Dibattito tra Ettore Perrella e Antonello Sciacchitano su psicoanalisi e psicoterapia: un appassionato "litigio" tra due analisti lacaniani

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12 ottobre, 2012 - 15:44

Introduzione di Paolo Migone

Nello spirito che accomuna anche gli altri contributi pubblicati nell'area "Psicoterapia" di POL-it, che sono caratterizzati da unadiscussione critica di posizioni o approcci all'interno della psicoterapia, pubblichiamo un acceso dibattito tra due psicoanalisti lacaniani (Ettore Perrella e Antonello Sciacchitano) avvenuto via E-Mail nell'estate del 1997 e riguardante questioni di fondo della identità della psicoanalisi, della sua legittimazione teorica e giuridica, e della sua supposta differenza dalla "psicoterapia". In questo modo entriamo direttamente nell'universo di pensiero lacaniano, un importante punto di riferimento teorico nel dibattito psicoanalitico. Il modo con cui ci addentriamo all'interno di un approccio ancora una volta non è con una esposizione delle idee del fondatore della scuola (in questo caso, di Lacan o di aspetti del suo pensiero), ma mostrando i disaccordi e gli accordi su singoli aspetti come vengono visti da due autori, questa volta entrambi all'interno di questa tradizione.

Oltre a Perrella e Sciacchitano, ringraziamo, per averci dato il permesso di pubblicazione, la rivista ad orientamento lacaniano Scibbolet, dove il dibattito è stato pubblicato nel 1997, vol. IV, n. 4, pp. 166-194, con il titolo "Una lettera per l'altra" (questo materiale è uscito anche sulla rivista Arché/Ipotesi).

Lo spunto per questo scambio di lettere è stato dato da una lettera aperta che Ettore Perrella aveva mandato a tutti gli aderenti a Spaziozero- Movimento per una Psicoanalisi Laica. Questo movimento (nato dopo un convegno tenuto a Padova il 22-5-95 intitolato "La psicoanalisi e la legge italiana sulla psicoterapia") raccoglie una decina di riviste, e si propone di promuovere un movimento critico sugli aspetti della legge 56/1989 riguardanti la regolamentazione della psicoterapia. Schiacchitano gli ha risposto in modo critico, Perrella ha reagito, e così è iniziato uno scambio di lettere (compresa la lettera aperta di Perrella, in tutto sono 12 e-mail, che qui vengono pubblicate in dieci parti, in quanto la quarta parte contiene due mail di Sciacchitano, e la decima ne contiene una ciascuno).

Infine, pubblichiamo volentieri una replica di Franco Baldini, direttore della rivista Thélema, riguardo ad alcuni passaggi di due lettere di Sciacchitano (rispettivamente del 29 luglio e del 22 settembre 1997), in cui viene argomentato che Sciacchitano non interpreta correttamente il pensiero di Baldini. In una di queste due lettere (quella del 22 settembre) viene fatta anche una insinuazione su supposti vantaggi personali che si celerebbero dietro a determinate posizioni teoriche. Anche se certi toni possono essere giustificati dalla emotività del dibattito, riteniamo molto scorretta questa affermazione di Sciacchitano, e ci scusiamo con Baldini, oltre che con i lettori, per questa caduta di tono. Abbiamo comunque deciso di non modificare il testo originale, e di pubblicare la replica di Baldini (che ci è giunta nel dicembre 1998).


Da Perrella

Padova, 30 giugno 1997

 
Agli Aderenti a Spaziozero

Cari amici, con l'avvicinarsi della scadenza dell'incarico di partecipazione al Comitato ristretto di Spaziozero e del primo nostro Convegno, previsto per il prossimo autunno, credo importante comunicare a ciascuno di voi alcune riflessioni generali sul lavoro svolto finora nel Movimento e su quello che rimane da svolgere.

In primo luogo credo che sia essenziale rendere pubbliche in tutti i modi possibili le tesi fondamentali per sostenere le quali si è formato il nostro Movimento. Mi pare che possano essere riassunte come segue:

1. la formazione psicanalitica è del tutto indipendente da ogni impostazione universitaria;

2. la legge 56 del 1989 non è applicabile alla psicanalisi;

3. nessuna legge che presuma di legiferare su una materia come la psicoterapia ha valore giuridico (naturalmente a prescindere da quelle regole generali di funzionamento economico e fiscale di qualunque attività professionale che sono già sancite da altre leggi italiane).

È evidente tuttavia che su almeno due di questi punti (il primo e il terzo) non c'è affatto un accordo generale neanche nel nostro Movimento, e questo mi pare che spesso pregiudichi ogni serio tentativo d'azione politica da parte nostra. In particolare, sul primo punto, tutti noi continuiamo spesso a confondere le esigenze della formazione psicanalitica con la presunta necessità giuridica di garantire una soglia minima di competenza professionale. Sappiamo invece che questa impostazione non ha nessuna relazione con l'effettiva formazione soggettiva, e quindi con la formazione degli analisti. Si tratta d'un punto pericoloso, perché, se nemmeno il nostro Movimento giungerà ad avere una concezione univoca e chiara sullo scarto totale tra formazione analitica e competenza professionale, non solo non potremo pretendere di convincere nessun altro della necessità di riconoscere l'estraneità della formazione psicanalitica all'impostazione universitaria, ma rischiamo addirittura di diventare più legalisti della stessa legge 56.

Inoltre, per quanto riguarda il terzo punto, è vero che Spaziozero non è affatto tenuto a occuparsi della psicoterapia in generale (tanto più che questa generalità non è assicurata da nient'altro che dalla parola che la designa). Tuttavia questo non deve farci dimenticare che Spaziozero è sorto proprio a causa della poca chiarezza della legge 56 del 1989 la quale, non nominando la psicanalisi, sembra escluderla dal suo oggetto, ma senza che ciò basti a garantirlo.

Da questo punto di vista, le ripetute considerazioni prudenziali che ci trattengono dal rendere pubbliche le nostre posizioni mi sembrano confermare la stessa assenza d'una seria politica della psicanalisi, la quale ha consentito che questa legge venisse approvata nei suoi termini ambigui: esattamente gli stessi che dovremmo mettere in discussione. Sappiamo tutti, infatti, che la legge 56 è stata approvata nella sua forma proprio perché gli analisti italiani si sono sempre preoccupati più di difendere gli interessi delle proprie parrocchie associative che i principi di fondo della loro pratica. Spaziozero, se mantenesse questo silenzio, si limiterebbe a soddisfare un'esigenza autoconsolatoria di chi vi aderisce, come accade tutte le volte che, anche nelle riunioni, ciascuno di noi continua a enunciare le proprie posizioni, senza riuscire ad articolarle con quelle degli altri. Mi pare evidente che, in questo modo, non emergerà mai una chiara posizione politica del Movimento. Basterebbe allora la discussione teorica interna fra di noi per giustificarne l'esistenza di Spaziozero, quando sappiamo che non vi aderisce che una minoranza degli analisti italiani?

Spaziozero è sorto per affrontare un problema di politica della psicanalisi. Ora, come ricordavo nella scorsa riunione di Bologna, la politica della psicanalisi è tale solo a condizione d'essere politica della psicanalisi, e non silenzio prudenziale. Certo, la prudenza è una virtù. Ma dove finisce la prudenza e incomincia la viltà? Che cosa rischiamo, se affermiamo pubblicamente qual è la nostra posizione? Di suscitare una precisazione contraria ai nostri auspici quanto al significato della legge. Ma non è certo evitando questo rischio che Spaziozero potrà provocare un chiarimento del suo significato. Se accadesse veramente quanto alcuni di noi temono, questo basterebbe a porre il problema a un livello politico generale, sul quale avremmo modo d'intervenire finalmente in modo franco e aperto. Come dicevo a Bologna, perdere l'occasione attuale perché questo accada, visto che la legge56 sta per essere rivista, ci condannerebbe invece a un fallimento del nostro Movimento.

Ora, è vero che, nell'ultima riunione, è stato approvato il suggerimento di raccogliere le firme necessarie a fare una petizione al Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica (MURST) su questo punto. Ma raccogliere più di mille firme richiede da tutti noi un impegno immediatamente politico, che non può essere assunto "in modo prudenziale". Nessuno che dubiti della necessità di farlo può chiedere la firma di adesione a una posizione teorica della quale egli stesso non è convinto. Temo perciò che, quando ci ritroveremo in autunno per la prossima riunione, le firme che avremo raccolte ammonteranno al totale di... nessuna. Il problema non è tattico, ma di strategia complessiva del Movimento. Per voler essere totalmente aperto e "democratico",Spaziozero rischia di rimanere un timido e contrastato tentativo di autoconsolazione intellettuale degli analisti che vi aderiscono, senza che ciò impedisca alle più grosse Associazioni italiane di manovrare al solito modo per assicurarsi lo stesso monopolio legale della formazione psicanalitica da cui è venutala legge 56. Spaziozero, invece, deve divenire effettivamente quello che è: un Movimento costituito attorno a un'esigenza non solo psicanalitica, ma anche etica e giuridica, difendibile in pubblico, vale a dire politicamente.

Il problema, per noi, non è semplicemente di difendere qualche analista che, se non fosse legalmente riconosciuto come psicoterapeuta, potrebbe incorrere in accuse presso questo o quel tribunale, ma è di chiarire che il diritto di formarsi come analista non può dipendere da nessuna regolamentazione legale. Il diritto, in altri termini, non è riducibile all'applicazione della legge, come i migliori giuristi hanno sempre saputo (sottolineatura redazionale della rivista Scibbolet). Dalla legge può dipendere invece l'esercizio della psicanalisi? Sì, per quanto riguarda le regole di ogni professione; no, per quanto riguarda l'abilitazione a esercitarla. Perché no? Perché la formazione analitica coincide in realtà con la formazione soggettiva, e questa non può essere regolamentata legalmente senza venire impedita. Ma - si dirà - lo Stato ha il potere di regolamentare quello che vuole. Certamente. Questo però non significa, di nuovo, che ne abbia il diritto. Il diritto non scaturisce dalla legge, ma da un ordinamento giuridico, rappresentato presso gli Stati d'oggi dalla Costituzione, con la quale le singole leggi possono a volte entrare in contraddizione. Non si tratta, qui, solo di chiarire che relazioni ci sono fra psicanalisi e diritto, ma quelle che devono esserci fra diritto e legislazione. E questo è un problema politico di portata molto più ampia del primo, e merita perciò che si combatta una battaglia politica, per affrontare la quale, tuttavia, non è sufficiente partire solo dai nostri interessi professionali.

