L’Uomo dei Lupi: un caso di psicosi ordinaria

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30 gennaio, 2018 - 14:39
  1. Freud non riesce a ritrovarsi nel transfert
Dopo il commento al caso dell’Uomo dei Lupi dello scorso 29 dicembre, qui pubblicato, a firma di Sergio Benvenuto, mi trovo spronato a rileggere ancora una volta il suddetto caso freudiano. Caso memorabile, caso che ha fatto parte da subito della storia della psicoanalisi, caso altamente controverso quanto alla diagnosi e al maneggiamento del transfert. Questo commento di Benvenuto - collega che ho ascoltato in un paio di occasioni a Roma, apprezzandolo, e del quale ho letto contributi molto ricchi e interessanti - ha il pregio di restituire freschezza al caso clinico effettivamente “meno convincente” fra quelli dei quali scrive Freud[1].
Questa scarsa attendibilità del materiale sul quale si appoggia Freud per costruire le dinamiche della scena primaria, basilare nel sedimentarsi della scena fantasmatica, oggi non ci stupisce più. Freud stesso nel concetto di Nachtraglich, del quale è forse più nota la traduzione compiuta da Lacan come après-coup, pone via via l’attenzione meno sui fatti evenemenziali quanto sulla loro dimensione di fantasia. Si concentra sul modo in cui le lacune della memoria, nel rievocare un fatto traumatico, vengono colmate da una quota di fantasia, senza peraltro rinunciare affatto alla datazione di tali eventi. Le manifestazioni sintomatiche e il sogno d’angoscia relativo ai lupi si manifestano fra i 3 e i 4 anni e rinviano, secondo la temporalità retroattiva, alla scena traumatica della primissima infanzia nella quale il bimbo vedrebbe il padre agire un coito a tergo con la madre.  Freud trova più importante, qui e ora, pervenire alla datazione del trauma rispetto all’operazione volta ad accertare quanto effettivamente avvenuto là e allora.
Leggere il caso dell’Uomo dei Lupi in Freud, il supplemento di analisi svolto con Ruth Mack Brunswick, gli scambi epistolari con Muriel Gardiner, i resoconti dello stesso Sergej Pankeieff, gli innumerevoli commenti al testo,  è un compito improbo. Intendevamo scrivere poche pagine e ci troviamo con un ampio lavoro, senza alcuna pretesa di raccogliere tutta la letteratura sull’Uomo dei Lupi. “Da parte nostra – lo riconosciamo – la materia ci dominava più di quanto non la dominassimo”[2]. Come non concordare con Nicolas Abraham e Maria Torok ?
Diversi autori hanno posto in risalto le difficoltà di Freud rispetto al transfert –argomento in buona parte all’epoca ancora inesplorato – e al suo indietreggiare dinanzi ad esso facendosi soverchiare dal controtransfert nel caso Dora così come nel caso della giovane omosessuale rispetto alla quale agisce senza dare credito al lavoro dell’inconscio della ragazza stessa. Sosteneva Lacan, a proposito del transfert: “non sembra che Freud si ritrovi sempre, nei casi di cui ci ha messo a parte. E’ per questo che sono tanto preziosi”[3]. Noi apprendiamo dai casi freudiani proprio sulla scorta delle sue difficoltà con l’aurorale studio dell’apparato transferale. Ci accorgiamo dell’ingenuità di certe letture volte a riferire alla sua stessa persona qualcosa che si riferisce, invece, alla funzione simbolica del transfert stesso in quanto supposizione di sapere, in quanto fiducia in qualcosa di inconscio che l’analisi permetterà di decifrare e di ricondurre al linguaggio originario della catena significante inconscia. La decisione dell’Uomo dei Topi di arruolarsi nella Prima Guerra Mondiale, sino a perirne, non è certamente senza nessi con l’analisi stessa e, più nel dettaglio, con il transfert analitico; eppure Freud riporta questo evento luttuoso senza autocritica alcuna, in una nota aggiunta al termine del resoconto del caso clinico del 1923. La citiamo testualmente: “Il mio paziente, che grazie all’analisi recuperò la salute psichica, è caduto durante la grande guerra, come tanti altri giovani ricchi d’ingegno e d’avvenire”[4]. Davvero si fatica a cogliervi l’implicazione dell’analisi nella dimensione di mortificazione in gioco mentre l’accento viene posto sulla gratitudine che il giovane uomo dovrebbe avere nei confronti dell’analisi stessa.
Perfino superfluo è ricordare le discussioni sulle diagnosi dei pazienti di Freud, dalla celebre discussione sulla follia isterica di Anna O. in poi. Noi condividiamo molte delle diagnosi formulate da Freud, non quella di nevrosi ossessiva attribuita erroneamente all’Uomo dei Lupi, a Sergei Pankejeff. Questo paziente era cresciuto in una tenuta della Russia zarista, in una famiglia ricchissima e altamente patologica, che presentava una storia di suicidi fra i quali quello della sorella Anna, avvenuto alcuni anni prima del suo ingresso in analisi da Freud. In effetti, con la consueta onestà intellettuale che lo contraddistingue, sarà Freud stesso a mettere più volte in questione la diagnosi di nevrosi ossessiva quando, in Inibizione, sintomo e angoscia, confronta la fobia del piccolo Hans con la posizione soggettiva del giovane paziente russo, allertato dai lupi, a proposito della rimozione. “Si tratta, nel caso di Hans – molto meno chiaramente nel caso del russo – di un processo di rimozione che riguarda quasi tutti gli elementi del complesso edipico, gli impulsi di ostilità e tenerezza verso il padre, e l’impulso di tenerezza verso la madre”[5]. Dunque, già intorno alla metà degli anni Venti, il padre della psicoanalisi scorgeva la scarsa chiarezza di questa situazione clinica. In Hans, vi è una vera propria fobia di venire morso dal cavallo che rimpiazza il padre; in Sergej, troviamo la paura di un’immagine di lupi mostratigli in un libro.
Si tratta di un fatto clinico piuttosto frequente: gli elementi del caso non sono nitidi, non si ordinano in modo limpido, tanto da lasciare oscura l’eventuale rimozione e l’eventuale strutturazione metaforica di stampo nevrotico e tuttavia non abbiamo franchi elementi che ci facciano propendere per la diagnosi di psicosi. Jacques-Alain Miller ha parlato, ancora quanto all’Uomo dei Lupi, dello “stile egiziano dell’inconscio, dove le cose stanno tutte le une accanto alle altre, anche quelle più incompatibili”[6]: molti elementi, anche contradditori, stanno uno a fianco all’altro determinando scarsa chiarezza e confusione in chi legge il caso.
 
 
  1. Gli anni dell’analisi interminabile
Per orientarci nella vicenda analitica dell’Uomo dei Lupi, non è superfluo ricapitolare i tempi del suo percorso analitico. La storia descritta nel caso trattato da Freud e recentemente commentato da Sergio Benvenuto si situa nel periodo che va dal febbraio 1910 al luglio 1914.
Dopo la zoofobia dei primi anni di vita, in seguito trasformatasi in ossessione di contenuto religioso, trascorre un’infanzia serena. Quando lui ha 17 anni, la sorella, sua unica compagna, si suicida. A 18 anni ha un crollo in seguito all’aver contratto la gonorrea.
Dopo precedenti cure e dopo la morte del padre, avvenuta nel 1908, anche in questo caso per suicidio, si rivolge a Freud in quanto “era assolutamente incapace di affrontare la vita e di fare a meno dell’altrui aiuto”[7]. Aveva bisogno di aiuto anche per svolgere attività apparentemente banali e semplicissime quali il vestirsi. Oltre al dubitare ricorrente, soprattutto sul Cristo e sulla religione in generale, un importante sintomo che egli lamenta e lo conduce a trasferirsi a Vienna con un infermiere al seguito è collegato con la sintomatologia intestinale; consiste nel fatto che “per lui il mondo era avvolto da un velo, ovvero egli stesso era separato dal mondo da questo velo. Il velo si squarciava soltanto nel momento in cui, dopo l’enteroclisma, il contenuto intestinale abbandonava l’intestino”[8]. Da non sottovalutare è il fatto che richiedeva il clistere gli venisse praticato da un uomo – appunto l’infermiere – in un modo che non può non venire accostato alle pratiche di certi uomini gay passivi.  
La prima analisi con Freud dura circa 4 anni ed è imperniata sul famoso sogno nel quale, sdraiato nel suo letto, mentre si apre la finestra, vede su un grosso noce sei o sette lupi bianchi che lo terrorizzano. Benvenuto ha già descritto la costruzione freudiana che collega questo sogno con la scena primaria nel quale avrebbe assistito al coito a tergo fra i genitori.
L’analisi si conclude con il momento nel quale egli porta in Berggasse, 19 Teresa la quale riceve una sorta di approvazione da Freud quanto al loro progetto di convolare a nozze. Aveva incontrato Teresa in occasione di uno dei ricoveri in una casa di cura psichiatrica, antecedente l’analisi con Freud, dove ella lavorava come infermiera. Vi era andato su indicazione del Professor Kraepelin di Monaco, da lui consultato come aveva consultato altri famosi neurologi quali Zihen, a Berlino, per “la situazione disperata in cui si trovava”[9] da anni.
In seguito alle tristemente note vicende belliche, il paziente che aveva perduto la sua enorme ricchezza con la rivoluzione bolscevica  torna a Vienna nel 1919, dopo un avventuroso viaggio attraverso la Romania. Va a trovare Freud che è lieto di riceverlo e gli regala una copia del volume relativo alla sua analisi, pubblicato un lustro prima. Da Vienna riparte per Friburgo dove risiedono Teresa e la figlioletta Elsa che lei aveva avuto da un precedente legame. Colpisce leggere la laconica crudezza e l’apicale anaffettività del resoconto della malattia tubercolotica di Elsa, in un redigere una sorta di cronaca dei fatti, radicalmente impoverita e priva di emotività. Cito testualmente l’Uomo dei lupi stesso: “Elsa morì due mesi e mezzo dopo il mio arrivo a Friburgo. Trasportammo la sua salma a Monaco, dove la seppellimmo. Cominciavano adesso, per Teresa e me, le tristi vicissitudini della vita da esiliati”[10]. Torna allora in Austria  e ricomincia l’analisi con Freud, per un breve periodo, dal novembre 1919 alla Pasqua del 1920. Rimane, poi, a Vienna dove giunse a procurarsi una modesta posizione sociale. Era riuscito a trovare un lavoro, come impiegato, nell’ambito assicurativo grazie anche ai propri studi universitari di Giurisprudenza, effettuati con ritardi e fatiche. Alla sua collocazione sociale concorreva il fatto che era sposato con Teresa.
E’ il padre della psicoanalisi stessa a precisare, nelle prime pagine di Analisi terminabile e interminabile, che aveva già “riferito di essersi sbagliato in una nota aggiunta nel 1923 al caso clinico che lo riguarda. […] Più di una volta in questo lasso di tempo, il suo benessere è stato interrotto da attacchi morbosi che non hanno potuto essere intesi altrimenti che come estrinsecazioni della sua persistente nevrosi. La sagacia di una delle mie allieve, la dottoressa Ruth Mack Brunswick, ha posto fine ogni volta, con un breve trattamento, a questi stati. Alcuni degli attacchi presentati dal paziente avevano a che fare con componenti residue della traslazione; e, pertanto, pur nella loro fugacità, denunciavano palesemente un carattere paranoico”[11].
