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21 novembre, 2012 - 13:52

 

p151. dimensioni psicopatologiche in pazienti con rischio suicidario valutati al dea

A. Luciani, L. Todini, M. Majorana, L. Orso

SPDC, Policlinico “Umberto I”, Dipartimento di Neurologia e Psichiatria, Roma

introduzione: obiettivo del Programma di Salute Mentale OMS Suicide Prevention 2009 è ridurre l’incidenza dei suicidi 1. L’individuazione delle dimensioni psicopatologiche prevalenti nei pazienti con rischio suicidario favorirebbe interventi adeguati per la prevenzione di agiti suicidari. Materiali e metodi: al termine delle consulenze su 323 pazienti presso il DEA Pol. Umberto I Roma, lo psichiatra ha redatto un questionario in cui le dimensioni sono stimate con SVARAD Scala per la Valutazione Rapida Dimensionale e il Rischio Suicidario con l’item specifico della Brief Psychiatric Rating Scale BPRS 3. In base al livello di gravità BPRS, il campione è stato diviso in:

  • “Rischio suicidario” BPRS ≥ 3 (47);
  • “Controllo” BPRS < 3 (276).
    Per ogni item della SVARAD sono calcolate le percentuali di 
    manifestazione distinte per livello di gravità e la significatività 
    delle differenze saggiata con il test del χ2.
    risultati: profili dimensionali mostrati nelle figure.
    conclusioni: quanto emerge dall’analisi correla il rischio suici-
    dario a tristezza/demoralizzazione, apatia/abulia e impulsività.
    Indagare la patogenesi dell’Impulsività con l’esame internistico, 
    Tox-screen e Alcool-test offrirebbe un’efficacia terapeutica mi-
    gliore, riducendo il rischio suicidario.
    Ritenere la Demoralizzazione dimensione primaria, favorirebbe 
    lo sviluppo di linee guida DEA-SPDC rispettose della persona, 
    evitando iter terapeutici stigmatizzanti o attese mortificanti.

bibliografia

1 http://www.who.int/mental_health/prevention/suicide/suicideprevent/en/index.html

2 Pancheri P, Biondi M, Gaetano P, et al. Costruzione della “SVAR

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Psichiatria 1999;34:72-83.

3 Brief Psychiatric Rating Scale BPRS versione 4.0 traduzione e adattamento di Ventura et al., 1993; Morosini et al., 1995.

p152. temperamento e alessitimia in un campione di soggetti antisociali con condotte di abuso

  • M.R.
  • Magistro Contenta, M.R.A. Muscatello, G. Pandolfo,
  • A.
  • Bruno, U. Micò, P.V.M. Romeo, P. Micali Bellinghieri,
  • D.
  • Mallamace, G. Scimeca, R. Zoccali

Dipartimento di Neuroscienze, Scienze Psichiatriche ed Anestesiologiche, Università di Messina

introduzione: il disturbo di personalità antisociale, associato al-la presenza di condotte d’abuso, rappresenta una problematica di notevole interesse in ambito psichiatrico. obiettivi: lo scopo del presente studio è quello di esplorare le dimensioni temperamentali prevalenti e l’alessitimia nei soggetti antisociali con abuso di sostanze. Materiali e metodi: a 98 soggetti (51 M e 45 F, età media 28,6 aa) sono stati somministrati i seguenti test: Toronto Alexithymia Scale (T.A.S.); Temperament and Character Inventory (T.C.I). Risultati dall’analisi dei dati emerge un’elevata tendenza alla ricerca della novità, ed una bassa persistenza. Il punteggio medio alla scala dell’alessitimia risulta significativamente elevato. Emergono inoltre differenze di genere. conclusioni: la presenza di correlazioni statisticamente significative nei soggetti di sesso maschile che mostrano il tratto alessitmico positivamente associato alla ricerca della novità e negativamente alla dipendenza dalla ricompensa ed alla cooperatività, può essere riconducibile ad una maggiore espressività clinica della condizione psicopatologica.

p153. preferenza di trattamento nei pazienti depressi in medicina generale: fattori sociodemografici e clinici associati

M. Magnani, A. Bombi, B. Bortolotti, M. Menchetti,

D. Berardi

Istituto di Psichiatria “P. Ottonello”, Università di Bologna

introduzione: recenti studi mostrano l’importanza di considerare la preferenza per il trattamento nei pazienti depressi. Tuttavia, ci sono pochi dati su questo problema nel nostro paese. Scopo di questa indagine è valutare la preferenza ed i fattori sociodemografici e clinici ad essa associati in un campione di pazienti depressi della medicina generale. Materiali e metodi: nel presente studio viene confrontato un intervento psicologico breve, Interpersonal Counseling (IPC), con un trattamento farmacologico con Inibitori del Reuptake della serotonina in pazienti depressi della medicina generale. I pazienti reclutati compilavano una scheda sociodemografica e clinica che includeva anche la preferenza per il trattamento (farmacologico vs. psicologico). La severità della sintomatologia depressiva era misurata con scala di Hamilton per la depressione (HDRS). risultati:il campione era di 171 pazienti, di cui il 56,4% esprimeva una preferenza per il trattamento psicologico. La preferenza al trattamento psicologico era associata ad età inferiore a 45 anni (p = 0,048), stato lavorativo attivo (p = 0,008) e presenza di sintomatologia depressiva lieve (p = 0,016). conclusioni: in base a caratteristiche sociodemografiche e cliniche differenti i pazienti esprimono differenti preferenze di trattamento; si rileva la necessità di considerare tale dato nell’impostazione della cura.

bibliografia

van Schaik DJ, Klijn AF, van Hout HP, et al. Patients’ preferences in the treatment of depressive disorder in Primary Care. Gen Hosp Psych 2004;26:184-9.

Kwan BM, Dimidjian S, Rizvi SL Treatment preference, engagement and clinical improvement in pharmacotherapy vs. psychotherapy for depression. Behav Res Ther 2010;48:799-804.

p154. linee guida dea-spdc per la gestione dell’urgenza psichiatrica nella prevenzione delle complicanze internistiche

M. Majorana, A. Luciani, L. Todini, L. Orso

SPDC, Policlinico Umberto I, Dipartimento di Neurologia e Psichiatria, Roma

introduzione: manifestazioni cliniche apparentemente di pertinenza psichiatrica, sono nel 3,5% dei pazienti espressione di patologie internistiche, neurologiche o da uso di sostanze 1-3. Il 46% dei pazienti psichiatrici ha una patologia internistica che esacerba la sintomatologia e l’80% presenta una patologia internistica da trattare. È stato quindi necessario elaborare linee guida per favorire il governo clinico dell’emergenza psichiatrica definendo una modalità condivisa di intervento. obiettivi: verificare l’applicazione delle linee guida DEA-SPDC per la prevenzione e la gestione delle complicanze internistiche nei pazienti psichiatrici. Materiali e metodi: valutazione di 408 consulenze effettuate presso il DEA del Pol. “Umberto I” di Roma tramite un questionario elaborato dall’Istituto Superiore di Sanità. risultati: nei 343 pazienti con richiesta di intervento psichiatrico, l’applicazione delle linee guida ha permesso la diagnosi, in 67 casi, di patologie organiche mediante esami strumentali o indagine anamnestica. 202 sono stati sottoposti ad accertamenti strumentali. 58 pazienti, erano positivi al tox-screenconclusioni: l’utilizzo delle linee guida, per identificare le comorbidità internistiche nelle presunte patologie psichiatriche, riduce l’insorgenza di complicanze internistiche e determina una miglior prevenzione e un intervento terapeutico adeguato.

bibliografia

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3 Koran L, Sheline Y, Imai K, et al. Medical disorders among patients admitted to a public-sector psychiatric inpatient unit. Psychiatr Serv 2002;53:1623-5.

p155. consumo di farmaci e diagnosi prevalenti nell’spUdc dell’aquila dopo il terremoto

M. Malavolta, S. D’Onofrio, N. Giordani Paesani,

P. Pomero, M. Giannangeli, A. De Paolis, R. Roncone,

R. Pollice, V. Marola

Scuola di Specializzazione in Psichiatria, Dipartimento di Scienze della Salute, Università dell’Aquila

introduzione: eventi naturali e drammatici, come un terremoto, possono improvvisamente mettere in crisi il sistema di accoglienza dell’urgenza, determinando una situazione del tutto nuova e imprevista, che modifica necessariamente la funzione di un Servizio di ricoveri per acuti come il Diagnosi e Cura all’interno dell’Ospedale Civile. Mentre diversi studi sulla popolazione hanno documentato disturbi della salute mentale a seguito di catastrofi naturali, l’analisi dell’utilizzo dei servizi di salute mentale e del consumo farmaci presenta conclusioni contrastanti. scopi: scopo dello studio è valutare l’impatto di un terremoto catastrofico sull’incidenza di ricoveri per disturbi mentali, eventuali variazioni nell’utilizzo dei servizi di salute mentale, verificando i nuovi casi di utenti che per la prima volta ricorrono a un ricovero ospedaliero in SPDC, la domanda di assistenza per la quale il paziente chiede il ricovero; la tipologia prevalente delle diagnosi ed eventuali variazioni nel consumo di farmaci psicoattivi. Materiali e metodi: il campione è costituito da soggetti ricoverati consecutivamente presso l’SPUDC dell’Ospedale San Salvatore dell’Aquila negli anni 2008, 2009 e nel I semestre 2010. L’analisi prende in considerazione le prestazioni di ricovero erogate, sia in regime di degenza ordinaria, sia in regime di day hospital, e valuta il consumo di psicofarmaci per classi (benzodiazepine, antidepressivi, antipsicotici) somministrati durante i periodi presi in considerazione. I dati relativi al consumo farmaci sono stati ottenuti tramite consultazione del database della Farmacia Ospedaliera del San Salvatore. risultati: il consumo di farmaci antipsicotici tipici per paziente ricoverato nell’anno 2009 è aumentato del 10,1% rispetto all’anno precedente; nel I semestre del 2010 il consumo di questa classe di farmaci per paziente ha subito un aumento del 8,2% rispetto all’anno 2008. Il consumo di farmaci antipsicotici tipici ha riscontato un aumento del 11,4% nel 2009 e del 6,1% nel I semestre del 2010 rispetto all’anno 2008. Per quello che riguarda il consumo di farmaci antidepressivi, si è riscontrato un aumento dello stesso del 67% nel 2009 e del 76% nel I semestre del 2010, rispetto all’anno 2008. Il consumo di ansiolitici per paziente nell’anno 2009 è aumentato del 107% rispetto all’anno precedente; nel I semestre 2010 ha subito un aumento del 132% rispetto allo stesso periodo. conclusioni: è stato registrato un aumento significativo nella richiesta di benzodiazepine e antidepressivi, tra i pazienti ricoverati nel periodo successivo al terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 ed anche un più contenuto incremento per la classe degli antipsicotici sia tipici che atipici.. Questi risultati potrebbero essere utili ad aumentare il bagaglio di conoscenze sugli effetti pervasivi delle catastrofi sulla salute della popolazione e dimostrano la necessità di includere la salute mentale come componente chiave della capacità di intervento e di risposta della sanità pubblica a traumi di massa.