Sto parlando, evidentemente, a partire da una concezione della legge che la subordina alla morale. Com'è noto, in Germania tale subordinazione costituisce un principio costituzionale, tanto che i giudici possono emettere delle sentenze contra legem tutte le volte che ritengano che una certa legge sia gravemente in contrasto con i principi morali espressi dalla Costituzione, senza per questo dover fare ricorso alla Corte Costituzionale. Questo - è vero - non è previsto in Italia. Ciò non toglie che il problema si pone anche per noi, e dobbiamo ricordarcene sempre, se non vogliamo correre il rischio di utilizzare concezioni del diritto ancora legate a un vecchio positivismo giuridico, e questo solo per nascondere dietro di esse il nostro professionismo psicanalitico. Non mi soffermerò più a lungo, qui, su questo problema cruciale di filosofia del diritto, sul quale certamente tornerò altrove. Mi limito invece a precisare che ritengo essenziale che, in autunno,Spaziozero formuli e pubblichi le sue posizioni teoriche sui tre punti su elencati, costi quel che costi. La lotta che stiamo conducendo dev'essere affrontata sapendo qual è il nemico da combattere, che non sta semplicemente nelle leggi dello Stato, ma anche fra di noi, se non riusciremo a stabilire alcuni punti fermi del nostro programma e a trarne le conclusioni nella nostra esperienza.

Ettore Perrella


 

Da Sciacchitano a Perrella

Milano, 29 luglio 1997

Caro Ettore, ho ricevuto stamani la tua circolare. Che ha fatto precipitare in me considerazioni rimuginate da tempo. Preferisco comunicartele privatamente per molti motivi, non ultima la familiarità della discussione, che può svolgersi come dialogo filosofico e non come pubblica diatriba.

Ti dico brevemente come oggi leggo la tua posizione alla luce del tuo libro e della collaborazione, che ormai, in linguaggio finanziario, si può chiamare di medio periodo. Naturalmente, tutta la mia argomentazione discende logicamente dall'interpretazione iniziale, che sarai tu stesso a dirmi se ti sembra corretta e accettabile.

Ridotto all'osso, il tuo discorso mi sembra consistere in due tesi, A e B, di cui la seconda (B) dipende dalla prima (A) attraverso un a fortiori.

La tesi A (sottoscritta anche da Baldini, mi pare) [vedi però la replica di Franco Baldini riguardo a questo passaggio - N.d.R.] recita che lo Stato non può normare la psicoterapia, così come non può normare ogni altro processo di formazione soggettiva, che deve svolgersi in piena libertà. La tesi B sostiene che, a maggior ragione, lo Stato non può normare la psicanalisi che della psicoterapia rappresenta l'ideale vertice etico.

Da questa teoria discende la tua politica che, semplificando fino ai limiti del banale - ma il banale può servire a chiarire - si riduce a difendere la psicoterapia per difendere la psicanalisi. È la tesi di Giacomo Contri o, in versione laica, di Pier Francesco Galli.

Ti spiego perché la mia politica non è la tua. Perché non si basa né su A né su B. Che ora provvedo a smontare. La conclusione anticipata è che ritengo la tua politica per la psicanalisi inefficiente, essendo basata su tesi dubbie. Ciò non toglie che ritenga interessante e anche piacevole collaborare con te anche sul piano politico (su quello teorico non mi sembra ci siano problemi).

Per quanto riguarda A, sostengo che lo Stato ha diritto, forse anche il dovere, di normare la psicoterapia. Perché è vero che la psicoterapia è un processo di formazione soggettiva. Ma è un processo assai particolare che, meglio di formazione, si potrebbe chiamare di conformazione. La psicoterapia, infatti, è un processo di conformazione del soggetto all'ambiente e ai suoi tiranni, affinché vi possa vivere nel modo più tranquillo e confortevole, ottemperando ai criteri del moralismo vigente. Poiché la psicoterapia è un'attività finalizzata al conformismo, lo Stato ha diritto d'intervenire, controllando se è distribuita e applicata in modo conforme ai parametri della vita civile che, come Stato, ha il dovere di difendere e promuovere. Metti caso che una variante psicoterapica conformi gli adepti alla delinquenza... è solo un paradosso (non tanto irreale!) per dimostrare la necessità del controllo statuale.

Le nostre strade teoriche, e quindi le strategie politiche, cominciano a divergere da qui. La divergenza si fa maggiore passando alla tesi B, che è quella che mi interessa di più. Lo dico in breve. È falso che la psicanalisi rappresenti il vertice etico ideale della psicoterapia, semplicemente perché il progetto psicoterapeutico, essendo di conformismo, non è etico. La psicanalisi è un'etica, su questo concordiamo, ma la psicoterapia, al più, è moralistica. Concordiamo anche sul fatto, credo, che sull'etica lo Stato non può intervenire; ma può intervenire sul moralismo, se ne va dell'equilibrio della convivenza civile. La precisazione serve a battere la concezione, tipica delle grosse istituzioni burocratiche della psicanalisi (Écolemilleriana, Società Psicoanalitica Italiana [SPI]), che recintano il campo della psicanalisi come sottocampo (pretestuosamente considerato più nobile) all'interno di quello psicoterapeutico.

E il taglio della sovversione freudiana dove va a finire? Siamo ancora nel campo ippocratico? No, grazie, non ci tengo a patenti di nobiltà, se devo farmi ammorbare da quello che il buon Lacan chiamava tanfo ippocratico. La psicoterapia, infatti, è l'ultimo avatar di Ippocrate, come testi alla mano si può facilmente dimostrare.

Recentemente a Torino ho tenuto una conferenza dal titolo "Guarigione senza terapia". Argomentavo che in psicanalisi non ci può essere terapia, tanto meno psicoterapia. Infatti, le forme di terapia a noi note sono solo due e parenti: una della salvezza religiosa e l'altra della ripristinazione medica allo status quo ante. Entrambe, per motivi diversi facilmente immaginabili, non si danno in psicanalisi. In psicanalisi si dà, però, continuava la mia conferenza, guarigione. E precisavo, appoggiandomi al Nietzsche della Gaia Scienza e di Così parlò Zarathustra, che si tratta di guarigione nel senso intransitivo diGenesung ("io mi guarisco"), comunemente tradotta "convalescenza", contrapposta alla transitiva Heilung ("io ti guarisco"), da tradursi umoristicamente sanatoria. In psicanalisi succede che "io mi guarisco", mutando la mia intelligenza delle cose. Non succede che "tu mi guarisci", imponendomi il conformismo di cui sei rappresentate garantito e abbondantemente pagato dal potere dominante.

Questa, esposta brevemente, è la base teorica che fonda la mia politica della psicanalisi. Che tu non puoi scambiare per pusillanimità se, in una riunione plenaria di Spaziozero, mi sento di consigliarti benevolmente di non fornicare troppo con le commissioni ministeriali per la psicoterapia. Il rischio che a Bologna Sergio Contardi tentava, sorretto solo da Nicla Picchi, di esorcizzare è un corollario della precedente analisi logica. Lo Stato già interviene propriamente sul terreno psicoterapeutico come su terreno di sua competenza. Se tu, come psicanalista, sconfini in terreno psicoterapeutico, forzi lo Stato a intervenire - e allora sarà in modo improprio - in campo psicanalitico.

La psicanalisi, caro Ettore, se sopravviverà, non sarà mai per meriti acquisiti affaccendandosi con le commissioni ministeriali e contrabbandando se stessa sotto il velame della psicoterapia. Perché tra psicanalisi e psicoterapia - ormai dobbiamo convincercene e cominciare a elaborare il lutto, se (con la complicità delle istituzioni di appartenenza) non l'abbiamo ancora fatto - non c'è rapporto. La psicanalisi sopravviverà, forse, perché saprà riproporre la novità del suo discorso etico e del suo legame sociale nello squallore intellettuale e morale in cui viviamo oggi (e sulle cui cause ci sarebbe da aprire un lungo discorso, che coinvolge la portata della big sciencee dei suoi derivati tecnologici, a fronte della pochezza teorica del discorso ermeneutico).

Concludendo, credo d'averti dimostrato perché la mia prudenza politica non è viltà. Non credo d'averti convinto e ti confesso che neppure mi piacerebbe. Spaziozero, movimento per la psicanalisi laica (e non per la psicoterapia laica!) non è un monolito. Ha spazio per posizioni teoriche diverse e strategie politiche differenziate. Certo, la mia posizione è diversa dalla tua, benché più vicina alla tua della psicanalisi intesa come scienza da Baldini. É, se mi perdoni un po' di nostalgia, una posizione pidiuppina. Ma questo vuol dire che inSpaziozero ci sarà dibattito ideologico. E tu sai che allora non mi sottraggo.

Cordiali saluti, Antonello.


 

Da Perrella a Sciacchitano

Padova, 3 settembre 1997

Caro Antonello, come ti avevo promesso, rispondo con molto piacere - anche se con un mese di ritardo, ma sono appena ritornato dalle vacanze, giustamente lunghe - alla tua del 29 luglio. Ho scritto la lettera aperta, alla quale tu replichi, proprio perché mi premeva favorire, magari in modo un po' provocatorio, all'interno di Spaziozero, la precisazione di alcuni termini teorici che mi sembrano decisivi. Naturalmente non sono affatto d'accordo con te, e mi sembra una buona cosa che si possa non esserlo, pur collaborando tutti allo stesso Movimento, che giustamente, come tu dici, non è e non dev'essere monolitico. Ma un conto è che non lo sia, un altro è che non ci s'intenda neppure su alcuni minimi punti fondamentali. Se questo fosse il caso, sarebbe inutile farsi illusioni: tutto ciò che stiamo facendo sarebbe perfettamente inutile. Non solo l'unico a temerlo: Sergio Erba mi ha telefonato per chiedermi di pubblicare la mia lettera aperta sul Ruolo terapeutico, aggiungendo di essere perfettamente d'accordo con me. A tutt'oggi non ho avuto altre risposte. Spero che ce ne siano. Penso anche che sarebbe utile pubblicare nella nostra rubrica questi scambi epistolari (ammesso che ce ne siano: ma intanto io e te stiamo corrispondendo), perché solo un effettivo dibattito pubblico può far depositare opinioni ferme sui punti decisivi di cui parlavo prima. E temo che, per questo, non bastino i convegni. Troppe volte ho constatato, in troppe discussioni, che le opinioni di molti di noi mutano totalmente nel giro di pochi minuti e ciò mi sembra un indizio preoccupante proprio della nostra mancanza di chiarezza su punti fondamentali. Spesso siamo convinti d'essere perfettamente d'accordo, ma basta poco - per esempio l'uso di una parola che per qualcuno significa cose leggermente diverse che per qualcun altro - per constatare invece che l'accordo è solo apparente.

In realtà, l'unica cosa che ci accomuna davvero tutti è che la legge 56 non ci piace. Ma questo non basta davvero per far funzionare un Movimento; ci vorrebbero anche una o due idee comuni su come le cose potrebbero andare meglio. E, da questo punto di vista, confesso che a voltemi pare che non ci sia assolutamente nessuna chiarezza nemmeno fra di noi.

