisi del “modello medico del disturbo” mentale è stata determinata dal fallimento pratico della psichiatria medica e biologica: contrariamente alle speranze, in questo secolo non solo non sono state trovate le cause biologiche delle psicosi e delle nevrosi, ma non è stato escogitato nessun metodo di cura biologico risolutivo. Il contributo principale al rinnovamento della psichiatria nel Novecento è stato portato dalla psichiatria dinamica, ed in particolare dalla dottrina di Freud, la psicanalisi43. Al centro delle teorie psicodinamiche sta il concetto di inconscio, così come la psicoterapia sta al centro delle proposte terapeutiche che ne scaturiscono. Fu merito di Freud, e non solo44, il nuovo modo di considerare i disturbi psichici: con lui venne introdotta una concezione psicologica e dialettica del disturbo mentale, visto questo come il risultato di un contrasto, di uno squilibrio di tensioni, di un conflitto non risolto fra esigenze umane e sociali contraddittorie45. La psicanalisi, oltre a fornire un valido strumento interpretativo per alcuni disturbi mentali e per la vita psichica in generale, oltre ad indicare un nuovo metodo di cura, costituì una forte critica nei confronti delle concezioni morali dell’Ottocento, in primis l’idea di una rispettabilità borghese garantita in eterno46. La psicanalisi come terapia e come ideologia fornì una nuova generazione di intellettuali, e a una nuova classe dirigente, gli strumenti per gestire in modo più spregiudicato e consapevole il proprio potere: il trattamento psicoanalitico prometteva ai soggetti ansiosi e nevrotici non solo il miglioramento delle loro fobie, e dei loro fastidi e inibizioni nevrotiche, ma anche e soprattutto un più libero, spontaneo, articolato, efficace gioco di possibilità psicologiche nei rapporti con le altre persone47. Successivamente al periodo freudiano, la concezione psicoanalitica della psichiatria è psicologica piuttosto che medica, ma non propriamente sociale: l’apparato psichico freudiano, con le sue forze, con gli equilibri fra Es, Io, Super-Io, pur non essendo una struttura anatomico-fisiologica, è in Freud un aspetto costitutivo della struttura biologica dell’individuo48. La dialettica stessa fra le esigenze degli istinti individuali e la repressione sociale, che secondo Freud sta alla base della sofferenza nevrotica, è considerata perenne, non storica, fra gli istinti biologici sempre uguali e una repressione sociale universale, così come la costituzione istintuale dell’individuo e l’inevitabile e sostanzialmente invariabile esigenza repressiva posta dall’esistenza della civiltà49. La filosofia di Freud riproponeva, così, un modello tipico ottocentesco: esisteva un uomo universale, dotato di quelle esigenze che erano evidenti nel uomo borghese adulto europeo; così, le forme della società borghese venivano ancora considerate come le uniche possibili, a cui le culture più primitive si sarebbero adeguate nel corso di un processo concepito come lineare50. Il fine della terapia analitica si poneva e si pone quindi anche oggi come la ricerca di un ragionevole adattamento ad un assetto sociale dato51. Poi, vari fattori hanno contribuito a mettere in crisi il concetto di “natura umana” biologicamente data e sottratta alle determinazioni storiche: con Marx la natura umana fu definita come “una questione storica”, non biologica, in un epoca ove iniziò a regnare il capitalismo52. Con lo sviluppo della sociologia, il tramonto della criminologia positivista, la nascita della etnologia culturale, lo sviluppo della psicologia, si fece strada l’idea che il disturbo mentale, la sofferenza psicologica, l’anormalità del comportamento rispondono non solo allo stesso modo di funzionare del cervello, ma soprattutto alle stesse leggi sociali che regolano i comportamenti normali: i comportamenti anormali, così come quelli normali, non nascono originariamente nella natura dell’individuo stesso, ma sono il riflesso e la conseguenza di contraddizioni della società53. Nel corso degli anni Trenta nacque in Germania, e si sviluppò negli Stati Uniti, una corrente