bibliografia

Di Maggio C, Galea S, Madrid PA. Population psychiatric medication

prescription rates following a terrorist attack. Prehosp Disaster Med 

2007;22:479-84.
Boscarino JA, Adams RE, Figley CR. Mental health service use 1-yea
after the World Trade Center disaster: implications for mental healt
care. Gen Hosp Psychiatry 2004;26:346-58.

p156. intervento psicoeducazionale e di supporto psicologico su una popolazione rurale colpita dal terremoto dell’aquila del 6 aprile 2009

M. Malavolta, N. Giordani Paesani, V. Bianchini,

I. De Lauretis, M. Colatei, R. Pollice

Scuola di Specializzazione in Psichiatria, Dipartimento di Scienze della Salute, Università dell’Aquila

introduzione: il terremoto del 6 aprile 2009 che ha colpito l’Abruzzo, e in particolar modo L’Aquila e la sua provincia, ha rappresentato un’esperienza traumatica per tutta la popolazione del luogo (circa 100.000 abitanti), ivi compresi gli operatori sanitari, che ha vissuto in maniera diretta l’evento sismico. Il territorio montano del “COM 6” è stato meno colpito dal sisma, perché distante dall’epicentro, e distruzione e perdite umane sono state più contenute. Nonostante questo, molte case sono state dichiarate inagibili ed alcuni centri storici non sono ancora totalmente accessibili scopi: nel mese di maggio 2009 è stato stipulato un protocollo di intesa tra il Servizio Psichiatrico Universitario di Diagnosi e Cura dell’Aquila (SPUDC), il Servizio di Monitoraggio e Intervento precoce per la lotta agli Esordi della sofferenza mentale e psicologica nei giovani (SMILE), il Distretto Sanitario di Base di Barisciano (DSB AQ2), i Sindaci dei comuni montani e l’associazione umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF). La finalità è stata quella di rispondere ai bisogni di “salute mentale e psicosociale” della popolazione, vista l’importanza di potenziare e supportare i servizi sanitari già esistenti, attraverso la risposta ad un intervento cognitivo-comportamentale (ICC) di gruppo, verificandone eventuali differenze di esito a breve termine. Materiali e metodi: il progetto (maggio- luglio 2009) ha interessato il territorio del COM 6, noto come “Comunità Montana Campo Imperatore-Piana di Navelli”, distretto geograficamente piuttosto ampio che comprende diversi comuni montani della provincia dell’Aquila. Una nostra équipe ha svolto interventi su un piano clinico, psicosociale e preventivo. Hanno partecipato al progetto un totale di 34 soggetti (25 F e 9 M). Tutti i soggetti, intervenuti volontariamente agli incontri, sono stati sottoposti ad una valutazione standardizzata in due tempi (T0 e T1) al fine di quantificare la “sofferenza post-traumatica”, attraverso i seguenti questionari: General Health Questionnaire-12 (GHQ12), Stanford Acute Stress Reaction Questionnaire (SARSQ). Tra il T0 e il T1 è stato svolto un intervento di psicoeducazione e di psicoterapia cognitivo-comportamentale sulla gestione dello stress e dei sintomi ansiosi correlati all’evento sismico, secondo il metodo di Andrews.risultati: hanno partecipato al progetto 34 soggetti (25 F e 9 M). Un piccolo numero proveniva da L’Aquila, in seguito a trasferimento nella seconda casa. Questi ultimi sono risultati maggiormente colpiti dall’evento traumatico, per aver sperimentato il terremoto nella sua massima intensità o subìto delle perdite. La prevalenza femminile conferma quanto evidenziato già in altri progetti, cioè che le donne rispondono maggiormente degli uomini a programmi di supporto psicologico. È stata riscontrata, da un punto di vista clinico, una moderata sintomatologia panico-fobica e affettiva. Le persone “sfollate”, direttamente esposte all’evento traumatico, hanno mostrato prevalentemente sintomi di ansia acuta e probabile PTSD. conclusioni: la valutazione effettuata attraverso il GHQ-12 e la SARSQ mostra la presenza di un traumatismo di livello medio-lieve. Anche la valutazione clinica ha confermato la presenza di disturbi sostanzialmente non gravi, a differenza invece della sindrome di ripetizione, che si manifesta in modo incisivo nel campione analizzato, unitamente ad una ansietà generale e stato di allerta. Questi risultati potrebbero essere dovuti a diversi fattori: perdite umane e danni fisici limitati, intervento tempestivo dei soccorsi, rapida sistemazione in tendopoli senza allontanare le persone dai propri luoghi di origine, ma anche l’operatività di “centri di ascolto e interventi di ICC utili nel prevenire lo sviluppo di una evidente psicopatologia post-traumatica, come risultato dal nostro studio.

bibliografia

Andrews G, Creamer M, Crino R, et al. Trattamento dei disturbi d’ansia. Guide per il clinico e manuali per chi soffre del disturbo. Torino: Centro Scientifico Editore 2003, p. 625.

Petrelli F, Grappasonni I, Mari M, et al. Natural disaster and effects on the health. Ann Ing 2003;15:999-1011.

p157. Compliance ed emozioni in una popolazione di emodializzati

D. Mallamace*, C. Mento*, D. Santoro**, D. Cristina*,

A. Mallamace**, G. Ricciardi**, S. Castellino**, V. Savica**,

G. Bellinghieri**, S. Settineri*

UOC Psichiatria, AOU “G. Martino”, Università di Messina;

**

UOC Nefrologia e Dialisi, AOU G. Martino, Università di Messina

La Forza dell’Io rappresenta una variabile che può essere predittiva della compliance. In questo studio abbiamo testato un nuovo Questionario, chiamato “Ego Functioning Experience”, che indaga il profilo psicologico nei pazienti emodializzati. L’obiettivo è quello di evidenziare le relazioni esistenti tra profilo emozionale e compliance. Sono stati arruolati n. 70 pazienti emodializzati. Il protocollo è caratterizzato dai test psicologici: E.F.E. Questionnaire, Defence Mechanism Inventory, Self-Liking & Self-Competence Scale. I dati sono stati analizzati mediante analisi descrittiva e fattoriale applicata ai diversi item del Questionario EFE. L’analisi fattoriale ha dato origine a tre fattori da noi denominati: fattore 1 “Bisogno di supporto dell’Io”; fattore 2 “Attività dell’Io orientata al trattamento”; fattore 3 “Forza dell’Io”. L’analisi ha rivelato correlazioni statistiche dirette tra fattore 1 e stili difensivi TAO (rivolgimento verso l’oggetto) e PRN (principalizzazione) al DMI. La Scala Self-Liking presenta una relazione inversa rispetto al fattore 1. L’età appare inversamente correlata sia al fattore 1 che al fattore 3. Il Questionario può fornire indicazioni circa pazienti in trattamento emodialitico che necessitano maggiore attenzione psicologica, con diverse applicazioni che vanno da un livello di sostegno psicologico a livelli maggiori che richiedono trattamento psicofarmacologico. Lo studio evidenzia come bassi livelli di forza dell’Io siano indicativi di scarsa compliance che risulta essere uno dei più gravi problemi per i nefrologi.

p158. intervento precoce nel disturbo di panico e outcome clinico: studio preliminare longitudinale

  • P.M.
  • Marinaccio, A. Bielli, M. Ciabatti, E.P. Nocito,
  • E.
  • Catenacci, S. Bergamaschi, C. Bressi

Dipartimento di Salute Mentale, Università di Milano, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano

introduzione: studi recenti evidenziano come una maggior du-rata di malattia non trattata (DUI) nel disturbo di panico (DP) si associ alla successiva insorgenza di sintomi depressivi. Questo studio si propone di individuare i fattori sui quali agire con un intervento precoce cognitivo-comportamentale di gruppo (CBT) per ottenere un miglior outcome in pazienti affetti da DP. Materiali e metodi: sono stati reclutati consecutivamente 35 pazienti con diagnosi di DP (DSM IV-TR) presso il Dipartimento di Salute Mentale, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano. Tutti i pazienti hanno eseguito una valutazione, al baseline (T0) e dopo 6 mesi (T1), mediante la seguente batteria testale: Hamilton Rating Scale for Anxiety and Depression(HAM-A, HAM-D), Panic and Anticipatory Anxiety Scale (PAAAS) e Toronto Alexithymia Scale-20 items (TAS-20). risultati:l’analisi statistica (Pearson’s correlation) ha evidenziato un’associazione significativa tra i punteggi HAM-D al T1 e HAM-A, PAAAS, numero e intensità degli attacchi di panico al T0 (p < 0,05). Al T0, i punteggi totali TAS-20, PAAAS e numero di attacchi di panico correlano significativamente (p < 0,05). Infine, coloro i quali hanno una DUI < 12 mesi presentano un maggiore Pensiero orientato all’esterno (TAS-20 F3) (p < 0,05). conclusioni: i nostri risultati suggeriscono, nel DP, l’importanza della CBT precoce finalizzata ad una migliore gestione del sintomo ansioso, al miglioramento del pensiero concreto e alla prevenzione dell’insorgenza di sintomi depressivi nel lungo periodo.

bibliografia

Altamura AC, Santini A, Salvadori D, et al. Duration of untreated illness in panic disorder: a poor outcome risk factor?Neuropsychiatr Dis Treat 2005;1:345-347.

