Intervista a C. Avolio

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26 novembre, 2012 - 13:56

Il prof. Avolio, autore della brillante relazione di apertura della sessione di neuroimmunologia, ci ha concesso una intervista sulla sua visione del lavoro del neurologo tra scienza e pratica clinica.
D: Una domanda provocatoria: in epoca di Risonanza Magnetica, la diagnostica liquorale serve ancora?
R: Il liquor serve, ed è stato dimostrato anche in relazione ai nuovi criteri diagnostici. Non si applica come la RM ma aggiunge un elemento in piu' in termini di disseminazione spaziale. Qualcuno sta tentando di utilizzarlo anche in termini di disseminazione temporale ma questo mi pare ancora un po' azzardato. Il liquor offre una possibilita' unica di accedere allo studio di quello che succede in vivo, nel cervello dei pazienti. Bisogna avere la pazienza di applicarsi allo studio dei marcatori diagnostici, e qualche tassello in piu' si puo' ancora aggiungere.
D: Ci consiglia tre cose da tenere presenti per il futuro della diagnostica liquorale in neuroimmunologia?
R:In realta' sono stati fatti molti lavori su possibili marcatori e la loro associazione a quadri di Risonanza Magnetica. Citerei chemokine, citokine, metalloproteasi, molecole di adesione solubile. Nessuno di questi ha assunto un ruolo diagnostico, che ha ancora un punto fermo nello studio delle bande e della sintesi intratecale. E per il medico non neurologo e anche per il neurologo clinico valgono sempre i fondamentali: cellule e proteinorrachia, sintesi intratecale e bande oligoclonali.
D: Lei, prof. Avolio, è un esempio di ricercatore a cavallo tra scienza di base e clinica. Seguire le neuroscienze di base le è utile nel suo lavoro di neurologo clinico?
R: Assolutamente si, io sono rapito ed affascinato da quello che i miei colleghi di base, neurologi in partenza, fanno nei loro fantastici laboratori. Per me essere legato anche culturalmente al loro filone di ricerca significa anche tentare di estrarre informazioni da applicare nella neuroimmunologia clinica. Tuttavia le correlazioni devono essere supportate dalla standardizzazione dei metodi, altrimenti non si ottiene nulla di significativo.
D: Crede che esista un futuro per la neurologia clinica nel portare avanti lo sviluppo di nuovi approcci terapeutici?
R: Assolutamente si. E' una cosa basilare. Ad esempio sulla terapia, 12 anni di interferone e 8 di glatiramer actato ma nei migliori laboratori ci sono di sicuro modalita' di intervento che sarebbero meritevoli di maggiore attenzione, e che si bloccano per motivazioni extrascientifiche legate ad interessi di vario genere. C' è un enorme sproporzione tra le nostre capacita' attuali e quello che e' ancora trattenuto nei cassetti dei laboratori.
(a cura di Francesco Roselli)

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