di studi e di ricerche influenzata inizialmente dal pensiero di Reich e dal marxismo, che propose una revisione ad alcuni principi della psicanalisi freudiana. La scuola “neo- freudiana” fu costituita soprattutto da Fromm, dalla Horney, da Sullivan e dall’antropologo Kardiner, anch’egli influenzato dal marxismo: questi contestavano la teoria freudiana degli istinti, sostenendo che la nevrosi non è come voleva Freud il risultato di una lotta tra istinti e repressione sociale, ma il risultato di condizionamenti sociali contraddittori54. In parole più semplici, essi finirono per opporre a Freud, in una versione americana banalizzata ed appiattita della psicoanalisi, la possibilità di salvare tutto, purché i buoni cittadini si adattassero alla società in modo positivo55. Nel corso degli anni Trenta e Quaranta si sviluppò un’ipotesi interpretativa dei disturbi mentali esclusivamente sociologica, del tutto indipendente da concezioni mediche e anche psicologiche individuali56. L’anormalità del comportamento della persona identificata come affetta da disturbi mentali non è più vista, da parte di queste scuole, come una sofferenza interna dell’individuo, anche se socialmente determinata, ma piuttosto come un ruolo sociale, come un insieme di comportamenti indotti e mantenuti nel gruppo. Questo ruolo, dunque, non esiste in sé stesso, ma solo come parte di una struttura di rapporti interpersonali57. Ad oggi la psichiatria, un tempo nata nel chiuso dei manicomi, fa parte della vita quotidiana, venendo progressivamente sottratta ai medici, e gestita in modo più intelligente e spregiudicato al di fuori degli ospedali e delle cliniche ed integrandosi strettamente da un lato con la psicanalisi, e dall’altro con la psicologia dei gruppi, per fornire efficaci strumenti di manipolazione ed integrazione sociale58. Il concetto di malattia mentale individuale, così, entrò in crisi, e con esso tutta la psichiatria tradizionale, fornendo una nuova chiave di lettura dell’individuo: la psicologia sociale, delle famiglie, dei gruppi, delle comunità, dei disagi collettivi. A questo punto conviene chiedersi che cosa il sistema politico chieda alla psichiatria59. Negli Stati Uniti i maggiori psichiatri e psicanalisti hanno teorizzato e praticato da tempo i nuovi compiti politici della psichiatria, come strumento di modificazione individuale e collettiva del comportamento, al di là di qualsiasi preoccupazione terapeutica60. Alcune caratteristiche fondamentali dell’ideologia del capitalismo maturo tendono del resto a coincidere con l’ideologia moderna della psichiatria: psicologia, psichiatria e psicanalisi sono oggi ideologie e tecniche che vengono invitate a fornire interpretazioni di problemi sociali vasti61. Da un lato, queste tendono a diffondere a livello di massa un certo modo di interpretare la realtà, in termini non-politici; da un altro, impediscono in un ambito tecnico settorializzato di trasformare questa realtà62. Pertanto, la psichiatria più moderna e aggiornata ha capito molto bene una cosa: che i disturbi mentali sono solo comportamenti indesiderati relativamente ai quali il soggetto, inteso non come malato di mente ma come qualunque essere umano, deve essere guidato e ricondizionato a comportamenti più accettabili63. Il problema al centro delle tecniche psichiatriche moderne è divenuto quello di prevenire, individuare precocemente, e reprimere con metodi scientifici, qualsiasi comportamento indesiderato64. Dunque, ad oggi, il fine della psichiatria coincide con il fine della psicologia umana, dell’educazione, della rieducazione, dell’ “ingegneria umana”: è la manipolazione razionale del comportamento. Infine, con la crisi della terapia psichiatrica e della neutralità della scienza psichiatrica, si svela il fallimento di essa, dando vita ad un movimento dell’opposizione, nel decennio compreso tra il 1960 ed il 1970, il cui successo è stato rappresentato dalla fine dell’internamento psichiatrico, dando vita ad un nuovo rapporto tra paziente e medico-psichiatrico e ad un nuovo modo di fare della psichiatria, come su illustrato65.