Ma vengo al contenuto della tua replica. Ti dirò francamente quel che penso, come tu stesso hai fatto con me. Dirò altrettanto francamente quel che penso anche delle posizioni di altre persone che fanno parte del Movimento. Spero che nessuno si offenda. Sarebbe veramente intollerabile se qualcuno di noi non sopportasse che altri dica francamente quel che pensa, perché significherebbe che passiamo il tempo a difenderci da nemici immaginari invece che a cercare di capire come possiamo risolvere i nostri problemi.

In primo luogo, ci tengo a segnalare l'evidenza del fatto che a me, della psicoterapia in quanto tale, non è mai importato assolutamente niente. Per me nella psicanalisi si tratta di ben altro che dell'eventualità di rendere più tollerabile per qualcuno la miseria civile e morale in cui tutti viviamo. Si tratta invece (niente meno!) della formazione, vale a dire della possibilità di custodire almeno qualche briciola di alcuni princìpi morali e civili che ci sono stati trasmessi e che abbiamo il dovere (almeno credo) di trasmettere a nostra volta ad altri. Se la psicanalisi non serve a questo, a che accidente serve?

Posta la breve premessa, devo dire di non poter condividere affatto la distinzione che fai tu fra psicoterapia come conformazione e psicanalisi come etica, e questo per un motivo semplice e preciso, ma assolutamente decisivo: non si può sapere in nessun modo che cosa sia psicanalisi e che cosa sia psicoterapia. Non lo si può sapere in partenza, perché l'uso che qualcuno farà della propria esperienza non dipende graziaddio né dalla volontà né dal metodo del suo terapeuta o analista che sia; non lo si può sapere dopo perché non si può dimostrare in nessun modo (anche se lo si può arguire)che un'analisi è stata veramente tale (per lo meno è quanto deduco dal clamoroso fallimento del programma lacaniano di passe).

Il fatto è che nessuno può dire: questo è etica, quello invece no. E soprattutto nessuno deve dirlo. Nessuno infatti può giudicare qualcun altro su qualcosa che è e dev'essere per lui totalmente intimo ed essenziale: la giustezza di un'azione. Si suppone che lo faccia il Padreterno nel giorno dell'ultimo giudizio. Ma, da quanto sta scritto nellaLettera ai Romani si deduce che su un argomento così spinoso non giudica neppure lui, perché il suo giudizio, che è l'unico giusto per definizione, consiste solo nel far ritornare su di noi i giudizi che abbiamo formulato in vita nostra (San Paolo lo chiama katakrònein, vale a dire giudicare retroattivamente). E come potremmo noi poveri mortali pretendere di fare quel che non fa neppure Dio? Per questo te lo dico francamente: la tua distinzione a priori fra ciò che è etico e ciò che non lo è mi pare non solo impossibile da sostenere, ma anche profondamente colpevole dell'unica colpa imperdonabile: quella contro lo spirito. In base a che cosa si può dire se qualcuno sta facendo o ha fatto un'analisi o una psicoterapia? In base al metodo che è stato usato dal suo terapeuta o analista? Ma vedo mille esempi di analisti arcinoti che sostengono tesi perfettamente equivalenti alla conformazione di cui parli tu, mentre non posso non far risalire la giustezza d'un atto a chi lo compie, del tutto a prescindere da chi eventualmente lo abbia guidato in un'analisi o in una terapia. Non ho nessuna simpatia per la psicoterapia comportamentale. Ma come posso escludere a priori che qualcuno, che ne abbia fatta una, ne abbia tratto una posizione veramente etica? Non solo non posso farlo, ma, quand'anche per miracolo lo sapessi, non potrei nemmeno dirlo, semplicemente perché non avrei nessun diritto di farlo. "Psicanalisi" e "psicoterapia" sono parole vaghe, i cui significati non possono essere definiti a priori, e soprattutto non possono essere definiti come li definisci tu.

Il vero rischio di Spaziozero, caro Antonello, è che, se lasciamo fare agli analisti (cioè a noi stessi), rischiamo di peggiorare di molto la nostra situazione attuale. La legge 56, per lo meno, è talmente pasticciata che è anche impossibile da rispettare. Se invece attribuissimo allo Stato una competenza sulle anime (poiché di questo si tratta quando si parla di psicoqualcosa), compiremmo un atto insopportabilmente autoritario. E, per dirla tutte, ho l'impressione che alcune posizioni, che sento esprimere in Spaziozero, sono appunto molto più autoritarie di quelle espresse dalla legge 56. Fra queste, purtroppo, devo mettere la tua, in quanto non solo ti riconosci il diritto di valutare, non so in base a quali evidenze, che cosa è etico e che cosa non lo è, ma concedi il diritto addirittura allo Stato; devo aggiungere quella di chi vorrebbe confezionare una bella facoltà di psicanalisi, dove imparare tutto su come si valutano gli atti altrui; e devo concludere con quella di chi crede, con un assolutismo statalista da far impallidire ogni positivismo giuridico di mezzo secolo fa che lo stato possa legiferare su qualunque cosa (è la tesi di Kelsen - che guarda caso scriveva anche su Imago - prima della guerra mondiale; ma poi s'è accorto che questo portava a certe conseguenze...). Come possiamo dimostrare che nessuna legge ha il diritto d'impedire a nessuno di parlare con qualcun altro (gratis o a pagamento sono affari loro, purché chi ci guadagna paghi le tasse) in base a presupposti teorici molto più autoritari di quelli, del resto inconsapevoli, che hanno portato a formulare la legge 56 nei termini che pure non ci piacciono?

Ma - si dirà - la psicoterapia (o la psicanalisi) è una professione... E con questo? Le professioni, come fatti giuridici, non avevano certo bisogno d'essere regolate dalla legge 56, perché lo erano già perfettamente anche prima. Il problema, insomma, in Spaziozero (e figuriamoci altrove!), non è affatto solo psicanalitico, ma molto più generalmente culturale, perché non riusciamo a intenderci fra noi(e temo neppure quando siamo da soli con noi stessi) non solo sulla differenza fra concetti molto sfuggenti, come quelli di psicanalisi e psicoterapia, ma nemmeno su questioni molto più vaste e politicamente essenziali, come la relazione fra diritto e giustizia. Sull'ultimo punto, d'altra parte, quest'estate ho letto qualche libro, e ti posso assicurare che, dal 1945 in poi i filosofi del diritto non fanno altro che tentare di mandare a gambe per aria il positivismo giuridico che in Spaziozero crediamo essere assolutamente scontato ed evidente. Mais passons. Credo che potrò parlarne altrove (quella volta a Milano, quando ho parlato della responsabilità, era solo l'inizio).

Per concludere, ritorno alla tua lettera. "Fornicare con le commissioni ministeriali" non è certo lo scopo di Spaziozero (e tanto meno il mio). Ma chiarirsi le idee su ciò che dobbiamo fare, invece, lo è sicuramente. La viltà che nella mia lettera aperta dicevo di temere non era certo la tua, né quella di nessun altro. Credo che il coraggio da avere non è sicuramente di metterci sullo stesso terreno dello Stato, ma di non farlo. Checché ne abbiano pensato o ne pensino ancora gli avvocati, il diritto non è semplicemente manifestazione del volere onnipotente dello Stato (come giustamente ricorda Galli, Hitler poteva pensarlo, ma noi no), perché in questo caso nulla potrebbe più distinguere il diritto dall'arbitrio e dalla tirannia. Come sapeva il vecchio Agostino, con grande scandalo degli avvocati, una legge ingiusta non è affatto una legge. E se esistono morale ed etica è perché la legge non può sapere tutto. Se lo abbiamo dimenticato, abbiamo dimenticato anche ciò che distingue la tradizione occidentale dall'ebraica e musulmana, che del resto fanno della legge la manifestazione diretta del volere di Dio. Ma che succede quando se ne fa la manifestazione diretta della volontà dello Stato?

Ora, come dici tu, "la psicanalisi sopravviverà, forse, perché saprà riproporre la novità del suo discorso etico". Qui sono perfettamente d'accordo. È a questo che dobbiamo vigilare, non dimenticando mai la differenza fra etica, morale e diritto. Se lo dimentichiamo, potremo chiamare quel che facciamo in qualunque modo, ma resteremo sempre prigionieri dello stesso male e della stessa stupidità che ci crediamo in dovere di combattere.

Con amicizia, Ettore


 

Da Sciacchitano a Perrella

Milano, 4 settembre 1997

Caro Ettore, fa piacere discutere ogni tanto con qualcuno che ti pone questioni intelligenti. Tento di spiegarti la mia posizione, che in fondo è semplice, sulla questione dell'Uno. Propongo la nozione di classe propria alla von Neumann-Gödel-Bernays come interpretazione del non tuttolacaniano. La giustificazione è che il non tutto, pur essendo un universale più "grande" dell'universale comunemente usato, l'universale insiemistico, manca di qualcosa. Di cosa? Proprio come la classe propria, manca della possibilità di essere concepito come tutto e, quindi, come uno.

Di tale impostazione si possono discutere alcune conseguenze. Per esempio, a mio avviso, è sostenibile la tesi che il non tutto lacaniano è l'"uno che non è" platonico. Sia come sia, a questo punto non dovrebbe essere difficile per te comprendere perché l'insieme di Cantor (l'insieme di tutti gli insiemi) o l'insieme di Russell (l'insieme di tutti gli insiemi che non si autoappartengono) non sono insiemi come gli altri. Infatti sono non tutti, ossia classi proprie. Di cui non si può dire che sono "uno" perché di loro non si può predicare qualcosa come un tutto, pena la caduta in contraddizione. Di fatto, non si possono pensare come elementi di altre totalità(provaci!). Non esiste, cioè, un predicato di cui siano soggetti.

Come mai? Qui viene il bello. Sono portato a credere che l'analisi precedente sia naturalmente falsa. Il non tutto non esiste. È un effetto del linguaggio, della sua struttura discreta a elementi significanti. Il linguaggio si rivela limitato. Non consente di predicare tutto di tutto. Ma da qui a dire che il non tutto non esiste o, equivalentemente, che Dio esiste, il passo è scabroso. Primo, perché si finisce dritti filati nel discorso religioso e, secondo, perché non si può uscire dal linguaggio. Il motivo non sta nella dominanza del registro linguistico, come sembra fare un certo Lacan. Il motivo è che per poter dire: "Io esco dal linguaggio", devo prima porre il linguaggio come un tutto per poter dire, poi, che ne esco. Ma, secondo me, il linguaggio naturale, qualunque linguaggio naturale, è una classe propria, proprio come l'insieme di Cantor o di Russel. Solo più interessante.

Venendo a problemi umanamente affrontabili, uno dei principali è l'articolazione tra l'uno come elemento (livello che chiamo intensionale) e l'uno come tutto (livello che chiamo estensionale). Per l'analista l'interesse sta nel distinguere tra l'uno come elemento linguistico e l'uno come totalità corporea immaginaria, il primo sempre uno e il secondo... non sempre.

Sono curiosissimo di leggere cosa scriverai sui modi platonico e aristotelico di pensare l'uno. Domenica annuncerò le tue belle intenzioni alla redazione di aut aut.