Per leggere il caso dell'Uomo dei Lupi mi pare, dunque, impossibile prescindere dal libro curato da Muriel Gardiner la quale ci racconta dell'incontro con Pankejeff, a Vienna, nel 1938. Impreziosito dalla prefazione di Anna Freud, ci parla della seconda tranche di analisi svolta con Ruth Mack Brunswick e dello scompenso paranoico avuto, con il delirio sul proprio naso. Questo supplemento di analisi era già stato pubblicato sull’International Journal of Psychoanalisis, nel 1928. Si riferisce a un momento del 1926, nel quale il paziente si rivolge ancora una volta a Sigmund Freud il quale lo indirizza stavolta a una sua allieva. Non aveva, di fatto, mai interrotto i contatti con il fondatore della psicoanalisi il quale gli forniva regolarmente una somma di danaro, frutto di una elargizione da parte della comunità analitica viennese, per il sostentamento suo e della moglie, spesso ricoverata in cliniche psichiatriche. Ecco quanto ci spiega la Mack Brunswick: “Soffriva di un’idea fissa ipocondriaca. Si lamentava di essere vittima di una lesione nasale provocata dall’elettrolisi, fatta nel corso del trattamento di ghiandole sebacee del naso, che si erano ostruite. Secondo lui, la lesione consisteva in una cicatrice, in un foro o in un tumore del tessuto cicatriziale. Il profilo nasale era rovinato! Dirò subito che sul naso del paziente, piccolo e camuso, tipicamente russo, non si vedeva assolutamente nulla”[12]. Vi è, dunque, un fenomeno allucinatorio che ripete quello, sicuramente più celebre, del dito tagliato avvenuto quando aveva 5 anni. Mentre quella infantile fu un’allucinazione fugace, questa risulta radicarsi in modo stantio, per diversi mesi. Intorno alla nuova allucinazione, avviene una regressione topica allo stadio dello specchio che lo portava a guardarsi il naso in tutte le vetrine della città e a consultare compulsivamente uno specchio nella sala d’attesa dello studio dell’analista. Quindi, si costruisce un delirio dai connotati persecutori nei confronti di un dermatologo viennese, il Professor X, dal quale era in cura fin dai tempi dell’analisi con Freud, il quale gli avrebbe deturpato il naso con un intervento sfociato in un danno irreparabile e pernicioso.
In effetti, Pankejeff “si preoccupava in modo abnorme per il proprio naso” già dal febbraio 1924. Già a scuola, i compagni “lo canzonavano per il suo nasetto camuso”[13]. Piccole imperfezioni come dei foruncoli gli procuravano enorme sofferenza.
Come primo sogno nella nuova tranche di analisi, egli porta ancora il sogno dei lupi sia pure in una versione lievemente diversa in quanto i lupi, anziché bianchi come al solito, sono grigi. Questa tranche di analisi con la Mack Brunswick prosegue fino al febbraio 1927 e apporta degli effetti senza dubbio benefici per il paziente. L’analisi si conclude dopo un sogno, attraverso il quale egli si scosta dal delirio, in cui appaiono i dermatologi. In questa produzione onirica, cammina per strada con il secondo dermatologo il quale, quando il paziente fa il nome del Professor X, risponde: “No, no, non è lui, è un altro”; con queste parole, indica “il padre (o Freud), l’innominato unico responsabile di tutti i mali”[14].
I risultati ottenuti con questo trattamento, tuttavia, non si stabilizzano tanto che l’Uomo dei Lupi avverte il bisogno di proseguire le sedute, in una sorta di analisi interminabile. Scrive ancora la Mack Brunswick: “Questa volta l’analisi, che si è prolungata, abbastanza irregolarmente, per molti anni, ha rilevato materiale nuovo e importante, ricordi dimenticati”[15]. Non sono, dunque, molti gli anni nei quali l’Uomo dei lupi è riuscito a barcamenarsi nell’esistenza senza ricorrere a dei clinici. Quello che si è verificato, come capita di frequente con quei soggetti privi del significante paterno che trovano un sostegno da un analista, è il protrarsi per moltissimi anni di un percorso supportivo, sostanzialmente privo di un setting strutturato, nel quale il paziente trova un luogo ove depositare le proprie inquietudini, le proprie ansie, quello che lo fa soffrire. La catena associativa, la catena significante, specialmente se volta al far riaffiorare i ricordi di infanzia si dimostra potenzialmente inestinguibile lasciando insoluta la questione della fine analisi. Delle brevi interruzioni delle analisi si alternano con fasi nelle quali, anche per anni e anni, le sedute ricominciano.
Ne è un esempio drammatico quanto avviene nel 1938. Siamo in un momento storico-politico drammatico nel quale le orrende nefandezze hitleriane e la violenta barbarie nazifascista stanno imperando in Europa. Avviene l’Anchsluss e l’esercito tedesco, senza incontrare resistenza, varca i confini dell’Austria che viene annessa al Reich hitleriano. Diversi ebrei si suicidano. Pur non essendo loro ebrei, Teresa propone al marito di aprire il gas per farla finita. Lui la porta da un neurologo che le prescrive un sedativo. Tuttavia, un giorno, rientrando in casa, vede la moglie “seduta vicino al tubo del gas, china sul tavolo di cucina, su cui aveva deposto le sue lettere di addio”[16].
In seguito a questo evento commovente, passando dalla via nella quale la Gardiner risiedeva, la incontra e sale in casa. Le racconta la sua drammatica storia, scoppiando talvolta a piangere. Ella ha l’idea di telegrafare alla Dottoressa Mack Brunswick per fissargli un appuntamento con lei, trasferitasi a Londra ma intenzionata a trascorrere le vacanze estive a Parigi. Con l’intercessione della Principessa Marie Bonaparte, dalla quale la Mack Brunswick era allora ospite, gli viene accordato il visto per recarsi in Francia. Con la consueta stringatezza anaffettiva, scrive: “Dopo una breve visita alla padrona di casa, fui condotto dalla Dott. Mack, alla quale potevo finalmente confidare tutte le mie pene. Andavo da lei tutti i giorni, per un’ora”[17]. Aveva il cervello “bloccato: reagiva soltanto a pensieri e idee collegati al suicidio di Teresa”[18].
Quando la Mack rientra a Londra, lui ottiene il visto per andare nel Regno Unito e prosegue le sedute con lei, nel solito setting di una seduta al giorno di un’ora. “Sul piroscafo, mentre attraversavamo la Manica, avevo l’impressione di trovarmi in un mondo nuovo, immaginavo persino di essere circondato da persone che mi ricordavano i romanzi di Dickens. Fu questo uno dei primi segni che ricominciavo a osservare e ad accorgermi del mondo intorno a me”[19]. Si può facilmente notare come la libido dell’Uomo dei Lupi sia frequentemente riportata sull’io, in una fissazione narcisistica che non può non ricordare la psicosi, per come Freud stesso la caratterizza in un testo coevo. “Sembra che egli abbia effettivamente ritirato la sua libido da persone e cose del mondo esterno, senza averle sostituite con altre nella fantasia. […] La libido sottratta al mondo esterno è stata diretta sull’Io, dando origine per conseguenza a un comportamento che possiamo definire narcisistico”[20].
Eclatante risulta il tentativo di guarigione del paziente il quale combina che la madre, la quale abitava a Praga con lo zio, venga ad abitare con lui, nel suo appartamento. Dopo il suicidio di Teresa, troviamo un vuoto quanto al desiderio di sostituirla con un’altra donna e scorgiamo in modo macroscopico la regressione verso una relazione di accudimento primario non riuscendo a destreggiarsi nella quotidianità senza l’aiuto di un caregiver.
Nel Dopoguerra, intrattiene una fitta corrispondenza con Muriel Gardiner che li porta a incontrarsi una prima volta, a Linz, alla fine degli anni Quaranta, in occasione di un suo rientro dagli Stati Uniti. Non sarà l’unica occasione di incontro; si daranno ulteriori appuntamenti, descritti con un certo calore umano.  Nel 1950, dopo il pensionamento, all’età di 63 anni, le invia due epistole nelle quali esplicita il suo trovarsi “quasi sempre in un profondo stato di melanconia”; senza l’impegno lavorativo, si sveglia in preda a un certo tedio esistenziale con “attacchi di disperazione, durante i quali la vita gli appare orribile e la morte bella”[21].
Quindi proseguono svariate cure e trattamenti con diversi clinici che lo mantengono sempre abbastanza ben compensato nella sua pseudonevrosi; fra questi, ogni due mesi, giocava a scacchi con il Dottor Albin, un terapeuta viennese. Fa eccezione per un breve periodo di acuzie avvenuto nel 1951, un anno dopo il suo pensionamento. L’episodio va contestualizzato: Vienna è ancora occupata dagli Alleati e la gestione di una parte della città spetta all’Armata Rossa.  L’abitazione del paziente si trova nella parte sotto l’occupazione degli eserciti occidentali ma, malauguratamente, per una svista, un giorno egli si reca nelle zone di pertinenza dell’esercito dell’Unione Sovietica.
Un giorno, proprio in occasione dell’anniversario del suicidio della sorella, prende scatola di colori e tele per dipingere nei dintorni della capitale austriaca. A un certo punto, gli si avvicinano cinque uomini, dei soldati russi. Senza accorgersene, era penetrato nella loro zona. Questi lo interrogano, lo trattengono per due giorni, quasi fosse una spia e notano il suo cognome russo. L’ufficiale gli ordina di tornare dopo ventuno giorni, con dei quadri, per dimostrare la sua estraneità a vicende di spionaggio. In quel periodo d’attesa – scrive lui stesso – “soffrivo, penso, di manie di persecuzione; credevo che la gente parlasse di me o mi osservasse (cosa certamente non vera). […] Non sapevo che cosa fare o dire. […] Quelle tre settimane di attesa furono il più atroce degli incubi ! La mia povera mamma naturalmente era anche lei angosciatissima”[22]. Dopo tre settimane, si reca all’appuntamento suddetto al quale non si presenta nessuno. Pur ipotizzando che il suo caso sia stato archiviato dai Sovietici, va a cercare il giorno dopo il gentile Comandante il quale gli racconta placidamente del figlio artista e del fatto che anche lui, un tempo, dipingeva. L’Uomo dei Lupi stesso definisce questo incidente “una tempesta in un bicchier d’acqua”[23].
Nel 1953, muore sua madre, all’età di 89 anni. Allora, la governante Fraulein Gaby assume per lui un’importanza anche più ampia. “Verso il Natale del 1954, una crisi personale gli provocò una tale forma di depressione che a volte rimaneva a letto tutto il giorno, eccetto per una breve passeggiata quando ne aveva la forza”[24].
La Gardiner lo rivede nel 1956, poco dopo il ritiro dell’Armata Rossa da Vienna. Nel frattempo, “c’erano state parecchie crisi, e di nuovo l’Uomo dei Lupi aveva vissuto un periodo di dubbi ossessivi, di incertezze, di indecisioni. Discuteva i suoi problemi con tutte le persone che pensava gli fossero amiche, e anche con psichiatri e analisti”[25].
Nei tempi a seguire, vede ogni tanto un analista e si reca poi, a intervalli più regolari, da un secondo collega. Per più di quindici anni, un analista austriaco che risiedeva negli Stati Uniti, Kurt Eissler, il quale ne scrive negli anni Novanta[26]- “passa a Vienna parecchie settimane, quasi ogni estate, proprio per poterlo vedere”[27]. Era allora lui a elargirgli il consueto vitalizio annuale.
I contatti epistolari con la Gardiner e il beneficio che Pankejeff trae dalla scrittura rimangono costanti. L’ultimo incontro fra loro risale al 1970 quando “parve che si fosse ripreso in qualche modo dalla sua depressione, ma soffriva di dubbi assillanti, accompagnati da angoscia”[28].
Gli anni nei quali l’Uomo dei Lupi è rimasto in cura sono dunque effettivamente tantissimi. Una vita in analisi. In pratica, dopo l’infanzia e l’adolescenza, ha trascorso quasi tutta la vita in analisi, fino alla morte avvenuta nel 1979. Nell’ultimissimo periodo della sua esistenza, in una casa di riposo, si occupa di lui una suora che vi lavora come infermiera. E’ il destino a farlo spirare fra le braccia di costei che si chiama Anna, come la sorella. Marie-Jean Sauret riporta che le sue ultime parole, rivolte ad Anna, sarebbero state: “Non mi lasciare!”[29].