 

 

 

 

  1. La posizione giuridica dello psichiatra alla luce della responsabilità penale medica: introduzione

 

Illustrare ed analizzare il fondamento normativo e con esso l’operazione di accertamento della responsabilità del medico – che può rendersi autore, come analizzato nel primo capitolo, prevalentemente, di “reati omissivi impropri” o “commissivi mediante omissione” –nelle sue diverse componenti strutturali, come macrocategoria o genus, e successivamente nella sua declinazione in ambito psichiatrico – sub specie del medico psichiatra, il protagonista della trattazione – è necessario per definire il nuovo volto della posizione di garanzia di quest’ultimo, alla luce del ruolo decisivo assunto dalla volontà del paziente, dalla sua libertà di autodeterminazione e dalla moderna concezione dell’idea di salute, come già anticipato ed illustrato66. Il medico psichiatra ha l’obbligo giuridico di impedire l’evento dannoso o pericoloso per il paziente, quell’evento che in concreto potrebbe verificarsi e dare vita alla responsabilità per omesso impedimento dell’evento67. L’obbligo giuridico è al contempo qualificabile come obbligo di controllo, equiparando così il paziente ad una fonte di pericolo, rispetto alla quale il garante avrebbe dovuto neutralizzarne gli effetti lesivi verso terzi, e di protezione del paziente medesimo, essendo questo un soggetto debole, da comportamenti pregiudizievoli per sé, che potrebbero portarlo al suicidio68. Vi è, dunque, concordia nel ritenere che lo psichiatra “è tenuto a realizzare tutti gli interventi terapeutici di volta in volta necessari o utili in vista del miglioramento delle condizioni psichiche del paziente, come anche dell’eventuale impedimento di eventi capaci di arrecargli ulteriore pregiudizio”69.

 

1 J. Foot, “La Repubblica dei matti”, Milano, 2014, 143 ss.

2 J. Foot, op. cit., 143 ss.

3 J. Foot, op. cit., 143 ss.

4 J. Foot, op. cit., 143 ss.

5 J. Foot, op. cit., 143 ss.

6 J. Foot, op. cit., 143 ss.

7 J. Foot, op. cit., 143 ss.

8 J. Foot, op. cit., 143 ss.

9 J. Foot, op. cit., 143 ss.

10 J. Foot, op. cit., 143 ss.

11 J. Foot, op. cit., 143 ss.

12 J. Foot, op. cit., 143 ss.

13 J. Foot, op. cit., 143 ss.

14 J. Foot, op. cit., 143 ss.

15 J. Foot, op. cit., 143 ss.

16 J. Foot, op. cit., 143 ss.

17 J. Foot, op. cit., 143 ss.

18 J. Foot, op. cit., 143 ss.

19 J. Foot, op. cit., 143 ss.

20 J. Foot, op. cit., 143 ss.

21 J. Foot, op. cit., 143 ss.

22 J. Foot, op. cit., 143 ss.

23 J. Foot, op. cit., 143 ss.

24 J. Foot, op. cit., 143 ss.

25 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

26 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

27 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

28 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

29 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

30 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

31 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

32 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

33 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

34 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

35 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

36 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

37 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

38 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

39 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

40 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

41 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

42 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

43 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

44 Si pensi a Janet, Bleuer, Jung. Si veda G. Jervis, op. cit., 42 ss.

45 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

46 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

47 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

48 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

49 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

50 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

51 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

52 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

53 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

54 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

55 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

56 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

57 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

58 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

59 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

60 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

61 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

62 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

63 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

64 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

65 G. Jervis, op. cit., 42 ss.

66 C. Cupelli, op. cit., 31 ss.

67 C. Cupelli, op. cit., 31 ss.

68 Si veda M. Romano- F. Stella, “Ricoveri, dimissioni e trattamento terapeutico dei malati di mente; aspetti penalistici e costituzionali”, in Riv. it. dir. proc. pen., 1973, 388; F. Introna, “Problemi interpretativi, pratici e burocratici suscitati dalla legge sui trattamenti sanitari obbligatori dei malati di mente”, in Riv. it. med. leg., 1980, 13 ss.; A. Fiori, “La riforma (della riforma) psichiatrica e la responsabilità professionale dello psichiatra”, in Riv. It. Med. Leg.,1982, 540 ss.. Si veda anche C. Cupelli, op. cit., 31 ss.

69 G. Fiandaca, “Problemi e limiti della responsabilità professionale dello psichiatra”, in Foro.it, 1988, II, 107; S. Anzillotti, “La posizione di garanzia del medico. Uno studio giuridico, bioetico e deontologico”, Milano, 2013. Si veda C. Cupelli, op. cit., 31 ss.

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