Ciao, ciao, Antonello.

 


Milano, 8 settembre 1997

Da Sciacchitano a Perrella

Caro Ettore, finalmente trovo il tempo per rispondere alla tua lettera, che come ti dicevo in un precedente E-Mail, trovo molto impegnativa. Vengo subito al sodo, trascurando di polemizzare su dettagli dove la tua argomentazione mi pare debole. Sono punti che provvederai tu stesso a rafforzare, se vuoi(per esempio, là dove dici che nessuno può dire cos'è etica, mentre in precedenza ti riferisci alla pusillanimità degli analisti che non prendono posizione politica come te. Allora, tu sai cos'è etica?).

Credo che il discrimine tra le nostre posizioni sia quando affermi che "nella psicanalisi si tratta... della formazione, vale a dire della possibilità di custodire almeno qualche briciola di alcuni principi morali e civili che ci sono stati trasmessi e che abbiamo il dovere di trasmettere a nostra volta ad altri. Se la psicanalisi non serve a questo, a che accidente serve?" La mia risposta è disarmante: "A niente". Non è una boutade. É l'inizio di una teoria che vede correre per la società non un solo discorso, per esempio quello idealistico della conservazione delle conquiste dello spirito. Con Freud fa capolino nella nostra civiltà un discorso - e quindi un legame sociale - non finalizzato ad alcuna elevazione dello spirito né ad alcun risparmio dei beni accumulati. Si chiama psicanalisi. È l'inverso del discorso del padrone, che pretende la conformazione del soggetto ai valori dello spirito e la parallela produzione di sempre maggiori beni. E non ha nulla a che fare con il discorso servile di chi al padrone tiene bordone: la psicoterapia, oggi; da sempre la medicina, regina del conformismo filisteo di tutti i tempi.

L'operazione intellettuale di Freud non è facile da seguire perché, attraverso una prima fase di ricerca di senso - nel sogno come nel lapsus - sfocia nell'insensatezza della pulsione di morte e della ripetizione.E l'insensatezza urta contro lo spirito religioso che ci permea da tutti i pori, essendo imposta dal padrone. La freudiana pulsione di morte, al contrario, implica che, a un certo punto dell'analisi, quello che credevi avesse un senso (la cura, i valori morali, lo Spirito Assoluto) svanisce, si afanizza. L'uno si disfa. Il tutto si parzializza. Il soggetto cade dal trono (ma Lacan lo chiama étron, stronzo) del suo fantasma.

Vuol dire, come sostieni tu, che "nessuno può dire: questo è etica e quello invece no. E soprattutto nessuno deve dirlo"? Vuol dire, a mio parere, una cosa molto più disperante, caro Ettore: che anche il tuo relativismo fa acqua. Che sei alla mercé dell'inconscio. Il quale ti impedisce anche il comodo relativismo. Vuol dire che, da ora in poi, l'etica passa non più attraverso i principi morali tramandati dalla civiltà ma attraverso un desiderio, che prima era ágraphos ma ora, attraverso l'analisi - mai fosse cominciata! - è stato scritto e ti porta dove vuole lui e... tuo malgrado. "Quando eri giovane ti cingevi e andavi dove volevi; da vecchio un altro ti cingerà e ti porterà dove vuole lui", profetizzava Gesù a Pietro. Questo è etica. Lo si può dire, a posteriori. Tutti possono dirlo, coloro che hanno veramente fatto un'analisi. Non certo gli stolti dei farisei e i pusilli dei filistei.

In proposito ti ringrazio per avermi suggerito il bel verbo paolino dikatakronéin. Lo farei giocare con kataphronéin, nel senso di "riprendere i sensi" dopo essere passati per l'alienazione nell'Altro. Voglio tornare a casa mia da estraneo, insomma. E nessun padrone deve obbligarmi ad adeguarmi al suo bene e nessun servo deve consigliarmi il mio, neppure se ha l'autorizzazione di Stato.

Mi dispiace che consideri il mio discorso autoritario. Il mio discorso è mio e non chiedo sia condiviso da molti (ma c'è qualcuno che lo condivide). Concederai che possa dire qual è la mia etica. Se non lo facessi, negherei il percorso fatto durante il quotidiano lavoro analitico. La mia etica è, direi, non-nichilista: tutto è insensato ma qualcosa si può fare. E mi do da fare, come puoi testimoniare tu stesso, che hai scritto un articolo sull'uno in Platone e Aristotele su mia spinta. E spero che non mi deluda. Spero che sia un articolo sommamente inutile. Giusto per mettere alla prova la metanoia dell'intelletto, costruita in analisi.

Venendo a Spaziozero, ti confermo che l'affaccendamento intorno alla legge 56 non mi interessa punto. Ripeto, senza paura di passare per statalista, quanto già detto: lo Stato ha tutti i diritti di controllare la conformazione agli ideali civili che regolano la civile convivenza. In questo senso, la psicoterapia è un processo di conformazione. Ergo lo Stato ha diritto di legiferare sulla psicoterapia. Lo dico per fissare bene gli obiettivi della politica per la psicanalisi. La mia politica non va contro lo Stato che legifera in materia di conformazione. Non sono - mi spiace per te, che forse ci speravi - un rivoluzionario che vuole imporre altre conformazioni, alternative alle vigenti! La mia politica è una politica culturale. Voglio annunciare a chi ha il tarlo del pensiero che si può pensare - magari poco, ma bene - fuori dagli schemi ricevuti dalla tradizione: la logica binaria, la verità come adeguamento, l'etica come conformismo ai dettati del Super-Io. Ma mi dici tu quanti oggi, anche tra i nostri amici, si interessano a un programma così - dicono con disprezzo - "intellettuale"? E lo dico senza alterigia ma con profondo rammarico. Vuol dire che non pensano. E se non pensano è segno che non hanno fatto esperienza dell'inconscio. Il quale è un mucchietto di pensieri, per lo più inadeguati alla realtà di tutti i giorni. C'è un bel aforisma all'inizio delle storielle da calendario di Brecht: "Un pensante (sic)ha bisogno di poche cose: poca luce, poco pane, poco pensiero".

Concludo queste mie considerazioni inattuali con un riferimento politico. È in atto nel mondo un processo di convergenza tra psicanalisti lacaniani e non. Questa è la politica da attuare per rilanciare la psicanalisi: promuovere il legame sociale analitico, i transfert di lavoro e di ricerca, i dibattiti come questo nostro epistolare. Perché è lì che si annida il segreto della lunga analisi freudiana, cominciata un secolo fa. E che forse finirà tra breve, grazie ai troppi analisti che si preoccupano di cose che non li riguardano: la psicoterapia (e le sue leggi), la veterinaria e magari la Borsa, trascurando la bella psicanalisi. La psicanalisi è un segreto che noi stessi non conosciamo e a cui mi sento di lavorare con l'entusiasmo dell'adolescente e il disincanto dell'uomo maturo. Spero di averti tra i compagni di lavoro. Ma ti annuncio che mi vedrai sempre meno alle riunioni di Spaziozero se continuerai ad annoiarmi con la legge 56 e le commissioni ministeriali.

Komischerweise sono partito con l'intento di scrivere una lettera ben argomentata dialetticamente. Invece è venuta fuori una lettera molto personale (personlich). La mia insegnante di tedesco mi rimprovererebbe. Spero, tuttavia, che tu non la prenda in senso patetico.

Con affetto, Antonello

P. S. Ho la sensazione di averti deluso. La legge 56, tu la consideri ingiusta, io giusta (giusta per la psicoterapia, indifferente per la psicanalisi).Perciò non mi metto a battagliare per cambiarla. Allora mi consideri traditore della causa.

Per rimediare ti ricordo cosa fare con la legge ingiusta, secondo Freud (almeno a lui permetti di dire cos'è etica?). Dice semplicemente e più coraggiosamente di Agostino che non resta altro da fare che es herzhaft zu übertreten: "trasgredirla coraggiosamente". Lo dice nellaLaienanalyse, a proposito! La citazione è in tedesco perché invano lo cercheresti nella traduzione-farsa di Musatti (che si limita a suggerire di "non tenerne conto"!).

E per continuare il carteggio e dissipare il tono patetico ti offro unospunto polemico, in codice. "Sag' mir mal: die Ministerien zu besuchen, gilt es für dich als das ungerechte Gesetz herzhaft zu übertreten? Es sieht mir zwar aus, sich zur Sache überzutreten" ["Dimmi un po': frequentare i ministeri, significa per te trasgredire coraggiosamente la legge ingiusta? A me sembra convertirsi a essa"].


 

Da Perrella a Sciacchitano

Padova, 11 settembre 1997

Caro Antonello, questo scambio di lettere, come ti dicevo già l'altra volta, mi pare importante, perché dà a entrambi l'occasione di chiarire punti che però non riguardano solo noi due. Rispondo quindi punto per punto alle tue obiezioni, pregandoti di nuovo di replicare. Quasi sicuramente non riusciremo mai a essere d'accordo su tutto (e non si vede perché dovremmo), ma forse potremo intenderci sui punti fondamentali. Perciò la partita mi pare tutta da giocare.

Naturalmente su alcuni punti sono perfettamente d'accordo con te. Non c'è dubbio, per esempio, che la citazione evangelica che tu fai esprima una posizione perfettamente etica. Non c'è dubbio nemmeno che, quando tu concludi - a proposito di coloro che, fra i nostri confrères, come si dice curiosamente in francese, sono poco interessati a un "programma così [...] "intellettuale"" - che "non pensano", hai perfettamente ragione a rammaricartene. Tuttavia non so se basti fare esperienza dell'inconscio per acquisire la capacità di pensare. Mi pare invece che chi si rifiuta di pensare ben difficilmente è in grado di fare un'analisi. Anzi qualche volta sembrerebbe che finirne una, e magari divenire analista, faccia perdere l'abitudine... Quanti che si fanno sostenere immaginariamente dall'adesione a un certo credo psicanalitico, per esempio, pensano ancora? Ho assistito a troppi convegni sedicenti di psicanalisi, in cui non si faceva che recitare la lezione lacaniana, per essere costretto a chiedermelo. Ma qui vengo al primo punto importante fra quelli su cui non sono d'accordo con te.

Quando dico (ma dici anche tu) che queste persone non pensano, stiamo esprimendo (sia io, sia tu) un giudizio etico? Se così fosse, mi avresti, come si dice, colto con le mani nel sacco, quando mi accusi di contraddirmi nel credere che, per un analista, sia indizio di viltà non prendere una posizione politica sulla legge 56 (ma, se mi contraddico io, ti contraddici anche tu...). Tuttavia non è affatto così, né per me né per te, perché nessuno, eticamente, può o deve giudicare un atto altrui. L'unico imperativo davvero etico è anzi l'evangelico (di nuovo!) di non giudicare. Ora, quando suppongo che questa viltà potrebbe far parte della posizione di molti di noi (magari anche di me stesso), sto esprimendo un giudizio etico? Assolutamente no, perché si tratta d'un problema di morale. Certo, quest'ultima parola è desueta, fra noi psicanalisti, che però facciamo male a continuare a parlare d'etica come se la morale fosse il suo contrario. Essa invece contiene criteri di giudizio generale, sui comportamenti e sugli atti, che sono non solo inevitabili, ma assolutamente necessari. Infatti i giudizi, in quanto formulati in parole, sono sempre generali. Per questo è non solo difficile, ma impossibile, giudicare eticamente.