Marchesi C, Fontò S, Balista C, et al. Relationship between alexithymia and panic disorder: a longitudinal study to answer an open question. Psychother Psychosom 2005;74:56-60.

p159. stili difensivi, alessitimia e percezione della qualità della vita in pazienti affette da neoplasia al seno

G. Marrazzo*, R. Rizzo**, A.M. Marinaro**, A. Marrazzo***,

D. La Barbera**

Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico “P. Giaccone”, Palermo; ** Sezione di Psichiatrica Dipartimento. Biomedicina Sperimentale e Neuroscienze Cliniche (BioNec), Università di Palermo; *** Dipartimento di Oncologia Sperimentale e Applicazioni Cliniche (DOSAC), Università di Palermo

introduzione: il presente lavoro indaga la qualità delle reazioni emotive e psicologiche delle pazienti affette da cancro mammario, sottoposte a intervento chirurgico e in diversi stadi di malattia. Materiali e metodi: il campione è composto da 110 pazienti così suddivise: 40 in follow-up, 41 sottoposte a chemioterapia adiuvante, 29 metastatiche. Strumenti: Defense Mechanisms Inventory(DMI, Ihilevich e Gleser, 1986), Toronto Alexithymia Scale (TAS20, Taylor, 1992), EORTC QLQ-C30-BR23 (Fayers et al., 1998).risultati: nei tre gruppi si rivela differenza alle scale F1 (p < ,01), F2 (p < ,03), F3 (p < ,00) della TAS-20 e QoL (p < ,02) dell’EORTC. Al DMI si riscontrano punteggi più elevati alla scala PRN; nelle pazienti anziane, con livello di scolarità inferiore e disoccupate si osserva una riduzione del punteggio alla scala TAO e un aumento alle scale TAS e REV. Le scale TAO e TAS sono correlate negativamente (p < ,00), c’è, invece, una correlazione positiva tra il punteggio delle scale TAS e F2, REV e F3 (p < ,00; p = ,03). conclusioni: le pazienti metastatiche presentano un più alto tasso di alessitimia e peggiore percezione della qualità della vita. La differenza nel profilo difensivo e nella gestione delle emozioni non dipende dallo stadio della malattia quanto da variabili quali età, scolarità e occupazione. Le pazienti utilizzano uno stile difensivo che permette di sganciare gli aspetti emotivi da quelli cognitivi padroneggiando questi ultimi attraverso un controllo intellettuale, ma quelle anziane, con bassa scolarità e disoccupate, rivolgono l’aggressività contro se stesse e negano gli aspetti emotivi. Questo stile difensivo si associa con la difficoltà ad esprimere le emozioni.

bibliografia

Fayers PM, Weeden S, Curran D, per l’EORTC Quality of Life Study Group. EORTC QLQ-C30 Reference Values. Brussels: EORTC 1998. Ihilevich D, Gleser GC. Defence Mechanisms Inventory. Firenze: OS 1986.

Taylor GJ, Bagby RM, Parker JDA. Toronto Alexitymia Scale. In: Caretti VI, La Barbera D, editors. Alessitimia, Valutazione e Trattamento. Roma: Astrolabio 2005.

p160. opinioni e atteggiamenti dei medici di medicina generale verso i disturbi mentali comuni

M. Menchetti1, V. Bandieri2, M. Bologna3, N. Colombini4,

C. Curcetti5, P. Levantesi1, M. Morini6, C. Nespeca1,

A. Serio7, C. Sighinolfi1, D. Berardi1

Istituto di Psichiatria, Università di Bologna; Dipartimento di Salute Mentale, Ausl Rimini; Dipartimento di Salute Mentale, Ausl Reggio Emilia; Dipartimento di Salute Mentale, Ausl Modena; Servizio Assistenza Distrettuale, Medicina Generale, Pianificazione e Sviluppo dei Servizi Sanitari, Regione Emilia-Romagna; Dipartimento di Cure Primarie, Ausl Bologna; Medico di Medicina Generale, Bologna

introduzione: L’alta prevalenza di disturbi psichiatrici nelle cure primarie pone l’esigenza di indagare opinioni dei Medici di Medicina Generale (MMG) su queste patologie.

Materiali e metodi: il Questionario sulla Gestione dei Disturbi Mentali comuni delle cure Primarie (GMP), sviluppato nell’ambito del programma regionale dell’Emilia-Romagna “G. Leggieri”, e la versione italiana del Depression Attitude Questionnaire (DAQ) sono stati somministrati ad un campione di MMG dell’Emilia-Romagna. risultati: il campione (n = 644) è costituito per il 67,5% da MMG di genere maschile, con età media di 53,3 anni e 21,8 anni di pratica; il 70,7% ha partecipato a iniziative di formazione sulla salute mentale negli ultimi 2 anni. Secondo l’opinione dei MMG, i disturbi mentali di più frequente riscontro nella pratica clinica sono i disturbi d’ansia (79,9%), seguiti dai disturbi somatoformi (59,0%) e dai disturbi dell’umore (55,4%). Gli interventi più utilizzati dai MMG per sono quello psicofarmacologico (93,0%) e quello psicoeducativo (67,4%). Il 67,2% dei MMG si sente molto sicuro nella gestione dei disturbi d’ansia; tale valore scende al 49% considerando la depressione. Solo il 17,4% dei MMG ritiene necessario l’intervento specialistico in caso di utilizzo dei farmaci antidepressivi mentre il 69,2% considera la psicoterapia compito dello specialista. conclusioni: i MMG sembrano ritenere importante il loro ruolo nella gestione e nel trattamento psicofarmacologico dei disturbi depressivi e d’ansia.

p161. comorbidità tra binge eating disorder e dimensioni psicopatologiche in un campione di donne obese

A. Messina, C. De Cento, A. Ciancio, A.M. Fogliani

Università di Catania, Scuola di Specializzazione in Psichiatria

introduzione: alcuni studi hanno evidenziato come il Binge eating disorder (BED) si presenta frequentemente in comorbidità ad alterazioni dell’umore 1, manifestazioni ansiose e incapacità a riconoscere le proprie emozioni (alessitmia) 3. Questo studio ha l’obiettivo di valutare la presenza di depressione, ansia, alessitimia e ossessività in un campione di donne in sovrappeso con BED e senza BED. Materiali e metodi: il campione era costituito da 43 donne, reclutate presso un ambulatorio di dietologia del Policlinico di Catania. L’età media era di 41,3 anni (DS = 13,3), tutte avevano un body mass index (BMI) superiore a 25. A ciascuna paziente furono somministrati i seguenti test: Binge eating scale per la valutazione del BED (cut off = 17), Mausdley obsessive-compulsive inventory per valutare i sintomi ossessivo-compulsivi, l’ansia e la depressione furono valutate rispettivamente attraverso il Self Rating Anxiety State e il Self Rating Depression Scale di Zung, il TAS- 20 fu utilizzato per valutare l’alessitimia.

tabella i. Differenze psicopatologiche tra donne in sovrappeso con BED vs. donne in sovrappeso senza BED  
  con bed senza bed p   95% ci
  M ds M ds      
Alessitimia 56,7 13,3 45,0 15,5 ,01 -2,6 -20,8, 2,6
Depressione 50,1 7,7 40,1 7,7 ,00 -4,2 -14,7, -5,1
Ossessività 15,3 4,9 11,3 4,3 ,00 -2,8 -6,8,-1,1
Ansia 46,7 7,3 38,7 12,5 ,01 2,5 -14,4,-1,7

risultati: da questo studio è emerso che le donne in sovrappeso (BMI > 25) con BED avevano score medi maggiori statisticamente significativi in tutte le aree psicopatologiche indagate (Tabella I), e in particolare le donne in sovrappeso con BED presentarono un valore medio patologico nelle scale della depressione e dell’ansia e un valore medio borderline nella scala dell’alessitimiaconclusioni: le donne in sovrappeso con BED hanno score medi maggiori nelle dimensioni psicopatologiche esaminate rispetto alle donne in sovrappeso senza BED. Resta da stabilire se il comportamento dell’alimentazione compulsivo rappresenta una modalità di coping o una condizione predisponente di altre patologie psichiatriche.

bibliografia

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p162. relazione tra disturbo d’ansia di separazione dell’adulto e lutto complicato in una coorte di 454 pazienti con disturbi d’ansia e dell’umore

M. Muti, I. Pergentini, M. Corsi, M. Abelli, C. Gesi, L. Lari,

A. Cardini, G.B. Cassano, K.M. Shear*, M. Mauri, S. Pini

Dipartimento di Psichiatria, Neurobiologia, Farmacologia e Biotecnologie, Università di Pisa; Columbia University School of Social Work, New York City, USA

introduzione: la letteratura suggerisce che il disturbo d’ansia di separazione dell’adulto (ASAD) può svilupparsi dopo un lutto o la minaccia di perdita. Le ricerche hanno dimostrato che le persone che hanno subito un lutto possono presentare una reazione clinicamente significativa, definita lutto complicato (CG), che provoca una severa compromissione della qualità di vita. Lo scopo dello studio è quello di valutare la relazione tra ASAD e CG in un’ampia coorte di pazienti con disturbi d’ansia e dell’umore.Materiali e metodi: la coorte è costituita da 454 pazienti adulti con diagnosi di disturbo d’ansia o dell’umore in accordo con i criteri del DSM-IV. La presenza di ASAD è stata valutata tramite l’Intervista Clinica Strutturata per i Sintomi d’Ansia di Separazione (SCI-SAS-Adulto). Il CG è stato valutato utilizzando l’Inventory of Complicated Grief (ICG). L’impatto sulla qualità di vita è stato valutato attraverso la Sheehan Disability Scale (SDS). risultati: nel nostro campione è stata riscontrata una frequenza del 43% di ASAD e del 23% di CG. I pazienti con CG hanno riportato una maggiore frequenza di ASAD (56%) rispetto a quelli senza CG (40%). I soggetti con CG e ASAD hanno riportato punteggi più alti all’ICG e un maggiore impairment della qualità di vita rispetto ai pazienti con CG senza ASAD. conclusioni: l’ASAD si manifesta in un alta percentuale di pazienti con CG. L’associazione tra queste due condizioni dovrebbe essere ulteriormente investigata alla luce delle loro implicazioni cliniche.