 
 
  1. La diagnosi dell’Uomo dei Lupi
L’interrogativo sulla diagnosi di questo celebre caso, sul quale pare siano stati pubblicati contributi da parte di oltre duecento autori, ha smosso per anni le tifoserie degli psicoanalisti: c’è chi continua a parteggiare per la nevrosi ossessiva e chi ritiene, a torto o ragione, che non si tratti affatto di nevrosi. Commentatori francesi come Bergeret e lo stesso Andrè Green la rubricano nel novero degli stati limite, corrispettivo della più diffusa diagnosi di borderline.
Freud non fu affatto il primo a ricevere Pankejeff. Egli si rivolse in precedenza all’allora famosissimo Kraepelin il quale aveva già seguito il padre per problemi depressivi. Kraepelin rubricava il caso nel campo della psicosi maniaco-depressiva e gli consigliò, a più riprese, dei ricoveri in alcune cliniche psichiatriche dell’epoca.
Lacan scriveva di virtualità paranoiche dell’Uomo dei Lupi e precisa ancora che “dopo l’analisi con Freud il soggetto presentò un comportamento psicotico”[30]. Egli dimostra “la sua alienazione nel modo più categorico, in forma paranoidea”. Secondo Lacan, l’analisi e il collettivo psicoanalitico sono fattori cruciali nello scompenso del paziente; si riferisce alla colletta che la comunità degli analisti viennesi raccolse per aiutarlo nei momenti di difficoltà, non soltanto economiche. “Ora, il dono di danaro è qui rovesciato da un’iniziativa di Freud in cui possiamo riconoscere, esattamente come nella sua insistenza a ritornare su questo caso, la soggettivazione in lui non risolta dei problemi lasciati in sospeso da questo caso. E nessuno dubita che vi sia stato qui un fattore scatenante della psicosi, del resto senza troppo saper dire perché”[31]. L’inclusione dell’analista nel delirio di S. P. pare convincere Lacan il quale parla espressamente di psicosi e ipotizza che questo schiudersi della psicosi sia dovuto all’analisi stessa: “Come sapete, i problemi pendenti di questa analisi saranno così gravi da degenerare in seguito nella psicosi. Come vi ho indicato, ci si può chiedere se questo non sia dipeso dalle manovre stesse dell’analisi”[32].
Nel dettaglio, egli si reca da Freud, come ogni anno, per ricevere la somma in danaro in data 16 giugno 1926. Non accenna minimamente ai propri sintomi nasali. Improvvisamente, il giorno dopo, decise di recarsi da un dermatologo, che aveva consigliato un intervento diverso da quello del Professor X, il quale non riuscì a rassicurarlo. “Si sentì avvolto nelle spire di una disperazione nera, come mai gli era accaduto in tutte le precedenti malattie”[33]. Si orientò allora su un terzo dermatologo, il quale non riscontrò alcuna imperfezione al naso. Eppure egli rimane convinto che il più famoso specialista di Vienna gli abbia provocato un danno irreparabile. Non ne sa il motivo; non sa se per malevolenza oppure involontariamente ma è assolutamente convinto che il Professor X gli abbia deturpato il naso.
Non saper dire il perché ci lascia in una condizione di oscurità enigmatica. Questi episodi dalla fenomenologia psicotica del paziente, affiancati a moltissimi anni nei quali la sintomatologia risulta compatibile con una nevrosi, vanno letti come manifestazioni di un transfert nevrotico esacerbato nel quale, per esempio, il chirurgo viennese rappresenta metaforicamente lo stesso Freud e più estesamente un problema dallo stampo edipico in riferimento al padre ? Oppure si tratta di esordi della struttura effettivamente psicotica, solitamente mascherata e compensata da una pseudonevrosi molto persistente ? Questo caso dimostra la validità di teorie come quella di Bion che postula un nucleo psicotico in ciascuno di noi e l’alternarsi, anche nell’Uomo dei Lupi, di fasi schizoparanoidi con altre di tipo depressivo peraltro suffragate dal protrarsi di vissuti malinconici nel paziente per tutta la sua esistenza ? Oppure ancora si tratta di un caso accostabile alle condizioni borderline studiate e descritte da Otto Kernberg ?
Lacan si focalizza molto sull’episodio allucinatorio, relativo alla sua infanzia. Rileggiamolo da Freud: “Avevo cinque anni. Stavo giocando in giardino, vicino alla mia bambinaia, e col mio temperino incidevo la corteccia di uno di quei noci che compaiono anche nel mio sogno. Improvvisamente con indicibile terrore mi accorsi che mi ero tagliato il mignolo della mano in modo che stava appeso solo per la pelle. Non provavo dolore ma una grande angoscia. Non osai dire nulla alla bambinaia che si trovava solo pochi passi più in là, mi lasciai cadere sulla panchina vicina e rimasi seduto, incapace di dare una sola occhiata al dito. Alla fine mi calmai, guardai il dito e vidi che non era minimamente ferito”[34]. Nelle letture che, a più riprese, compie di questo fenomeno, Lacan sottolinea il fattore tempo e quello dello sprofondare nel mutismo. “C’è un fatto che emerge dal racconto dell’episodio: si tratta dell’impossibilità a parlarne in cui il soggetto si è trovato a tutta prima. […] A tal punto da non poter comunicare il sentimento che prova, foss’anche sotto forma di appello, proprio quando ha a portata la persona che meglio potrebbe intenderlo: l’amata Nania. Lungi da ciò, non fiata nemmeno; ciò che descrive circa il suo atteggiamento suggerisce l’idea ch’egli sprofonda non solo in un assetto di immobilità, ma in una sorta di imbuto temporale”[35].
Dunque, per Lacan, vi è una sorta di imbuto temporale nel quale precipita, sprofondando. “Si lascia cadere” in un modo che ricorda il Dio di Schreber che lo “lascia cadere”, lo pianto in asso, lo lascia in panne facendolo crollare in un vuoto assoluto dove soltanto il miracolo dell’urlo riesce a riecheggiare. Non sappiamo per quanto tempo il bimbo sia rimasto in questa condizione ma, senza ombra di dubbio, si tratta di qualcosa di molto diverso, decisamente più intimo e ben più estremo rispetto alle comuni fugaci dispercezioni dei bambini, peraltro spesso relative al sonno. Abbiamo poi il secondo elemento, forse ancor più convincente per ascrivere tale fenomeno al campo dell’allucinazione anziché a quello di una più vaga pseudoallucinazione, che è quello dell’indicibilità. Questo “mutismo atterrito” nel quale gli risulta impossibile proferire parola, persino rivolgendosi alla baby sitter, ci indica effettivamente qualcosa dell’allucinazione nella quale il significante diventa reale. Reale sta per “indicibile”. Questo “indicibile terrore” – accostabile al “terrore senza nome” di Bion - è un modo probante e perfetto per provare a descrivere il reale: “il reale è l’ambito di ciò che sussiste fuori dalla simbolizzazione”[36]. Ciò che sussiste fuori dalla simbolizzazione è impossibile da simbolizzare, è indicibile.
Lacan, l’anno seguente, ritorna sull’Uomo dei Lupi proprio nella prima lezione del suo seminario annuale che dedica allora alle psicosi.  Ancora una volta puntualizza il balzo temporale e l’impossibilità a parlare di ciò che stava vivendo. “Quanto è significativa questa sospensione di ogni possibilità di parlarne – e proprio alla persona alla quale parlava di tutto, e specialmente di cose di questo ordine. Si apre qui un abisso, un balzo temporale, c’è un taglio dell’esperienza in seguito a cui risulta che non ha niente, tutto finito, non parliamone più”. Non vi sono domande, interrogativi, associazioni su questa visione del dito amputato, monco. “Quanto è rifiutato nel senso della Verwerfung, riappare nel reale”. In effetti, leggendo Freud, nota come Pankejeff “non manca di testimoniare tendenze e proprietà psicotiche, come dimostra nella breve paranoia che presenterà tra la fine del trattamento di Freud e il momento in cui viene ripreso in osservazione”[37].
L’accento messo da Lacan sul terrore vissuto da Sergej non rimane circoscritto al fenomeno allucinatorio. Viene sostanzialmente esteso anche allo stesso sogno dei lupi, in merito al quale, anni dopo, nel seminario interamente dedicato a L’angoscia, parla di “catatonia del soggetto, di bambino pietrificato da quello che vede, paralizzato dalla fascinazione. Paralizzato a tal punto che possiamo considerare che ciò che nella scena lo guarda, e che è invisibile in quanto è dappertutto, non è nient’altro che la trasposizione dello stato di arresto del suo corpo, qui trasformato nell’albero”[38]. Lacan si focalizza su quanto prova Sergej, sulla sua reazione all’allucinazione e al sogno: qualcosa di ben diverso dall’affetto angoscioso che sarebbe del tutto plausibile in una nevrosi. Egli è immerso in un’esperienza ben più intensa rispetto all’angoscia. Avverte più che angoscia: avverte terrore, paralisi, catatonia, arresto del corpo. Tutto questo si ripercuote nel mutismo atterrito che gli impedisce di proferire parola.
Come tradurre il termine Verwerfung, tratto appunto dal suddetto caso freudiano ? Che implicazioni annettere a questo meccanismo di difesa evidentemente diverso dalla negazione, dalla Verneinung ? Per ora, atteniamoci a Lacan il quale parla di “un fenomeno di esclusione per il quale sembra valido il termine Verwerfung. Può succedere che un soggetto rifiuti l’accesso, al suo mondo simbolico, di qualcosa che pure ha sperimentato, e che nello specifico non è altro che la minaccia di castrazione”[39]
La Mack Brunswick, a sua volta, scrive in modo chiaro e risoluto che si tratta di paranoia. “La diagnosi di paranoia mi sembra che non richieda molte altre prove, oltre quelle fornite dalla storia del caso. Il quadro è quello caratteristico dei casi noti come paranoia di tipo ipocondriaco”[40]. La dimensione persecutoria viene descritta come centrale nel suo delirio, nel quale “il Professor X era naturalmente il persecutore principale. […] C’erano inoltre parecchie persone di minor rilievo, dalle quali il paziente si considerava oppresso, maltrattato, e a volte minacciato”[41]. La Mack Brunswick si pone giustamente il quesito circa il presentarsi, nel 1926, del delirio in luogo dei consueti dubbi ossessivi e di disturbi depressivi come quelli relativi al “velo” sul mondo. “Ci si chiede se il paziente non fosse stato, in realtà, sempre affetto da una paranoia latente”[42].
Non si tratta di psicosi, secondo la Gardiner che lo ha seguito, in varie forme, per buona parte della sua esistenza. Ella sostiene: “Nei molti anni da che l’ho conosciuto, non ho mai osservato segni o sintomi da poter considerare veramente paranoici”[43].
Lo stesso Ernest Jones ritiene giusto non mettere in discussione l’iniziale diagnosi di nevrosi ossessiva formulata da Freud[44].
Nel 1955, viene visitato da Frederick S. Weil, psicoanalista e specialista nella somministrazione del test di Rorschach. Gli indici emersi dai colloqui e dal test, lo orientano verso una nevrosi ossessivo-coatta. Analoga è la diagnosi formulata dal primo degli analisti che lo riceveva a Vienna mentre il secondo aggiunge che si tratta di uno stato “limite (borderline) con una tendenza all’acting out”[45].
