Intervista a Giovanni Giusto

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24 novembre, 2012 - 12:46

D: Lei oggi ha accennato all'importanza della figura del leader e della difficoltà del gruppo di riconoscerlo e di conseguenza di eleggerlo. Ritiene che ci siano degli interventi specifici che si possano mettere in atto all'interno di un'equipe terapeutica per modificare questa situazione?
R:Come penso voi abbiate in mente, il leader si autodefinisce attraverso un rapporto con il gruppo, che, come ho avuto occasione di dire, lo acclama. Diverso è un leader definito burocraticamente che si nasconde quindi dietro il ruolo predefinito, rispetto ad un leader che si definisce attraverso un processo non di autorità, ma di autorevolezza. Nella comunità che noi gestiamo il processo è questo: il leader si definisce per acclamazione attraverso una definizione dell'autorevolezza che deriva dal consenso partecipato di tutti, pazienti, operatori e lui stesso. E' un processo difficilmente praticabile laddove è anche necessario attuare delle procedure replicabili abbastanza schematiche e laddove ciascuno di noi pensa di essere il migliore e il più capace ed è difficile che si assuma una pazialità di competenze. E' la condivisione garantita di obiettivi che permette di eleggere il leader. Per fare un esempio, noi nella nostra organizzazione abbiamo un direttore sanitario, ma anche un direttore di comunità. Li nominiamo attraverso colloqui e successivamente proponiamo loro, dopo un certo tempo, una verifica sull'operato, sul consenso che ottengono dagli operatori. E' successo che abbiamo nominato delle persone che, pur essendo ottimi professionisti, non erano in grado di gestire un gruppo. Il leader deve saper far funzionare il gruppo al meglio, così come deve fare un manager o un amministratore delegato di qualità. La questione della leadership è complessa ed è vero quello che diceva A. Zangrandi, che ormai la qualità dei servizi si basa sulla capacità del leader. Un leader nasce quindi un po' per acclamazione, ma un po' anche per caso. Il caso, però, non è mai tale se si segue poi una verifica dei risultati raggiunti.

D: Nel pomeriggio si parlerà di comunità terapeutiche per adolescenti e se ne era già parlato anche ieri. Può darci la sua opinione sul ruolo che queste comunità terapeutiche hanno nell'ambito dell'assistenza psichiatrica?
R: Le comunità terapeutiche per adolescenti oggi sono come le comunità terapeutiche per adulti quando io ho cominciato ad occuparmene: non ce n'erano, ma ce n'era bisogno. Tutti noi che lavoravamo nei servizi dicevamo: questo paziente ha un alto grado di conflittualità con la famiglia, non ha bisogno di un ricovero ospedaliero, ci vorrebbe un altro posto sufficientemente protettivo, ma anche sufficiententemente evolutivo in prospettiva e accogliente, in grado di migliorarne sia i dati psicopatologici che la qualità di vita. Oggi non ci sono comunità terapeutiche per adolescenti sufficienti sul territorio. Il grosso equivoco in Italia è che ci sono comunità terapeutiche per minori e per maggiori, mettendo un limite burocratico al 18 anno d'età tra la competenza della neuropsichiatria infantile e della psichiatria. Si sa che l'adolescenza è un periodo della vita che va dai 12 ai 24 anni. Le comunità terapeutiche per minori sono poche e ce n'è bisogno. Quelle poche che ci sono non sono organizzate in rete con i servizi. C'è necessità di farne e noi abbiamo cominciato creandone una che è stata interamente riempita subito, con una lunga lista d'attesa. Vuol dire che il bisogno è reale e deriva dal fatto che l'area della neuropsichiatria infantile è poco organizzata rispetto ai servizi per adulti e inoltre gli aspetti psicopatologici degli adolescenti sono da un lato difficilmente diagnosticabili. Ci sono poi gli assistenti sociali e i tribunali dei minori che cercano di collocare i minori problematici e spesso con situazioni familiari disastrate nel contesto più adeguato. 
E' come 20 anni fa quando si è iniziato con le comunità terapeutiche per adulti: adesso di comunità terapeutiche per adulti ce ne sono molte, forse più di quelle che servirebbero, infatti io credo che la prospettiva della residenzialità sia quella di renderla sempre più leggera, sempre meno concentrata in strutture e più collocata in appartamenti. Invece c'è bisogno di comunità terapeutiche per adolescenti.

D: Il prof. Cancrini ha parlato di un modello di sanità organizzato dallo stato, ma gestito dai privati, anche alla luce delle recenti privatizzazioni avvenute recentemente nel nostro paese. Qual è la sua opinione in proposito?
R: Io sono ovviamente d'accordo con il prof. Cancrini, che ha dato prova di grande onesta intellettuale e intelligenza, venendo da un'esperienza certamente non liberale. Lui sa che cosa si fa nelle CT gestite dal privato sociale e dal privato imprenditoriale, sa quali sono i bisogni dei pazienti e di conseguenza propone un modello di servizio pubblico legato all'assolvimento del bisogno, piuttosto che alla ridefinizione dell'ente erogatore. Direi che quanto ha detto Cancrini mi trova d'accordo al 100%, ed è una cosa da cui tutti dovrebbero imparare per un mondo più civile e moderno. Si delinea un progetto di forte collaborazione, senza rinunciare al ruolo che lo stato deve avere di regolatore, perché altrimenti il rischio della sanità privata è quello delle speculazioni. Comunque non è che la sanità pubblica ne sia esente. Pensate a servizi in cui gli operatori si occupano dei fatti propri, invece che dei pazienti o servizi in cui i primari invece che essere presenti 38 ore sono presenti 10 ore alla settimana e nelle altre 28 sono in giro per congressi o altro. Questa è la realtà, per quanto non sia un dato generalizzato.

(A cura di M. Fenocchio e W. Natta)

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