p163. terapie a confronto nel disturbo di panico all’esordio: uno studio prospettico longitudinale

  • E.P.
  • Nocito, M. Ciabatti, A. Bielli, P.M. Marinaccio,
  • E.
  • Catenacci, E.A. Milanese, C. Bressi

Dipartimento di Salute Mentale, Università di Milano, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano

introduzione: questo studio si propone di valutare l’efficacia della psicoterapia psicodinamica breve (STPP) vs. terapia di gruppo cognitivo-comportamentale (CBT) nel disturbo di panico (DP). Materiali e metodi: sono stati reclutati consecutivamente 20 pazienti con diagnosi di DP (DSM IV-TR) presso il Dipartimento di Salute Mentale, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano. Del campione iniziale, 10 pazienti hanno partecipato ad una CBT di gruppo, mentre i restanti 10 hanno effettuato una STPP. Ad ogni paziente è stata somministrata, al reclutamento (T0) e a distanza di 6 mesi (T1), la seguente batteria testale: Panic Attacks and Anticipatory Anxiety Scale (PAAAS), Hamilton Rating Scale for Anxiety (HAM-A), Hamilton Rating Scale for Depression (HAM-D) e Symptoms Checklist-90 Revised (SCL 90-R). risultati: l’analisi statistica (Paired Sample t-test) mostra una riduzione significativa (p < 0,05) dei punteggi medi dell’HAM-A e delle sottoscale sensibilità nei rapporti interpersonali, depressione, ansia, ansia fobica e psicoticismo dell’SCL90-R nei pazienti in CBT e dell’HAM-A e delle sottoscale ossessioni– compulsioni e depressione dell’SCL90-R nei pazienti in STPP. È stata successivamente condotta una One-way Anova che non ha evidenziato una differenza statisticamente significativa tra i due gruppi. conclusioni: i risultati del nostro studio suggeriscono che entrambi gli approcci terapeutici sono efficaci nel trattamento del DP, presentando tuttavia specifiche diversità: la CBT sembra agire prevalentemente sulla sintomatologia, la STPP sulla dimensione relazionale.

bibliografia

Amador XF, Strauss DH. The Scale to Assess Unawareness of Mental Disorder (SUMD). New York: New York State Psychiatric Institute, Columbia University 1990.

Pini S, Cassano GB, Dell’Osso L, et al. Insight into illness in schizophrenia, schizoaffective disorder, and mood disorders with psychotic features. Am J Psychiatry 2001;158:122-5.

p164. Qualità di vita e carico assistenziale dei caregivers di pazienti affetti da demenza di alzheimer (risultati preliminari)

L. Olivieri1 3, L. Serroni1, A. D’Agostino1, N. Serroni1 3 ,

D. Campanella1 3, D. De Berardis1 3, A. Serroni1,

  • A.M.
  • Pizzorno1, T. Acciavatti1 4, V. Marasco1, A. Carano2,
  • L.
  • Mancini2, G. Mariani2, F.S. Moschetta1, G. Di Iorio4,
  • M.
  • Di Giannantonio4

Dipartimento di Salute Mentale, Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura, Ospedale Civile “G. Mazzini”, Azienda Sanitaria Locale, Teramo; Dipartimento Salute Mentale, Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura, Ospedale Civile “C.G.Mazzoni”, Ascoli Piceno; 3Centro Valutazione Alzheimer, Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura, Ospedale Civile “G. Mazzini”, Azienda Sanitaria Locale, Teramo; Dipartimento di Neuroscienze e Imaging, Cattedra di Psichiatria, Università “G. D’Annunzio”, Chieti

introduzione: in Italia circa l’80% delle persone colpite da demenza sono assistite a casa da familiari e, tra questi, sono soprattutto le donne (circa il 70% dei caregivers) ad essere maggiormente interessate al fenomeno. Sono stati condotti diversi studi relativi all’Alzheimer’s caregiving, ossia tutte le problematiche ed i vissuti connessi con il fornire assistenza a pazienti con malattia di Alzheimer e ad anziani affetti da diverse tipologie di demenza. Queste indagini hanno riscontrato che prendersi cura di una persona affetta da demenza è stressante e che i caregivers informali di pazienti dementi accusano spesso disagio psicologico inteso come ansia e/o depressione, deterioramento della salute fisica, isolamento sociale e diminuzione del tempo da dedicare ai bisogni personali e ad altri ruoli familiari, genitoriali, professionali. Alla luce di quanto emerso in precedenti studi, gli AA. hanno deciso di verificare anche nella realtà del loro territorio di competenza quale fosse la qualità di vita e il carico assistenziale deicaregivers di pazienti affetti da D.A. e seguiti presso il Centro Alzheimer del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Teramo.Materiali e metodi: l’indagine ha riguardato un campione di caregivers informali, composto da 50 soggetti, solo familiari, che corrispondevano ai caregivers di circa il 10% dei pazienti che nell’anno 2009 risultavano essere in carico al Centro Alzheimer dell’Ospedale Civile di Teramo Il campione è quindi costituito da familiari che hanno accettato di rispondere alle domande dei questionari, durante il periodo (1 mese) in cui si è svolta l’indagine. La somministrazione dei questionari è avvenuta tramite auto somministrazione su base individuale e si è svolta principalmente in un contesto ambulatoriale, mentre i caregivers aspettavano che i loro assistiti si sottoponessero alle visite di controllo strumenti: la rilevazione del carico soggettivo sperimentato daicaregivers è avvenuta tramite somministrazione della CBI di Novak e Guest. Si tratta di un questionario a scelta multipla composto da 24 items, suddivisi in 5 dimensioni di burden:

  • Time-Dependence Burden (T/dep-B): restrizioni nel tempo personale del caregiver;

     

  • Developmental Burden (Dev-B): senso di fallimento relativo alle proprie speranze e aspettative;

     

  • Physical Burden (Phys-B): stress fisico e disturbi somatici;

     

  • Social Burden (Soc-B): conflitti nel lavoro e nella famiglia;

     

  • Emotional Burden (Emot-B): sentimenti negativi verso il pa

     

ziente, quali imbarazzo o risentimento. Ogni dimensione è composta da 5 items, ad ognuno dei quali è attribuibile un punteggio che va da un minimo di 0 (stress

minimo) ad un massimo di 4 (stress massimo). Per ogni dimensione è possibile ottenere un punteggio che va da 0 a 20, mentre il punteggio totale va da un minimo di 0 ad un massimo di 100; il terzo fattore è composto da soli 4 items, quindi il punteggio per esso ottenuto va moltiplicato per il fattore di correzione 1,25 3. Le caratteristiche del caregiver, il sostegno sociale e le caratteristiche del paziente sono state rilevate attraverso un questionario. Entrambi i questionari sono stati somministrati in forma anonima per motivi legati alla privacy, il che ha escluso la possibilità di rilevare particolari dati clinici relativi ai pazienti.

p165. disturbi del comportamento alimentare e cefalea: due entità psicosomatiche a confronto

C. Onofri**, G. De Giorgio**, N. Verdolini**, C. Firenze*,

P. Moretti*

*

Sezione di Psichiatria, Psicologia Clinica e Riabilitazione Psichiatrica, ** Scuola di Specializzazione in Psichiatria, Università di Perugia

obiettivi: è stata valutata la possibile interdipendenza tra disturbi psichiatrici di Asse I e di Asse II, Temperamento, Meccanismi di Difesa e caratteristiche alessitimiche in due categorie di pazienti che esprimono a livello somatico il disagio psicologico: DCA e Cefalea. Materiali e metodi: sono stati arruolati pazienti ambulatoriali afferiti alla sezione di Psichiatria, Psicologia clinica e Riabilitazione Psichiatrica dell’Università di Perugia nell’ultimo an-no. I controlli sani sono studenti del sesto anno di Medicina e Chirurgia. Sono stati somministrati test di autovalutazione (DMI: Defense Mechanisms Inventory, TCI: Temperament and Character Inventory, SCID-II: Structured Clinical Interview for DSM IV Axis II e TAS-20: Toronto Alexithymia Scale). Per l’analisi statistica sono stati utilizzati ANOVA e regressione multipla. risultati: l’ANOVA rileva differenze significative (p < ,05) nelle scale NS (TCI), TAS-20, PRN e TAS (DMI). Dalla regressione multipla emerge una correlazione inversa (p < ,002) tra la presenza di patologia e le scale del TCI NS e P. conclusioni: nel determinare l’insorgenza dello specifico disturbo il ruolo più importante è svolto dalle caratteristiche temperamentali. Inoltre la difficoltà a riconoscere e verbalizzare vissuti interni accomuna DCA e Cefalea. Pur facendo entrambe parte dello spettro psicosomatico le due patologie differiscono per le dinamiche psicopatologiche sottese al sintomo somatico, come evidenziato dai diversi Meccanismi di Difesa utilizzati.

bibliografia

Strober M. Disorders of the self in anorexia nervosa: an organismic-development perspective. In: Johnson C, editor. Psychodinamic theory and treatment of anorexia nervosa and bulimia. New York: The Guilford Press 1992, pp. 354-73.

Di Piero V, Bruti G, Venturi P, et al. Aminergic tone correlates of migraine and tension-type headache: a study using the tridimensional personality questionnaire. Headache 2001;41(Suppl 1):63-71.

Stronks DL, Tulen JH, Pepplinkhuizen L, et al. Spinhoven P., Passchier J.