Certo, qui si pone il problema del giudizio su noi stessi. È un punto difficile, sul quale mi sono soffermato nel mio commento alla Lettera ai Romani. Quel che penso è che, quando ci si giudica, non si può che sentire ciascun nostro atto eticamente insufficiente. Non mi riferisco solo a quanto dice Freud a proposito del Super-Io (se mai questa è solo una conseguenza), ma proprio al fatto che giudicare di essere nel giusto significa compiere un atto di superbia. Ciò non significa che chi agisce bene non lo sappia. Ma un conto è saperlo, e un altro è dirlo. È per questo che quanti danno un'impostazione religiosa alla propria esistenza attribuiscono a una potenza a loro esterna tutto il bene che compiono, attribuendo invece a se stessi soltanto le colpe. Ciò non dipende da alcuna ipocrisia, ma da un motivo etico assolutamente strutturale.

Quindi, quando esprimo un timore o anche un giudizio generale, non escludo affatto che per qualcuno possa essere vero il contrario. Quel che so con certezza è che Spaziozero perderà ogni funzione se non prenderà pubblicamente delle posizioni chiare sul problema della formazione degli analisti e della loro posizione giuridica. Ciò non ha niente a che fare con alcuna mia predilezione per i giochetti politici(se mai pecco per una totale repulsione per tutto ciò che ha a che fare con queste cose), ma dipende da una consapevolezza che spero sia ben fondata eticamente (lo spero perché non posso affermare che ne sono certo).

Ma veniamo a un secondo problema: la psicanalisi, tu dici, non serve a niente, perché non è finalizzata "ad alcuna elevazione dello spirito". Ammetterai che, da un punto di vista logico, non è proprio una gran deduzione: che una cosa non serva a elevare lo spirito non significa che non serva a niente. Certo, bisogna intendersi su che cosa significa "servire". Quando dico che la psicanalisi serve a formare(mentre una psicoterapia serve a eliminare un sintomo) non sono affatto originale, perché con altre parole ripeto quel che afferma Lacan quando dice che l'analisi didattica è l'analisi finita. Dire invece che non serve a niente non mi pare corrispondere né alla realtà delle cose, né a quello che credi tu (infatti, se davvero tu credessi questo, non potresti più porre nessuna differenza, per esempio, fra una teoria corretta e un'errata o riduttiva).

Terzo problema: l'uno. Qui avremo forse modo di "litigare" molto a lungo dopo che avrai letto il mio articolo. Quando dici che "l'uno si disfa", ti potrei chiedere: e le parti che si producono così non sono forse "une" come l'uno di partenza? Ci ho fatto su un seminario, che ti ho mandato, sperando che tu mi dicessi che cosa ne pensavi. Beninteso, supponevo che non saresti stato molto d'accordo con quello che avevo detto io. Ma perché non dirlo, se non lo eri? Oppure erano tutte affermazioni scontate, che non meritavano nemmeno una minuscola considerazione? Infine, non vedo proprio che relazione ci sia fra cadere dal trono del fantasma e l'uno.

Ma veniamo al punto più importante. La tua tesi (che beninteso non è solo tua) certamente non è "rivoluzionaria"(che tu pendessi da questa parte, a dire il vero no, non ci speravo proprio),anzi, che tu lo sappia o no, è insopportabilmente reazionaria. Il positivismo giuridico che gli avvocati e tu difendete come se fosse la cosa più ovvia di questo mondo corrisponde all'ideologia del diritto che ha favorito il sorgere niente meno che del nazismo. Non sto affatto esagerando(Galli l'ha capito benissimo). Dire che lo Stato ha diritto di legiferare su qualsiasi cosa significa infatti separare totalmente la sfera del diritto da quella della giustizia, e autorizzare così qualunque regime a fare qualunque cosa. Beninteso, ci sono precedenti rispettabilissimi, alcuni dei quali inquietantemente prossimi a Freud (mi riferisco a Kelsen). Kelsen tuttavia s'è accorto d'aver commesso un errore molto grave, e ci ha scritto su una palinodia. Ma il positivismo giuridico (che non è altro che un nome dello statalismo), fra i filosofi del diritto, dopo il1945 (!!!), non gode più del minimo prestigio, anche se bisogna riconoscere che chi ha una formazione giuridica è ancora oggi nella posizione peggiore per elaborare una concezione del diritto diversa da quella che tu credi normale. Ciò nonostante nessuno più pensa che lo Stato possa legiferare come crede su qualunque cosa (a parte gli avvocati, che notoriamente non sanno niente di filosofia del diritto). Crederlo, infatti, significa confondere la legittimità con la legalità. Se vuoi una piccola bibliografia, te ne posso fornire un'essenziale e molto utile.

Su questo punto, caro Antonello, non mollerò mai, perché il problema è di politica complessiva, anzi niente meno che di civiltà. Si tratta insomma di ben altro che di scontenti di psicanalisti. Lo dico a partire dalla mia posizione che non è mai stata né mai sarà di politicante. Certo non ti annoierò mai più con le commissioni parlamentari, ma continuerò a farlo con l'esigenza che gli aderenti a Spaziozero si chiariscano le idee sui risvolti politici generali (ed etici)delle proprie posizioni. Loübertreten di Freud, da questo punto di vista, poteva funzionare soloprima del nazismo, quando in Europa esisteva ancora un liberalismo che oggi è quasi del tutto tramontato(e che in Italia non è mai esistito). Ma quello di Freud non è un grande esempio, dal momento che faceva parte del numero degli ebrei che non credevano nei campi di concentramento, finché non ci sono finiti dentro, come sarebbe capitato anche a lui, se non fosse stato per la Bonaparte.

Con affetto, Ettore


 

Da Sciacchitano a Perrella

Milano, 16 settembre 1997

Caro Ettore, credo anch'io che questo spazio epistolare sia prezioso, perché consente di esprimere posizioni difficilmente recepibili dalla carta stampata. Per esempio, quello che voglio dirti oggi, se dovessi pubblicarlo, dovrei iscriverlo sotto il titolo "Psicanalisi servaggia". Quale rivista, anche delle più tolleranti di Spaziozero, non me lo censurerebbe?

Sì, non è un errore di battitura. La psicanalisi servaggia non è la psicanalisi alla romanesca. È la psicanalisi che chiama al servaggio, come afferma Lacan essere tipico delle scienze umane(in La science et la vérité parla del loro appel à la servitude, cfr. Écrits p. 859). Il massimo dell'appeal servile lo registro in quel deterioramento da praticoni delle scienze umane, ormai legalizzato come psicoterapia. È il caso di ricordare che il primo significato di terapéia è "servitù"?

La psicoterapia è il discorso "ombra" del padrone. Mira a conformare il popolo sofferente agli ideali del padrone, promettendo che dopo staranno tutti bene. La psicoterapia, infatti, fa il bene - questo basterebbe a differenziarla dalla psicanalisi - ma non del singolo - come farisaicamente enuncia - bensì del padrone. La sua pratica non ha bisogno di molta formazione soggettiva: basta che il candidato impari a usare i muscoli cucullari (li chiamavano così gli anatomici di un tempo perché reggono il cucullus - la cuffia - dei bravi consiglieri, che sanno piegare la testa ai dettati del regnante).

Fatta la breve premessa teorica, capisci facilmente, caro Ettore, che quel che sostengo a livello pratico e politico non può passare per statalismo. Affermo solo che è diritto dello Stato intervenire nell'allenamento dei muscoli cucullari dei suoi consiglieri... se vogliono diventare tali. Non è statalismo, questo. È tolleranza. Io, per me, non ci tengo a diventare consigliere di Stato. Quindi non mi interessa il cursus honorum che lo Stato promette ai suoi commessi. Appartengo a un discorso che è l'inverso del discorso del padrone e della sua ombra servile. La psicanalisi non può essere un "servaggio". La psicoterapia sì. Di conseguenza, la ribellione alla legge che regolamenta la psicoterapia mi sembra la misera ribellione del servo al padrone. Che tra gli Spartachi dell'insurrezione ci siano dei cattolici non mi stupisce. Rientra nella tradizione ottocentesca di ribellismo della Chiesa Cattolica allo Stato italiano. Ma che ci sia tu, pensatore laico, mi stupisce. O sei sotto l'influenza di qualche ignoto maleficio?

Apprezzo la tua tirata d'orecchie. Il termine "morale" va rivalutato dagli analisti. Personalmente lo riservo al pacchetto di norme morali riconducibili all'attività legislativa del Super-Io. Ma il doveroso riconoscimento non basta. Bisognerebbe poi avere anche il coraggio di riconoscere che la "pretesa" (Anspruch) etica sta dalla parte dell'Es. Che è addirittura isomorfa alla pretesa pulsionale (in quanto costrutto linguistico, quindi altamente intellettuale). Il lavoro da fare per far passare questa posizione tra le resistenze dell'analista (la sua formazione è una resistenza ulteriore) è enorme. Occorre, in primo luogo, un lavoro intellettuale di riattivazione dei canali tra verità edetica. ("Verità etica" oggi suona come ossimoro, essendola prima relegata al piano noetico e la seconda a quello dianoetico). Occorre, in secondo luogo, indebolire il peso del Super-Io nelle nostre associazioni(eliminarlo non si può) e contemporaneamente ridare voce all'Es, che "non può dire quel che vuole" (L'Io e l'Es, ultime righe). La massima che mi guida alla soglia del giudizio - non al giudizio, qui hai ragione tu - è di Heidegger: "Noi siamo solo quello che abbiamo la forza di pretendere da noi" (Essenza della verità, commento al mito della caverna). Ma anche il lavoro pratico non è da meno. Si tratta di attivare tra noi legami sociali meno improntati al Super-Io e più all'Es. Più selvaggi, dunque? No, più attenti a ciò che ancora di non scritto palpita nell'inconscio di ciascuno. Dalla scrittura delle leggi non ancora scritte nasce il rilancio della psicanalisi. In proposito mi interessa moltissimo quanto hai da dire dell'inconscio come fatto sovraessenziale. Mi sembra utile per uscire da un certo neoplatonismo d'accatto a cui si abbeverano tutti i conformisti, a cominciare da certi travestiti da "scienziati umani" (magari con la tonaca nera del prete scomodo e ribelle o il camice bianco del medico cognitivista).