Una lettura non trascurabile di questa controversa vicenda analitica porta a mettere in risalto i limiti della diagnosi stessa in quanto l’operazione diagnostica non potrà mai cogliere integralmente l’essere del soggetto, il cuore del nostro essere. L’operatore logico ed epistemologico della psicoanalisi non sarà, dunque, la diagnosi ma semmai il transfert. Sorge, dunque, la questione sull’instaurarsi e sullo svilupparsi del transfert in pazienti come l’Uomo dei Lupi. E’ un fatto che un numero oggi elevato di soggetti presenta una sintomatologia basata sul vuoto, sull’appiattimento, sugli agiti senza veri e propri sintomi nevrotici ma neppure franche allucinazioni né tantomeno una costruzione delirante. Per questo, molti anni dopo, questo caso rimane fonte di insegnamento. Costituisce un primo esempio di quei pazienti dalle suddette caratteristiche che, comunque, continuano ad avere transfert sugli analisti e i centri di psicoanalisi applicata traendo giovamento dal rimanere costantemente in trattamento.
Deleuze e Guattari non mancano di occuparsene, con la loro verve polemica nei confronti della psicoanalisi con una messa in rizoma delle parole dell’Uomo dei Lupi che crea un tutto simbolico volto a superare la questione diagnostica.
Abraham e Torok inventano la diagnosi di “criptoforia” per indicare casi come questo in cui “l’operazione simbolica risulta bloccata, l’introiezione difetta e l’incontro della libido con gli strumenti del proprio sviluppo simbolico si rivela costantemente mancante”[46]. Lo stesso Mario Ajazzi Mancini, al momento in cui scrive la sua ottima introduzione al testo, non prende partito quanto alla diagnosi[47].
Jacques-Alain Miller, negli anni Ottanta, dedicò un suo corso al commento di questo ormai celebre caso[48]. Caso che si chiarisce come un caso di psicosi ordinaria, a partire dal supplemento di analisi svolto appunto con Ruth Mack Brunswick e con l’esigenza di rimanere sempre in cura presso molteplici analisti.
Nel mondo lacaniano, tutto un dibattito si è sempre sollevato intorno alla lettura del caso con particolare attenzione per il problema dell’incerta diagnosi. Un’ottima summa di vari lavori sul caso è quella di Marie-Jean Sauret che, nelle conclusioni, fa riferimento a un concetto soltanto accennato – oltretutto a proposito di un paziente di Ella Sharpe e non di Pankejeff - e mai sviluppato ampiamente da Lacan che è quello di “parziale forclusione del complesso di castrazione”[49]. La validità del testo non si affianca, a nostro avviso, allora a una pari validità delle conclusioni che ci paiono oscure anche in riferimento alla diagnosi.
Fra Agnès Aflalo ed Ettore Perrella vi fu tutto un dibattito, molti anni fa, attraverso una serie di scritti centrati sulla lettura lacaniana del caso di Pankejeff.  Secondo la Aflalo, “a differenza del piccolo Hans, non c’è per il giovane Sergej triangolazione edipica. Il conflitto inconscio concerne esclusivamente la diade del figlio con il padre”[50]. Ella puntualizza come l’equivalenza fallica compiuta da Freud fra il pene e il dito tagliato dell’allucinazione infantile sia quantomeno incerta. Risulta chiaro l’accostamento fra dito e pene sul piano della forma allungata ma il fallo va inteso anzitutto come un significante mentre non sappiamo se questo valore significante, indipendente dalla forma, fosse rintracciabile in Sergej; il dito “funziona come un organo di godimento ma la natura di questo godimento e lo statuto di questo taglio allucinatorio restano da elaborare”[51]. Non sembra affatto che l’Uomo dei Lupi funzioni, dunque, in una dimensione fallica mentre prevale la fissazione anale. Appoggiandosi a questi elementi e alla lettura che ne fa Lacan, la Aflalo chiarisce la propria diagnosi e suggerisce di “considerare la patologia dell’uomo dei lupi come una psicosi” precisando che si presenta come una psicosi dalla forma “sicuramente non tipica”[52]. La diagnosi sarebbe, perciò, di psicosi. Psicosi atipica: comunque, psicosi.
Perrella rispose alla Aflalo ponendo in risalto l’assenza di disturbi del linguaggio nel caso. Egli tralascia completamente l’episodio avvenuto nella parte di Vienna, all’epoca sotto l’occupazione sovietica, e l’incontro persecutorio con il soldato russo che potrebbe ricordare quello con Un-Padre che, secondo Lacan, sta al cuore della drammatica congiuntura in cui si scompensa una psicosi. Evidentemente, Perrella non considera – forse a ragione – il fatto che Pankejeff credeva che la gente parlasse di lui come un disturbo del linguaggio. Secondo il collega patavino, si tratta di un delirio nevrotico. Effettivamente, anche l’Uomo dei Topi ha dei momenti di delirio come quello in cui percepisce bussare alla porta di notte e reagisce esibendo il suo membro virile al padre, già morto, convinto che questi sia là[53]. Lo stesso J. C. Maleval ha ampiamente descritto il delirium nevrotico, che rimane comunque stratificato in modo metaforico e analizzabile, contrapponendolo al vero e proprio delirio psicotico[54]. Perrella sostiene che il fattore scatenante di questo breve episodio delirante in Pankejeff, risalente alla metà degli anni Venti, consista nell’incontro con un Freud malato, sofferente per l’ingravescente cancro alla mascella. “La malattia di Freud”, che il paziente ha modo di notare andando da lui a ritirare la colletta raccolta dal consesso degli analisti austriaci, sarebbe “il fattore scatenante del delirio”[55].
La piccata replica di Agnès Aflalo si basa proprio sull’assenza di disturbi del linguaggio “che costituisce la particolarità del caso”. Pankejeff è uno dei quei casi particolari di psicosi, non poi tanto rari, nei quali la psicosi si manifesta senza allucinazioni verbali e anche senza deliri, tranne saltuari periodi come il suddetto relativo agli anni Venti. Altri sarebbero i fenomeni psicotici da scoprire come l’ipocondria e “i disturbi dell’umore”[56], molto persistenti nel paziente in un quadro clinico di depressione radicale, frequente e cronica.
 
  1. Freud delira in modo diverso da quello dell’Uomo dei Lupi
Tutti deliriamo. Ogni volta che cerchiamo il senso, che costruiamo congetture di sapere a partire da eventi, da fatti, stiamo delirando. E’ una specificità dell’essere umano quella di non poter ridurre a “nuda vita” - per dirla con Agamben - i fatti fisici che ci meravigliano e ci stupiscono. E’ una peculiarità umana interrogarsi, porsi domande, farsi domande sulla domanda stessa, dunque filosofare, a volte interpretare. Vi è tuttavia modo e modo di delirare. I deliri sono diversi per ogni essere umano: alcuni sono deliri condivisi, comuni, tanto da creare un legame sociale, affettivo e amoroso; altri sono basati su una significazione personale che accentua la singolarità irripetibile di ciascuno.
Ho già dedicato un articolo in POL.it alla diagnosi differenziale delle dispercezioni, soprattutto di quelle uditive, fra nevrosi e psicosi, nel quale sostenevo, in accordo con J. C. Maleval e con Ferro e Riefolo, come la percezione di voci dinanzi a un’emancipazione del significante che fa emergere il discorso semi-alienato rintracciabile in ciascuno di noi sia del tutto compatibile con la nevrosi strutturata sull’Edipo, sulla mancanza simbolica, sul desiderio, sulla pulsione sessuale.
Quando Freud delira sul caso dell’Uomo dei Lupi – secondo Benvenuto “delira più dei suoi pazienti”[57] – ci dimostra il suo modo sessuale di delirare che risente dell’impronta di un fantasma paterno molto radicato. Concordiamo con Benvenuto quando afferma: “L’errore di fondo di Freud consiste nel pretendere di dare come prove delle interpretazioni. Ora, le interpretazioni sono associazioni soggettive che, in quanto tali, possono illustrare un mondo soggettivo, ma non possono mai pretendere di essere traccia di eventi reali”[58]. E’ questo uno dei motivi delle frequente scissioni fra psicoanalisti, in un contesto di gruppo iperinterpretativo.  Per cogliere il delirio di Sergei Pankeieff non basta certo il resoconto dell’analisi con Freud. Abbiamo un ampio materiale che ci indica la struttura e la logica del suo delirio e lo troviamo anzitutto in quanto ne ha scritto la sua seconda analista, Ruth Mack Brunswick.
Con Jacques-Alain Miller, focalizziamo il problema del caso intorno alla questione della castrazione simbolica. Dove troviamo la rilevanza di questo argomento ? La troviamo propria nella storia della pseudonevrosi infantile, a proposito dell’allucinazione del dito tagliato. Come capitolo fondamentale per muoverci nella costruzione del caso, abbiamo quello intitolato Erotismo anale e complesso di evirazione.  Sergei “respinse (verwarf) la castrazione”[59] e questa si ripresentò nel reale. Affermare che la castrazione si presenti nel reale è molto diverso dal sostenere che si presenti soltanto nella realtà. E’ lo stesso discorso – per quanto in una prospettiva diagnostica contraria - che abbiamo sviluppato nel nostro precedente articolo circa la percezione di voci nelle nevrosi, là dove il significante emancipatosi in un discorso semi-alienato si presenta nella realtà senza tuttavia incidere sul reale del soggetto che, infatti, riconosce le voci come appartenenti in qualche modo alla propria fantasia, al proprio pensiero, alla propria immaginazione. E’ la reazione del soggetto che rende ragione dell’irruzione nel reale di un fenomeno dispercettivo. Nel caso dell’evento relativo all’infanzia dell’Uomo dei Lupi, è il suo mutismo atterrito in base al quale non osava parlarne neppure con la nanja a dimostrare che si tratta di una vera allucinazione. L’esperienza clinica ci dimostra di come non siano rari racconti analoghi relativi a quell’età ma essi non presentano questa caratteristica di un precipitare in un baratro, di uno sprofondare in un imbuto temporale nel quale è impossibile articolare la benchè minima parola.
Quello che il caso dell’Uomo dei Lupi ha insegnato, forse a Freud e sicuramente nella storia della psicoanalisi, è la centralità dell’evirazione, della castrazione nella formazione della soggettività. Preferiamo dirlo con i termini meno truculenti di taglio, di limite oppure ancora di mancanza – per attenerci a un concetto caro in Lacan. Quando la mancanza viene saturata, quando il limite viene rifiutato, conseguenze non poco spiacevoli tendono a ripresentarsi. L’essere umano è, prima di tutto, un essere mancante.
 
  1. Soggetto uomo, io donna
Al cuore di questo caso clinico si pone, dunque, il paradosso del rapporto con la castrazione. Castrazione contemporaneamente riconosciuta, sino alla passività femminilizzante che trova la sua forma paradigmatica nella prassi di farsi praticare l’enteroclisma da un uomo, e non riconosciuta sino alla forma dell’allucinazione che ripudia il taglio stesso. Scrive giustamente Cesare Romano, a proposito della querelle freudiana nei confronti delle eresie di Jung e Adler: “Il tema dell’evirazione è un tema ricercato da Freud per la necessità di sostenere le sue tesi sulla sessualità infantile ma non era un tema sollevato dalle associazioni del paziente”[60]. Freud cerca, in effetti, qualcosa come la tematica dell’evirazione, della castrazione, che non si è mai sedimentata nell’ordine simbolico di Pankejeff il quale si pone come se l’evirazione non esistesse. Se si fosse radicata, la regola della libera associazione che implica mentalizzazione e simbolizzazione, lo avrebbe portato a confrontarsi, in svariati modi, con l’evirazione, con la castrazione, con la mancanza, con il limite. Al contrario, per lui, “non c’è stata realizzazione del piano genitale”[61].