Personality traits and psychological reactions to mental stress of female migraine patients. Cephalalgia 1999;19:566-74.

p166. Utilizzo di bupropione nella pratica clinica: uno studio naturalistico

M.C. Palazzo, C. Dobrea, B. Benatti, B. Dell’Osso

Università di Milano, Fondazione IRCCS Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico, Milano

Il bupropione è un inibitore del reuptake della noradrenalina e della dopamina (NDRI) 1-3. Scopo del presente studio è analizzare le caratteristiche demografiche, l’ambito diagnostico di utilizzo e la tollerabilità del bupropione in un gruppo di pazienti con disturbi d’ansia e/o dell’umore. Sono stati reclutati 64 pazienti di ambo i sessi, di età compresa fra 20 e 81 anni in trattamento da almeno un mese. Sono state raccolte le variabili genere, età d’esordio, diagnosi, comorbidità psichiatrica e medica, dosaggio del bupropione, terapia associata ed effetti collaterali. Il campione è risultato costituito nel 61,5% dei casi da donne, con età d’esordio media di 39,4 anni. Il 58% dei pazienti presentava una familiarità per disturbi psichiatrici e, nella maggior parte dei pazienti, una diagnosi di disturbo depressivo maggiore (78%). Significativa comorbidità psichiatrica era presente nel 43% dei pazienti soprattutto disturbi d’ansia (21%), disturbi di personalità e condotte di abuso (10%). Le comorbidità mediche occorrevano in circa il 65% dei pazienti. Il 40% dei pazienti ha assunto il bupropione nel contesto di una monoterapia (dosaggio più frequente pari a 150 mg/die). Nel campione in politerapia, i farmaci più frequentemente associati erano altri antidepressivi (17%), gli stabilizzanti dell’umore (31%) e gli antipsicotici atipici (12%). Una percentuale del campione ha riportato effetti collaterali di lieve entità, soprattutto agitazione, astenia e sintomi gastrointestinali. In conclusione bupropione è risultato essere ben tollerato ed utilizzato soprattutto nella terapia dei disturbi dell’umore con sintomatologia residuale e nei pazienti che lamentavano effetti collaterali serotoninergici e con comorbidità.

bibliografia

1 Papakostas GI, Stahl SM, Krishen A, et al. Efficacy of bupropion and the selective serotonin reuptake inhibitors in the treatment of major depressive disorder with high levels of anxiety (anxious depression): a pooled analysis of 10 studies. J Clin Psychiatry 2008;69:1287-92.

2 Papakostas GI, Montgomery SA, Thase ME, et al. Comparing the rapidity of response during treatment of major depressive disorder with bupropion and the SSRIs: a pooled survival analysis of 7 double-blind, randomized clinical trials. J Clin Psychiatry 2007;68:1907-12.

3 Papakostas GI, Trivedi MH, Alpert JE, et al. Efficacy of bupropion and the selective serotonin reuptake inhibitors in the treatment of anxiety symptoms in major depressive disorder: a meta-analysis of individual patient data from 10 double-blind, randomized clinical trials. J Psychiatr Res 2008;42:134-40.

p167. diffusione della sintomatologia psicotica nell’ambito dei disturbi della condotta alimentare: presupposto teorico per un potenziale indirizzo terapeutico

F. Panariello, B. Barovelli, F. Manara

Centro Riferimento regionale Disturbi del Comportamento Alimentare, A.O. “Spedali Civili” di Brescia. Università di Brescia.

Studi in campioni di popolazione sana hanno indicato che esperienze simil-psicotiche (PLEs) sono piuttosto comuni. È stato suggerito che tali esperienze hanno una distribuzione variabile e sono influenzate da tratti di personalità o da differenti espressioni di vulnerabilità per disturbi psicotici. Evidenze osservazionali suggeriscono una comorbidità tra disturbi psicotici e disturbi della condotta alimentare (DCA), seppure gran parte della letteratura abbia indagato la coesistenza tra questi ultimi e disturbi della spettro ansioso-depressivo. Il nostro studio ha come obiettivo la valutazione di PLEs in una coorte di pazienti affette da anoressia nervosa (AN) e da bulimia nervosa (BN) allo scopo di fornire un presupposto epistemologico all’uso di farmaci antipsicotici in sottogruppi selezionati di pazienti affetti da AN o BN. Abbiamo a tal fine somministrato la Scala Psicodiagnostica CAPE (Positive Scale of the Community Assessment of Psychic Experiences) ad un gruppo di AN (45), BN (40) e ad un gruppo di controllo sano (100) comparabile per caratteristiche sociodemografiche rispetto ai gruppi di affetti. La valutazione psicometrica è stata eseguita somministrando i test EDE-Q e EDI-2. I risultati sono suggestivi di una maggiore presenza di sintomatologia psicotica in misura statisticamente significativa rispetto alla popolazione di controllo. Tali risultati necessitano di ulteriori conferme sperimentali e costituiscono il presupposto teorico per la appropriatezza prescrittiva degli antipsicotici rispetto ai quali, pur esistendo una discreta diffusione di trattamento off-label e osservazioni cliniche favorevoli, non vi è ad oggi alcuna indicazione nelle linee guida APA e NICE.

p168. sindrome metabolica e disturbi dell’umore

M.F. Pantusa*, S. Paparo**, A. Salerno**

Dipartimento di Salute Mentale ASP CS, Rogliano (Italy)

Psichiatra, responsabile, Centro di Salute Mentale, Rogliano (CS); ** Psichiatra, Centro di Salute Mentale, Rogliano (CS)

aim: previous studies pointed out the high prevalence of the metabolic syndrome among patients with bipolar disorder and major depression. objectives: to evaluate the prevalence of metabolic syndrome (MetS) in Italian outpatients with bipolar disorder (BD) and major depression (DDM) and to determine the sociodemographic and clinical correlates of MetS in this patient population.Methods: n. 108 subjects (mean age 53.9 ± 15.3, range 24-75),

n. 69 with DDM (M/F = 18/51) and n. 39 (M/F = 12/27) with BD I and II were included. Sociodemographic and clinical characteristics were collected. Patients were assessed for MetS according to National Cholesterol Education Program Expert Panel on Detection, Evaluation And Treatment of High Blood Cholesterol in Adults (NCEP ATP III) criteria. results: 33.3% of the patients with DDM and in 53.8% of the patients with BD (p = .034) met the criteria for MetS. Abdominal obesity was present in 66,7%, high triglycerides in 38.9%, low HDL-C levels in 35.2% and fasting hyperglycemia in 16.7% of the sample, without significant differences between the two diagnostic groups. Hypertension was present in 68/5% of the patients with BD and in 59.4% of the patients with DDM (p = .009). Of the investigated variables, younger age of onset and longer duration drug treatment were significantly associated with MetS. After the logistic regression analysis, BD was associated with a 2.77-fold risk of having the MetS, and duration drug treatment was associated with a 1.04-fold risk of having the MetS. limitations: cross-sectional study design and small size of the sample conclusions: MetS is highly prevalent in patients with DDM and alarmingly high in patients.

p169. disregolazione affettiva, trauma, vergogna, dissociazione: un modello esplicativo per i disturbi dell’immagine corporea

A. Pellicciari, P. Gualandi, L. Iero, E. Di Pietro,

S. Gualandi, E. Franzoni

U.O. Neuropsichiatria Infantile e Centro a valenza regionale per i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), Azienda Ospedaliero-Universitaria Sant’Orsola Malpighi, Università di Bologna

introduzione: gli Autori hanno studiato la relazione tra emozioni non elaborate e DCA. Viene proposto un modello che vede vissuti traumatici, disregolazione affettiva, senso di vergogna e sintomi dissociativi come predittivi dei disturbi dell’immagine corporea. Materiali e metodi: sono stati somministrati a 143 soggetti affetti da DCA, 67 anoressia nervosa (AN), 52 bulimia nervosa (BN), 24 crossover, età media 20,3, i seguenti self-report: ESS, TAS20, DESII, TSI-A, BUT. Sono state condotte statistiche descrittive, confronto tra gruppi, correlazioni e regressione multipla per verificare il modello teorico. risultati: i tre gruppi diagnostici mostrano elevati punteggi in ciascuna delle scale somministrate rispetto alla popolazione non-clinica; le variabili indagate correlano tra loro in maniera statisticamente significativa. La regressione multipla evidenzia che il senso di vergogna (AN, BN), vissuti depressivi (BN) e traumatici (crossover) concorrono a determinare un’alterata immagine del corpo. L’insoddisfazione verso specifici aspetti del corpo appare determinata da: difficoltà nell’identificare le proprie emozioni (AN), vergogna (AN, crossover), vissuti depressivi (BN), risposte dissociative (crossover). conclusioni: la presenza di vissuti traumatici, vergogna e usi disfunzionali del meccanismo di dissociazione sono strettamente connessi nello strutturarsi e nel mantenimento dei DCA. I soggetti affetti mostrano difficoltà nel comprendere le proprie emozioni.

p170. sindrome di demoralizzazione in ospedale generale: uno studio osservazionale

G. Piazza, G. Strizzolo, E. Albieri, V. Scillitani, S. Zavatta,

S. Tomè, R. Cardelli, L. Grassi

Sezione di Psichiatria, Università di Ferrara e M.O. Psichiatria di Consultazione e Collegamento, Clinica Psichiatrica/SD Emergenza-Urgenza, Dipartimento Assistenziale Integrato di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche, AUSL di Ferrara

introduzione: negli ultimi anni il tema della morbilità psichiatrica in pazienti con patologie mediche è stato notevolmente approfondito. Una delle maggiori aree di indagine riguarda i disturbi depressivi e la loro relazione con le patologie mediche. Recenti studi evidenziano come, fra i disturbi dell’umore,

esistano aree di sofferenza psichica peculiari, come la demoralizzazione, una dimensione fenomenologicamente diversa e spesso indipendente da altre forme di depressione clinica. Lo studio si pone fra gli altri, l’obiettivo di valutare la presenza e le specifiche caratteristiche cliniche dei disturbi depressivi in un gruppo di pazienti con patologia medica. Materiali e metodi: il campione è formato da 78 soggetti (34% maschi, 62% femmine) con età media di 54,29 anni (SD = 16,92) ricoverati presso l’A.O.U. S. Anna di Ferrara, in regime di ricovero o DH, sottoposti a consulenza psichiatrica (escludendo disturbi neurocognitivi e psicotici). La depressione è stata valutata con il Patient Health Questionnaire (PHQ-9 item) per valutare la presenza di un Episodio Depressivo Maggiore (EDM), mentre la demoralizzazione è stata valutata attraverso la Demoralization Scale – DS (24 items). risultati: il 38,7% del campione ha soddisfatto i criteri per un EDM, mentre il 27,86% è risultato positivo alla DS, suggerendo che depressione e demoralizzazione si distribuiscono in maniera differente, con una quota di soggetti che presenta un disturbo e non l’altro. Restano da approfondire le variabili implicate nell’una o nell’altra sindrome, in modo da verificarne gli elementi distintivi. conclusioni:Demoralizzazione e depressione sono disturbi affettivi differenti ed entrambi presenti nel setting ospedaliero. Una diagnosi più precisa sarebbe utile non solo per l’assessment, ma anche per un trattamento più idoneo al singolo paziente.

bibliografia

Cassem EH. Depressive disorders in the medically ill. An overview. Psychosomatics 1995;36:S2-10.