Chissà, questo discorso si riallaccia per vie a me ancora ignote a quanto ho da dire sull'uno. L'uno che si disfa è l'uno in estensione. É l'uno della totalità buona. È l'uno che unifica le masse sociali. È l'uno che si disfa e va in frammenti con la psicanalisi. I frammenti sono i significanti: i quali sono uni che non si disfano - li chiamo convenzionalmente uni in intensione per differenziarli dall'uno in estensione o di massa. Sono loro che corrono per il mondo per cercare di aggregare altre masse (per identificazione, come affermava Freud) e unificare altri Eghi.

Nella storia del movimento analitico i due tipi di uni si sono contrapposti in modo singolare. La mia visione di questa storia, elaborata insieme a Sergio Contardi, è semplice. Le scissioni del movimento analitico - tutte tranne una - sono avvenute in nome della psicoterapia. La quale a livello individuale propone la ricostituzione dell'unità immaginaria dell'Io come fine terapeutico e a livello sociale avanza ideali di adattamento e omeostasi civile. Con la psicoterapia siamo nel regno dell'uno in estensione, quello che si disfa. Allora vedi Adler contestare Freud perché non tiene conto dell'inferiorità d'organo; vedi Jung contestare Freud perché non tiene conto dell'energia psichica; vedi Fromm contestare Freud perché non tiene conto della dinamica dei fattori socioambientali. Tutti propongono di entrare nel sacco dell'uno attraverso la via del conformismo psicoterapico. Ma Freud ha sempre fatto orecchie da mercante al discorso servile. Non perché fosse un padrone (se lo fosse stato l'avrebbe apprezzato!), ma perché aveva qualcosa di nuovo che friggeva nella sua padellina - il significante psicanalisi, a cui era interessato più che alle convenzioni sociali. Morale: Freud è sempre andato per la sua strada, dietro all'uno in intensione, che gli sforzi del discorso scientifico non sono ancora riusciti a rimuovere: il significante psicanalisi, come ho detto.

Dicevo di un'eccezione. Lacan produce la nuova e definitiva scissione nel movimento analitico - nel frattempo diventato movimento psicoterapicoin mano al conformismo ebraico targato International Psychoanalytic Associaton (IPA), imbiancato di scientificità- ma a rovescio, riproponendo niente di meno che la psicanalisi stessa. Non per nulla afferma di aver fatto ritorno a Freud. Con una differenza rispetto a Freud. Dopo Lacan, infatti, le scissioni non avvengono più in nome della psicoterapia ma di piccole differenze narcisistiche, sorrette da gentucca, andata in scena o come piccoli Lacan o come grandi lacaniani. In verità, Lacan ha portato tanto avanti la chiarificazione teorica della psicanalisi che non c'è scampo per i pusilli. Il rischio, infatti, è che dopo Lacan si possa essere solo pentiti della psicanalisi.

Caro Ettore, siamo noi pentiti della psicanalisi?

Con affetto e curiosità, Antonello

P.S.: Mi interessa riprendere la tua tesi sull'impossibilità del giudizio etico in termini freudiani. Freud ha elaborato una vera e propria dottrina del giudizio in più punti: si va dal Progetto alla Metapsicologia(Inconscio) al Notes magico alla Negazione. Parto ab ovo, cioè dalProgetto (I, SS 16). Traduco:

Il giudizio è un processo reso possibile dall'inibizione dell'Io e attivato dalla dissomiglianza tra investimento di desiderio di un ricordo e analogo investimento percettivo. Ne può sortire che la coincidenza dei due investimenti diventi un segnale biologico per porre fine all'attività di pensiero e dare corso alla scarica. Per contro la non coincidenza stimola il lavoro del pensiero, che termina di nuovo alla prossima coincidenza.

Cosa vuol dire, allora? Che non si devono dare giudizi etici? Che in campo etico non si arriva mai all'atto? Che vale l'inibizione continua dell'Io? Sarebbe, allora, una vera e propria inibizione intellettuale, quella del giudizio etico, che non arriva a formularsi e non si "scarica" mai nell'atto. E perché? Perché c'è un difetto di percezione? Perché non c'è ricordo "etico"? Come l'intendi?

Mi sembra che nella tua tesi ci sia qualcosa da salvare. Per esempio, che il giudizio etico non può essere adeguamento al dettato di una legge già scritta (legge giuridica). Ma come si arriva alla "scarica" freudiana? Una via potrebbe essere di ammettere che l'attività etica - per lo meno quella dell'analista - è come quella che si realizza in analisi: scrivendo - Heidegger direbbe: "portando al disvelamento" - le leggi finora non scritte, come quelle di antigonesca memoria. L'occasione può essere qualunque. Anche la legge 56 può essere l'occasione per scrivere novità etiche. Addirittura per forgiare nuovi legami sociali tra analisti. Come spero che avvenga tra noi.


 

Da Perrella a Sciacchitano

Padova, 18 settembre 1998

Caro Antonello, prima di tutto vorrei chiederti l'autorizzazione a pubblicare nel prossimo numero di Arché le tue lettere insieme alle mie, così come sono. Credo infatti che questo scambio d'idee effettivamente possa essere importante anche per altri.

Vengo ora alla tua del 16 u.s. Che la psicanalisi possa essere "servaggia", come scrivi tu, è verissimo. Ma la psicoterapia lo è sempre? A questa domanda, se mi chiedi la mia opinione, rispondo subito che penso che lo sia quasi sempre. Ma un conto è credere questo, un altro è farne un principio generalizzante, che contrasterebbe con quello stabilito da Lacan, secondo cui l'esperienza della psicanalisi è inclusa interamente in quella dell'analizzante. Si tratta d'un principio essenziale, che basta da solo a demolire ogni criterio giuridico (vale a dire generale) di autorizzazione a operare come psicanalista, e che non vedo come e perché non debba essere esteso a ogni forma di psicoterapia (anche a quelle che trovo totalmente inaccettabili). Lacan ne trasse la conseguenza che fosse possibile solo il riconoscimento dell'avvenuta formazione, ma giunse poi al punto di dichiarare - nonostante la passe - che essa è reversibile. E allora chi e in nome di che cosa può dare anche questo riconoscimento? È per questo che, uscendo dalla SISEP [la Sezione Italiana della Scuola Europea di Psicanalisi], non ho fondato un'associazione psicanalitica(non ho mai pensato di farlo), ma una cosa che si chiamaAccademia platonica delle Arti (!!!), della quale, certo, fanno parte degli analisti, ma nella quale nessuno ha nessun titolo che glielo attesti (nemmeno io). È una soluzione radicale, estremista, massimalista? Non lo so e non me ne importa niente: secondo me è l'unica possibile. Per questo non ho molta fiducia nell'eventualità di creare delle associazioni psicanalitiche, se queste continuassero a operare secondo i vecchi principi di assegnazione di titoli.

È per questo che, quando tu dici che lo Stato ha diritto di "intervenire nell'allenamento dei muscoli cucullari dei suoi consiglieri", non penso proprio che questa tolleranza sia una virtù. Lo è per le idee degli altri, finché gli altri non cercano d'imporle a nessuno. Ma una psicoterapia "di Stato", se ci fosse (e per fortuna non siamo a questo punto...), non sarebbe affatto e per nessun motivo tollerabile, come non sarebbe tollerabile che una legge dello Stato m'imponesse d'andare a messa la domenica, o magari in moschea il venerdì. Tu invece, caro Antonello, con la tua bella tolleranza, dovresti tollerare anche questo, e anche che lo Stato mandasse al saponificio sei milioni di ebrei (per tornare sull'esempio dell'altra volta). In altri termini: tollerare l'intolleranza altrui (tanto più se l'altro è lo Stato stesso) che cos'è, se non inconsapevole ma, proprio per questo, anche più imperdonabile viltà?

Quanto al servo e al padrone, mi permetto di ricordarti che in uno Stato democratico la sovranità - cioè la capacità di decidere sugli stati d'eccezione, come dice Schmitt (che nazista proprio non era)- è del popolo, vale a dire mia, tua e di tutti gli altri. Proprio tu, invece, trasformi lo Stato in un padrone, al quale attribuisci tutti i diritti. Ora, fare questo che cos'è? Il suo nome è idolatria, vale a dire la più grave delle colpe, perché tu attribuisci allo Stato i diritti che spettano solo al buon Dio (il quale per fortuna non ha mai emanato una legge sulle psicoterapie). Per questo ti rigiro la frittata: per quanto non ci tenga affatto a essere definito laico, "sotto l'influenza di qualche ignoto maleficio" non sono affatto io, ma se mai tutti coloro - e sono ahimè, anzi ahinoi, la schiacciante maggioranza - che non si accorgono della clamorosa contraddizione, in cui sono immersi, di scambiare per tolleranza un totalitarismo statalista in cui giuristi degni di questo nome non credono già da più di mezzo secolo(Schmitt dice già nel 1935 che lo Stato ha finito d'essere la forma politica fondamentale). Il brutto è che questo non è affatto un maleficio, ma l'effetto per niente ignoto, anzi banalissimo, della nostra disabitudine a pensare. Invece passiamo il tempo a gingillarci con i mezzi di comunicazione, senz'avere più nemmeno il sospetto che, mentre noi ci gingilliamo, una classe politica il cui livello culturale è ignobile, emette leggi e decreti confusi e pasticciati, che riconoscono solo criteri di potere, e trascurano totalmente ogni criterio giuridico. Disposizioni di questo genere sono certamente leggi dello Stato italiano, e quindi disobbedirvi porta in una posizione d'illegalità, ma questo non significa affatto che lo Stato operi legittimamente quando approva tali leggi.

A questo punto nel diritto degli ultimi cinquant'anni si profilano due ipotesi:

1. una legge illegittima può essere trasgredita per motivi morali, ma il trasgressore resta giudiziariamente condannabile;

2. una legge illegittima deve essere mutata, perché non ha e non ha mai avuto nessun valore giuridico.

La seconda tesi, che pare estrema, corrisponde tuttavia a criteri adottati in tutti i Paesi che abbiano una Costituzione, mentre in altri (Inghilterra, Stati Uniti e - anche se in modo più ridotto - in Germania), non occorre neppure rivolgersi alla Corte costituzionale, perché il giudice stesso può emettere delle sentenze contra legem).

Detto questo, so bene che tu non sei vile, statalista e totalitario consapevolmente, tanto è vero che con la massima tranquillità passi dall'enunciazione di principi, che trovo davvero inconcepibili, a trarne conseguenze giustissime e ineccepibili, come quando riprendi Heidegger: "Noi siamo solo quello che abbiamo la forza di pretendere da noi". Questo è un principio etico, in base al quale ciascuno deve giudicare solo se stesso. Per questo, quando te ne dico di tutti i colori, e tu fai lo stesso con me, in realtà non ci stiamo affatto giudicando (e proprio questo è straordinario!).Per quanto mi riguarda, sto cercando solo di dimostrarti quali sono le conseguenze delle posizioni che a te paiono ineccepibili. Naturalmente posso sbagliarmi. Ma puoi sbagliarti anche tu.