La tesi di Lacan sull’Uomo dei Lupi, che Miller commenta, si colloca nella differenza fra il registro immaginario e quello simbolico. Per Lacan, come espresso sinteticamente nel suo celebre schema L[62], si tratta di distinguere due parti egoiche a partire dal Freud de L’Io e L’Es: quella conscia e quella inconscia. Scrive il padre della psicoanalisi: “Abbiamo trovato nell’Io stesso qualche cosa che pure è inconscio”[63]. La parte conscia dell’io è relativa alla relazione immaginaria, alla formazione dell’immagine allo specchio che trova nella madre il suo riferimento primordiale; la parte inconscia, il soggetto dell’inconscio implica il soggetto in riferimento a un’altra scena, a quell’Altro, a quell’ordine simbolico, a quell’Altrove che chiamiamo inconscio il cui cardine è spesso l’Edipo ovvero il Padre morto, il Padre ucciso come nella tragedia sofoclea e nell’Amleto di Shakespeare.
Nel caso di Pankejeff, questa differenza sta nel fatto che la castrazione venga accettata sul piano immaginario, con le caratteristiche di identificazione con la madre, di omosessualità e di passività del paziente riscontrate anche dalla Mack Brunswick la quale riporta un sogno nel quale si vedeva steso ai piedi dell’analista e lo interpreta come “un ritorno della sua passività”[64]. Sta anche nello scorgere il suo “non sono castrato”, a livello simbolico, in cui tenta di affermarsi con una scelta soggettiva eterosessuale[65] in base alla quale sposa Teresa e ha rapporti sessuali occasionali con prostitute.  Questo “non sono castrato” nel registro simbolico è quanto ritorna nel reale, nella forma dell’allucinazione del dito amputato. Lacan parla, infatti, di rigetto, ripudio, “verwerfung della realizzazione dell’esperienza genitale” per l’Uomo dei lupi[66].
A livello dell’identificazione speculare, dell’identificazione con un’immagine allo specchio, si identifica con la madre e, più estesamente, con una donna. A dimostrare questo, ci sono i sintomi intestinali come stitichezza, costipazione, dolori addominali e frequenti diarree; essi “traducono un’identificazione con la donna ed ecco che ci ritroviamo con lo stadio anale. Il problema posto è quindi di sapere quale sia il valore di questo ritorno all’anale quando ci crediamo solidamente installati al livello genitale. Freud non si accontenta di dire che è dell’ordine dell’isteria e che quindi è perfettamente compatibile con lo stadio genitale”[67]. L’identificazione con la madre e, più ampiamente, con la donna risulta un fatto analitico comune così come molte ragazze isteriche si collocano in una posizione di identificazione virile con il padre, con il fratello maggiore, con un altro uomo sino a vivere la sessualità “da uomo” e a lavorare come “manager” salvo poi evolvere rapidamente in un desiderio di maternità onde ottenere il fallo da un partner maschile. Quello che caratterizza più nel dettaglio la posizione dell’Uomo dei Lupi è la sua non separazione da questa identificazione immaginaria con la madre. Scrive Sophie Marret-Maleval: “Se Freud privilegia l’analisi del sintomo dell’Uomo dei Lupi come identificazione con sua madre associata al ripudio della castrazione, rileviamo che il tratto di femminilizzazione si caratterizza per un’assenza di separazione dall’oggetto in questione”[68].
Vi sono due tendenze, apparentemente incompatibili, che coesistono. Nella prima via, vi è l’idea (Gedanke) ma senza la credenza (Glaube). Unglauben è proprio il termine a cui Freud fa ricorso quando descrive la paranoia. Dunque Pankajeff ha l’idea della castrazione simbolica ma non ci crede. Non crede alla castrazione, rifiutarla “significa che non c’è riconoscimento della castrazione della donna”[69]. Significativo a questo proposito è uno fra gli ultimi sogni portati in analisi dalla Mack Brunswick, quando il paziente è ormai sulla via di un’evoluzione favorevole, nel quale “appare l’analista del paziente (una donna), vestita come un paggio, in calzoni corti di velluto azzurro e cappello a tre punte. Malgrado l’abbigliamento – più da ragazzo che da uomo – ella ha un aspetto assolutamente femminile”[70].  In tutto ciò, è paragonabile al feticista che, da un lato, sa bene che le donne sono mancanti del pene ma, al contempo, denega tale mancanza femminile trovando un oggetto feticcio che stia a questo posto (lo sfaviillio al naso, la sottoveste, le scarpe con il tacco a spillo, la frusta, quando non espressamente il dildo).
Perché non si tratta di una vera perversione, di una struttura clinica perversa ? In accordo con la Aflalo, notiamo alcune divergenze fra la posizione di Sergej e quella del perverso. Anzitutto, “il godimento del feticcio procura piacere al perverso” mentre, in questo caso, si stenta a coglierlo, perfino nell’eccitazione per le natiche femminili. Inoltre, in Pankejeff, risultano assenti giochi linguistici nella costruzione della sessualità, neppure per quanto concerne la donna vista a tergo; invece, “il feticcio gioca sul cristallo della lingua”[71] come nella celebre suddetta formula dello sfavillio al naso. Quest’ultimo era un paziente vissuto in Inghilterra ma, poi, trasferitosi in Germania. La condizione feticistica dello sfavillio al naso (in tedesco, Glanz auf der nase) andava letta in inglese, come glance, ovvero occhiata[72]. Nel feticismo, a volte riconducibile a un tratto perverso compatibile con la nevrosi e con la virilità, abbiamo uno scenario che orienta l’eterosessualità in modo costante e saldo; nel caso in esame, invece, troviamo una femminilizzazione molto marcata, l’impossibilità di trovarsi una nuova partner dopo il suicidio di Teresa e fanno capolino delle pratiche che fanno riecheggiare quelle tipiche del gay passivo. “E’ per questo che la parte sulla scelta d’oggetto eterosessuale appare pressappoco come un’enclave, una difesa in rapporto alla modalità di godimento principale dell’Uomo dei lupi” che è quella passiva, il cui emblema sta nel farsi praticare un clistere da un uomo[73]. Non sappiamo se sia verosimile quanto viene riportato da Jones circa un carteggio fra Freud e Ferenczi relativa alla prima seduta, che non figura nelle Opere, nel corso della quale S. P. “reclama il favore di un coito anale ed invita il rispettabile professore a defecare a testa in giù”[74]. Fosse vero, renderebbe ancor più esplicita, senza censura, questa sua modalità di godimento omosessuale passiva. Poco importa, ormai, dopo tutto questo materiale.
Dunque, la sua posizione soggettiva va distinta da una perversione in quanto questa si basa sulla Verleugnung (rinnegamento, disconoscimento) dell’assenza del pene nei bambini, i quali “disconoscono questa assenza e credono di vedere ugualmente un pene”[75], mentre Sergej funziona seconda la verwerfung. Egli presenta dei tratti di psuedoperversione, come l’eccitazione per le  donne a carponi e con le natiche preminenti o come la frequentazione di prostitute, ma crede alla dimensione anale ed è per questa via che presenta la propria identificazione femminile. Identificazione femminile, identificazione con la madre. Identificazione con la madre dalla quale non è separato come si evince, nel modo più eclatante, nel suo ricorrere alla presenza fisica della genitrice nel proprio appartamento di Vienna, dopo il suicidio di Teresa, finchè la morte non li avrebbe separati.
 
  1. Verdrangung e Verwerfung
Pankejeff, respingendo la castrazione, trova un proprio funzionamento che va tuttavia distinto dalla logica fallica. In effetti, il funzionamento dell’Uomo dei Lupi risulta principalmente anale con tutta una fissazione sulla stipsi e sul “velo” posto sul mondo che si squarciava quando si sottoponeva a dei clisteri. E’ tutto molto diverso da quanto avviene in un uomo che ha a disposizione la significazione fallica, relativa al fallo simbolico che si manifesta anzitutto nell’atto di parola. Non vi è neppure un concentrarsi sul fallo immaginario, ovvero sul pene.  Lui stesso lo conferma: “Ho sempre avuto sfortuna con il mio pene, con il mio membro, anche prima della gonorrea”. Racconta di come sia stato vittima delle zecche, intorno all’età di otto anni. Un medico, impiegato di suo padre, lo aveva liberato dalle zecche. “Forse, in parte, è a causa di questa disavventura che la gonorrea mi ha tanto impressionato”[76].
Ecco dunque il termine decisivo: verwerfung. Si tratta di un termine che viene tradotto con respingere, rigettare ma anche con ripudiare. Sia ben chiaro che Freud utilizza questo termine, a più riprese, anche senza alcun collegamento con la psicosi. In ogni caso, la verwerfung va distinta dalla rimozione (Verdrangung) specifica della nevrosi. “Una rimozione è qualcosa di diverso da un ripudio cosciente”[77] – così viene tradotto nelle Opere quanto Freud scrive nel dettaglio. Se la verdrangung è indubbiamente specifica della nevrosi, la verwerfung (ripudio cosciente) è un meccanismo che Lacan opta per ascrivere alla psicosi. La rimozione è un modo di riconoscimento della castrazione: il soggetto la assume, la rimuove, facendola sedimentare nell’inconscio da dove rimane operativa. Nella verwerfung, invece, il riconoscimento della castrazione non avviene e non è mai avvenuto: per questo, alcuni soggetti psicotici vanno alla deriva nel mondo in assenza di regole, di limiti, di confini e vivendo talvolta la sessualità privi di inibizioni e di pudore costruendosi un’apparenza di pseudoperversione erotica. “Nessun giudizio è stato formulato sull’esistenza del problema della castrazione, ma era come se questa non esistesse”[78]. Non esiste il significante della castrazione: dunque non esistono regole nè limiti.
La rimozione va disgiunta da una negazione assoluta per quanto si apparenti alla negazione stessa. Nella verdrangung, nella rimozione, qualcosa viene nel contempo “negato e mantenuto”[79], cancellato e mantenuto. Rimozione e ritorno del rimosso sono due facce della stessa medaglia.
Verwerfung è stato tradotto in francese da Lacan con il termine giuridico – che può convincere o meno -  di forclusion. Con forclusion si intende la preclusione di una misura: quando si subisce una condanna irrevocabile a una pena superiore ai quattro anni, sono precluse, inammissibili le misure alternative alla carcerazione. Poiché la misura alternativa è preclusa, l’istanza depositata dal legale viene rigettata. Dunque, forclusion e verwerfung sono il dritto e il rovescio: poiché qualcosa è precluso, questo qualcosa verrà rigettato.  Da qui il celebre concetto di preclusione del Nome del Padre, come meccanismo fondamentale delle psicosi. La verwerfung è qualcosa di assoluto: ripudia, esclude, “espelle, cancella, fa in modo che qualcosa non si costituisca”[80]. Si tratta di un cancellare tutto, di un eliminare radicalmente il significante fallico. A certe condizioni, quello che è stato ripudiato, escluso, precluso con il meccanismo della verwerfung potrà ritornare. Ritornerà, però, in modo diverso da un ritorno nella realtà come quello specifico del ritorno del rimosso. Ciò che è stato ripudiato, escluso, precluso con il meccanismo della verwerfung ritornerà, a determinate condizioni, quali una congiuntura di scompenso; si ripresenterà nella forma dell’allucinazione con il suo manifestarsi nel reale anziché nella realtà. Ciò che non si è mai sedimentato nel simbolico, data la verwerfung, ritornerà nel reale, come indicibile.
 
  1. La psicosi ordinaria
Agnès Aflalo trae la propria posizione dal confronto con J. A. Miller, in un seminario della seconda metà degli anni Ottanta, svolto a Parigi. Afferma Miller: “Il lavoro che bisogna fare non è partire da ciò che so della nevrosi e della psicosi per classificare l’Uomo dei Lupi ma, al contrario, partire da ciò che non so per imparare ciò che la nevrosi e la psicosi sono a partire dall’Uomo dei Lupi. E’ un punto di vista fondamentalmente diverso. […] Se si vuole, è un punto di vista metodologico ma è esattamente quello che Freud raccomanda e che Lacan riprende e segnala: affrontare un caso analitico dimenticandosi di ciò che si sa già”[81].