De Figuereido JM. Depression and demoralization: phenomenological differences and research perspectives. Comp Psychiatry 1993;34:308-11.

p171. impulsività nel gioco d’azzardo patologico

M. Picchetti, M. Catena Dell’Osso, S. Baroni, S. Silvestri,

D. Ceresoli, D. Marazziti

Dipartimento di Psichiatria, Neurobiologia, Farmacologia e Biotecnologie, Università di Pisa.

Il gioco d’azzardo patologico è un disturbo del controllo degli impulsi con caratteristiche cliniche comuni ad altri disturbi psichiatrici come le dipendenze e il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). L’eziopatogenesi del disturbo rimane ancora da chiarire, sebbene sia ipotizzabile il coinvolgimento di fattori genetici, ambientali e di diversi sistemi neurotrasmettitoriali quali, il noradrenergico, il dopaminergico, il glutammatergico e il serotoninergico. Proprio quest’ultimo sembra essere primariamente coinvolto, dato che è stato dimostrato che regola l’impulsività e l’aggressività Con questo studio ci proponiamo di valutare l’impulsività in 26 pazienti (25 uomini e 1 donna, età media 46,23 ± 11,6 anni) affetti da gioco d’azzardo patologico, la diagnosi è stata effettuata secondo i criteri del DSM-IV, e un gruppo di soggetti di control-lo sani (24 uomini e 2 donne, età media 47,19 ± 13,4 anni). La gravità della sintomatologia è stata valutata mediante la South Oaks Gambling Screen (SOGS, Lesieur and Blume, 1987) ottenendo un punteggio di 28,9 ± 6,7; l’impulsività è stata valutata mediante Barrat Impulsivity Scale, versione 11 (BIS-11).

I dati ottenuto hanno evidenziato che i pazienti presentavano un punteggio totale più alto (65,46 ± 12,08), rispetto ai controlli (57,34 ± 11,04), alla BIS-11, soprattutto nelle scale relative all’impulsività motoria e attentiva (rispettivamente 16,34 ± 4,8 vs. 11 2±3 4). Inoltre, anche i punteggi delle sottoscale dell’impulsività motoria e senza pianificazione risultano più alti nei pazienti rispetto ai controlli (rispettivamente 23,96 ±,5,1 e 18,53 ± 3,8). Questi risultati indicano che i giocatori d’azzardo patologico sono più impulsivi dei soggetti di controllo. Questa caratteristica potrebbe predisporre a comportamenti meno controllati tipici della loro patologia.

bibliografia

Fossati A, Di Ceglie A, Acquarini E, et al. Psychometric properties of an Italian version of the Barratt Impulsiveness Scale-11 (BIS-11) in nonclinical subjects. J Clin Psychol 2001;57:815-28.

Lesieur HR, Blume SB. The South Oaks Gambling Screen (SOGS): a new instrument for the identification of pathological gamblers. Am J Psychiatriy 1987;144:1184-8.

p172. iNterMed self-assessment: la valutazione della complessità biopsicosociale mediante uno strumento autosomministrato

C. Piemonte, A. Di Savoia, S. Ferrari

U.O di Psichiatria Ospedaliero Universitaria Modena Centro, Università di Modena e Reggio Emilia

introduzione: INTERMED è volto a tradurre nella pratica clinica il modello biopsicosociale; valuta in modo globale il paziente in quattro ambiti (biologico, psicologico, sociale e assistenziale) e in tre diverse dimensioni temporali (passato, presente e futuro) mediante una semplice intervista strutturata. L’intervista INTERMED ha dimostrato di costituire un valido strumento per individuare precocemente i pazienti complessi. È stata sviluppata una versione self-assessment di INTERMED (IM-SA) per permetterne una più ampia diffusione; questo studio è volto a verificarne la comprensibilità, tramite domande POST compilazione. Materiali e metodi: IM-SA è stato somministrato ad un campione di 50 pazienti, 25 afferenti ad un MMG e 25 ricoverati in Medicina Interna.risultati: I pazienti della Medicina Interna presentano un punteggio IM-SA superiore. Non si sono rilevate differenze significative rispetto ai dati POST nei due gruppi. Il 90% del campione ha trovato IM-SA facile da capire e il 96% ha negato che la struttura delle frasi fosse troppo complessa. Sono però presenti discrepanze nelle risposte date, che sottolineano la necessità di studi ulteriori per meglio chiarire le difficoltà incontrate dai pazienti nella compilazione di IM-SA. conclusioni: IM-SA appare uno strumento gradito ai pazienti e di facile comprensione. Attraverso studi simili in altre realtà europee verrà messa a punto la sua versione definitiva, da confrontare poi con l’intervista INTERMED eterosomministrata.

p173. obesità e psicopatologia

F. Pinna1, C. Sardu4, S. Pirarba1, L. Lai1, S.M. Pintore1,

L. Puddu1, C. Concas2, A. Ortu2, M. Tusconi1, L. Deriu1,

P. Contu4, F. Velluzzi2, A. Loviselli2, W. Orrù3,

B. Carpiniello1

1Clinica Psichiatrica, Università di Cagliari; 2U.O. Dipartimentale di Obesità, Policlinico Universitario di Cagliari; Istituto “I.H. Schultz”, Cagliari; Dipartimento di Sanità Pubblica, Sezione di Igiene, Università di Cagliari

introduzione: negli ultimi anni la ricerca ha manifestato un interesse crescente circa l’associazione tra obesità e disturbi psichiatrici, viste le importanti implicazioni da un punto di vista diagnostico, prognostico, e terapeutico. I dati di letteratura derivanti da studi di popolazione indicano, sebbene non univocamente, una elevata comorbidità tra obesità e disturbi mentali, in particolare disturbi d’ansia e dell’umore. Il presente lavoro è volto a valutare la prevalenza di disturbi di Asse I e II in un vasto campione di pazienti afferenti ad un Centro per la cura dell’obesità, messo a confronto con un campione appaiato di soggetti normopeso, studiati mediante interviste cliniche strutturate. È stata inoltre indagata la correlazione tra obesità e variabili demografiche/cliniche utilizzando un modello di regressione logistica multivariata laddove l’obesità è stata considerata come variabile dipendente e il sesso, l’età, il livello di istruzione, lo stato civile, l’occupazione, la diagnosi di asse I lifetime e di asse II, come variabili indipendenti. Materiali e metodi: la ricerca è stata condotta su un campione costituito da 293 pazienti, 48 maschi e 245 femmine, messo a confronto con un campione di convenienza di pari numerosità costituito da soggetti normopeso appaiati per sesso, età, stato civile e titolo di studio. La condizione di normopeso è stata definita in base ai parametri di BMI £ 24,9, e circonferenza vita, nelle femmine £ 88 cm, nei maschi £ 102 cm. L’inquadramento diagnostico di Asse I e II è stato effettuato rispettivamente tramite le interviste SCID I e SCID II. risultati: il 55,3% degli obesi, rispetto al 26,3 dei non obesi ha una diagnosi lifetime di asse I secondo i criteri del DSM IV. Il 31,4% degli obesi vs. il 12,35 dei normopeso ha una diagnosi lifetime di disturbo dell’umore; il 30% degli obesi vs. il 12,6% dei normopeso ha una diagnosi lifetime di disturbo d’ansia; il 15,7% degli obesi vs. l’15% dei normopeso ha una diagnosi lifetime di disturbo della condotta alimentare (binge eating disorder e bulimia nervosa). Il 29,4% degli obesi vs. l’8,9% dei non obesi ha una diagnosi di asse II, con una prevalenza di diagnosi di disturbo di personalità NAS. Nella valutazione della correlazione tra obesità e variabili demografiche/cliniche utilizzando un modello di regressione logistica multivariata e un approccio “backward stepwise”, sono emerse correlazioni significative (p < 0,05). conclusioni: i risultati del nostro studio confermano, nel complesso, i dati della letteratura a favore di un’elevata associazione tra obesità e i disturbi di Asse I, soprattutto disturbi d’ansia e dell’umore, e di Asse II, in particolare nei soggetti con diagnosi di binge eating disorder. Emerge dai dati raccolti l’importanza di un intervento psichiatrico e psicologico in questa categoria di pazienti, nei quali un approccio multidisciplinare, orientato alla risoluzione delle problematiche di tipo medico, nutrizionale e psicopatologico correlate all’obesità, potrebbe migliorarne notevolmente la prognosi.