Vengo ora alla tua grande domanda finale: "siamo noi pentiti della psicanalisi?". Per quanto mi riguarda certamente no, se con il termine "psicanalisi" ci riferiamo all'intento fondamentale (etico e scientifico)di Freud e di tutti gli altri; ma francamente, se penso invece a ciò che la psicanalisi non cessa di divenire, devo dirti che mi sento mille miglia lontano da questa palude di stoltezza e di superficialità, che per di più si fregia dei distintivi dell'anima.

Per quanto invece riguarda il problema del giudizio etico (davvero complesso),ti accludo un pezzo d'un testo che uscirà sul numero diArché sull'anoressia. È solo un primo approccio al problema, ma spero che sarà sufficiente a darti un'idea approssimativa di come credo che si debba impostare.

Intanto ti saluto, con affettuosa gratitudine: non solo per la tua "tolleranza", ma perché stiamo davvero scambiandoci delle idee (cosa che, con un confrère, mi è capitata prima d'ora solo molto raramente).

Ettore


 

Da Sciacchitano a Perrella

Milano, 22 settembre 1997

Caro Ettore, la tua argomentazione mi ha toccato. Mi ha inchiodato alla responsabilità ultima di noi tolleranti. Che, evangelicamente, cioè senza scampo, è di tollerare gli intolleranti. Certo, se domani, nello scenario da te prefigurato, si dovesse imporre una psicoterapia di Stato avrei la l'anoressica soddisfazione di dire che l'avevo detto: la verità della psicoterapia è di essere di Stato. Allora sarebbe troppo tardi per opporsi allo statalismo e non sarebbe gran viltà gettare le armi. Sarebbe doveroso riconoscere, però, che contro lo statalismo non ci siamo abbastanza battuti prima. Ti ripeto il mio modo di impegnarmi nella politica della psicanalisi, che ancora mi sembra tu non abbia pienamente riconosciuto. È un modo che secondarizza la pratica politica rispetto alla teoria, almeno finché ci resta un po' di tempo per pensare e non dobbiamo precipitarci, con il nemico alle porte, nell'azione. Perciò non mi agito come te contro una legge "pasticciata" ma, aggirando i fattori logici che producono leggi siffatte, tento di sorprendere il legislatore alle spalle.

Parlo, perciò, di indebolimento del binarismo. Il quale non è solo un bel programma intellettuale ma promette anche una certa efficacia pratica. Infatti, secondo me, le leggi che regolano il conformismo si battono non affrontandole direttamente ma mirando al cuore della loro matrice ideologica. Che da sempre è la dittatura della logica aristotelica per la quale il contrario del falso è il vero e il contrario del vero è il falso, con esclusione di ogni alternativa terza. Questa logica, in mano al potente di turno, stabilito rigidamente il principio di verità come adeguamento, giudica se la società si conforma ai suoi ideali o no. E se non si conforma sa cosa fare (in tale logica, come in ogni logica che si rispetti, il terzo c'è ma non si vede; in teoria è il metalinguaggio, in pratica il padrone). Certo, se la società conoscesse logiche meno dittatoriali della binaria... Ma anche alla società conviene conformarsi al potente. Per potersi fregiare del titolo di società del benessere.

Vedi, caro Ettore, credo che contro le pretese stataliste della legge 56 possiamo fare molto di più pubblicando il nostro peregrino epistolario che associandoci ai sindacati degli psicologi per difendere la loro causa di conformazione. Dopo tutto, non hanno bisogno del nostro piccolo aiuto. Né lo chiedono. Soprattutto non chiedono che con i nostri idealismi compromettiamo il loro commercio: il grosso affare delle scuole di conformazione psicoterapica. Per quanto mi consta tutti gli psicoterapeuti sono corsi a iscriversi al loro albo e altri spasimano per farlo. Degli analisti qualcuno (pochi) ha mostrato un ben comprensibile pudore a schierarsi sotto la bandiera che "chiama al servaggio". Ma, mi chiedo, perché questi pochi dovrebbero ostacolare i molti che coerentemente tendono a quel che la loro natura ha insegnato essere il Bene Supremo: l'assoggettamento, non all'inconscio, ma al discorso del padrone? È una sfida? Ma cosa c'entra la psicanalisi in questa sfida? Perché vuoi impegnare il buon nome della psicanalisi per impedire alla gente di raggiungere quel che crede il proprio bene? Perché bene non è? Ma loro non lo sanno. Lascia che si ingannino. O sei meno tollerante di me? Non tolleri l'ignoranza dell'altro? Io ci lavoro da venticinque anni, con (contro?) la volontà di non sapere. In analisi.

E vengo a note più dolenti: cosa ce ne facciamo di Spaziozero?Spaziozero è chiamato a prendere posizione politica, altrimenti scompare tra breve. Non sarà facile perché in questo movimento convivono tre anime teoriche che in qualche modo corrispondono a quelle platoniche: la vegetativa, l'animale e l'intellettuale. La vegetativa, fredda e meccanica, germoglia in Baldini, che vuole una psicanalisi scientifica, cioè senza soggetto, insegnabile in qualche università privata, da dirigere come rettore [vedi la replica di Franco Baldini riguardo a questo passaggio - N.d.R.]. L'anima animale, nobile e passionale, abita in chi crede che la psicanalisi sia il vertice ideale della psicoterapia. Per costoro, tra cui vedo aggirarsi la tua ombra inquieta, la verità della psicoterapia non è lo Stato, come ho già detto, ma la psicanalisi stessa. Ma è un abbaglio della loro passione politica. Che non sfugge all'analisi dell'anima intellettuale. Per la quale la psicanalisi è un impresa di riforma dell'intelletto. Senza altro scopo che portare il soggetto alla freudianaUrteilsverwerfung: l'operazione etica di revisione del giudizio sul desiderio rimosso. Un'operazione che difficilmente può rientrare nei programmi di conformazione psicoterapica, perché inutilizzabile dal potere.

A sostenere questa posizione teorica ed etica sono in pochi. Qualcuno però lo puoi trovare. Per esempio, nell'associazione psicanalitica nota come APLI, istituto per la formazione teorica permanente. So che non ami le associazioni di psicanalisti, e in molti casi non posso darti torto. O sono chiese burocratiche o bande mafiose. Se perdo il mio tempo con un'associazione psicanalitica, la ragione è che credo di poter uscire dalla logica binaria di conformazione dell'Io al Super-Io, di cui la storia ormai secolare del movimento analitico ci ha fatto assaggiare i grami frutti. Naturalmente non ho un programma ben definito in testa ma per impegnarmi nell'impresa politica mi bastano i pochi principi che ti ho accennato e alcune piccole realtà di riforma del legame sociale tra analisti. O Freud aveva in testa tutta la psicanalisi quando abbandonò l'ipnosi? (Ma aveva in testa l'IPA, purtroppo).

Sì, caro Ettore, abbandoniamo l'ipnosi della psicoterapia. Abbandoniamola al suo destino e riprendiamo la strada di Freud. È intellettualmente più stimolante e come causa politica anche più appagante. Ciao, ciao, Antonello.

P.S.: Per la pubblicazione di questo epistolario su Arché non ho nulla in contrario, se tu mi autorizzi a pubblicarlo su Scibbolet 5 nella rubricaSpaziozero. Lo pubblicherei con pochi tagli, tanto per conservare l'impronta della contingenza, che in analisi è sempre benvenuta, essendo il marchio del fallo.

P.P. S.: Forse non sai che chi ti scrive è un esemplare, in Italia forse più unico che raro, degli sciagurati che, vivendo ancora Lacan, fece unapasse presso l'allora rinomata EFP (prima della dissolution, intendo). Un fallimento come tanti, essendo stata la vicenda interamente condotta all'insegna dell'identificazione al sintomo di Lacan. Il quale, attraverso lapasse, non chiedeva al mondo nient'altro che il riconoscimento improprio del suo insegnamento. Io fui forzato dallo stesso Lacan a tentare l'impresa. (Sarà stato l'esito micidiale di allora che mi sconsiglia tuttora di istituire una passe nella mia associazione).

Il lungo preambolo per introdurre la domanda che, alla fine della passe, con una certa sorpresa mi sentii porre da uno dei passeur, regolarmente estratti a sorte: "Da cosa si riconosce un analista?" Ai tempi, frastornato com'ero dall'intersecarsi di transfert diversi e poco omogenei - sull'analista, sui passeur, sul maestro - non seppi rispondere. Non perché non disponessi della risposta esatta ma perché mancavo ancora del coraggio morale per darne una mia. A vent'anni di distanza quel coraggio me lo sono dato, costruendolo pezzo a pezzo. Oggi direi che un analista si riconosce dal fatto che tenta l'impossibile. Come ogni buon test, la condizione è ovviamente necessaria ma non sufficiente: conosco buoni filosofi che tentano l'impossibile ma non sono analisti. Superfluo dire che con loro mi trovo bene a collaborare. Doppiamente superfluo aggiungere che tra loro non trovi uno psicoterapeuta a pagarlo a peso d'oro.


 

Da Perrella a Sciacchitano

Padova, 24 settembre 1997

Caro Antonello, sono perfettamente d'accordo con te sul fatto che il nostro epistolario non è certo terminato, anche se ci troviamo, mi pare, su posizioni sempre meno distanti. Naturalmente non ho niente in contrario alla pubblicazione delle nostre lettere anche su Scibbolet, benché questo mi lasci solo un piccolo dubbio: perché pubblicare più voltelo stesso testo? Non dipende proprio dal fatto che i lettori d'una rivista non leggono le altre? E questa separazione (ognuno per sé e nessuno per tutti) non è forse uno dei problemi che Spaziozerodovrebbe risolvere? Insomma: non sarebbe meglio se i lettori diScibbolet leggessero anche Arché e i lettori di Arché anche Scibbolet? Comunque faremo come vuoi. Puoi farmi avere una copia rivista delle tue lettere? Ti farò avere quella rivista delle mie, e poi le metteremo insieme. Se l'epistolario continuerà oltre la pubblicazione, continueremo a pubblicarlo a puntate, come un romanzo ottocentesco...

Ma veniamo al dunque. Mi pare che ci siamo proprio. Spaziozero, se non prende una posizione politica, scomparirà fra breve, scrivi tu. Ne sono convinto. Fra l'altro, a quanto sento dire, pare che la mia lettera abbia suscitato presso alcuni di noi reazioni di rigetto, che purtroppo non sono state formulate esplicitamente, come hai fatto tu.

In realtà - a proposito d'intolleranza e viltà - penso che tutti coloro che si sono iscritti a Spaziozero (il cui numero, a quanto mi dice Mauro Santacatterina, è vertiginosamente calato di recente),per il solo fatto d'esservisi iscritti, non sono né intolleranti né vili. Non l'ho mai pensato e non l'ho mai detto. Ciò non toglie che tutti noi (come chiunque altro) abbiamo le nostre incoerenze, le nostre contraddizioni e anche le nostre colpe. E credo che sia essenziale che ciascuno sappia, o almeno sospetti, quali sono le proprie. La mia viltà - se posso esprimermi in proposito - è sempre stata (contrariamente a quanto forse hai pensato tu) d'avere un vero e proprio orrore di tutto ciò ch'è politico. Certo, questo dipende anche da che cosa s'intende per "politico". Comunque, sono tutt'altro che un agitatore di popolo, e aggiungo pure che non ho nessuna istintiva simpatia per il popolo stesso. Credo che per un verso questo sia un pregio, ma che per un altro è difetto, da cui cerco faticosamente di correggermi.