Lacan si esprime in questi termini a proposito della suddetta allucinazione del dito tagliato, risalente all’infanzia di Pankejeff: “Non è affatto psicotico. Ha soltanto un’allucinazione. Potrà diventare psicotico più tardi, ma non lo è al momento di questo vissuto assolutamente limitato, nodale, estraneo al vissuto della sua infanzia, del tutto disintegrato. In quel momento della sua infanzia nulla permette di classificarlo come uno schizofrenico, pur trattandosi proprio di un fenomeno di psicosi”[82]. Ci sembra un’ottima definizione della pre-psicosi: il bimbo ha un fenomeno psicotico, compatibile con un’infanzia priva di una psicopatologia francamente psicotica. Si tratta di un fenomeno psicotico minimo che rimarrà in sospeso fino all’età adulta permettendogli di crescere come un caso di psicosi ordinaria ovvero senza manifestare palesemente la sua struttura clinica di tipo psicotico. Lo struttura si dimostrerà palesemente soltanto dopo l’analisi, nel 1926, in occasione del delirio centrato sul naso.
J. A. Miller, circa un decennio dopo aver dedicato un suo corso al caso dell’Uomo dei Lupi, propose l’ormai noto termine di “psicosi ordinaria”. Questa dicitura fu il frutto di una sintesi fra due precedenti conversazioni, svolte ad Angers[83] e ad Arcachon[84], fra colleghi del Campo Freudiano sotto il nome di IRMA (Istanza di Riflessione sul Matema Analitico). Erano volte a studiare quei casi cosiddetti inclassificabili e che, probabilmente, secondo una diagnosi che Lacan ricusa, verrebbero rubricati come borderline. La tesi sviluppata in queste conversazioni sta nel fatto che questi casi vadano differenziati dalle condizioni borderline e che, molte volte, corrispondano a delle strutture psicotiche le quali non si sono manifestate palesemente oppure hanno avuto soltanto dei brevi periodi critici, poi rientrati senza dar luogo a un delirio cronico come quello del Presidente Schreber. Pankejeff ne sarebbe un esempio formidabile. Le due conversazioni citate sfociano in una terza, riepilogativa, svolta ad Antibes, in Costa Azzurra, nella quale vengono formulate esplicitamente le tesi sulla psicosi ordinaria[85].  La posizione di Miller, anche quando ritorna, più recentemente, sul campo delle psicosi ordinarie, è chiara; secondo lui, Freud “ebbe un caso di psicosi ordinaria: l’Uomo dei lupi. Era uno psicotico ed era una psicosi ordinaria perché era pieno di tratti nevrotici. Quando leggete Freud potete avere dubbi sulla diagnosi di psicosi, ma dal momento in cui viene seguito da Ruth Mack Brunswick, è difficile metterlo in dubbio”[86].
Dunque, la psicosi ordinaria è una psicosi che non si è ancora palesata in forma conclamata ma che è comunque già presente in nuce oppure una psicosi manifestatasi brevemente in momenti antecedenti ma che, in occasione della consultazione attuale, appare tutt’altro che conclamata. Nel caso di Pankejeff, come in alcuni altri casi, la pseudonevrosi ossessiva dell’infanzia e della giovinezza costituisce in realtà una difesa dallo scompenso psicotico che avverrà intorno ai 40 anni di età. In effetti, uno fra gli aspetti più frequenti in una pre-psicosi è il suo assomigliare a una sintomatologia ossessiva con rituali, coazioni e difese strenue da un crollo catastrofico.
La teoria sulla psicosi ordinaria la distingue nettamente da un’ipotesi continuista. La psicosi ordinaria, a differenza delle condizioni borderline o degli stati limite, non è un livello intermedio fra nevrosi e psicosi. La psicosi ordinaria implica, comunque, una struttura clinica non basata sull’Edipo e dunque priva del Nome del Padre, priva del significante paterno. Questo tipo di psicosi presenta semplicemente dei sintomi pseudonevrotici (si pensi al rigetto nelle bulimiche, a certi fenomeni psicosomatici o al rinvigorirsi dell’ego grandioso nei cocainomani)  e ha trovato il modo di servirsi di una serie di difese e di argini, a volte persino con un accentuarsi di tratti di normalità sociale. Vi sono certamente, per ogni essere umano, delle aree di indistinzione nelle quali le differenze fra nevrosi e psicosi risultano davvero ardue da porre e, fra questi, l’area delle relazioni narcisistico/immaginarie caratterizzate da una sorta di paranoia generalizzata; tuttavia, a livello di struttura clinica, una psicosi ordinaria rimane diversa da una nevrosi. Una psicosi ordinaria è comunque una psicosi, sebbene senza il tangibile apparire di tutti gli indici della psicosi per come la clinica psichiatrica li elenca.
 
  1. I segni della psicosi ordinaria
Dinanzi a un franco esordio psicotico, con l’insorgenza di vere e proprie allucinazioni organizzate in un delirio, finanche con tanto di passaggi all’atto, nessuna incertezza diagnostica sembra legittima.
Nei casi di psicosi ordinaria, non possiamo mai essere del tutto sicuri della psicosi stessa finchè il paziente non entra nel delirio, come nel caso di Pankejeff con la sua certezza ipocondriaca a proposito del buco sul proprio naso. Come cogliere, dunque, i segni prodromici di una psicosi quando essa non si è ancora clinicamente dichiarata in modo conclamato ? Non c’è il rischio di misconoscere un’isteria o una nevrosi ossessiva, magari grave, scambiandola per una psicosi ordinaria con i rischi di aggravamento e di acting out connessi ad una poco accorta conduzione della cura ?
 Anzitutto, si tratta di cogliere la psicosi ordinaria “in negativo” ovvero in quei casi ricevuti dai clinici per anni, in assenza di delirio ma senza che la nevrosi si riesca dispiegare e dipanare in modo nitido. In un caso di nevrosi, infatti, il funzionamento fallico, l’Edipo, la mancanza, il desiderio, la pulsione sessuale, dovrebbero essere da subito fattori palesi o quantomeno delinearsi abbastanza rapidamente. Non riuscendo per molto tempo a dettagliare tali elementi cruciali della nevrosi, pur comunque senza che vi sia alcunchè di delirante, dovremmo quantomeno interrogarci sull’ipotesi che un certo paziente abbia una modalità alternativa per stare nel mondo alla quale concorrono, magari, la fiducia nella scienza e la passione per lo sport oppure l’amore per gli animali e una fissazione pregenitale come quella anale di Pankejeff o quella orale di una bulimica. In queste situazioni, aiuta spesso rivedere il caso dal lato della psicosi, ipotizzando che si tratti di una psicosi ordinaria, compensata da una serie di difese e di modi non nevrotici di organizzazione dell’economia psichica.
Affrontando, invece, “in positivo” il problema della psicosi ordinaria, Miller individua tre elementi indicativi di quello che Lacan aveva descritto come “un disordine provocato nella più intima giuntura del sentimento della vita”[87] come specifico dell’azzeramento della funzione fallica nel soggetto psicotico. Per questo, si tratta di casi che, come l’Uomo dei Lupi, si trascinano sovente in un’atmosfera di irrisolta depressione melanconica.
Da un primo vertice, quello dell’inserimento sociale, vi può essere un marcato disinserimento, come appunto nel caso di Sergej. Non a caso, egli non sopportava di essere guardato intensamente in una persecutorietà dello sguardo che si collega allo sguardo dei lupi, nel celebre sogno. Un segno di psicosi ordinaria sta allora in un progressivo sganciamento, in una graduale disconnessione dal legame sociale che impedisce al paziente di assumere un ruolo, di trovare un posto nell’esistenza. In questo stesso ambito, al contrario, un eccessivo e arcigno senso di appartenenza a un posto di lavoro, a un club, a un partito, a una squadra sportiva, a un’organizzazione, a un’Associazione psicoanalitica, può essere un indice di psicosi ordinaria.
Un secondo elemento indicativo di una psicosi ordinaria sta in un disordine somatico che non risponde alle leggi di un corpo metaforico, come succede invece per il sintomo di conversione isterica. Si tratta di un disagio con la propria fisicità più radicale di un sentimento di mancanza, tanto da avvicinarsi maggiormente alla sensazione di sfasamento dell’integrità corporea, ai geroglifici degli ininterpretabili fenomeni psicosomatici oppure ancora a un blocco della funzionalità intestinale, come nel caso di Pankejeff. A questo proposito, Marco Focchi ha sottolineato come la convinzione di avere un buco reale sul naso, in occasione dei fatti che lo riportarono in analisi, nel 1926, stia ad indicare un buco nel simbolico[88]. Non abbiamo a che fare con una mancanza che si sposta in desiderio ma con una clinica del buco.  
Come terzo punto che ci permette di accorgerci del fatto che si tratta di una psicosi ordinaria, troviamo le esperienze soggettive di svuotamento estremo, di vacuità, di vaghezza, di trasparenza. In questi casi, il soggetto appare davvero inesistente, mortificato oppure profondamente identificato con lo scarto, sino a definirsi non di rado una merda e a rimanere a lungo fissato in una posizione di nullità.
Ipotizzare o argomentare con convinzione che si tratti di psicosi ordinaria non è formulare una vera e propria diagnosi. Psicosi ordinaria è una convenzione analoga a quella di psicosi bianca in Andrè Green. Diciamo psicosi ordinaria quando non riusciamo a delineare con esattezza tutti i crismi della psicosi. Sostiene Miller: “Una volta che avete detto che è una psicosi ordinaria, dovete provare a classificarla in maniera psichiatrica”[89]. Si tratta quantomeno di ipotizzare quale sarebbe il tipo di psicosi, in caso di scompenso. Nell’Uomo dei Lupi sappiamo che, in occasione della vicenda che lo portò di nuovo da Freud nel 1926, la Mack Brunswick, cui il padre della psicoanalisi lo indirizzò, formulò la diagnosi di paranoia con quadro ipocondriaco.
Non sempre è così facile giungere alla diagnosi classica in quanto – come sostengono Cremniter e J. C. Maleval[90] – l’assenza di un fantasma fondamentale a livello inconscio rende meno linde le differenze fra una schizofrenia, una paranoia e una psicosi maniaco-depressiva mentre sono più pure quelle fra il fantasma isterico e quello della nevrosi ossessiva. Serge Cottet, purtroppo recentemente scomparso, concorda e sostiene che i disturbi di molti casi di psicosi, non essendoci un fantasma fondamentale nella psicosi stessa, sono imprevedibili e volubili in quanto “rimane una faglia aperta a tutte le supplementazioni che il corso dell’esistenza può offrire”[91]. Questi casi di psicosi ordinaria soffrono, per un certo periodo, per dei disturbi corporei e per uno sganciamento dal legame sociale analogo a certe schizofrenie, poi per dei vissuti sospettosi, iracondi e persecutori accostabili a quelli di un paranoico così come, in un altro frangente, di una tendenza all’abbattimento depressiva che ricorda quella del melanconico. Pankejeff presenta, dunque, delle “virtualità paranoiche” estrinsecatesi nel delirio paranoico relativo al buco nasale deturpante, a suo dire cagionatogli dal Professor X;  esperisce dei più radicati disturbi corporei di tipo ipocondriaco tanto che la Aflalo può affermare come “l’ipocondria sta all’uomo dei lupi come il delirio sta a Schreber”[92]; si trova in un disinserimento sociale che lo porta a rifiutare incontri con altre donne, dopo il suicidio di Teresa, e a camminare spesso da solo per strade e parchi, accostabile a una organizzazione schizoide; rimane spesso avvilito come complicanza di una problematica depressiva, indice di una melanconia struggente e aggravatasi con l’avanzare della vecchiaia. 