p174. obesità, sindrome metabolica e comorbidità psichiatriche

F. Pinna1, R. Pili1, S. Piras1, L. Lai1, S. Pirarba1, D. Aru1,

M. Tusconi1, S.M. Pintore1, L. Puddu1, F. Velluzzi2,

A. Loviselli2, W. Orrù3, B. Carpiniello1

1Clinica Psichiatrica, Università di Cagliari, 2U.O. Dipartimentale di Obesità, Policlinico Universitario di Cagliari; Istituto “I.H. Schultz”, Cagliari

introduzione: dalla letteratura emerge come l’obesità sia una condizione frequentemente associata a un maggior rischio di manifestazioni di interesse psicopatologico, in particolare disturbi dell’umore e disturbi d’ansia. Analogamente emerge un maggior rischio di psicopatologia nei soggetti affetti da sindrome metabolica, soprattutto depressione e, in misura minore, ansia. Lo scopo dello studio è stato, ipotizzando un possibile effetto di interazione fra obesità e sindrome metabolica sul rischio di sviluppare una condizione psicopatologica, di valutare le differenze tra due gruppi di obesi, con e senza sindrome metabolica, in termini di comorbidità psichiatrica e severità della psicopatologia e l’impatto della sindrome metabolica sulla storia psichiatrica e sulla qualità di vita del campione di obesi. Materiali e metodi: la ricerca è stata condotta su un campione di 293 pazienti obesi, 48 maschi e 245 femmine, di cui 107 affetti da sindrome metabolica secondo i criteri della International Diabetes Federation (IDF). La condizione di sovrappeso è stata definita in base ai parametri di BMI e circonferenza vita. L’inquadramento diagnostico di Asse I e II è stato effettuato rispettivamente tramite la SCID I e la SCID II. Per la valutazione della psicopatologia generale, della qualità della vita, del funzionamento globale e della gravità clinica sono state utilizzate rispettivamente le scale SCL-90-R, WHOQoL, GAF, CGI. risultati: i pazienti obesi con sindrome metabolica, rispetto agli obesi senza sindrome metabolica, non hanno mostrato differenze significative nella prevalenza di diagnosi di asse I lifetime, diagnosi di asse I principale, diagnosi di asse II e diagnosi di asse I più diagnosi di asse II. I pazienti affetti da sindrome metabolica mostrano punteggi significativamente più elevati, indicativi di maggiore gravità sintomatologica, alle sottoscale somatizzazione, depressione e ansia dell’SCL-90. Nessuna differenza emerge alle altre sottoscale dell’SCL-90 e alle scale CGI, GAF e WHOQoL. conclusioni: i risultati del nostro studio dimostrano che la presenza della sindrome metabolica non sembra tanto associarsi ad un’aumentata prevalenza di disturbi psichici nei pazienti affetti da obesità, quanto piuttosto a una maggiore gravità delle manifestazioni psicopatologiche presentate, soprattutto per quanto concerne l’ansia e la depressione. Tale riscontro appare di una certa rilevanza in quanto individua nei soggetti obesi quelli sui quali maggiormente concentrare le risorse terapeutiche.

p175. obesità e qualità della vita

F. Pinna1, S. Pirarba1, L. Lai1, S. Piras1, E. Sarritzu1,

P. Milia1, C. Concas2, A. Ortu2, D. Aru1, M. Tusconi1,

L. Puddu1, S.M. Pintore1, L. Deriu1, F. Velluzzi2,

A. Loviselli2, W. Orrù3, B. Carpiniello1

1Clinica Psichiatrica, Università di Cagliari; 2U.O. Dipartimentale di Obesità, Policlinico Universitario di Cagliari; Istituto “I.H. Schultz”, Cagliari

introduzione: i costrutti di soddisfazione di vita, qualità della vita e sensazione soggettiva di benessere hanno notevoli implicazioni nel campo della psicologia della salute e della psicopatologia e sono stati estesamente studiati negli ultimi decenni. Alcuni studi hanno evidenziato che il basso livello di soddisfazione di vita nei soggetti obesi è influenzato dal livello d’ansia, da caratteristiche di tipo nevrotico quali isteria e depressione e dall’atteggiamento del paziente obeso nei confronti del cibo e dell’alimentazione. I risultati indicano quindi che nel soggetto obeso, oltre al grave eccesso ponderale e agli handicap correlati a tale condizione, sono rilevanti gli aspetti psicopatologici, che hanno un ruolo fondamentale nel determinare l’atteggiamento nei confronti del-la percezione della propria qualità di vita. Lo scopo dello studio è stato quello di valutare la qualità della vita in un campione di pazienti obesi, afferenti a un Centro per la cura dell’Obesità, messi a confronto con un campione appaiato di soggetti normopeso; conseguentemente di valutare se i livelli di qualità di vita percepiti dai soggetti, sia obesi che non obesi, sono influenzati dalla presenza o meno di comorbidità psichiatrica. Materiali e metodi: la ricerca è stata condotta su un campione di 293 pazienti, 48 maschi e 245 femmine, messo a confronto con un campione di convenienza di pari numerosità di soggetti normopeso appaiati per sesso, età, stato civile e titolo di studio. L’inquadramento diagnostico di Asse I e II è stato effettuato rispettivamente tramite la SCID I e la SCID II. Per la valutazione della qualità della vita è stata utilizzata la scala WHOQoL. risultati: sono state riscontrate differenze significative tra i due gruppi di soggetti obesi e normopeso nell’area fisica, rapporti sociali e psicologica della WHOQoL, con punteggi medi più bassi, indicativi di una peggiore qualità di vita, nei soggetti obesi rispetto ai normopeso. Analizzando i punteggi medi alle quattro aree della WHOQoL nel campione di soggetti obesi e nel campione di soggetti normopeso in base alla presenza/assenza di una diagnosi di Asse I, lifetime e in atto, e di Asse II, sono stati riscontrati punteggi medi più bassi, indicativi di una peggiore qualità della vita, alle quattro aree sia nei sottogruppi di pazienti obesi che nei soggetti normopeso che presentavano una comorbidità psichiatrica di asse I e/o asse II. conclusioni: i risultati del nostro studio concordano con i dati di letteratura secondo cui, nei soggetti obesi, il basso livello di soddisfazione di vita è influenzato soprattutto dalla presenza di un quadro psicopatologico clinicamente rilevante. Nel nostro campione, infatti, analogamente a quanto riscontrato in letteratura, sembrerebbe che la percezione di benessere nei soggetti obesi sia in gran parte mediata dalla presenza o meno di un disagio psichico, pur riscontrandosi in ogni caso, dal confronto dei due gruppi di obesi e non obesi in assenza di comorbidità, una peggiore qualità di vita negli obesi rispetto ai normopeso. Un’adeguata valutazione psicopatologica, al fine di identificare e trattare adeguatamente eventuali disagi emotivi o veri e propri disturbi mentali in questa categoria di pazienti, potrebbe migliorarne il decorso, la prognosi, e la qualità della vita.

p176. l’impatto del terremoto del 6 aprile 2009 sullo stato di salute psicofisico e sulla qualità di vita nei pazienti anziani afferenti all’ambulatorio di psicogeriatria dell’s.p.U.d.c. dell’aquila

O. Piperopoulos, M. Colatei, G. Di Emidio, R. Pollice,

P. Pomero, R. Roncone

Clinica Psichiatrica, Dipartimento di Scienze della Salute, Università dell’Aquila

introduzione: la popolazione anziana colpita da un disastro naturale, come un terremoto, è soggetta ad un aggravamento delle sindromi pregresse e alla comparsa di patologie, definite psico-traumatiche, come la depressione, l’ansia, il disturbo di panico, il disturbo post-traumatico da stress. Stati psicopatologici precedenti al trauma costituiscono, inoltre, un fattore di rischio per lo sviluppo di una sindrome depressiva. scopi: il nostro studio si propone di valutare come e quanto, il terremoto del 6 aprile 2009 che ha colpito la città di L’Aquila, abbia influito sullo stato di salute psicofisica e sulla qualità di vita di un campione di soggetti anziani, in relazione con la perdita o meno della propria abitazione. Materiali e metodi: il campione è stato reclutato tra le persone afferenti presso l’ambulatorio di Psicogeriatria del Servizio Psichiatrico Universitario di Diagnosi e Cura dell’Ospedale San Salvatore di L’Aquila. I soggetti sono stati sottoposti a valutazione quale il Mini-Mental State Examination (MMSE), l’Activities of Daily Living (ADL), l’Instrumental Activities of Daily Living (IADL), il General Health Questionnaire (GHQ-12), la Geriatric Depression Scale (GDS), la Hamilton Rating Scale for Anxiety (HAM-A) e l’Impact of Event Scale-Revised (IES-R). risultati: sono stati esaminati 84 pazienti (45 F e 39 M), età media di 74,75, suddivisi in due gruppi: depressi (52 pazienti, 28 F e 24 M) con età media di 75,5 anni; e controlli (32 soggetti, 19 F e 13 M), età media di 74,0 anni. Nei depressi i punteggi medi della GDS è aumentata dopo il sisma e le donne hanno ottenuto un punteggio maggiore al GHQ rispetto agli uomini (11,12 vs. 7,5). Il 75% del campione totale presentava, nel pre-sisma, autosufficienza sia nelle attività quotidiane (ADL) sia nelle attività strumentali (IADL), nel post-sisma tali capacità si riscontrano, invece, nel 68% della popolazione esaminata. Nel 75% dei casi il punteggio del MMSE è superiore a 24 (decadimento cognitivo lieve). I punteggi dell’IES-R, della HAM-S sono superiori nelle persone che al momento del sisma si trovavano sole in casa rispetto a quelle che erano in compagnia di parenti (12,78 vs. 10,23 e 15,78 vs. 8,97) e nelle persone che hanno subito danni alla propria abitazione. Inoltre, chi è stato ospitato in strutture alberghiere presenta, rispetto a chi è stato accolto in tenda, valori maggiori all’IES-R (aumentato aurosal, tenda 0,97 [DS 0,6] vs. albergo 1,45 [DS 0,9]), alla HAM-S (tenda 9,17 [DS 2,9] vs. albergo 16,28 [DS 1,9]) e al GHQ-12 (tenda 6,32 [DS 1,33] vs. albergo 8,94 [DS 1,29]). conclusioni: si evidenzia un peggioramento della sintomatologia depressiva nel periodo post-sisma (GDS), soprattutto nelle donne, in relazione con un maggiore decadimento cognitivo (disorientamento spazio-temporale), e una ridotta autosufficienza sia nelle attività quotidiane che strumentali. I punteggi della IES-R e della HAM-S, sono più elevati nelle persone che si trovavano sole in casa al momento del sisma, rispetto a chi era in compagnia di parenti. I soggetti accolti in strutture alberghiere percepiscono una bassa sensazione di benessere (GHQ-12), presentano un aumentato aurosal (IES-R, con timore di tornare presso la propria abitazione e di trovarsi in luoghi chiusi), rispetto a chi è stato ospitato in tenda, che tuttavia presenta maggiormente sintomi depressivi (GDS per riduzione di spazi, igiene, intimità). La casa non è solo il luogo fisico costruito e abitato dagli uomini, ma va a costituirsi come le fondamenta della vita psichica di un individuo, per cui “essere a casa” equivale ad “essere integri a livello psicologico”.

bibliografia

Chou FH, Chou P, Su TT, et al. Quality of life and related risk factors in a Taiwanese Village population 21 months after an earthquake. Aust N Z J Psychiatry 2004;38:358-64.