Comunque, perché Spaziozero diventi effettivamente un movimento di politica psicanalitica, è essenziale che emerga al suo interno un nucleo di tesi positive. Non nel senso del diritto positivo, beninteso, ma nel senso che non ci si può limitare a dire quel che rifiutiamo, se poi non sappiamo dire quel che vogliamo e proponiamo. Da questo punto di vista ci sono posizioni diverse (non solo due, come forse troppo ottimisticamente ritieni tu), e soprattutto posizioni diverse vengono spesso condivise in alternanza dalle stesse persone. Questo problema mi pare grave, perché non è affatto solo di chi si occupa di psicanalisi, ma è anche di tutti gli altri (e temo che lo sia con pochissime eccezioni).

Continuo a credere che non sia giusto né corretto contare sulla psicanalisi come se essa assicurasse automaticamente a chi se ne occupa una giusta posizione etica e politica. Mi pare un'illusione ideologica che può far passare, sotto una verniciatura freudiana o lacaniana, qualunque porcheria. E, dal momento che tale verniciatura si è prodotta più volte e in forme diverse nella storia della psicanalisi, mi pare sia proprio necessario cambiare pagina, e riconoscere umilmente che la parola "psicanalisi" non garantisce niente a nessuno. Credo che questa mia posizione susciti vere e proprie reazioni fobiche in alcuni nostri colleghi, perché accettarla significa anche accettare una vertiginosa caduta narcisistica. Si pensa che gli analisti dovrebbero esserci abituati. Penso invece chele loro cadute narcisistiche, se ci sono state nell'analisi (e che ci siano state in effetti lo sa solo chi l'ha fatta) vengono poi arcicompensate da una specie di delirio di purezza psicanalitica, che fa tanto anima bella, ma che copre anche molta ignoranza e molto conformismo. Con tutto ciò non voglio avere nulla a che fare! E credo neanche tu e molti altri. Perché arrendersi, allora, e non tentare invece di far emergere con coerenza quel che ognuno pensa attorno alla formazione degli analisti e al significato che ha oggi la pratica analitica? La chiarezza non è forse una compensazione molto migliore del delirio d'onnipotenza?

Così, quanto agli intolleranti, certo devono essere tollerati. Ma l'intolleranza no, non deve esserlo. Perché, se lo fosse, ci troveremmo esattamente in quella situazione che tu giustamente descrivi come psicoterapia di stato: pericolo dal quale certo non ci difende certo l'uso d'una parola magica come "psicanalisi". E dipende da tutti noi di non arrivarci. Da tutti noi chi? Da noi analisti? Se dovessi fidarmi di questo termine, dovrei fidarmi di persone che hanno assunto posizioni diametralmente opposte a quella che credo debba essere la posizione d'uno psicanalista. Possiamo invece fidarci solo del fatto che qualcuno, ostinatamente, continui a tentare l'impossibile, come scrivi tu. Ed effettivamente di tale ostinazione gli analisti non hanno affatto l'esclusiva. Non ho niente in contrario ad accettare un filosofo come compagno di strada, ma non rifiuto nemmeno il primo venuto. E quindi non rifiuto nemmeno coloro che si definiscono psicoterapeuti. Il fatto è che il problema di fronte al quale si trova Spaziozero non è solo un problema psicanalitico, ma è un problema politico e civile complessivo. Se ce ne dimenticheremo, mancheremo del tutto il nostro scopo, eSpaziozero si estinguerà in poche settimane. Che diamine: io non sono tollerante e liberale perché sono analista, ma sono analista perché sono tollerante e liberale. E credo che chi, prima di divenire analista, era un maoista non possa concepire la psicanalisi che in modo totalitario, se non ha affrontato una completa metanoia, vale a dire una "conversione", che in realtà è un vero e proprio mutamento d'intelletto, come dice la parola greca. Questo mutamento noi dobbiamo produrre, con la psicanalisi e con tutti gli altri strumenti che sono a nostra disposizione (proprio questo effetto, mi pare ,tu chiami "riforma dell'intelletto"). E ognuno di noi ha il suo maoismo nell'armadio (come si dice d'un cadavere). Liberarsene non è affatto facile quando lo si voglia, ma è del tutto impossibile se non si decide chiaramente di farlo.

Per questo, caro Antonello, non credo proprio d'essere un'"ombra inquieta" che si aggira fra i sostenitori della psicoterapia, prima di tutto perché la psicoterapia mi sta a cuore solo come qualunque altra pratica che venga liberamente scelta da chiunque (per un motivo di principio generale, e per nessun altro: difenderei allo stesso modo i falegnami o gli esploratori polari), e in secondo luogo perché non sono un fantasma, ma un tizio di carne e d'ossa, come tutti gli altri.

Per finire, spero che la giornata di studio di Padova serva a noi diSpaziozero per chiarirci qualche idea. Per questo penso che sia utile non invitare a parlare nessuno, ma confrontarci davvero - anche con un po' d'aggressività, se serve - sui punti cruciali grazie alla cui formulazione il nostro Movimento comincerà a esistere realmente, e non solo sulla carta o nei computer. Con amicizia, Ettore


 

Da Sciacchitano a Perrella

Milano, 27 settembre 1997

Caro Ettore, so che sei molto impegnato con Spaziozero. Approfitto del ritardo della tua risposta per chiederti una consulenza su Paolo. Non ti stupire. Come forse non immagini, sono di formazione cattolica. Don Giussani fu mio professore al liceo e partecipai a Gioventù Studentesca, prima che diventasse Comunione e Liberazione. Il cardine della mia formazione religiosa, oggi il fondamento del mio ateismo, è che la fede nasce dalla carità. Detto in altri termini, Dio per me non è inconscio ma è un effetto evidente del legame sociale. A questo proposito, ti scrivo per chiederti una buona traduzione dal greco di Corinti I, 13, 13. La versione tedesca e quella francese discordano un po'. La Bible de Jérusalem riporta: "La foi, l'espérance et la charité demeurent tous les trois, mais la plus grande d'entre elles, c'est la charité". L'Einheitsübersetzung più romanticamente traduce: "Fürjetzt bleiben Glaube, Hoffnung und Liebe (sic), diese drei; docham größten unter ihnen ist die Liebe".

La citazione paolina è pertinente e molto rilevante per il nostro dibattito, a mio giudizio. La psicanalisi fa la sua apparizione (nel senso di sua Epifania), in forma che può essere giudicata, nel legame sociale tra analisti e non analisti. Perciò una politica della psicanalisi non può farsi correttamente se non passa per il rinnovamento del legame sociale tra di noi, la metanoia dei Greci. Tale legame è da riformare, se si vuole riformare la psicanalisi. Il resto, le commissioni, le leggi, i ministeri, ci vogliono, ma sono secondari alla politica della psicanalisi. Il processo primario rimane, per dirla con Freud, il legame sociale tra di noi. Dico questo perché mi sembra che l'interesse per il legame sociale sia stato relegato in secondo piano tra noi (e portata in primo piano la falsa questione della formazione psicoterapica). Allora quel che resta della mia formazione cattolica si inquieta.

Aspetto la tua consulenza e ti auguro buon fine settimana, Antonello

 


Da Perrella a Sciacchitano

Padova, 29 settembre 1997

Caro Antonello, da quel che ho capito dalla tua del 27, a quella data non avevi ancora ricevuto la mia risposta del 24, che pure ti avevo mandato (a meno che non si siano prodotti inconvenienti di trasmissione). Sulla riunione di ieri del Direttivo di Spaziozero, che è andata molto bene, non mi soffermo, pensando che ti abbia già informato Contardi. L'aspetto essenziale è comunque che la svolta suggerita da te nella tua lettera "paolina" e da me in un mio intervento alla riunione sembra a tutti che sia da tentare. Spaziozero deve veramente diventare un movimento politico, e per questo credo che si debbano affrontare i punti su cui divergono le opinioni al nostro interno, dal momento che esse, pur essendo divergenti, come tutte le cose divergenti, sono anche convergenti.

Contardi mi ha informato della riunione a Milano per la nuova associazione psicanalitica lacaniana; spero di poterci essere, ma non ne sono sicuro, per via d'un seminario che dovrebbe essere in contemporanea qui a Padova. Anche Galli vuole pubblicare suPsicoterapia e scienze umane il nostro epistolario... A questo punto dobbiamo veramente rendere pubblicabili le nostre lettere... Tu sistema le tue, e io sistemerò le mie. Manderò fra breve il mio testo sull'uno a Rovatti, per posta.

Ora veniamo a San Paolo. Io non avuto una formazione cattolica, e questo mi lascia la possibilità di pensare di non essere ateo. Il testo di cui mi chiedi suona così, tradotto parola per parola: "Ma per adesso [nynì] rimane [ménei] la fedeltà, la speranza, l'amore [agápe], questi tre: ma la maggiore fra queste cose è l'amore". Poche considerazioni linguistiche. Nynì è il tempo dell'attesa della rivelazione (apokálypsis) grazie alla quale si potrà vedere il divino direttamente, e non più perspeculum in aenigmate. È il presente dell'attesa fiduciosa e anticipante della rivelazione. L'anticipazione della rivelazione ha la triplice forma di ciò che rimane-insistendo triadicamente (le tre "virtù teologali"). La pístis greca, come la fides latina, significa fedeltà prima che fede. La credenza non c'entra nulla. Si tratta della fedeltà all'alleanza, cioè alla Parola (anche al Logos, che ne è principio). La speranza è l'apertura all'avvento della rivelazione (cioè del ritorno delLogos nel giudizio), mentre l'agape è certamente l'amore. "Carità" è una traduzione totalmente insulsa. Anche oggi in Grecia per dire "ti amo" alla fidanzatasi dice s'agapò. Le tre virtù hanno un verbo al singolare, che potrebbe essere anche retto per anticipazione dal plurale neutro ("queste tre cose"), ma grammaticalmente mi pare retto da ciascuna delle tre, come se tutte e tre fossero una sola cosa (perciò accennavo prima alla triadicità della loro relazione).

Spero che queste indicazioni frettolose ti siano utili. Comunque sia, viva la tua preparazione cattolica: finalmente ho trovato qualcuno che ha capito che il problema posto dalla trasmissione della psicanalisi si risolve solo sul piano più alto dell'amore. In verità questo piano è tanto alto, che tutti noi preferiamo pensare che si tratti d'una metafora, mentre si tratta della materia stessa della nostra vita.

A presto, Ettore

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