 
 
  1. Come curare una psicosi ordinaria ?
Un pregio inestimabile della clinica psicoanalitica, ormai non da pochi decenni, è di aver approcciato il campo delle psicosi dimostrandone una non così rara curabilità. Soprattutto nella psicosi ordinaria, nulla impone un destino infausto o un’evoluzione di cronicità psichiatrica come quella di uno Schreber  o dei casi tipici dell’epoca manicomiale. Con il ricorso agli psicofarmaci oppure anche senza alcun trattamento psicofarmacologico, questi pazienti riescono a beneficiare dell’incontro con uno psicoanalista e a ottenere degli ottimi miglioramenti clinici. Tali avanzamenti della perizia e della saggezza degli analisti offrono sovente risultati che permettono di vivere un’esistenza pacificata, discretamente serena, con un benessere che rimane sostanzialmente intatto nel tempo.
La conduzione del trattamento con i casi di psicosi ordinaria risulta molte volte efficace nel mitigare le problematiche e nell’attenuare i sintomi; presenta spesso poche difficoltà per la maggior parte del percorso in quanto nulla vieta di dialogare con loro, a mò di conversazione, su svariati argomenti salvo astenersi da interpretazioni su argomenti delicati come la sessualità e la genitorialità. Soltanto in momenti di acuzie, quando vi sono segni di scompenso, viene richiesta un’estrema prudenza in quanto qualunque intervento, specie se volto ad aggiungere senso, rischia di dar luogo al manifestarsi di un delirio dalle conseguenze incalcolabili. In questi ultimi frangenti, risulta fondamentale farsi spesso silenziosi e assolutamente non interpretativi, mettere in campo un setting molto rigoroso; nel caso di un pericolo imminente, è bene non disdegnare l’istituzione di una rete socio-sanitaria con l’aiuto di colleghi e il ricorso ad altri contesti come quello legale, quello psichiatrico o quello istituzionale ove svolgere attività espressive come quelle della pittura e del giocare a scacchi che Sergej praticava. Superata la fase di burrasca, è bene ricominciare a ricevere il paziente con il consueto setting, dosando e modulando la frequenza delle sedute in base alle esigenze cliniche, oscillando fra una maggior costanza in fase critiche e una certa flessibilità in momenti di serenità.
Nel trattamento, va certamente fatta una distinzione fra due tipi di psicosi ordinaria. In un primo tipo di psicosi ordinaria, il soggetto ha già reperito delle forme di compensazione e di stabilizzazione che gli permettono di fare a meno dell’Edipo; nel secondo tipo di psicosi, come appunto nel caso di Pankejeff, è proprio la regolarità del setting a permettere una certa stabillizzazione.
Per cominciare dalla prima forma di psicosi ordinaria, oggigiorno sono sempre più comuni delle forme di organizzazione familiare e sociale che prescindono dal padre e dalla triangolazione edipica. Questi soggetti trovano nello sport, nell’arte, nella musica, nella scrittura, nel mondo della scienza dei punti di riferimento fondamentali che li appassionano, li impegnano e permettono loro di cavarsela discretamente anche quanto a un certo inserimento sociale. Sono pazienti che i clinici incontrano raramente e molto fugacemente. Non si stabilizzano in un rapporto di transfert, secondo la celebre tesi freudiana dell’inaccessibilità delle psicosi alla cura psicoanalitica in quanto essa  presuppone un transfert che essi non sviluppano. Ne sono esempi celebri James Joyce e Nikola Tesla. James Joyce, al quale Lacan ha dedicato un intero seminario, costituisce davvero un prototipo di psicosi ordinaria che, pur avendo incontrato Jung, non intraprese un’analisi con lui. Egli si orientò sul trovare soluzioni interiori alle proprie problematiche; attraverso la scrittura, trovò un modo di stabilizzazione che gli ha permesso di supplire all’evidenza di una “dimissione paterna, di una Verwerfung di fatto”[93] sino a farsi un nome con la propria arte e la propria scrittura. Nikola Tesla, celebre inventore di origine croata, riuscì a far scomparire quasi completamente le visioni inquietanti che lo attanagliavano, sin dalla prima adolescenza, concentrandosi sulle proprie invenzioni, a partire dall’età di 25 anni. “Nessuno degli studiosi di psicologia e di filosofia che consultò riuscì mai a spiegare questi fenomeni in modo soddisfacente”[94]. Tesla non entrò mai in un legame transferale pur scrivendo per insegnare la propria esperienza eccezionale, non senza una quota parte di megalomania, agli studiosi di psicologia. Egli ritenne di fare a meno anche della sessualità in favore dell’ascetismo, in un modo di funzionamento chiaramente non nevrotico, per dedicarsi alla scienza.
In casi come l’Uomo dei Lupi, certamente più comuni nella nostra pratica, la cura di orientamento psicoanalitico, specialmente senza implicare il passaggio al divano, rimanendo vis-à-vis, si dimostra molto efficace.  Sono situazioni cliniche in grado di trarre molto giovamento dalla regolarità del dispositivo, spesso senza nemmeno ricorrere al trattamento psicofarmacologico. Trattandosi, proprio per definizione, di psicosi non deliranti, nemmeno si solleva la questione del curare o meno il delirio che è già un tentativo di guarigione. Questi soggetti sono quasi sempre scevri da qualunque delirio: rimangono lucidi, ragionevoli e abbastanza equilibrati. La relazione analitica si impernia spesso su una buona alleanza terapeutica, in un clima sovente positivo che offre loro un punto di riferimento costante, affidabile, rinvenibile in caso di urgenza. Con saggia prudenza, si tratta di interpretare poco, astenendosi soprattutto da interpretazioni centrate sulla sessualità e sulla genitorialità, punti critici nel campo delle psicosi. Sono casi con i quali la dimensione di contenimento, rassicurazione e chiarificazione risulta preponderante rispetto alle operazioni interpretative. La principale criticità nel trattamento di questi casi di psicosi ordinaria sta nell’esigenza di una reperibilità costante che mette a repentaglio il paziente in periodi di assenza delle sedute, per esempio in occasione di vacanze prolungate dell’analista. Per questo, con i suddetti casi, non si arriva quasi mai a una vera e propria fine dell’analisi e i trattamenti si moltiplicano e si protraggono in una sorta di analisi interminabile, come è stata appunto quella dell’Uomo dei Lupi.
 
  1. Dopo l’analisi ? L’evoluzione dell’Uomo dei Lupi
Abbiamo compiuto un excursus sulla modernità della clinica, divagando con una panoramica sul concetto di psicosi ordinaria, attuale e fruibile nella psicoanalisi del giorno d’oggi. Focalizziamoci di nuovo su Sergej Pankejeff, per concludere.
Dinanzi alle fluttuazioni delle condizioni soggettive dell’Uomo dei Lupi che si presenta come un soggetto spesso disinserito, disconnesso dal sociale, ci pare appropriato il termine débranchement che Jacques-Alain Miller ha sviluppato a proposito delle psicosi ordinarie nelle quali, in certi casi, non si rintraccia mai uno scompenso, uno scatenamento del significante nel reale come avviene, invece, quando esplodono delle allucinazioni in tutta la loro virulenza. Lacan sottolineava: “Una parte del suo dramma attiene a questo, che il suo inserimento nella società è, per così dire, disinserito”[95]. Avendo instaurato un legame nuziale con Teresa rispetto alla quale, in un modo che oggi consideriamo anti-analitico, Freud era intervenuto esprimendo un’approvazione, il paziente aveva trovato una forma di inserimento sociale. La drammatica fine posta da Teresa stessa alla propria vita lo conduce a una nuova forma di disinserimento al punto tale da dover ricorrere al legame di accudimento primario con la madre la quale va ad abitare con lui a Vienna. Tutt’altro che secondaria quanto al suo pur minimo inserimento sociale è la funzione svolta dalla cerchia degli analisti i quali gli offrono un sostentamento non soltanto in termini di danaro, con il vitalizio, ma anche come accoglienza in un consesso al quale si sente appartenere con un ruolo apprezzabile quale eminente paziente dello stesso Freud. In questo, folgorante ci sembra una frase riassuntiva della Gardiner circa il “transfert” che provava nei suoi confronti, dal 1938 in poi: “mi ha assegnato il ruolo dell’analista come anche di consigliera ed amica”[96]. Pankejeff ci sembra uno di quei soggetti – sia pazienti sia colleghi – i quali trovano una propria dimensione nel mondo della psicoanalisi grazie al supporto del loro psicoanalista così come di consiglieri, di amici, di gruppi che costituiscono spesso il loro principale se non unico ambito di legame sociale e affettivo. Del resto, il transfert sul collettivo psicoanalitico era stato già messo in risalto da Otto Rank il quale non credeva che il sogno dei lupi fosse davvero una produzione onirica infantile; sosteneva fosse un sogno di transfert, avvenuto nel corso dell’analisi, in cui il numero dei lupi, oscillante fra 5 e 7, fosse direttamente collegato alle fotografie dei discepoli prediletti di Freud poste dinanzi al sofà sul quale si sdraiava il paziente in Berggasse, 19[97]. In questo modo, secondo Rank, egli si vedeva osservato dai lupi/analisti appollaiati sull’albero genealogico della psicoanalisi.
La Mack Brunswick termina il suo resoconto, nel quale riporta del supplemento di analisi del quale ci rende edotti, problematizzando una serie di punti incerti fra cui il futuro di Sergei precisando come sia “impossibile prevedere se il paziente – che in questo momento sta bene – continuerà a stare bene. Sarei incline a pensare che il suo benessere dipende in gran parte dal grado di sublimazione di cui sarà capace”[98]. La via di consolidamento della salute psichica del paziente sarebbe, dunque, quella sublimatoria. Chi ce ne può parlare meglio dello stesso Pankejeff, dal momento che questo è l’unico celebre caso freudiano che ci abbia ampiamente descritto l’evoluzione della sua esistenza fino alla senilità?  Capacità di sublimazione che si manifestava con la passione per i grandi classici della letteratura russa, quali Dostoevskij, così come per le biografie e i romanzi storici[99]. Sublimazione compiuta con la stessa scrittura di cui ci offre un saggio con la testimonianza circa la propria vicenda, dall’infanzia pre-analitica sino alla sua terza età. La Gardiner gli chiese, quando ormai aveva varcato la soglia dei 70 anni, se avesse mai scritto qualcosa su sé stesso: lui le portò il manoscritto sui propri ricordi di Freud. Ella ipotizza che “scrivere della sua analisi e di Freud rappresentava per l’Uomo dei Lupi un tentativo di alleviare la propria depressione”. La scrittura come tentativo di guarigione dalla propria psicosi ordinaria a sfondo depressivo, con inappetenza e dimagrimento. Lavoro della sublimazione che ha compiuto, forse, anche e soprattutto con la pittura. Egli – come detto - dipingeva frequentemente paesaggi ma non disdegnava di riproporre, peraltro, diverse volte quadri del celebre sogno dei lupi. La Gardiner proponeva i suoi dipinti in occasione di conferenze negli Stati Uniti e li vendeva ad appassionati di psicoanalisi e ad analisti oltreoceano. “La modesta somma derivante dalla vendita dei quadri fu molto gradita all’Uomo dei Lupi, ma più importante fu per lui la sensazione che la sua pittura era apprezzata e destava l’interesse degli analisti”[100]. Dedicarsi all’arte e ottenerne un riconoscimento economico ma soprattutto sociale gli offriva sicuramente un modo di sopperire alle proprie lacune strutturali, fino a farne una sorta di professione[101].
Noi crediamo inoltre che un punto fondamentale di compensazione dell’Uomo dei Lupi sia stato offerto da una serie di persone, spesso donne proprio per la sua identificazione femminile, dedite a occuparsi di lui attenuando la sua cronica solitudine. Ci riferiamo dunque non soltanto ai numerosissimi analisti incontrati, da Sigmund Freud a Ruth Mack Brunswick a Kurt Eissler e ad altri ancora. Intendiamo dire che ha trovato un supporto fondamentale nell’infermiere che lo accompagnò a Vienna, così nella moglie Teresa. Dopo il decesso della consorte, questo supporto relazionale viene regressivamente offerto dalla madre, quindi dalla governante Gaby e da “una ragazza di servizio”[102] assunta quando la governante comincia a soffrire di un’infiammazione cronica all’anca. Nella casa di riposo dove trascorrerà gli ultimissimi tempi della sua vita, sarà una suora che vi lavora come infermiera a prendersi cura di lui. Fra le figure femminili, un posto tutt’altro che marginale lo ha avuto Muriel Gardiner, psicoanalista ma anche sua consigliera e sua amica[103].