Papadopoulos, Terrorism and panicPsychotherapy and Politics Inter

national 2006;4:90-100.
Priebe S, Grappasonni I, Mari M, et al. Posttraumatic stress disorder si
months after an earthquake: findings from a community sample in a ru-
ral region in Italy. Soc Psychiatry Psychiatr Epidemiol 2009;44:393-7.

p177. dimensioni psicopatologiche in soggetti obesi con e senza binge eating disorder

R. Poli*, L. Maninetti*, S. Di Lembo**, M. Goiza*, O. Turco**,

P. Bodini** E. Agrimi*

Unità Operativa di Psichiatria, ** Dipartimento di Medicina,

A.O. Istituti Ospitalieri di Cremona

obiettivo: lo studio ha lo scopo di valutare la presenza di dimensioni psicopatologiche in un campione di pazienti obesi verificando se esistono differenze in ordine alle variabili socio-demografiche e nel sottogruppo di pazienti con binge eating disorder (BED). Materiali e metodi: sono stati reclutati consecutivamente 152 pazienti afferenti al Centro per l’Obesità dell’Ospedale di Cremona a cui sono stati somministrati test psicometrici e una valutazione psichiatrica strutturata in caso di positività ai test. È stato inoltre somministrato un questionario per l’Obstructive Sleep Apnea Syndrome con esecuzione successiva, se positivi alla polisonnografia. risultati: i dati confermano la specificità del sottogruppo BED che presenta una maggiore incidenza di sintomi psicopatologici sia nell’indice totale che nelle diverse dimensioni. I pazienti BED sono di età inferiore rispetto agli altri obesi, prevalentemente non coniugati e con un BMI maggiore rispetto agli altri. Sia nel campione totale sia nei sottogruppi BED e non BED non è emersa invece una correlazione statisticamente significativa tra BMI e sintomi psicopatologici. conclusioni: la diagnosi del BED nell’ambito dei pazienti obesi risulta importante in considerazione della omogeneità psicopatologica di tale disturbo anche ai fini di diversi percorsi di trattamento sui quali sono opportuni studi specifici.

p178. Qualità della vita e comorbilità psichiatrica nel paziente ultraottantenne sottoposto a cardiochirurgia

G. Pontoni*, S. Ferrari*, D. Gabbieri**, M. Pedulli**,

D. Gambetti**, I. Ghidoni**, M. Rigatelli*

*

U.O. di Psichiatria Ospedaliero-Universitaria Modena Centro, Università di Modena e Reggio; ** Dipartimento di Cardiochirurgia, Hesperia Hospital, Modena

introduzione: la malattia cardiovascolare è la prima causa di morte nella popolazione ultraottantenne (53%); la terapia di rivascolarizzazione coronarica può rappresentare l’unica valida opzione terapeutica. Tra gli obiettivi della chirurgia cardiaca nell’ultraottantenne risalti il miglioramento della QoL. scopi: descrivere la QoL del paziente ultraottantenne sottoposto ad intervento di chirurgia cardiaca a distanza di anni e delineare l’andamento della stessa, in associazione alle principali varianti cliniche peri-operatorie ed alla presenza di sintomi ansioso-depressivi. Materiali e metodi: sono stati reclutati due gruppi di 192 e 21 pazienti sottoposti ad intervento di chirurgia cardiaca all’età ≥ 80 tra gli anni 2003-2005 (CCH03-05) e 2009 (CCH09) rispettivamente. Sono stati raccolti dati anagrafici, principali variabili perioperatorie e punteggi ai questionari SF-36 e Seattle Angina Questionnaire a distanza dall’intervento; nel gruppo CCH09 gli stessi dati sono stati raccolti sia al momento dell’intervento che al follow-up a sei mesi risultati: nel gruppo CCH03-05, a 5,5 anni dall’intervento è stata riportata assenza di limitazione fisica nel 50% dei casi, soddisfazione al trattamento nell’80%, libertà dai sintomi cardiaci nel 62%, assente o scarsa percezione di malattia nel 94%, e benes-sere generale nel 78% dei casi. Nel gruppo CCH09, a 6 mesi dall’intervento è stato riscontrato un miglioramento statisticamente significativo rispetto a tutti gli indici clinimetrici raccolti. conclusioni: l’ultraottantenne mostra a distanza di 6 mesi dall’intervento di chirurgia cardiaca un profilo migliore della QoL sui piani psichico, fisico-funzionale e socio-relazionale rispetto a prima dell’operazione; mantiene, dopo oltre 5 anni, uno stato generale soddisfacente.

p179. il Burn Specific Health Scale come strumento di prevenzione nella cura del paziente ustionato

A. Prestifilippo*, L. Sideli*, A. Bartolotta*, C.R. Cirrincione*,

F. Privitera*, A. Di Pasquale**, D. La Barbera*

*

Sezione di Psichiatria del Dipartimento di Biomedicina Sperimentale e Neuroscienze Cliniche, Università di Palermo; ** U.O. di Chirurgia Plastica e Terapia delle Ustioni dell’Azienda Ospedaliera Civico e Benefratelli, Palermo

introduzione: l’ustione rappresenta un evento altamente traumatico, numerosi sono stati gli studi condotti in questo campo e tutti concordano nel sottolineare l’insorgenza di sintomi prevalentemente di tipo ansioso-depressivi (Van Loey e Van Son, 2003). L’utilizzo sempre più diffuso di strumenti psicologici, strutturati per valutare la qualità di vita dei pazienti ustionati, ha permesso di porre maggiore attenzione allo stato di salute di questi pazienti. In tal senso, il Burn Specific Health Scale (BSHS-B) è uno strumento ampiamente validato ed utilizzato nella pratica clinica. Permette, infatti, di indagare sia lo stato di salute degli ustionati, per prevenire la comparsa di sindromi post-traumatiche, sia le diverse aree della disabilità nella vita quotidiana (Kildal et al., 2001).Materiali e metodi: il presente studio è stato svolto presso il Centro Ustioni dell’A.R.N.A.S. Civico di Palermo. Il campione, ad oggi, è composto da 103 pazienti ustionati, degenti e ambulatoriali. Sono state somministrate le seguenti scale: SF-36 (Ware et al., 1992), SCL -90 (Derogatis et al., 1970), BUT (Cuzzolaro et al., 1999) e COPE (Carver et al., 1989). risultati: saranno evidenziate eventuali relazioni tra gli indici di qualità della vita del paziente ustionato (BSHS-B, SF-36) e

la localizzazione e l’estensione dell’ustione, il grado di soddisfazione per l’immagine di sé (BUT), la presenza di sintomi psichiatrici (SCL-90), gli stili di coping (COPE) con i quali viene fronteggiato l’evento traumatico. conclusioni: i risultati definitivi saranno discussi in riferimento ai dati della letteratura internazionale.

bibliografia

Kildal M, Andersson G, Fugl-Meyer AR, et al. Development of a Brief Version of the Burn Specific Health Scale (BSHS-B). The J Trauma 2001;51:740-6.

Van Loey NE, Van Son MJ. Psychopathology and psychological problems in patients with burn scars: epidemiology and management. Am J Clin Dermatol 2003;4:245-72.

p180. associazione tra depersonalizzazione e disturbo di panico in un campione di pazienti con disturbi d’ansia e dell’umore

M. Preve*, M. Mula**, A. Cardini*, L. Lari*, L. Di Paolo*,

C. Gesi*, M. Muti*, M. Abelli*, S. Calugi*, G.B. Cassano*,

S. Pini*

*

Dipartimento di Psichiatria, Neurobiologie, Farmacologia e Biotecnologie, Università di Pisa; ** Dipartimento di Neurologia, Università del Piemonte Orientale A. Avogadro, Novara

introduzione: esiste una forte associazione tra depersonalizzazione (DP) e disturbo di panico (PD), come già documentato da Roth (1960) e successivamente da Cassano (1989) 1. Nel PD viene riportata una prevalenza di DP dal 7,8% al 82,6%. Lo scopo del nostro studio è valutare l’associazione tra sintomi di depersonalizzazione e PD in un campione di pazienti con disturbi d’ansia e dell’umore. Materiali e metodi: un campione di 310 pazienti è stato valutato attraverso: SCID-P per la diagnosi di asse I e SCI-DER (strumento per valutare la presenza lifetime di sintomi di derealizzazione e depersonalizzazione) 2risultati: attraverso un’analisi di regressione lineare abbiamo evidenziato che, indipendentemente da età, sesso e disturbo dell’umore, la presenza di sintomi di depersonalizzazione si associa significativamente con la diagnosi di PD (punteggio totale SCI-DER Totale p = 0,001, Derealizzazione p = 0,001; Depersonalizzazione somatopsichica p = 0,001; Depersonalizzazione autopsichica p = 0,003; Depersonalizzazione affettiva p = 0,047). conclusioni: la presenza di sintomi di depersonalizzazione deve essere attentamente valutata nel setting clinico suggerendo la presenza di un disturbo di panico.

bibliografia

1 Mula M, Pini S, Cassano GB. The neurobiology and clinical signifi

cance of depersonalization in mood and anxiety disorders: a critical

reappraisal. J Affect Disord 2007;99:91-99.

Mula M, Pini S, Calugi S, et al. Validity and reliability of the Struc

tured Clinical Interview for Depersonalization-Derealization Spec

trum (SCI-DER). Neuropsychiatr Dis Treat 2008;4:977-986.

 

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