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[1] S. Benvenuto, Commento a “L’Uomo dei Lupi” in POL.it, 29/12/2017.
[2] N. Abraham – M. Torok, Il verbario dell’Uomo dei Lupi, Liguori, Napoli, 1992, p. 102.
[3] J. Lacan, La direzione della cura e i principi del suo potere in Scritti, Volume 2, Einaudi, Torino, 1974, p. 592.
[4] S. Freud, Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva (Caso clinico dell’uomo dei topi) in Opere, Volume 6, Bollati Boringhieri, Torino, p. 75.
[5] S. Freud, Inibizione, sintomo, angoscia in Opere, Volume 10, Bollati Boringhieri, Torino, p.256.
[6] J.-A. Miller, Commento al caso clinico dell’Uomo dei Lupi, Quodlibet, Macerata, 2011, p. 148.
[7] S. Freud, Dalla storia di una nevrosi infantile (Caso clinico dell’uomo dei lupi) in Opere, Volume 7, Bollati Boringhieri, Torino, p. 487.
[8] Ivi, p. 548.
[9] S. Freud – M. Gardiner, L’uomo dei lupi, Newton Compton, Roma, 1974, p. 125.
[10]. Ivi, p. 104.
[11] S. Freud, Analisi terminabile e interminabile, Volume 11, Bollati Boringhieri, Torino, p. 501.
[12] S. Freud – M. Gardiner, L’uomo dei lupi, Newton Compton, Roma, 1974, p. 233.
[13] Ivi, p. 237.
[14] Ivi, p. 259.
[15] Ivi, p. 232.
[16] Ivi, p. 113.
[17] Ivi, p. 117.
[18] Ibidem.
[19] Ivi, p. 118.
[20] S. Freud, Introduzione al narcisismo in Opere, Volume 7, Bollati Boringhieri, Torino, pp. 444-445.
[21] S. Freud – M. Gardiner, L’uomo dei lupi, Newton Compton, Roma, 1974, p. 296.
[22] S. Freud – M. Gardiner, L’uomo dei lupi, Newton Compton, Roma, 1974, p. 287.
[23] Ivi, p. 291.
[24] Ivi, p. 297.
[25] Ivi, p. 283.
[26] K. Eissler, Comments on erroneous interpretations of Freud’s seduction theory in Journal of the American Psychoanalityc Association, volume 41, n°2, pp. 571-583.
[27] S. Freud – M. Gardiner, L’uomo dei lupi, Newton Compton, Roma, 1974, p. 316.
[28] Ivi, p. 310.
[29] M.-J. Sauret, Les hommes aux loups, Psychanalyse, Eres, Tolosa, 2005/1, p. 83.
[30] J. Lacan, Seminario su “L’uomo dei lupi” in La Psicoanalisi, Astrolabio, Roma, 1989, p. 10.
[31] J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in Scritti, Volume 1, Einaudi, Torino, 1974, p. 305.
[32] J. Lacan, Il seminario. Libro II. L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi, 1954 – 1955, Einaudi, Torino, 1991, p. 225.
[33] S. Freud – M. Gardiner, L’uomo dei lupi, Newton Compton, Roma, 1974, p. 244.
[34] S. Freud, Dalla storia di una nevrosi infantile (Caso clinico dell’uomo dei lupi) in Opere, Volume 7, Bollati Boringhieri, Torino, pp. 558-559.
[35] J. Lacan, Risposta al commento di Jean  Hyppolite sulla Verneinung di Freud in Scritti, Volume 1, Einaudi, Torino, 1974, p. 382.
[36] Ivi, p. 380.
[37] J. Lacan, Il seminario. Libro III. Le psicosi 1955-1956, Einaudi, Torino, 2010, p. 16.
[38] J. Lacan, Il seminario. Libro X. L’angoscia 1962-1963, Einaudi, Torino, 2007, p. 283.
[39] Ivi, p. 15.
[40] S. Freud – M. Gardiner, L’uomo dei lupi, Newton Compton, Roma, 1974, p. 260.
[41] Ivi, p. 262.
[42] Ivi, p. 267.
[43] Ivi, pp. 314-315.
[44] E. Jones, Vita e opere di Freud, Il Saggiatore, Milano, 1966.
[45] Ivi, nota di p. 316.
[46] N. Abraham – M. Torok, Il verbario dell’Uomo dei Lupi, Liguori, Napoli, 1992, nota di p. 103.
[47] Ivi, pp. 11-45.
[48] J.-A. Miller, Commento al caso clinico dell’Uomo dei Lupi, Quodlibet, Macerata, 2011.
[49] J. Lacan, Il seminario. Libro VI. Il desiderio e la sua interpretazione, 1958-1959, Einaudi, Torino, 2016, p. 219.
[50] A. Aflalo, “L’uomo dei lupi” in La Psicoanalisi, n° 6, Astrolabio, Roma, 1989, p. 34.
[51] Ivi, p. 38.
[52] Ivi, p. 46.
[53] S. Freud, Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva (Caso clinico dell’uomo dei topi) in Opere, Volume 6, Bollati Boringhieri, Torino, p. 111.
[54] J. C. Maleval, Isteria e follia. Logica del delirio come tentativo di guarigione, Bruno Mondadori, Milano, 2011. Si veda soprattutto il capitolo “Delirio psicotico non è delirium nevrotico”, pp. 52-95.
[55] E. Perrella, Nevrosi e delirio. L’uomo dei lupi in La Psicoanalisi, n° 7, Astrolabio, Roma, 1990, p. 141.
[56] A. Aflalo, “Ancora sull’uomo dei lupi” in La Psicoanalisi, n° 8, Astrolabio, Roma, 1990, p. 157.
[57] S. Benvenuto, Commento a “L’Uomo dei Lupi” in POL.it, 29/12/2017.
[58] Ivi.
[59] S. Freud, Dalla storia di una nevrosi infantile (Caso clinico dell’uomo dei lupi) in Opere, Volume 7, Bollati Boringhieri, Torino, p. 558.
[60] C. Romano, Il sogno dell’uomo dei lupi era veramente un sogno infantile ? in Psicoterapia e Scienze Umane, Franco Angeli, Milano, 2014/4, p. 654.
[61] J. Lacan, Il seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud, 1953-1954, Einaudi, Torino, 2014, p. 71.
[62] J. Lacan, Il seminario. Libro II. L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi, 1954 – 1955, Einaudi, Torino, 1991, p. 309.
[63] S. Freud, L’Io e l’Es in Opere, Volume 9, Bollati Boringhieri, Torino, p. 480.
[64] S. Freud – M. Gardiner, L’uomo dei lupi, Newton Compton, Roma, 1974, p. 256.
[65] J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi in Scritti, Volume 1, Einaudi, Torino, 1974, p. 257.
[66] J. Lacan, Il seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud, 1953-1954, Einaudi, Torino, 2014, p. 54.
[67] J. A. Miller, Commento al caso clinico dell’Uomo dei Lupi, Quodlibet, Macerata, 2011, p. 137.
[68] S. Marret-Maleval, Les objets de l’homme aux loups, La Cause Freudienne, n° 68, Seuil, Parigi, 2008.
[69] A. Aflalo, “L’uomo dei lupi” in La Psicoanalisi, n° 6, Astrolabio, Roma, 1989, p. 52.
[70] S. Freud – M. Gardiner, L’uomo dei lupi, Newton Compton, Roma, 1974, p. 257.
[71] A. Aflalo, “L’uomo dei lupi” in La Psicoanalisi, n° 6, Astrolabio, Roma, 1989, p. 60.
[72] S. Freud, Feticismo in Opere, Volume 10, Bollati Boringhieri, Torino, p. 491.
[73] J. A. Miller, Commento al caso clinico dell’Uomo dei Lupi, Quodlibet, Macerata, 2011, p. 152.
[74] N. Abraham – M. Torok, Il verbario dell’Uomo dei Lupi, Liguori, Napoli, 1992, p. 136.
[75] S. Freud, L’organizzazione genitale infantile in Opere, Volume 9, Bollati Boringhieri, Torino, p. 565.
[76] K. Obholzer, Entretien avec l’homme aux loups, Gallimard, Parigi, 1981, p. 63.
[77]S. Freud, Dalla storia di una nevrosi infantile (Caso clinico dell’uomo dei lupi) in Opere, Volume 7, Bollati Boringhieri, Torino, p. 553. 
[78] Ivi, p. 558. La traduzione, lievemente diversa da quella delle Opere, è riportata da J. Lacan, Il seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud 1953-1954, Einaudi, Torino, 2014.
[79] J. A. Miller, Commento al caso clinico dell’Uomo dei Lupi, Quodlibet, Macerata, 2011, p. 143.
[80] Ibidem.
[81] Ivi, p. 122.
[82]J. Lacan, Il seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud, 1953-1954, Einaudi, Torino, 2014, p. 72. 
[83] IRMA, Il conciliabolo di Angers. Effetti di sorpresa nelle psicosi, Astrolabio, Roma, 1999.
[84] IRMA, La conversazione di Arcachon. Casi rari: gli inclassificabili della clinica, Astrolabio, Roma, 1999.
[85] J. A. Miller (a cura di), La convenzione di Antibes. La psicosi ordinaria, Astrolabio, Roma, 2000.
[86] J. A. Miller, Effetto di ritorno sulla psicosi ordinaria in La Psicoanalisi, n° 45, Astrolabio, Roma, 2009, p. 246.
[87] J. Lacan, Una questione preliminare a ogni possibile trattamento psicoanalitico delle psicosi in Scritti, Volume 2, Einaudi, Torino, 1974, p. 555.
[88] M. Foccchi, L’Uomo dei lupi: per una clinica del buco, conferenza svolta il 14/3/2015 a Valladolid.
[89] J. A. Miller, Effetto di ritorno sulla psicosi ordinaria in La Psicoanalisi, n° 45, Astrolabio, Roma, 2009, p. 236.
[90] D. Cremniter – J. C. Maleval, Contribution au diagnostic de psychose in Ornicar, n° 48, Navarin, Parigi, 1979, pp. 69-89.
[91] S. Cottet, L’inconscient de papa et le notre, Editions Michèle, Parigi, 2012, pp. 155-168.
[92] A. Aflalo, “L’uomo dei lupi” in La Psicoanalisi, n° 6, Astrolabio, Roma, 1989, p. 56.
[93] J. Lacan, Il seminario. Libro XXIII. Il sinthomo, Astrolabio, Roma, 2006, p. 85.
[94] N. Tesla, Le mie invenzioni. Autobiografia di un genio, Piano B, Prato, 2012, p. 12.
[95] J. Lacan, Seminario su l’uomo dei lupi in La Psicoanalisi, n°6, Astrolabio, Roma, 1989, p. 9.
[96] S. Freud – M. Gardiner, L’uomo dei lupi, Newton Compton, Roma, 1974, p. 312.
[97] O. Rank, Technik der Psychoanalyse, Volume 1, pp. 142-157.
[98] Ivi, p. 269.
[99] Ivi, p. 292.
[100] Ivi, p. 307.
[101] Nel 2010, a cura del Psychoanalityc Center of Philadelphia, venne realizzata una mostra dal titolo “The Wolf Man paints!” composta da suoi disegni e quadri, acquistati da Muriel Gardiner e da altri psicoanalisti intorno al 1963.
[102] S. Freud – M. Gardiner, L’uomo dei lupi, Newton Compton, Roma, 1974, p. 304.
[103] Ivi, p. 312.
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